26 luglio 2014

BT Comunicato Unitario 15 luglio 2015

COMUNICATO
BRITISH TELECOM
Il comportamento inqualificabile di British Telecom nella vicenda Accenture, è l’altra faccia della stessa medaglia della dirigenza aziendale. Lo stile è sempre lo stesso, prepotente, arrogante, intransigente e poco o per nulla incline al dialogo con il Sindacato, le RSU ed i lavoratori.
Già all’indomani della stipula presso il ministero del lavoro, del contratto di solidarietà di tipo difensivo, che scongiurò i licenziamenti unilaterali, grazie a numerose ore di sciopero e manifestazioni in tutti i territori, British Telecom ha continuato con un atteggiamento mai dialogante su temi quali reperibilità, timbrature, modifiche percentuali di solidarietà, applicazione unilaterale di orari/flessibilità per i lavoratori di provenienza I.NET disconoscendo di fatto il contratto di armonizzazione I.NET-BT del 2008.
Rispetto al secondo livello di contrattazione ed in particolare al PDR, la dirigenza aziendale ha sempre definito ogni richiesta sindacale anacronistica e fuori dal contesto che vive l’azienda. La “ finta” e pretestuosa convocazione di Assolombarda a nome di BT, del 27 Giugno u.s. sulla verifica dell’accordo del 10 marzo e l’analisi dell’ex art.44 del CCNL, respinta al mittente dalle OO.SS., mascherava altri intendimenti, infatti è passato un mese e, alla richiesta del sindacato di formulare una convocazione corretta condividendo i tempi, non è arrivata più risposta ne da Assolombarda ne tanto meno da British Telecom. Tutto questo si aggiunge ad un modello relazionale scorretto da parte di BT che differentemente dal resto del settore, preferisce utilizzare comportamenti non costruttivi preferendo adottare “prove di forza” invece che ricercare un dialogo con il Sindacato.
Questa quindi è la situazione attuale ed il clima che si sta vivendo sia in Azienda che come relazioni industriali, per cui, il mese di settembre, si preannuncia caldo e decisivo per quanto riguarda secondo livello e premio, visto anche l’avvicinarsi della
fase in cui ci sarà il rinnovo del CCNL di settore durante la quale si sospendono nelle aziende di TLC le trattative di secondo livello.
LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

23 luglio 2014

COMUNICATO UNITARIO: ROTTURA DEL TAVOLO BRITISH TELECOM\ACCENTURE

SI APRONO SCENARI DRAMMATICI PER I 260 LAVORATORI DEL CALL CENTER DI PALERMO
Si è chiuso con un nulla di fatto il tavolo sindacale che stava cercando di dare una continuità occupazionale ai 260 lavoratori del call center Accenture di Palermo al quale British Telecom ha deciso di togliere la commessa con un anno di anticipo rispetto alla naturale scadenza.
Nell’incontro odierno è stato sancito definitivamente il recesso da parte di British Telecom della commessa al 30 ottobre. Di fronte alla irrevocabilità delle decisioni della dirigenza di BT, i responsabili di Accenture hanno annunciato l’imminente apertura delle procedure di licenziamento collettivo per l’intero personale della sede palermitana a causa del prossimo venir meno della commessa e, conseguentemente, delle attività. Non è assolutamente chiaro cosa BT voglia fare della commessa e, soprattutto, nessuna risposta è stata data alle due richieste principali delle OO.SS: la sicurezza che la commessa resti su Palermo e la garanzia della salvaguardia dell’attuale perimetro occupazionale attraverso il passaggio dei lavoratori al nuovo fornitore (nonostante la disponibilità di Accenture a rivedere costi, modello di servizio e, in ultima analisi, a facilitare ed incentivare il passaggio dei lavoratori al nuovo fornitore).
Insomma un drammatico salto del buio al quale 260 cittadine e cittadini di questo Paese vengono costrette da British Telecom.
Questa vicenda rischia di trasformarsi nella vertenza simbolo della battaglia che il sindacato sta facendo a tutela dei lavoratori dei call center: prima British Telecom esternalizza i 260 lavoratori del proprio call center ad Accenture (circa 9 anni fa); attraverso i vari rinnovi di commessa, e le conseguenti revisioni in basso dei prezzi, costringe i lavoratori ad accettare pesanti riduzione di reddito e poi, non paga di quanto fatto sino ad oggi, toglie definitivamente la commessa ad Accenture e, di fatto, mette per strada 260 suoi ex dipendenti. Tutto questo mentre ancora troppe sono le titubanze della politica ad intervenire affinché questi scempi non abbiano più a ripetersi! Qui la competitività delle imprese non centra nulla, siamo semplicemente dinanzi a meri processi espulsivi con un chiaro aggiramento dell’Articolo 18!
Il comportamento di British Telecom è francamente inqualificabile nel merito e nel metodo. Per parte nostra non lasceremo nulla di intentato perché questa ennesima ingiustizia non si compia. Già nelle prossime ore organizzeremo con le lavoratrici ed i lavoratori di Palermo le opportune risposte sindacali e valuteremo nel contempo tutte le opzioni di carattere legale affinché British Telecom risponda in tutte le sedi delle proprie scelte. Nella prossima imminente convocazione del Tavolo di crisi sui call center al Ministero dello Sviluppo Economico, porteremo all’attenzione del Vice Ministro De Vincenti questo caso che sta diventando l’emblema dell’urgenza di adeguare la disciplina italiana sugli appalti a quanto avviene in Europa.

Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL

Call center in crisi: BT chiude collaborazione con Accenture, 262 dipendenti a rischio

 La crisi dei call center non accenna a rallentare. E' di ieri la notizia della fine della collaborazione fra British Telecom (BT) con il contact center di Accenture,  "che a questo punto si vedrà costretta ad aprire le procedure di licenziamento per i suoi 262 dipendenti di Palermo - dice Salvo Ugliarolo, segretario generale Uilcom - con queste dichiarazioni non solo pone una chiusura nel confronto con i sindacati, ma mette a repentaglio la sorte di 262 lavoratori siciliani, che da quel momento avranno ben poche possibilità di ricollocazione. Procederemo nell'immediato per la convocazione di un tavolo presso il ministero oltre che per iniziative ad hoc per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla 'vertenza Palermo'".

L' Azienda di TLC Britannica ha formalmente   dichiarato che ad ottobre termina la partnership con Accenture sulla gestione dei servizi al   Cliente e Accenture sarà costretta a licenziare i lavoratori del sito di Palermo. Le procedure di   licenziamento si avvieranno entro il 15 Agosto.  Si ritiene inaccettabile l'atteggiamento di BT Italia, azienda che ha sempre trovato   soluzioni negoziali con il Sindacato e oggi rifiuta qualunque confronto permettendo il   licenziamento dei lavoratori di Palermo che sono stati oggetto di cessione di ramo d'azienda ad   Accenture. L'obiettivo di BT è la riduzione dei costi, magari attraverso la delocalizzazione delle   attività, e la cessione delle stesse a qualche outsourcer che impiegherà lavoratori neo assunti e   a basso costo. La risposta del Sindacato sarà durisissima".

Sulla stessa linea Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil, che sottolinea come "nel resto d'Europa la crisi dei call center sia del tutto marginale - si legge in una nota - Le delocalizzazioni assumono invece rilevanza in Italia, proprio perché la normativa introdotta dalla direttiva europea (mai recepita in Italia) impedisce scorciatoie come quelle utilizzate dai committenti italiani".

