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12 giugno 2013

Lavoro: Camusso, accordo storico sulla rappresentanza

www.cgil.it
"Un accordo storico, che mette fine ad una lunga stagione di divisioni": così la leader della CGIL, Susanna Camusso, definisce l'intesa su rappresentanza e democrazia raggiunta questa sera (31 maggio) con i leader di CISL e UIL e Confindustria.

L'accordo in materia di democrazia e rappresentanza è un punto di svolta importante nella regolazione dei rapporti tra la parti e completa il quadro di regole previsto dall'accordo del 28 giugno 2011. Infatti, oltre a definire le modalità con cui misurare la rappresentanza delle organizzazioni sindacali, determina le regole con cui validare e rendere esigibili i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL).

Misurazione della rappresentanza
1.- Ai fini della determinazione del peso di ogni organizzazione sindacale, che determina la possibilità di sedere ai tavoli dei rinnovi contrattuali, valgono:
• le deleghe sindacali (trattenuta operata dal datore di lavoro su esplicito mandato del lavoratore) comunicate dal datore di lavoro all'INPS e certificate dall'Istituto medesimo;
• i voti raccolti da ogni singola organizzazione sindacale nell'elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU) in carica (validità 36 mesi)
2.- Il numero degli iscritti e il voto per le RSU peseranno ognuna per il 50% (così come anche previsto nel decreto legislativo 165/01 per il pubblico impiego)
3.- Questi due dati, iscritti e voto, verranno comunicati ad un ente esterno certificatore (es: CNEL) che procederà, per ogni CCNL, a determinare il calcolo della rappresentanza di ogni organizzazione sindacale.
4.- Le RSU saranno elette con voto proporzionale ai voti ottenuti, superando così l'1/3 destinato alle Organizzazioni Sindacali firmatarie di CCNL, e vi è l'impegno a rinnovare quelle scadute nei successivi sei mesi.

Validità ed esigibilità dei CCNL
Con l'accordo si stabiliscono regole che determinano le modalità con cui rendere esigibili, per entrambe le parti contraenti, il CCNL. Trattasi, per la prima volta nella storia delle relazioni sindacali nel nostro Paese, di una procedura formalizzata e condivisa da entrambe le parti.
1.- Saranno ammesse al tavolo della trattativa le Organizzazioni Sindacali “pesate” con le regole sopra descritte, che superino la soglia del 5%.
2.- Le modalità di presentazione delle piattaforme contrattuali è lasciata alla determinazione delle singole categorie, con l'auspicio di entrambe le parti affinché si determinino richieste unitarie.
3.- Un CCNL è esigibile ed efficace qualora si verifichino entrambi le seguenti due condizioni:
• sia sottoscritto da almeno il 50%+1 delle organizzazioni sindacali deputate a trattare;
• sia validato, tramite consultazione certificata, dalla maggioranza semplice dei lavoratori e delle lavoratrici, con modalità operative definite dalle categorie
La sottoscrizione formale del CCNL che abbia seguito tale procedura diviene atto vincolante per entrambe le parti.
4.- I CCNL  definiranno clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantirne l'esigibilità e le relative inadempienze.


30 aprile 2013

CGIL, CISL e UIL, varato l'accordo sulla rappresentanza

da www.cgil.it
Di seguito riportiamo il documento conclusivo approvato oggi, 30 aprile, dai direttivi unitari di CGIL CISL e UIL riunitisi a Roma per discutere di mobilitazione unitaria,  del confronto con le associazioni di impresa, delle proposte del sindacato sul tema della rappresentanza.

La crisi del nostro Paese è sempre più drammatica. La riduzione dell’apparato produttivo, la disoccupazione e la perdurante assenza di investimenti, connotano la condizione attuale dell’economia italiana. La disattenzione ai temi del lavoro impedisce di intraprendere una strada che, frenando la caduta libera della nostra economia, permetta di riprendere fiducia e di tornare a crescere.

CGIL CISL e UIL ritengono urgente che il tema del lavoro, in tutte le sue componenti, torni al centro delle scelte politiche ed economiche e indicano i provvedimenti urgenti ed indispensabili per aprire una nuova fase:

   1.   dare soluzione a quelle emergenze che alimentano la disoccupazione. In particolare serve:

    - il rifinanziamento della CIG in deroga;

    - il completamento dell’effettiva salvaguardia degli “esodati”.

    2. ridurre le tasse ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e alle imprese che faranno assunzioni nel prossimo biennio, destinando automaticamente a tale scopo le risorse derivanti da un’efficace lotta all’evasione fiscale, reato di cui va sancita la natura penale.

    3. rilanciare politiche anticicliche prevedendo ad esempio la possibilità per i Comuni che hanno risorse, di fare investimenti e di avviare i cantieri già deliberati, fuori dal patto di stabilità. In questa direzione il provvedimento per il pagamento dei crediti alle imprese è un primo segnale positivo.