"British Telecom (fornitore dei servizi di telefonia anche per il Ministero del Lavoro) ufficializza di spostare la commessa ad altro sito, che non viene nemmeno dichiarato, lasciando i 280 lavoratori, ex dipendenti di British Telecom, a casa dal 1° ottobre. Una crisi che si aggiunge a quella di Infocontact, 1800 lavoratori senza retribuzione da mesi; il Tribunale informa che il Ministero dello Sviluppo Economico dovrebbe nominare i commissari straordinari il prossimo 24 luglio", attacca Azzola.
"Così le follie generate da un vuoto normativo presente solo nel nostro Paese (gli altri Paesi Europei hanno correttamente recepito i contenuti di una direttiva europea di tutela dei diritti dei lavoratori del 2001) - aggiunge il sindacalista - generano ulteriore disoccupazione con costi enormi a carico delle casse dello stato mentre la committenza (Enel, Wind, Con Te Assicurazioni, Poste Mobile, Vodafone, Telecom, Eni e, appunto, il Ministero del Lavoro) continuano fare utili a scapito dei lavoratori".

La nota di di British Telecom
"In merito all'incontro odierno(di ieri ndr)  relativo al Contact Center di Accenture - fanno sapere ad AgenParl da BT Italia, uno dei clienti della struttura di Palermo - come BT persegua da sempre la priorità di offrire il miglior servizio ai propri clienti. Si precisa che BT ha ceduto la proprietà e la gestione del contact centre ad Accenture nel 2005. In linea con la sua strategia BT continua ad intraprendere una sostanziale revisione tecnologica e organizzativa finalizzata ad un modello di gestione più efficace del servizio fornito al cliente ed in linea con gli standard più evoluti del mercato".

Paolo Anastasio

TV: Slc Cgil, Mediaset garantisca impegni a tutela lavoratori ceduti a DNG

“Mediaset lascia licenziare i suoi ex lavoratori senza neanche presentarsi al tavolo sindacale – così denuncia Barbara Apuzzo, segretaria nazionale Slc Cgil. Nel corso degli ultimi quattro anni Mediaset ha ridotto il suo personale senza aprire procedure di licenziamento collettivo. E’ bastato infatti l’incentivazione all’esodo per farne uscire una buona parte, mentre altri sono passati, tramite cessioni di ramo d’azienda, in veri e propri “contenitori” come Pragma e DNG. Aziende, queste ultime, che nel corso di pochi anni stanno mettendo in atto ridimensionamenti e licenziamenti, rispetto ai quali Mediaset, chiamata in causa dalle organizzazioni sindacali non si è neanche presentata all’incontro fissato.”
“Gli accordi di armonizzazione sottoscritti con i sindacati al momento della cessione di ramo – prosegue la sindacalista – prevedevano infatti la presenza di Mediaset in qualità di garante sul futuro industriale ed occupazionale delle esternalizzate. Invece oggi, chiamata in causa a seguito dei cinque licenziamenti operati da DNG, l’emittente, addossando la responsabilità alla proprietà cessionaria (DNG), si defila dai tavoli di confronto, lasciando i lavoratori coinvolti in balia delle decisioni dell’azienda che ha deciso di licenziare. La forma però non può cambiare la sostanza, dal momento che tra le società esterne e Mediaset ci sono contratti commerciali milionari che avrebbero dovuto dare garanzie, per almeno cinque anni sia a lavoratori che alle aziende.”
“A questo punto dunque – conclude Apuzzo – vorremmo capire se le operazioni di riduzione/espulsione del personale dipendano da scelte infelici e incomprensibili, rispetto alle quali richiamiamo comunque Mediaset alle sue responsabilità, o peggio ancora non si tratti della scelta precisa di portare fuori dal perimetro Mediaset parte del personale per poi far si che a disfarsene sia qualcun altro. Non presentandosi all’incontro, Mediaset ha perso un’occasione importante per mostrare la sua estraneità e la sua non condivisione rispetto a quanto sta accadendo. Ci auguriamo di sbagliarci e di dover semplicemente contrastare, con tutti gli strumenti a disposizione del sindacato, l’illegittimità di cinque licenziamenti che violano palesemente le intese sottoscritte.”

Call center: Azzola (Slc Cgil) continua lo stillicidio di imprese e lavoratori per l’assenza di regole del settore

“Infocontact, 1800 lavoratori senza retribuzione da mesi; il Tribunale informa che il Ministero dello Sviluppo Economico dovrebbe nominare i commissari straordinari il prossimo 24 luglio. British Telecom (fornitore dei servizi di telefonia anche per il Ministero del Lavoro) ufficializza di spostare la commessa ad altro sito, che non viene nemmeno dichiarato, lasciando i 280 lavoratori, ex dipendenti di British Telecom, a casa dal 1° ottobre.”

“Così le follie generate da un vuoto normativo presente solo nel nostro Paese (gli altri Paesi Europei hanno correttamente recepito i contenuti di una direttiva europea di tutela dei diritti dei lavoratori del 2001) generano ulteriore disoccupazione con costi enormi a carico delle casse dello stato mentre la committenza (Enel, Wind, Con Te Assicurazioni, Poste Mobile, Vodafone, Telecom, Eni e, appunto, il Ministero del Lavoro) continuano fare utili a scapito dei lavoratori – dichiara Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil.

“E’ un sistema insostenibile. Da un lato la qualità che viene offerta ai cittadini / clienti è sempre più bassa a causa del continuo spostarsi delle commesse che non consente una professionalità adeguata dei lavoratori, con lamentele causate dai disservizi in crescita e cittadini che si rivolgono ai call center sempre con maggiore disagio. Dall’altro un dramma sociale che aumenta di giorno in giorno nella totale assenza di un intervento della politica e del Governo che si limitano a rilasciare attesati di solidarietà.”

“Non siamo in presenza di rivendicazioni atte a difendere caste, corporazioni o privilegi ma di giovani lavoratori che perdono la loro occupazione a causa di un vuoto normativo – prosegue il sindacalista. Infatti, le richieste non di risorse pubbliche aggiuntive, ma di recepire una normativa europea che tutela i lavoratori e impedisce i fenomeni in corso nel nostro Paese.”

“Nel resto d’Europa la crisi dei call center è del tutto marginale. Le delocalizzazioni assumono invece rilevanza in Italia, proprio perché la normativa introdotta dalla direttiva europea impedisce scorciatoie come quelle utilizzate dai committenti italiani.”

“Tanta attenzione riservata alla vicenda Alitalia mentre si stanno perdendo migliaia di posti di lavoro nell’unico settore che è stato in grado di garantire assunzioni ai giovani nell’ultimo decennio.

“Innovazione e cambiamento non sono autocertificabili con le dichiarazioni stampa del Presidente del Consiglio – ricorda Azzola - ma si possono misurare dal grado di perfetta continuità che l’esecutivo dimostra nella gestione del settore. Queste lavoratrici e questi lavoratori chiedono un cambiamento, chiedono di avere le stesse tutele dei loro colleghi presenti negli altri Paesi Europei, chiedono di poter dare un servizio migliore ai cittadini e ai clienti italiani. Non vogliono essere considerati come disturbatori o lavoratori incapaci di risolvere i problemi che vengono loro posti.”


“Il presidente del Consiglio – conclude il sindacalista - ha il dovere di dire perché ostacola questo cambiamento, perché non vuole migliorare la qualità dei servizi a cittadini e clienti, perché rifiuta di dare una speranza ai giovani lavoratori del settore e infine perché si è allineato a chi, in questi anni, ha sfruttato il vuoto normativo per incamerare ingenti guadagni.”

18 luglio 2014

Call Center: Dichiarazione Stampa di Michele Azzola


Il Governo riconvocherà il Tavolo Nazionale sui Call Center
A seguito del presidio indetto questa mattina dai sindacati di categoria presso il Ministero dello Sviluppo Economico per sollecitare la riconvocazione del Tavolo sui Call center, una delegazione è stata ricevuta da rappresentanti del Ministero.
Al rappresentante del Ministero abbiamo ribadito l’urgenza di proseguire il confronto sulla situazione del settore e sui correttivi indispensabili per arrivare ad una sua reale “industrializzazione”. In particolare abbiamo ribadito la nostra posizione sull’urgenza di adeguare la normativa italiana in tema di cambio di appalto a quanto fatto nel resto d’Europa e abbiamo, inoltre, suggerito di lavorare di concerto con l’Autorità Garante per le Comunicazioni perché si arrivi ad una specifica delibera AGCOM che normi una volta per tutte gli standard qualitativi ed operativi dei servizi di assistenza alla clientela così che si possa arrivare ad una definizione di servizio valida per tutti i call center che operano per il mercato italiano e che possa costituire un ulteriore argine ai fenomeni di delocalizzazione e ulteriore precarizzazione del settore.
Il rappresentante del Ministero ha ribadito l’attenzione del Governo al tema preannunciando, per l’ultima settimana di luglio, la nuova convocazione del Tavolo. Accogliamo con favore la nuova convocazione ma ci aspettiamo un incontro che inizi a dare delle risposte tangibili ai temi posti dal sindacato, perché è ormai chiaro a tutti che la gravità delle tante crisi che stanno vivendo oggi svariate aziende del settore obbliga tutti ad essere pratici e risoluti.
In assenza di decisioni tangibili da parte del Governo a settembre organizzeremo a Roma una nuova grande manifestazione nazionale di tutte le lavoratrici e lavoratori dei call center.

Roma, 18 Luglio 2014

16 luglio 2014

Prestito vitalizio ipotecario: ipoteca sulla casa in cambio di liquidità


In Italia si inizia a parlare di prestito vitalizio ipotecario, particolare tipologia di finanziamento a lungo termine, sul modello di altre realtà europee dove questo strumento funziona bene; alla Camera si sta discutendo una proposta di legge per andare ad apportare modifiche sostanziali all’attuale disciplina legislativa in materia di prestito vitalizio ipotecario.
Ad oggi la questione è regolamentata dal decreto legge n.203 del2005, all’ articolo 11- quaterdecies comma 12, che stabilisce come “il prestito vitalizio ipotecario ha per oggetto la concessione da parte di aziende ed istituti di credito nonche' da parte di intermediari finanziari di finanziamenti a medio e lungo termine con capitalizzazione annuale di interessi e spese, e rimborso integrale in unica soluzione alla scadenza, assistiti da ipoteca di primo grado su immobili residenziali, riservati a persone fisiche con età superiore ai 65 anni compiuti.”
Le nuove norme che si stanno vagliando, ed è bene precisare che sarà comunque un iter lungo e di non facile risoluzione, andrebbero a semplificare la legge attuale rendendo più agevole lo sviluppo di questo tipo di mercato. Che ad oggi è stato rallentato da diversi punti critici e che invece può rappresentare un importante strumento per il credito alle famiglie.
Punto di partenza della legge ora in esame è la constatazione di come nel nostro paese vi sono diverse condizioni favorevoli per lo sviluppo del prestito vitalizio ipotecario; su tutte il progressivo invecchiamento della popolazione, fattore tristemente noto, e la consistente disponibilità di proprietà immobiliare da parte degli italiani. Che storicamente hanno sempre visto il possedimento di una casa di proprietà come obiettivo di una vita.
Il prestito vitalizio ipotecario nasce in Gran Bretagna nel 1999 per poi diffondersi in tutto il mondo anglosassone: nel Regno Unito è stato in grado di attivare, dopo la grande crisi del 2008, uno stock di 5 miliardi di sterline di credito bancario per le famiglie.

Caratteristiche del prestito vitalizio ipotecario
Il prestito vitalizio ipotecario è, come detto, una forma di finanziamento a lungo termine senza rate che permette alle persone con oltre 65 anni di età di ottenere, se proprietari di immobili, denaro liquido in cambio di un’ipoteca su una parte della casa di proprietà.
In questa particolare forma di prestito, le spese e il pagamento degli interessi vengono capitalizzati, ovvero vanno ad incrementare l’importo del prestito, e sono dovuti a scadenza. A meno di rimborso volontario, il rimborso sarà a carico degli eredi del contraente. Il finanziamento in cambio dell’ipoteca di una parte dell’immobile viene erogato in un’unica soluzione e il fruitore può spenderlo liberamente senza che questo comporti di dover lasciare l’abitazione.
Tale prestito può essere erogato esclusivamente da banche e finanziarie regolarmente iscritte nei rispettivi registri pubblici. La persona che riceve il prestito si vincola a non vendere l’immobile; alla morte del proprietario gli eredi possono decidere se:
ripagare il debito nei confronti della banca liberando così l'immobile dall'ipoteca

    * vendere l'immobile ipotecato
  * lasciare alla banca il compito di vendere l'immobile per rimborsare il proprio credito
   * Per quanto riguarda l’importo del finanziamento erogato, questo si attesta tra il 15% e il 50% del valore dell’immobile; valore che viene determinato da una perizia su indicazione del soggetto finanziatore.

Rischi del prestito vitalizio ipotecario
I principali rischi dell’operazione sono legati soprattutto ai vincoli cui si è sottoposto dopo l’erogazione del prestito: il proprietario non può infatti vendere o affittare l’immobile né sottoporlo a modifiche sostanziali. Deve inoltre mantenerlo in uno stato di conservazione buono. Il debito che gli eredi si troverebbero a pagare è piuttosto corposo dato il meccanismo degli interessi sugli interessi, il famigerato anatocismo.
Ad oggi l’operazione del prestito vitalizio ipotecario viene vista come un’alternativa alla nuda proprietà, che è una tipologia particolare di compravendita di un immobile che consente al venditore di mantenere l’usufrutto dello stesso fino alla sua morte, pur incamerando da subito la liquidità.
In passato avevamo visto i pro e i contro della nuda proprietà; la prima differenza che salta all’occhio è che, nel caso di cessione della nuda proprietà, gli eredi vengono privati di qualsiasi diritto futuro sulla proprietà stessa.

Cosa cambierebbe con la nuova legge
La proposta di legge andrebbe a modificare, come detto, l’attuale normativa in materia di prestito vitalizio ipotecario. Si parla soprattutto di:

    * dare la possibilità di concordare una modalità di rimborso graduale degli interessi
   * introdurre agevolazioni fiscali previste per le operazioni di credito a medio e lungo termine
  * modificare le regole sull’ipoteca dell’immobile a garanzia dell’ente che eroga il finanziamento
  * esplicitare gli eventi che possono portare a un rimborso integrale del debito in una soluzione unica
 * dare la possibilità agli eredi di scegliere, secondo modalità sopra elencate


“Malarazza”: omaggio al Modugno “siciliano” con Mario Incudine, Kaballà, Tony Canto