    4. ammodernare e semplificare la Pubblica Amministrazione non attraverso tagli lineari, ma con la riorganizzazione e l’efficacia del suo funzionamento, con il contenimento della legislazione concorrente ed eliminando tutte le formalità inutili che rallentano le decisioni. È fondamentale, per sostenere la crescita, investire nella scuola pubblica, nell’università, nella ricerca pubblica e privata e nell’innovazione.

    5. ridurre i costi della politica è la condizione per buone istituzioni e buona politica. Si tratta, da un lato, di riordinare e semplificare l’assetto istituzionale ed amministrativo del Paese, seguendo quanto già fatto dagli altri partner europei e, dall’altro, di tagliare con decisione gli sprechi e i privilegi che non sono compatibili con l’efficienza e la buona amministrazione.

6. definire una politica industriale che rilanci le produzioni, valorizzando le imprese che investono in innovazione e ricerca e che salvaguardano l’occupazione e le competenze.

Inoltre vanno definiti:

        - uno strumento di contrasto alla povertà e il finanziamento della non autosufficienza;

        - la proroga per i contratti precari della Pubblica Amministrazione e della Scuola in scadenza;

        - la riforma dell’IMU, esonerando solo i possessori di un’unica abitazione, con un tetto riferito al valore dell’immobile.

Queste sono le scelte per arrestare la caduta del sistema produttivo e fare ripartire la crescita creando nuove opportunità di lavoro. Investimenti, redistribuzione del reddito, ripresa dei consumi sono le condizioni essenziali per sostenere la ripresa della nostra economia. Le parti sociali sono impegnate al rinnovo dei contratti di lavoro e nella scelta di salvaguardare l’occupazione, anche attraverso gli ammortizzatori sociali e i contratti di solidarietà, nonché ad individuare come correggere le iniquità della legge sulle pensioni.

CGIL CISL e UIL sosteranno queste rivendicazioni con la mobilitazione che si realizzerà con iniziative territoriali e regionali confederali e di categoria, a partire da sabato 11 maggio e che approderà il 22 giugno in una grande manifestazione nazionale a Roma.

Su rappresentanza e democrazia sindacale, CGIL CISL e UIL, confermando il testo unitario del 2008, l’allegato all’accordo del 28 giugno 2011 e ad integrazione dello stesso, convengono di definire con Confindustria un accordo che regoli:

 la rilevazione e la certificazione della rappresentatività basata sull’incrocio tra iscritti e voto proporzionale delle RSU. Laddove non ci siano le RSU varrà solo il numero degli iscritti. Le organizzazioni sindacali sono impegnate a confermare le RSU laddove esistenti;
la titolarità della contrattazione nazionale per le organizzazioni sindacali firmatarie che raggiungano il 5% della rappresentanza per ogni CCNL;
gli accordi saranno definiti dalle organizzazioni sindacali che rappresentano almeno il 50%+1 della rappresentanza e dalla consultazione certificata dei lavoratori, a maggioranza semplice, le cui modalità attuative saranno stabilite dalle categorie per ogni singolo CCNL.

Sulla base di questi principi le Segreterie Nazionali confederali sono impegnate ad avviare il confronto anche con le altre associazioni datoriali.

25 marzo 2013

Camusso: prima di tutto il lavoro...

Il recente voto elettorale del Paese ha determinato una situazione tripolare che conferma un Paese diviso, che ha rappresentato il rancore e l'insofferenza sociale di tanti elettori esprimendo così, accanto alla sfiducia, la bocciatura delle politiche fatte, a partire dall’austerità.
Il voto si è svolto, nel sesto anno della crisi, in un Paese profondamente diviso e in una condizione di emergenza sociale. Le condizioni delle persone sono peggiorate per reddito, servizi, previdenza, precarietà; la disoccupazione cresce e gli effetti della legge 92 e le scelte conseguenti del Governo hanno determinato una progressiva riduzione delle coperture degli ammortizzatori, a partire dalla deroga.
Il voto parla innanzitutto all’Europa ed alle sue politiche rigoriste, che hanno approfondito la recessione ed hanno contribuito a determinare processi di vera e propria deindustrializzazione. Il voto, pur nella sua complessità, conferma la necessità di un governo di cambiamento, iniziando dalla rimessa in discussione della politica economica e di quadro dell'Europa.
L'esito del voto ha bocciato con chiarezza l'esperienza del governo tecnico. Emergenza sociale, crescita della disoccupazione e delle precarietà, divisione del Paese, impongono una stagione attenta ai temi istituzionali ed alle forme della democrazia, la necessità di ridefinire regole certe che deve avere nella Costituzione il suo principale referente. A questo proposito la CGIL, nelle prossime settimane, avanzerà una sua proposta di ridisegno istituzionale.
La CGIL proporrà alle parti sociali di definire le priorità sul lavoro che devono trovare risposte immediate ed urgenti dall'attuale governo, a partire dagli adempimenti di leggi già in vigore quali il finanziamento degli ammortizzatori in deroga e l'estensione dei contratti di solidarietà espansivi e difensivi, la soluzione per gli “esodati”, la stabilizzazione dei lavoratori precari dei settori pubblici, il pagamento dei crediti alle imprese ma anche una politica industriale che rilanci investimenti e che provi a risolvere le tante vertenze aperte.
Investimenti pubblici da rilanciare che potrebbero anche derivare da una revisione del Patto di Stabilità dei Comuni. Per questa ragione la CGIL sarà a fianco dell'ANCI il prossimo 21 marzo. Le tre scadenze in arrivo -TARES – IMU – aumento dell'IVA- rappresentano un carico economico insopportabile per i redditi da lavoro e da pensioni e, per questo, chiediamo la cancellazione dell'IMU sulla prima casa fino ad un valore di mille euro.
Nella fase di definizione del prossimo Governo, che dovrà affrontare e tenere insieme il tema dei costi della politica, della semplificazione istituzionale, della riforma della Pubblica Amministrazione e di nuove regole della finanza e delle banche utili al Paese, con l'emergenza del lavoro e della crescita, debbono essere indicate, nell'agenda delle priorità, i temi della condizione del lavoro e delle pensioni a partire dal rinnovo dei contratti pubblici, la revisione del sistema previdenziale e il ripristino della rivalutazione delle pensioni, il rifinanziamento di welfare - sanità e istruzione, la cancellazione dell'art.8, i diritti dei migranti, la ripresa di una politica nazionale di investimenti per il mezzogiorno che utilizzi al meglio le risorse dei fondi strutturali.
Tutto ciò va affrontato in una logica di forte cambiamento di prospettiva, mettendo in atto misure per la creazione di lavoro e per sostenere un rinnovato patto sociale. Per noi questo si traduce, da oggi, nel rilanciare la proposta di “Piano del Lavoro”, costituendo Comitati per il Lavoro nei territori, aperti alle più ampie alleanze sociali e quale strumento di vertenzialità, anche territoriale, per far ripartire scelte di qualità, di investimenti e di welfare.
Così come le politiche nazionali dovranno affrontare due emergenze drammatiche su “diritto allo studio” per le giovani generazioni e l'aumento della povertà, in particolare della popolazione anziana, dei nuclei familiari con minori e con fragilità sociali. Il voto del mese scorso parla a tutti, anche alle organizzazioni sindacali, ed indica la necessità per l'insieme della CGIL, nei territori e nelle categorie, di rilanciare la partecipazione, l'ascolto, la trasparenza, ponendosi l'obiettivo di intercettare e rappresentare l'insieme del mondo del lavoro.
Così come non è più rinviabile la certificazione degli iscritti e del voto per l'elezione delle RSU e per la validazione dei contratti collettivi, accompagnato da regole condivise e democratiche sulla contrattazione, che ridiano valore e ruolo al lavoro e alle condizioni materiali di lavoratori e lavoratrici.
Da ultimo va aperta una riflessione su come ridare protagonismo a delegati e delegate nella definizione delle scelte strategiche della CGIL e su come rinnovare le esperienze della bilateralità.