 Il 22 luglio, alle ore 21, a Palazzo Platamone, nella Corte Mariella Lo Giudice
CATANIA - Un omaggio alla Sicilia di Domenico Modugno: questo vuole essere “Malarazza”, lo spettacolo che prende il titolo da uno dei capolavori dell’autore di “Nel blu dipinto di blu”. Il concerto vede in campo tre cantautori isolani del calibro di Mario Incudine, Kaballà, Tony Canto. L’appuntamento è per il 22 luglio alle ore 21, en plein air, a Palazzo Platamone nella Corte intitolata a Mariella Lo Giudice. Realizzato in collaborazione dal Comune e dal Teatro Stabile di Catania, l’evento si inserisce nel programma dell’Estate catanese.
Si parte dunque dalla leggenda del Modugno “siciliano”, il cantattore che fingendosi appunto siciliano si calò con tale immedesimazione nella realtà dell’Isola da diventarlo veramente. Lo conferma questo viaggio inedito e affascinante attraverso tutto il suo variegato repertorio in dialetto siciliano: una reinterpretazione dei brani più rappresentativi e popolari (da “Malarazza” a “U pisci spada”, da “Amara terra mia” a “La donna riccia”), ma anche di quelli più di ricerca e meno noti.
Sul palco per la prima volta insieme tre musicisti diversi per storia artistica e caratteristiche vocali, ma uniti in questo originale progetto dall’amore per l’Isola e dalla comune forza interpretativa. Nell’esibizione dal vivo saranno accompagnati da Antonio Vasta (fisarmonica, organetto e zampogna a paru), Antonio Putzu (fiati), Pino Ricosta (basso), Manfredi Tumminello (chitarra acustica), Salvo Compagno (percussioni).
La terna dei protagonisti che daranno vita allo spettacolo non ha certo bisogno di presentazioni. Cantante, attore, ricercatore, musicista e autore di colonne sonore, Mario Incudine è uno dei personaggi più rappresentativi della nuova world music italiana. Lo ha fatto con il suo primo lavoro discografico “Terra”, con “Abballalaluna”, “Anime Migranti”, “Beddu Garibaldi” e nel giugno 2012 con il cd “Italia Talìa”, distribuito da Universal Music con la produzione artistica di Kaballà e Mario Saroglia. Mario Incudine e “Italia Talìa” sono stati fra i finalisti della Targa Tenco 2012 – “Album in dialetto” (cantautori) insieme a Enzo Avitabile, i Lautari, Lou Dalfin, e Raiz & Radicanto. L’album si è classificato al secondo posto, subito dopo Enzo Avitabile. Il disco, preludio del tour estivo con più di 40 date all’attivo, è stato recensito da importanti quotidiani come “La Repubblica” con intervista di Giuseppe Videtti, o “Il Foglio”con un articolo di Pietrangelo Buttafuoco che ha così definito le creazioni di Mario: “È musica senza geografia in cui la parola è pietra lucente”. Il lavoro è stato ancora recensito da Marco Mangiarotti su Il Giorno - Il Resto del Carlino - La Nazione, e ad Incudine è stato dedicato uno speciale su Mizar del tg2. Nel 2013 Mario ha aperto 5 concerti del tour “Apriti Sesamo Live” di Franco Battiato.
Il compositore siciliano Pippo Rinaldi, in arte Kaballà, partecipa nel 1991 al Festival Tenco e l’anno seguente è ospite al Premio Recanati. Ha scritto su musica di Nino Rota il testo in siciliano della serenata “Brucia la terra” cantata da Al Pacino per il film “Il padrino III” di Francis Ford Coppola. Lo stile e il percorso intrapreso alla ricerca di contaminazioni di stili musicali, ispirazioni letterarie e dialetto siciliano sono presenti nei primi 2 album, nel terzo “Lettere dal fondo del mare” (Polydor 1996), invece abbandona quasi del tutto il dialetto siciliano evidenziando la sua grande passione per la canzone italiana d’autore e per le atmosfere del rock elettroacustico americano. Kaballà collabora con Eros Ramazzotti, nello stesso anno si consolida il sodalizio artistico con l’amico Mario Venuti, Alessandra Amoroso, Brando, Alex Britti, Carmen Consoli, Patrizia Laquidara, Mietta, Nicky Nicolai, Noemi, Raf, Ron, Antonella Ruggiero.
Nato a Messina, chitarrista, cantautore e produttore, Tony Canto si diploma al CPM con Franco Mussida (PFM) e intraprende una brillante carriera caratterizzata da scelte artistiche ben precise. Collabora con Mario Venuti suonando e partecipando agli arrangiamenti dei suoi ultimi 5 dischi. Incide e suona anche con Patrizia Laquidara, Joe Barberi, Mannarino, Mario Incudine, Syria, Pilar e tanti altri. Il suo imprinting è marcatamente brasiliano sebbene la sicilianità da subito venga fuori e si misceli con la matrice tropicalista. Ha curato la produzione artistica e gli arrangiamenti di entrambi gli album di Alessandro Mannarino e ha collaborato con Paolo Buonvino per la colonna sonora del film “La Matassa” di Ficarra e Picone, “Manuale d’Amore” di Giovanni Veronesi e “La Vita come viene” di Stefano Incerti.
Come cantautore, ha pubblicato tre album: “Il Visionario” del 2007, “La Strada” del 2009 e “Italiano Federale” che esce nel 2011 per l’Universal  e vede Tony protagonista di un’importante promozione sia live che televisiva, ricordiamo in particolare la partecipazione al programma di Rai Tre “Parla con Me” di Serena Dandini. Tony Canto è protagonista con Fausto Mesolella (Avion Travel) e Alessandro Chimenti del Tour “Corde: concerto solo per chitarre” di Alessandro Mannarino.
L’evento è organizzato dal Teatro Stabile di Catania in collaborazione con il Comune per l'Estate catanese




15 luglio 2014

Il parziale uso dei permessi L. 104/92 non giustifica il licenziamento

Il Tribunale di Lanciano (CH), con sentenza n. 112 dello scorso 7 luglio, ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato dalla SEVEL spa (società del gruppo Fiat), ad un lavoratore per presunti abusi nella fruizione dei permessi L. 104/92 per assistenza disabili.
ll Tribunale frentano ha respinto il ricorso della Sevel avverso l’ordinanza del giudice del lavoro del 2013 con la quale si dichiarava illegittimo il licenziamento disciplinare intimato ad un lavoratore e si condannava la società datrice al reintegro del lavoratore e, al pagamento di una indennità risarcitoria pari a 12 mensilità dall’ultima retribuzione globale di fatto.
Il caso ha riguardato un lavoratore che, è stato licenziato senza preavviso perchè, in uno dei tre giorni richiesti, per permessi L. 104/92, per l’assistenza ad un parente con handicap in situazione di gravità, il lavoratore non si recava presso l’abitazione del parente assistito. E ciò, a seguito delle risultanze dell’attività svolta da investigatori incaricati dalla ditta datrice di lavoro, Gli investigatori dichiaravano di non aver visto uscire il lavoratore dalla propria abitazione nè di averlo visto entrare nell’abitazione dell’assistito.
Nel corso del giudizio è emerso però che il lavoratore ha effettivamente “destinato, seppur per un periodo di tempo limitato, rispetto all’orario di lavoro il permesso lavorativo richiesto all’assistenza del disabile al quale era destinato”. Il Tribunale ricorda come l’onere della prova della sussistenza della giusta causa del licenziamento spetti al datore; sicchè, quest’ultimo avrebbe dovuto dimostrare in giudizio che “il dipendente durante il periodo in cui si trovava nella casa del disabile, non le avesse prestato dovuta assistenza occupandosi di tutt’altro”. Prova questa che non è stata mai raggiunta.
Di conseguenza, si legge nella sentenza, risultano insussistenti i fatti posti a “giusta causa del licenziamento, vale a dire di non aver svolto assistenza al congiunto disabile nei modi previsiti dalla legge e dall’INPS “dedicandosi al contrario ad incombenze di personale interesse”. Non è richiesto infatti, precisa il Giudice, “un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale” del disabile a maggior ragione se si considera raggiunta la prova che, il lavoratore  ha comunque prestato assistenza al disabile e, “non si è dedicato ad occupazioni con essa incompatibili, tali in ogni caso da giustificare l’adozione della sanzione disciplinare nella sua massima gravità e da costituire altresì illecito penale”.
Nel caso di specie, conclude il Tribunale” l’esame complessivo di tutti gli aspetti della vicenda, fra i quali si evidenziano: l’effettiva assistenza al disabile per alcune ore nelle giornate di permesso, la mancanza di diverse occupazioni, lavorative o meno, con tali assistenza incompatibili; la ridotta se non addirittura l’assenza di dolo in capo al lavoratore, che ha invocato a sua discolpa, la volontà dell’assistito che lo avrebbe congedato poco dopo il suo arrivo, ritenendo in tal modo non più necessaria la sua presenza all’interno dell’abitazione del disabile; la mancanza di precedenti disciplinari in capo al lavoratore, fanno ritenere una evidente sproporzione in eccesso della sanzione disciplinare del licenziamento inflitta al lavoratore rispetto ai fatti contestati, tali da escludere la sussistenza di una giusta causa e da determinare anche sotto questo profilo l’illegittimità del recesso datoriale “per insussistenza del fatto giuridicamente rilevante”, con conseguente applicazione della tutela reale prevista dall’art. 18 Statuto dei lavoratori”.
Pertanto, il Tribunale rigetta il ricorso e conferma integralmente quanto già previsto con l’ordinanza del Giudice del lavoro del 25 giugno 2013 rendendo così definitivo l’annullamento del licenziamento disciplinare e la condanna della SEVEL alla reintegra del lavoratore oltre al pagamento di una indennità risarcitoria.


CGIL, LA CRISI CONTINUA, RIFINANZIARE CASSA INTEGRAZIONE IN DEROGA

 'I dati dimostrano che la diminuzione della cassa integrazione e' un segno che la crisi continua e che le ricadute sul lavoro sono consistenti, visto che non c' e' ripresa ne' economica ne' dell'occupazione'. Cosi' il segretario confederale della Cgil, Serena Sorrentino, in merito ai dati Inps sulla cassa integrazione, ricordando che Cgil, Cisl e Uil saranno in piazza a Roma il 22 e poi il 24 luglio con due presidi a Montecitorio per sollecitare il rifinanziamento della cig in deroga e la riforma degli ammortizzatori sociali. In particolare, spiega Sorrentino, 'il -41,5% messo a segno dalla deroga e' relativo all'incertezza dei finanziamenti e alle condizioni per le quali le imprese e i lavoratori potranno accedervi, alla luce del decreto sui criteri di concessione allo studio del ministero. Che fine faranno quelle imprese e quei lavoratori?'.

Call center, De Vincenti: "Equilibrare tutela del lavoro e competitività delle imprese"


di Federica Meta
Tra le richieste avanzate nell'ultimo tavolo sul settore dei call center lo scorso c'è un modifica di legge che estenda le norme sul “ramo d'azienda” per le imprese vincitrici che subentrano nelle varie gare. Lo ha reso noto il vice ministro dello Sviluppo economico Claudio De Vincenti in audizione alla commissione Lavoro della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sui call center. “Un tema rilevante, su cui stiamo lavorando, ma non ha una soluzione semplice perché deve contemperare esigenze diverse”, ha sottolineato De Vincenti, secondo cui  il meccanismo che obbliga chi subentra ad assumere i lavoratori della precedente impresa “può ridurre gli spazi di competitività delle aziende”. In questo senso è necessario quindi tener conto “della tutela dei lavoratori ma anche della contendibilità dei servizi sul mercato e della salvaguardia dell'autonomia gestionale dell'impresa che concorre per la gestione del servizio”.

Nell'introdurre la cosiddetta "clausola sociale”, ribadisce il vice ministro, “vanno contemperate queste due esigenze”, occorre insomma “trovare soluzioni compatibili con la dinamica concorrenziale”. Sulla richiesta di riduzione dell'Irap per le aziende del settore, invece, “è difficile pensare che un abbattimento significativo consenta un aumento della redditività di queste imprese”, ha evidenziato il vice ministro, anche perché, “dobbiamo immaginare che sarebbe riassorbito dalla gara al ribasso e quindi sarebbe traslato al committente»”

Gare al ribasso, ha ricordato l'esponente del governo, che costituiscono uno dei problemi principali del settore e sui cui è necessaria “un'attenta revisione della normativa”, anche se in ogni caso le istituzioni pubbliche dovrebbero comunque porre attenzione a non cedere alla “tentazione” di indire gare d'appalto al massimo ribasso preferendo il principio dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Rispetto agli incentivi previsti dalle varie Regioni, poi, De Vincenti ha sottolineato che in questo momento “assistiamo a normative regionali differenziate che creano concorrenza sleale e improvvisi flussi di distribuzione dell'occupazione tra le regioni, spostamenti negativi sul piano sociale ma anche della stabilizzazione di un'impresa, della sua capacità di guardare al lungo periodo”. Per questo “l'omogeneizzazione degli incentivi regionali è un problema chiave” che va affrontato. De Vincenti ha ribadito inoltre l'impegno assunto al tavolo dal governo di rimettere in piedi “rapidamente” l'Osservatorio nazionale sui call center, “che potrà essere un'occasione importante per acquisire dati per omogeneizzare normative regionali” e per “cercare di riordinare la disciplina del settore”. Infine sul tema della delocalizzazione, per il vice ministro, “deve trovare una soluzione in ambito comunitario” e in quel contesto “ci impegniamo a sollevarlo”.

Per quanto riguarda il numero dei call center, De Vincenti ha reso noto che sono “almeno 80 mila”. Il dato però è “sottostimato perché non considera i servizi al cliente delle aziende che non esternalizzano  questo tipo di prestazione.

Lo scorso 8 luglio era stata la volta dei sindacati ad essere auditi in commissione Lavoro della Camera. Slc, Fistel e Uilcom avevano chiesto alle istituzioni di intervenire subito per affrontare la crisi del settore “Abbiamo ribadito l’urgenza di intervenire normativamente sulla disciplina degli appalti se si vuole evitare che, ormai a breve, l’intero settore conosca una ulteriore recrudescenza di gravi crisi occupazionali – dice Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil - Gare al massimo ribasso, delocalizzazioni, senza una norma coerente con quanto fatto in Europa aprono al concreto rischio di vanificare quanto fatto nel settore dal 2007. Bisogna intervenire al più presto sull’equiparazione tra i cambi di appalto e le cessioni di aziende o rami di azienda. Solo così il lavoro ed i lavoratori torneranno ad essere non più una semplice voce di costo ma una variabile imprescindibile. In caso contrario sono a forte rischio varie migliaia posti di lavoro stabili.”