22 febbraio 2013

Tesseramento: CGIL, i numeri del 2012 sono lo specchio del Paese

Nel 2012 gli iscritti alla CGIL hanno sfiorato la quota di 6 milioni. Le tessere del sindacato di Corso d'Italia sono state, infatti, 5.712.642, con un incremento positivo di 27.678 unità, pari allo 0,49% rispetto all'andamento del tesseramento del 2011. Questi alcuni dei dati presentati oggi (22 febbraio) nel corso della conferenza stampa che si è tenuta presso la sede della CGIL Nazionale, a Roma, alla presenza del Segretario d'Organizzazione, Vincenzo Scudiere e del Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso.
La CGIL si è detta soddisfatta dei risultatati ottenuti dalla chiusura del tesseramento 2012, risultati importanti se collocati in una fase storica caratterizzata da una forte crisi economica che ha visto una drammatica riduzione dell'occupazione.
La FILCAMS CGIL si rivela la prima categoria tra i lavoratori attivi con 432.193 iscritti, seguita dalla FP CGIL con i suoi 411.499 iscritti, e i metalmeccanici della FIOM che hanno tesserato 356.976 lavoratori nel corso del 2012. Tra le categorie che hanno registrato un aumento più significativo il NIdiL CGIL con un incremento del 16,29%, pari a 9.940 unità in più, raggiungendo così quota 70.952 iscritti.
Secondo il Segretario d'organizzazione, Vincenzo Scudiere i dati presentati oggi “sono lo specchio della condizione reale del Paese”. Le categorie della CGIL che hanno registrato una flessione degli iscritti, ha sottolineato Scudiere, sono proprio quelle che rappresentano i settori produttivi che più di altri hanno risentito dell'andamento della crisi e delle scelte errate del governo, tra questi l'edilizia, il settore della conoscenza e dei bancari. Per il dirigente sindacale, i valori negativi registrati dalla FLC CGIL sono innanzitutto da imputare alle “politiche sbagliate con le quali, ad esempio, è stata gestita la questione dell'occupazione nella scuola pubblica. Nel settore delle costruzioni le tante imprese edili che nel 2012 hanno dichiarato fallimento, e le minori coperture rispetto ad altri settori industriali sono state tra le cause della diminuzione degli iscritti per la FILLEA CGIL”.  Nonostante la crisi, che ha colpito tutti, ma in particolare le fasce più deboli della popolazione, primi fra tutti i pensionati, lo SPI CGIL mantiene sostanzialmente inalterato il livello dei suoi iscritti. Novità positiva, ha spiegato poi Scudiere “è rappresentata dal settore del commercio che diventa così la prima categoria per iscritti della CGIL”. un risultato che si spiega anche con l'ulteriore frammentazione del lavoro che nel settore del commercio e dei servizi è più evidente e genera una domanda maggiore di rappresentanza.
Siamo di fronte ad un “cambiamento”, il lavoro strutturato diminuisce e lascia il posto a tante forme di lavoro povero e precario. E' quanto ha sottolineato il Segretario Generale della CGIL, concludendo la conferenza stampa di presentazione dei dati del tesseramento 2012. Tuttavia, ha avvertito Camusso “è elemento di grande orgoglio per la CGIL che, nella trasformazione, si trovi a rappresentare la parte più debole ed in difficoltà del mondo del lavoro”. La crescita degli iscritti nei trasporti, nella sanità privata, nel terziario e tra i lavoratori precari è il “segno che, al di là di tanta propaganda che viene fatta, riusciamo a dare risposte concrete al lavoro”.
Infine, l'augurio della Camusso è che il prossimo anno si possano dare i numeri degli iscritti al sindacato attraverso un sistema di certificazione. “Questo è l'auspicio per il quale stiamo lavorando e ci stiamo muovendo - ha detto - : che il 2013 sia l'anno in cui gli iscritti sono certificati, in cui l'accordo e la legge su democrazia e rappresentanza diventino una certezza per il bene del sindacato e di tutto il Paese”. Nel concludere il Segretario Generale della CGIL ha ribadito la necessità di un accordo non più rinviabile con le controparti su democrazia e rappresentanza. “E' uno strumento essenziale ed è giunta l'epoca per realizzarlo”.







28 gennaio 2013

Tasse, scontro Monti-Camusso

Mario Monti in mattinata ha detto che esclude una nuova manovra in primavera ma ha poi aggiunto che “dipenderà dal voto”. Gli replica a stretto giro la leader della Cgil, Susanna Camusso: ”Benché dimissionario, dovrebbe ricordarsi di essere il presidente del Consiglio, quindi dovrebbe rispondere su a che punto lascia i conti del Paese e non può sostenere che la manovra ci può essere o no a seconda di chi vince anche perché appare un messaggio minaccioso agli elettori”.
”Devo dire – aggiunge Camusso – che appare un messaggio minaccioso agli elettori, anche se non si capisce quale sia la minaccia: i conti sono in ordine o non sono in ordine? Delle due ci dovrebbe dire qual’e', visto che i conti non possono essere in ordine o in disordine in ragione del voto, che deve comunque essere libero”.
Rispetto al suo programma, attacca la leader Cgil, ”credo che sia il modello che abbiamo visto tante volte in questo Paese: abolirò questo, abolirò quell’altro, un milione di posti di lavoro… Salvo poi dimenticarsi cosa si e’ fatto fino al giorno prima e che cosa succederà un momento dopo. Se il presidente Monti pensa che ci siano nel giro di due anni 30 miliardi di risorse disponibili, vorrei chiedergli – prosegue Camusso – come mai non sono investite sul lavoro e per fare politiche che ci permettano di uscire dalla crisi adesso, invece di aspettare il dopo elezioni”.