14 luglio 2014

Controllo sui lavoratori dipendenti da parte del datore di lavoro

Si ribadisce, qualora ce ne fosse ancora bisogno di farlo che  è vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Gli impianti e le apparecchiatura di controllo o qualsiasi altro tipo di documentazione  che siano richieste per esigenze organizzative e produttive, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere ottenute soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali . In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti.
Un controllo da parte del datore di lavoro rivolto solo all’attività lavorativa dei propri dipendenti è vietato dalla legge . Il datore, infatti, non può accertarsi, con mezzi di controllo, se i propri dipendenti lavorano o quanto lavorano; non può farlo né in modo diretto né a distanza .
Nel caso in cui il datore trasgredisca a tale divieto, oltre ad essere prevista una sanzione penale, è disposta l’inutilizzabilità, ai fini disciplinari e processuali, dei dati illegittimamente acquisiti. Quindi il potere di controllo esercitabile dal datore di lavoro non é illimitato: i primi limiti derivano dal contrapposto diritto dei prestatori di lavoro al rispetto, anche sul luogo di lavoro, della propria riservatezza, dignità personale, libertà di espressione e di comunicazione.
Ed è proprio da questa esigenza di contemperare i contrapposti interessi che si generano le norme dello Statuto dei lavoratori (legge n. 300/1970), il quale disciplina una serie di controlli tra loro differenti: il controllo sul corretto adempimento della prestazione lavorativa  sul patrimonio aziendale  o sulla persona dei lavoratori  giungendo sino al controllo a distanza attraverso apparecchiature.
Ricordiamo inoltre che laddove il datore di lavoro non abbia preventivamente consultato le rappresentanze sindacali si configura un atteggiamento di condotta antisindacale (art. 28 Stat. lav.) che implica una denuncia alle autorità competenti.

Usa, dichiarata guerra ai call center all'estero


di Alfredo Ranavolo
A Washington si presenta un progetto di legge, a New Delhi scatta il panico. Effetti della globalizzazione. Ce ne sono tanti, non è più una novità. Certo non piacciono al democratico Tim Bishop e al repubblicano David McKinley, autori di una proposta che, in quanto bipartisan, ha grandi possibilità di diventare legge.
BASTA CALL CENTER ALL’ESTERO. Il deputato newyorchese e quello della West Virginia hanno dichiarato personale guerra al lavoro esternalizzato. Il loro Call center worker and consumer protection act prevede una serie di norme volte a penalizzare le aziende che decidono di portare fuori dei confini americani i loro servizi di vendita telefonica, assistenza ai clienti e affini. Ed è noto che, da qualche anno a questa parte, il Paese che ospita un gran numero di call center americani è l’India, grazie anche all’ottimo inglese parlato da una grossa fetta dell’enorme popolazione. I tanti lavoratori del gigante asiatico al servizio di aziende made in Usa sono, dunque, in agitazione. Ma non sono i soli. La tendenza a esternalizzare questo tipo di servizio ha coinvolto sempre più Paesi: Messico, Cina, Arabia Saudita, Egitto, Repubblica Ceca. Nel 2011 la destinazione di maggior tendenza per l’implementazione di un call center sono state le Filippine.
NIENTE INCENTIVI PER CHI ESTERNALIZZA. «L’outsourcing è uno dei flagelli della nostra economia e combattendolo noi cerchiamo di favorire l’occupazione» ha spiegato Bishop. Innanzitutto il progetto di legge prevede totale trasparenza da parte delle società che allestiscono call center, le quali dovranno avvertire i clienti che ne fanno uso se stanno per mettersi in contatto con Bangalore o con Portland. Inoltre saranno obbligate a fornire sempre l’alternativa, a richiesta, di dirottare la chiamata su un ufficio posto all’interno dei confini nazionali, stando alle indiscrezioni dell’Huffington Post. Il che comporterebbe, dunque, un costoso raddoppio del servizio, facendo venire meno del tutto la convenienza che si ha nel portare all’estero questo tipo di servizio. intende escludere le società che all’estero da facilitazioni di qualsiasi tipo e finanziamenti agevolati.
Toccherà al segretario del Lavoro tenere l’elenco completo dei datori di lavoro che impiegano telefonisti all’estero. Chi si vorrà aggiungere a tale lista dovrà notificarlo almeno 120 giorni prima di avviare il nuovo ufficio off-shore.
FUGA COI CONTRIBUTI. La battaglia di Bishop e McKinley ha il sostegno deciso del Communications workers of America (Cwa), un sindacato che raccoglie 150mila lavoratori dei call center. A ben vedere, ancora una piccola parte rispetto ai 4 milioni di persone occupate in questo settore negli Stati Uniti, il 3% del totale della forza lavoro americana.
Il Cwa ha pubblicato all’inizio di dicembre un corposo studio sui danni che l’esternalizzazione dei call center all’estero ha provocato in patria. In esso vengono additate aziende come la Sykes Enterpirses e la Travelocity che hanno portato i propri servizi telefonici in India pochi anni dopo aver intascato generosi contributi pubblici (si parla di cifre che si avvicinano e talvolta superano i 2 milioni di dollari) da municipalità dell’Oregon o della Virginia per aprire tali attività sul territorio. Scaduto il vincolo che accompagnava le somme ricevute, le valige sono state presto fatte.
LA BANDA DEI SOTTRATTORI DI PIN. Ma non è solo ai livelli occupazionali che il sindacato fa riferimento per stigmatizzare la pratica di esportazione delle attività di call center. Lo studio cita numerosi casi di cronaca, nei quali il servizio al cliente si è tramutato in una truffa al cliente. Si va dai 426mila dollari sottratti ai correntisti di Citibank e ai 420mila sgraffignati da un solo impiegato a quelli della Hsbc, alle accuse nei confronti di circa 100 lavoratori di aver blandito possessori di carte di credito con false promesse di bonus e omaggi per aumentare le vendite. Un altro caso ha riguardato la vendita di dati bancari segreti a un giornalista, un altro ancora la minaccia di diffusione di dati sanitari.

SE NON È TRUFFA È SCARSO CONTROLLO. E quando non c’è fraudolenza, ci sarebbero comunque gli scarsi standard di sicurezza a compromettere la privacy e gli averi della clientela. Secondo uno studio di PricewaterhouseCoopers (in realtà ormai un po’ datato: 2005), l’83% delle società indiane di outsourcing ha un sistema di controllo che è un colabrodo. Le Filippine sarebbero messe ancora peggio. Con questi argomenti, la presa del Call center worker and consumer protection act pare assicurata, a meno che la potenza di fuoco del mondo corporate, che grandi benefici ha tratto dall’esternalizzazione, non si riveli ancora superiore.

08 luglio 2014

Call center: Azzola, governo intervenga su settore

Si è svolta oggi presso la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati l’audizione delle Organizzazioni Sindacali nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul mercato dei call center italiani.
“Abbiamo ribadito l’urgenza di intervenire normativamente sulla disciplina degli appalti se si vuole evitare che, ormai a breve, l’intero settore conosca una ulteriore recrudescenza di gravi crisi occupazionali – dichiara Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil, audito in Commissione insieme ai segretari di Fistel Cisl e Uilcom Uil.
“Gare al massimo ribasso, delocalizzazioni, senza una norma coerente con quanto fatto in Europa aprono al concreto rischio di vanificare quanto fatto nel settore dal 2007. Bisogna intervenire al più presto sull’equiparazione tra i cambi di appalto e le cessioni di aziende o rami di azienda. Solo così il lavoro ed i lavoratori torneranno ad essere non più una semplice voce di costo ma una variabile imprescindibile. In caso contrario sono a forte rischio varie migliaia posti di lavoro stabili.”
Descrivendo la situazione Azzola ha sottolineato in Commissione come sia in atto “un meccanismo di migrazione dell’occupazione: dopo 3 anni, persi gli incentivi, un’azienda diventa meno competitiva rispetto a chi apre ex novo, che beneficia di un costo del lavoro minore dell’87%. Con la conseguenza che i call center si sono spostati dal Nord al Sud dal paese, ora si spostano ad Est con i primi fenomeni di delocalizzazione. Chi rispetta le regole viene espulso dal mercato, prevale chi accede agli incentivi. L’altro risultato è che abbiamo il maggior numero di aziende di call center in Europa: in Italia sono 2.227.”
“Positiva l’attenzione che i componenti della Commissione hanno prestato alle argomentazioni sindacali – conclude Azzola – soprattutto sul tema di come regolamentare il mercato degli appalti per evitare che la compressione dei prezzi finisca per scaricarsi esclusivamente sui lavoratori. Ora però è tempo di scelte coraggiose: il Governo deve dire con esattezza qual è il ruolo che vuole svolgere in questa partita. Il silenzio rischia di stridere con le tante situazioni di crisi che, anche in questi giorni, stanno coinvolgendo migliaia di persone in tutto il Paese. Il 18 luglio intanto il sindacato confederale si mobiliterà ancora organizzando un nuovo presidio sindacale presso il MiSE per sollecitare la nuova convocazione del tavolo di crisi sui call center.”




07 luglio 2014

Telecom Italia: Comunicato Unitario su progetto Caring

COMUNICATO TELECOM
Il 3 luglio u.s. si è svolto il Coordinamento delle RSU Telecom a valle dei primi incontri delle commissioni tecniche decise nel Coordinamento del 16 e 17 giugno.
Il nuovo progetto presentato dall’azienda alle OO.SS. e al Coordinamento delle RSU, indubbiamente molto complesso e di difficile gestione nel rapporto con i lavoratori, punta al cambio di modello culturale e organizzativo trasformando le attività di
Customer Care in attività multi skill e, come Telecom ha più volte fatto presente, punta a un modello qualitativo che possa valorizzare positivamente la differenza complessiva di costo con gli outsourcer superando definitivamente il progetto di societarizzazione.
Il Coordinamento, pur non entrando nel merito complessivo di quanto esposto dall’azienda nelle singole commissioni ha condiviso le forti criticità emerse in materia di:
1. Controllo individuale a distanza;
2. Utilizzo degli strumenti di controllo per l’elargizione dei Canvass individuali;
3. Definizione degli Skill e sua coerenza col progetto complessivo di cloud presentato alle commissioni;
4. Gestione del multi periodale;
5. Utilizzo ferie e permessi.
Il progetto di “cloud delle competenze”, così come esplicitato dall’azienda, rischia la degenerazione dei rapporti gerarchici nei posti di lavoro e il conflitto tra i lavoratori nella gestione delle canvass individuali, rischiando di vanificare gli obiettivi di qualità eproduttività alla base del nuovo modello.
Le Segreterie Nazionali hanno analizzato attentamente tutte le criticità evidenziate dalle commissioni ed hanno manifestato all’azienda la disponibilità a continuare il confronto con l’obiettivo di trovare le necessarie soluzioni agli argomenti sopra citati che ad oggi impediscono la condivisone del progetto, evidenziando come dall’eventuale progetto sul “Caring” passi anche la non chiusura delle sedi individuate nell’accordo del 27 di marzo.
Le OO.SS., ribadendo unitariamente la loro condivisione del progetto complessivo di “industrializzazione” del customer come progetto di valorizzazione e crescita delle professionalità e soprattutto come definitivo abbandono del progetto aziendale di societarizzazione, ritengono necessario svolgere nei prossimi giorni un programma di assemblee unitarie per informare i lavoratori del Caring sull’intero progetto aziendale.Nelle prossime settimane si verificheranno gli ulteriori passaggi con il Coordinamento Nazionale.

Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL

Composizione Coordinamento Regionale SLC Cgil Sicilia


Composizione Coordinamento Regionale SLC Cgil Sicilia

- Marcello Cardella Coordinatore Generale SLC Sicilia -

- Davide Foti Coordinatore Responsabile TLC Sicilia -

- Maurizio Rosso Responsabile Produzione Culturale -

- Enzo Messina Responsabile Servizi Postali -

Nota di redazione:
Nella foto Davide Foti neo eletto Coodinatore Responsabile TLC Sicilia e Segretario provinciale della Slc Cgil Catania




Call Center: Sindacati, oltre 3000 posti di lavoro a rischio nelle prossime settimane

“Continua lo stillicidio di annunci di aziende di Call Center intenzionate a chiudere e a delocalizzare – lo denunciano in una nota congiunta i segretari nazionali dei sindacati di categoria Michele Azzola (Slc Cgil), Giorgio Serao (Fistel Cisl) e Salvo Ugliarolo (Uilcom Uil). Dopo quelli della scorsa settimana, British Telecom che toglie l’attività ad Accenture lasciando 280 persone senza lavoro a Palermo, la crisi di Infocontact con 1500 lavoratori a rischio in Calabria e i 200 lavoratori di Voice Care che a Ivrea hanno perso la commessa di Seat Pagine Gialle, è di ieri la notizia dell’annunciata chiusura della sede di Teleperformance a Taranto, 1500 lavoratori coinvolti, e la volontà di delocalizzare 4you a Palermo con altri 400 lavoratori che perderanno il proprio posto di lavoro.”

Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil chiedono al Governo il rispetto degli impegni assunti in occasione dell’incontro svoltosi al Ministero dello Sviluppo Economico il 27 maggio scorso, di riconvocare il tavolo di crisi per avanzare proposte risolutive.

“E’ inaccettabile – rilancia Giorgio Serao (Fistel) – che ci siano aziende che prive di qualsiasi forma di responsabilità sociale, dopo aver ricevuto tanto dai territori in cui sono cresciute, possano pensare di ricattare istituzioni e i lavoratori. Tutto questo è la dimostrazione che in assenza di regole il mercato cresce non favorendo gli imprenditori migliori ma quelli più spregiudicati. Il Governo non può ritardare ulteriormente un intervento.”

“Paradossale – continua Salvo Ugliarolo (Uilcom) – è scoprire che non solo lo Stato non chiede il rispetto di leggi esistenti in tema di delocalizzazioni di attività di Call Center ma che l’Ilo, agenzia del lavoro dell’Onu, abbia un programma finanziato con fondi dell’Unione europea finalizzato ad agevolare le delocalizzazioni di call center dall’Italia all’Albania per quelle imprese che vogliano abbassare il costo del lavoro. Il progetto, continua il sindacalista, ha visto un boom di delocalizzazioni dall’Italia mentre gli altri Paesi europei cercano di trattenere e riportare in patria il lavoro con tutti gli strumenti necessari.”

“In questo modo – ricorda Michele Azzola (Slc Cgil) – non abbiamo recepito correttamente una Direttiva europea del 2001 che tutela i diritti e l’occupazione dei lavoratori, mancato recepimento che è alla causa delle gravi crisi che investono il settore, mentre l’Europa finanzia progetti che spostano il lavoro dall’Italia verso altri Paesi. Ci chiediamo, conclude il sindacalista, se il silenzio del Presidente del Consiglio su tale situazione stia a significare che è consapevole e condivide quanto sta accadendo.”

“Le migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore non staranno in silenzio mentre l’ignavia di chi dovrebbe intervenire toglie loro ogni speranza. Dopo l’altissima adesione allo sciopero e la partecipata manifestazione nazionale dello scorso 4 giungo rilanceremo con nuove iniziative di mobilitazione e lotta sia sui territori sia a livello nazionale.”

“E’ previsto – conclude la nota – un primo presidio sotto la sede del MISE il prossimo 18 luglio e a settembre valuteremo se attivare presidi permanenti e un’ulteriore giornata di mobilitazione nazionale, mentre i territori avvieranno confronti con le istituzioni locali per sollecitare un intervento sul Governo.”

“Tutti devono sapere che questa vertenza andrà avanti sino a quando non saranno riconosciuti ai lavoratori i diritti previsti dalla legislazione europea e si dia piena applicazione alla legislazione italiana in tema di delocalizzazione delle attività perché, come hanno dichiarato i giovani industriali recentemente, se chi delocalizza in questo momento tradisce l’Italia, farlo con i soldi europei è un vera e propria pugnalata.”