26 gennaio 2013

Camusso: ripartire dal lavoro, la nostra proposta per il paese

Sceglie il giorno della memoria come incipit del suo intervento Susanna Camusso per chiudere, dal palco del PalaLottomatica, la due giorni della Conferenza di Programma della Cgil, promossa per presentare al Paese il 'Piano del Lavoro'. Prende la parola intorno alle 12.30 e, davanti ai tanti partecipanti ai lavori della Conferenza, il leader della Cgil dedica il suo primo pensiero alla giornata di domani, 27 gennaio. “Ricordarcene e ricordarlo - dice - è parlare di questa nostra Europa e ricordarsi che se il nostro continente ha potuto attraversa una stagione di unità è perché, dalle straordinarie tragedie della seconda guerra mondiale, ha imparato che la pace è la sola occasione per offrire una prospettiva”. Anche perché, ed è notizia di queste ore, “nel nostro Paese si sta riproducendo un vento che non ci piace e nei confronti del quale bisogna fare grande attenzione. Abbiamo visto con stupore quanto poco abbia fatto notizia un'organizzazione, riconosciuta e in lizza per le elezioni, che stava organizzando l'aggressione a una ragazza la cui unica colpa è il fatto di essere ebrea”. Il riferimento di Susanna Camusso è agli arresti di ieri a Napoli di esponenti di estrema destra che si erano dati come obiettivo quello di aggredire e violentare una ragazza ebrea. “Al governo, non al prossimo ma a quello che c'è oggi, chiedo che se non ci siano gli estremi per mettere in atto quella legge che impedisce la ricostruzione di forze fasciste nel nostro Paese”, aggiunge Camusso dal palco. Secondo il segretario della Cgil, il Paese ha bisogno di essere ascoltato. “Capire cos'è il Paese, quali sono i bisogni e le sue necessità. Basterebbe ascoltare la gente che si incontra e provarsi a mettere in relazione con loro per capirne le priorità, le esigente e i bisogni”, ovvero le testimonianze raccolte in questi due giorni, come nella quotidiana attività della Cgil. Un punto, quest'ultimo, di distanza dal governo Monti: “Mentre sarebbe bastato prestare ascolto e attenzione a queste poche cose per conoscere il mondo - afferma Camusso -, il governo non ha voluto vedere cosa stesse succedendo: nella sua azione ci sono forse i numeri della finanza ma di certo non le persone in carne e ossa”. Per questo la Cgil riporta, con la sua proposta, il lavoro al centro. Certo non un lavoro qualsiasi purché sia, perché questo determina nei giovani l'idea che “l'ingresso nel mondo del lavoro sia solo fatica e non l'avvio di un processo di autonomia e di libertà”. Per il Segretario della Cgil ai lavoratori va offerta un'idea di lavoro, di contratti, capace di ricomprendere chi un lavoro ce l'ha, chi lo sta cercano o chi vuole semplicemente mantenerlo. “Il lavoro che dobbiamo fare noi - ha spiegato Camusso - è quello di rivendicare il cambiamento ma sapendo che questo mondo, divaricato e diviso, va tenuto insieme”. E questo processo non può che essere determinato da una contrattazione che sia la libera espressione del rapporto tra le parti. Ecco perché bisogna cancellare l'articolo 8 della legge 138 del 2011. Ed ecco perché va cancellato anche l'articolo 9: “Noi abbiamo un'idea della dignità delle persone per cui il mondo non deve essere dei forti: la creazione dei ghetti dei disabili è una cosa che non vogliamo vedere”, dice il leader della Cgil. Mettere il lavoro al centro dell'azione politica e sindacale vuol dire riconoscere l'importanza dei temi della democrazia e della rappresentanza che sono, secondo Susanna Camusso, “parte della democrazia del nostro Paese" e perché il diritto sia pieno, non basta cancellare gli ostacoli posti dal governo precedente, insieme ai troppi accordi separati ma "serve una legge”. "La prospettiva di un contratto nazionale - ha continuato il Segretario generale della Cgil - deve essere inclusiva delle troppe forme di lavoro. La domanda che ci viene dai precari è quella di offrire anche a loro la possibilità di far valere le proprie esigenze e le proprie rivendicazioni”. C'è insomma un'idea di società nel Piano della Cgil che parte dal lavoro. Come hanno colto gli ospiti intervenuti ieri alla prima giornata. Camusso esprime un apprezzamento nei loro confronti: “Hanno avuto rispetto di noi, non sono venuti qui per fare un comizio. Hanno dimostrato rispetto non dandoci ragione su tutto ma ponendoci domande e esprimendo i loro dubbi”. Replicando alle osservazioni giunte in queste ore, come quelle relative alla tempistica di attuazione della proposta, Susanna Camusso ha rilevato come “si sia creata una strana discussione su un teorico primo e secondo tempo. Non ci sono due tempi ma l'idea che se devi rimettere in moto il paese e che c'è un punto da cui partire”. Non due tempi distinti dunque ma “un treno che non si spezza”. Sulle risorse, il Segretario generale della Cgil ribadisce: “Noi pensiamo che la patrimoniale serva in questo Paese, serva discuterne e farla; così come pensiamo che bisogna cambiare marcia sul tema dell'evasione perché c'è la sensazione che la si prenda troppo bassa. Serve un cambio di passo, anche per interrompere quei canali malavitosi che si inseriscono nel tessuto economico", come ha denunciato anche un giornalista come Giovanni Tizian. "Evasione e tassazione sui grandi patrimoni - ha continuato Susanna Camusso - non possono più essere elusi perché il Paese ha un bisogno urgente di abbassare le tasse sui lavoratori e sui pensionati. Sì certo anche alle imprese - specifica il Segretario generale della Cgil - ma consideriamo che la riduzione del cuneo fiscale per ben due volte è andata tutta a favore delle imprese e non dei lavoratori”. Sul ruolo del pubblico, sull'idea di una sua maggiore presenza in economia, Susanna Camusso, con ironia ha sottolineato “la paura che questa prospettiva ha generato”, Mentre sul tema della spesa pubblica ha evidenziato come la proposta della Cgil individui il tema della sua riorganizzazione “ma anche della necessità di cambiare il modo con cui sono ad oggi è stata affrontato il problema: quello dei tagli lineari". Sugli assetti istituzionali, il Segretario generale della Cgil ha ribadito “che bisogna partire dalle competenze aggregando le istituzioni là dove possono dare risposte più efficienti ed efficaci ai cittadini”. A chi si dice preoccupato di una più incisiva presenza pubblica nel sistema economico, Susanna Camusso osserva: “Siamo un paese strano che storce il naso quando si parla di nazionalizzazioni e poi discute della indispensabilità di finanziare le banche e nazionalizzarle”. Annunciando a breve una proposta con la Fisac per maggiore trasparenza e revisione della governance nel settore bancario, il Segretario generale della Cgil dedica un passaggio delle sue conclusioni alla vicenda del Monte dei Paschi di Siena: “Anche qui - dice - si sta dando un esempio pessimo di come si devono discutere le questioni. Non si vuole affrontare il nodo principale che sta emergendo in queste ore: il sistema bancario è ancora pieno di derivati e di finanza tossica”. Salvo alcune “scomposte reazioni”, da parte di esponenti del centro destra, il Piano del lavoro della Cgil ha registrato attenzione e apprezzamenti diffusi. "Da qui, dal Piano del Lavoro, la Cgil vuole partire. “Adesso per noi si apre un'altra stagione: non solo quella delle cose che non vanno bene ma quella di chi sa che ha una proposta da mettere in campo e vuole confrontarsi a tutto campo. La Cgil ha una proposta che ha bisogno di pochi comizi e tanta discussione con le persone nei luoghi di lavoro". "Alziamo lo sguardo e offriamo risposte alle tante domande che ci rivolgono. Combattiamo l'idea cupa della rassegnazione e apriamo una prospettiva. Torniamo nei luoghi di lavoro e nei territori. Facciamo meno filosofia ma più proposte, cercando l'interlocuzione con Cisl e Uil". "Se ora la Cgil è pronta - ha concluso il Segretario generale della Cgil - è il Paese adesso ad aver bisogno di un governo che si assuma le responsabilità e che abbia una proposta non di galleggiamento, ma di fuoriuscita dalla crisi. Qualunque esso sia,qualunque siano le proposte che avremo di fronte, noi saremo in piedi sulle nostre gambe" "Non per altro la Cgil, come recita la campagna per il tesseramento 2013, è "Fondata sul lavoro”.

25 gennaio 2013

Cgil,programma con la presentazione del Piano del lavoro: Parla Susanna Camusso

ROMA – “Parlare del lavoro è parlare del pane, è la condizione necessaria per uscire dalla crisi”. Susanna Camusso, leader della Cgil, lo ha detto all’apertura della Conferenza di programma con la presentazione del Piano del lavoro la mattina del 25 gennaio. Per uscire dalla crisi, spiega Camusso, l’unica via è quella di “creare e difendere il lavoro”. Il governo, seconda la leader della Cgil, deve garantire equità fiscale ed i fondi per finanziare la crescita possono essere trovati anche dal recupero di soldi dalla lotta all’evasione fiscale. Parlando delle elezioni e delle campagne elettorali  Camusso afferma: “Servono programmi, non creare nemici per evitare di confrontarsi sui temi importanti”.
Camusso ha detto: “Il lavoro è l’unica vera condizione per creare ricchezza nel nostro Paese e nel mondo, la condizione per uscire dalla crisi. Creare e difendere lavoro è l’unica premessa credibile di una proposta per uscire dalla crisi”.
La leader della Cgil ha aggiunto: “‘Le scelte europee e la loro traduzione italiana hanno aggravato la crisi, non hanno posto le premesse per uscirne. Perché è  stata sbagliata la premessa: quella del rigore e dell’ossessione del debito pubblico”.
Poi aggiunge: “Dobbiamo essere netti: non si esce dalla crisi italiana se non c’è un governo che sappia e voglia. La prima grande necessità si chiama equità fiscale, una seria progressività della tassazione e una tassa sulle grandi ricchezze, sui patrimoni e sulle rendite finanziarie mobiliari e immobiliari”.
Camusso spiega che un’altra delle ”strade di finanziamento” viene dalla lotta all’evasione fiscale: ”Dopo anni di propaganda pro-evasione, il tema deve e può tornare sui giusti binari”. Siamo ”convinti che l’Italia può uscire dalla crisi se è tutta insieme. A pezzi si aggrava la crisi”.
Parlando delle elezioni, aggiunge: “Non è riconoscimento e rispetto quel tramestio che caratterizza la campagna elettorale, che non distingue i ruoli, che confonde responsabilità, che crea nemici per non provare a misurarsi sui contenuti, che scarica responsabilità per non ammettere che ha trascurato il Paese”.