02 luglio 2014

Telecom Italia, oltre 10mila dipendenti diventano azionisti

Il piano di azionariato diffuso per i dipendenti di Telecom Italia è stato completamente sottoscritto, dopo 100 ore dal lancio, con circa 10.500 adesioni. Lo rende noto Asati secondo cui se continueranno le sottoscrizioni da parte dei lavoratori del gruppo fino al 10 luglio, giorno di chiusura, le azioni andranno a riparto. Tale successo ''segna un possibile raggiungimento di un obiettivo di un nucleo del 3% che dia stabilità ad una futura vera public company in tempi ragionevoli'', osserva l'associazione dei piccoli azionisti.
"Nucleo attorno al quale si potranno trovare ampie convergenze di strategie e piani di sviluppo, da parte di altri significativi azionisti di minoranza, e di altri piccoli azionisti che ricordiamo rappresentano il 18 % dell’intero capitale sociale - prosegue l'associazione - Come sostiene “Great Place to Work”, solo in un ambiente di lavoro positivo, con alti livelli di fiducia dei lavoratori  e la felicità sul lavoro si possono realizzare le strategie di una azienda, e questo vale tanto più per TI, nella quale il peggioramento della posizione economico finanziaria a seguito di avviamento e debito netto monstre creato dalle gestioni 2000-2007 deve contare sull’apporto di dipendenti motivati. Il successo di questo piano ne è una testimonianza di cui Asati ne va fiera per averlo promosso e ottenuto anche grazie alla sensibilità del Consiglio di amministrazione e dei vertici esecutivi che lo hanno proposto all’approvazione dell’assemblea"

Per arrivare a questo traguardo, secondo Asati, "occorre lanciare entro il 2016 altri due piani finanziati anche con il Tfr oltre che agli istituti impiegati nel presente piano con almeno 100 milioni di azioni, piani che ci auspichiamo l’attuale board metta al più presto in cantiere".

Call center: fondi Ue-Ilo per delocalizzare, sindacati sul piede di guerra


Un programma dell'Ilo (International Labour Organizaztions), l'agenzia per il lavoro dell'Onu, finanziato con fondi dell'Unione europea è servito ad effettuare cospicue delocalizzazioni dall'Italia verso l'Albania, da parte di aziende interessate a tagliare i costi sul personale dei call center. Tramite questo schema hanno potuto reclutare immigrati albanesi in Italia, che già parlavano fluentemente la lingua, per assumerli nel loro paese di origine, principalmente a Durazzo, come addetti a circa 300 euro al mese (con orario a tempo pieno).
Il tutto viene descritto dalla stessa Ilo come un esempio virtuoso di una tendenza che si è accentuata a seguito della crisi economica, e che riguarda anche delocalizzazioni dalla Grecia, sempre verso l'Albania, e da altri paesi europei verso Stati con costi del lavoro più bassi e compatibilità linguistiche. Come dalla Francia verso Tunisia e Marocco e dalla Gran Bretagna verso l'India.
L'Ilo cita il caso di una giovane albanese laureata in legge in Italia, che dopo 13 anni è tornata in Albania perché non trovava lavoro come avvocato nella Penisola. E non lo ha trovato nemmeno in Albania ma ha potuto rientrare facendosi appunto assumere ad un call center "beneficiando dell'assistenza tecnica di un programma Ilo finanziato dall'Unione europea". Programma che puntava a modernizzare gli uffici di collocamento locali. Le basse paghe locali, rispetto agli standard dell'Italia e dell'Ue, corrispondono a costi della vita più bassi, precisa l'Ilo.
Con un comunicato l'organizzazione dell'Onu cita anche un italiano che fa da consulente alle società che delocalizzano in Albania, Maurizio Ribandone, che ammette come il boom dei call center sia stato alimentato dalla crisi in Italia, ma aggiunge che questo segmento rappresenta una importante fonte occupazionale per l'Albania, a sua volta afflitta da elevata disoccupazione. Il consulente prevede che la tendenza proseguirà, sfruttando anche le nuove opportunità di comunicazione assicurate dalle chiamate via internet e dai social network.
Pronto il commento dei sindacati al comunicato dell’Ilo. Michele Azzola, segretario nazionale della Slc, si dice “sconcertato del fatto che fondi Ue sono stati utilizzati per delocalizzare attività”. “Si tratta – puntualizza Azzola al Corriere delle Comunicazioni – di un trend che aiutano sì a sostenere l’occupazione in Albania ma a scapito della tutela e della privacy dei dai degli utenti”.
“Mi chiedo se il governo italiano sia a conoscenza di questi fatti – dice il sindacalista – E soprattutto se è consapevole che siamo seduto su una bomba sociale creata dalal crisi occupazione nel settore dei call center. In questi giorni infatti  Teleperformance ha annunciato di essere pronta ad abbandonare Taranto mettendo a rischio 2mila posti di lavoro mentre 4U, che opera a Palermo, vuole voler abbandonare l’Italia".
Per la Uilcom, il punto non è essere a favore o contro le delocalizzazioni. “Il punto – spiega il sindacalista – è che in Italia le delocalizzazioni vengono utilizzate solo ed esclusivamente per tagliare il costo del lavoro, portandolo addirittura al di sotto dei minimi salariali, complice anche il quadro legislativo”.
Il riferimento è alle norme sulle cessioni di ramo d’azienda e sugli appalti – nel nostro Paese non è applicata la direttiva europea che prevede che i lavoratori seguano la commessa – nonché la diffusione di gare al massimo ribasso che costringono “i call center a portare il lavoro altrove senza, tra l’altro rispettare l’articolo 25 bis del pacchetto di riforma Fornero che obbliga le imprese a comunicare al Mise, 120 giorni prima, la delocalizzazione delle attività e il volume delle stesse”.

“Serve dunque dare subito seguito al tavolo di confronto aperto al Mise aperto a fine maggio nel quale abbiamo chiesto al governo di produrre semplici modifiche legislative per migliorare le condizioni di chi lavora nei call center garantendo continuità occupazionale e strutturare e consolidare il settore in modo che le aziende riprendano a competere sulla qualità”.

BANDA LARGA: FIRMATA CONVENZIONE MISE-REGIONE. SLC E CGIL “ORA SUBITO I BANDI CON L’OBIETTIVO DI SUPERARE IL DIGITAL DIVIDE CON L’EUROPA”

Palermo - “Meglio tardi che mai. Speriamo adesso che, dopo che si sono sprecati due anni per responsabilità della regione, si proceda con i bandi nei tempi indicati, cioè entro questo mese, per far fare alla Sicilia un passo avanti deciso nel campo delle infrastrutture immateriali”: lo dicono Marcello Cardella, segretario della Slc Sicilia e Ferruccio Donato, della segreteria regionale della Cgil a proposito della convenzione  siglata nelle scorse settimane tra la Regione siciliana e il Ministero per lo sviluppo economico che dà il via a un investimento nell’isola di 70 milioni per la Banda larga e ultralarga”. Si dovrà adesso entro luglio predisporre i bandi per la realizzazione delle opere. “Il digitale per la pubblica amminstrazione e per le imprese- dicono Cardella e Donato- potrà essere realtà. Si creerà nuovo lavoro e si potrà cominciare a parlare di superamento del digital divide con l’Europa”.Per Slc e Cgil “la convenzione è un importante passo in avanti, che consegna un’opportunità che non deve ora essere sprecata”.