25/01/2013, ore 12:15 - Camusso, il Piano del Lavoro per uscire dalla crisi
Il Piano del Lavoro è la nostra proposta per uscire dalla crisi, la traccia con la quale indichiamo che Paese potremmo essere, l'idea di un nuovo modello di sviluppo che generi benessere. Non nascondiamo che è una proposta che si confronta con una composizione di parametri del PIL ben più ricca e vasta. Un adagio di questi anni, dicevamo, è il welfare come costo, è il welfare che non deve più essere lavorista, è il cambiamento della popolazione, dai migranti all’allungamento dell’aspettativa di vita, che lo rendono un costo insostenibile nel tempo e così via. Una litania infinita. Abbiamo detto che rivendichiamo la riforma della Pubblica Amministrazione, essenziale sia per il welfare che per la programmazione. Un welfare che rimetta al centro le persone e la loro condizione con la misura dei fabbisogni, l’appropriatezza delle prestazioni sanitarie e socio-assistenziali. Un welfare pubblico che può essere integrato da quello contrattuale o dagli accreditamenti, ma non sostituito. Ma quando sentiamo non lavoristico, vorremmo ricordare che tanta parte del welfare è già determinata dal contributo delle imprese e dei lavoratori. E se la legge sugli ammortizzatori è così sbagliata è proprio perché non ha saputo misurarsi con l’origine del finanziamento del sistema, renderla omogenea e mettere risorse per renderla universale, disponibile anche al mondo del precariato e del lavoro parasubordinato, atipico, mentre si aveva in animo di cancellare quanto già finanziato dalle parti. Ma analogo ragionamento possiamo fare per la formazione e per la previdenza complementare. Tanti aspetti del welfare che non devono essere trasformati in assicurazioni individuali, cancellandone la natura universalista. Ma confutato questo adagio sul welfare, ribadito che è produttore di sviluppo, generatore di occupazione, serve un cambiamento del sistema. Cosa vuol dire nuovo welfare, welfare territoriale, con che problemi si deve misurare? Abbiamo visto tanti tagli, non riforme. La composizione della popolazione muta, si allunga la vita, ci sono esigenze che slittano nel tempo, c’è un grande tema di invecchiamento attivo, che non può essere solo allungamento infinito degli anni di lavoro, così come il ponte generazionale abbiamo capito essere tutto nuovamente a carico delle parti. Ma se è così, questo welfare non funziona con la nuova legge delle pensioni e il metodo contributivo ad attuali coefficienti. Ma la popolazione muta nelle solitudini, nei bisogni che si vedono e che vanno rilevati. Ci vogliono politiche di domiciliarità per la non autosufficienza, favorendo l’autonomia ma non trasformandola in solitudine. Serve un’idea vera di politiche attive di sostegno al reddito, formazione, diritto allo studio dalla primissima infanzia. Ovvero nuovo welfare non è un esercizio teorico, è misurarsi con le persone, in un grande rispetto delle loro scelte nell’attenzione alla coesione sociale, come abbiamo detto parlando di contrattazione sociale. Nel Piano del Lavoro di cui siamo soggetto promotore e attore non solitario, abbiamo detto che nessuno è autosufficiente e che non ci vogliamo sostituire ad alcuno. Riteniamo che tra le pagine da voltare, nel “nulla sarà come prima”, c'è anche quella compiuta con la svalorizzazione della rappresentanza sociale, e di quella del lavoro in primis. Poniamo esplicitamente il problema del riconoscimento e del rispetto. Non è riconoscimento e rispetto quel tramestio che caratterizza la campagna elettorale in corso, che non distingue i ruoli, che confonde responsabilità, che cerca nemici per non provare a misurarsi sui contenuti, che scarica responsabilità per non ammettere che ha trascurato il Paese. Abbiamo delineato la priorità, il lavoro, una proposta per l'emergenza, i giovani e la creazione di posti di lavoro, la riorganizzazione del Paese con i progetti operativi. Abbiamo cioè indicato la necessità di un nuovo compromesso sociale. Lo abbiamo qualificato non guardando a come eravamo, ma come scelta per determinare la qualità di quel “nulla sarà più come prima”. Governare quel cambiamento è progettare il futuro che dobbiamo cominciare a costruire nel presente. Una nuova stagione di partecipazione, di condivisione, di conflitto positivo, non preventivo e non fine a se stesso. Per questo, lo diciamo ai nostri ospiti, vedremmo con orrore un'interlocuzione tipo “il vostro programma è il nostro”. L'esperienza ci dice che è strada sbagliata e scivolosa. Sbagliata perché quando diciamo “ci vuole un nuovo compromesso sociale” non pensiamo ad un patto generale, magari di legislatura. Il Piano del Lavoro è una proposta compiuta che mettiamo a disposizione del Paese, intorno alla quale crediamo possa crescere un dibattito e una mobilitazione collettiva, che dovrà e potrà vedere accordi generali o più specifici, tra parti e non tra partner. Il fine, cioè, è il merito delle cose che si faranno, non il metodo. Il Piano del Lavoro è l'oggi e i prossimi anni. Sarà per noi la misura del cambiamento e dell'idea di sviluppo del Paese. Non ci distrarrà dall'idea che priorità nel Piano del Lavoro è creare lavoro per i giovani, ma serve subito, lo dico nuovamente ai nostri ospiti, dare un segno della qualità politica di una nuova stagione affrontando alcune scelte che tra l'altro non costano. La prima è senz’altro la cancellazione dell'articolo 8 e dell’articolo 9: se l’articolo 8 è quel passo indietro che la legislazione deve fare perché la contrattazione sia libero esercizio delle parti, non costruzione derogatoria e cancellazione delle certezze contrattuali, l’articolo 9 è un problema di civiltà, di necessità di inclusione dei diversamente abili, di dignità e rispetto, che mai troverà risposta nella costruzione di ghetti. La seconda è la legge sulla democrazia e rappresentanza a cui proviamo a contribuire lavorando per l'accordo tra le parti. Mentre temiamo che urgenza ed emergenza restino gli ammortizzatori in deroga e la soluzione per gli esodati. Non si ferma ovviamente qui l'elenco delle necessità, quelle che al governo che verrà dovremo proporre: dal come si ripara ai guasti dei tanti tagli e delle tante iniquità, alle leggi da correggere che dovranno accompagnare quella riorganizzazione del Paese che abbiamo tracciato. Il Piano del Lavoro nel 1949/50 indicava le scelte del Paese, indicava che cosa CGIL, lavoratori e lavoratrici, pensionati avrebbero messo al servizio del Paese. È stato nel tempo tradotto negli “scioperi alla rovescia”, definizione in realtà sbagliata. Il Piano del Lavoro fu sorretto da tante lotte e mobilitazioni, ma certo allora si mise a disposizione lavoro per ricostruire infrastrutture e per progettare consumi per un mondo del lavoro che ben pochi consumi poteva permettersi. Abbiamo riflettuto su quell'esperienza. Nel vedere la somiglianza e le differenze abbiamo colto il chiamare alla mobilitazione di tutti per indicare degli obiettivi e per porre degli interrogativi, perché non è solo proporre, è anche come si contribuisce oltre il quotidiano e strategico fare. Abbiamo riflettuto sull'imperativo categorico del creare lavoro, definendolo come buon lavoro qualificato. Abbiamo riflettuto sull'esperienza del Paese, sugli effetti dell'innalzamento dell'obbligo scolastico e, pochi anni dopo, sui processi di ri-alfabetizzazione, sull'accesso all'istruzione anche per chi ne era stato escluso. Per usare la formula di allora, pensiamo che dobbiamo accompagnare il Piano con le 150 ore "alla rovescia". Il lavoro, diciamo sempre, ha grandi saperi. Li ha sul lavoro stesso, sui prodotti, sulla contrattazione, sulla sicurezza e salute, sulla tutela individuale e collettiva, e tanti altri saperi e conoscenze. Le nostre Camere del Lavoro sono state da sempre anche luogo di istruzione. Abbiamo insegnato la lingua italiana agli stranieri, abbiamo voluto la traduzione delle segnalazioni di sicurezza nei cantieri. Il nostro mondo, dai pensionati ai lavoratori, è una miniera di esperienza, conoscenza, saperi e di desiderio di apprendimento. Allora questa sarà la nostra sfida nella sfida, essere “maestri”, trasmettitori di conoscenza, interlocutori e progettisti dei programmi operativi del nostro Piano, propagatori di una cultura positiva del lavoro. Non sostituti delle funzioni istituzionali, ma promotori, come nelle 150 ore, dell’istruzione come diritto collettivo e permanente, oltre i cicli scolastici e l'età, anche come risposta ai desideri. In quest'epoca schiacciata sul presente, condizionata da un contingente che cancella valori, abbiamo voluto alzare lo sguardo, tradurre quel “noi non ci rassegniamo” e “cambiare si può” con cui abbiamo colorato le tante piazze della nostra lunga mobilitazione di questi anni. Sappiamo di avere la responsabilità verso quei tanti che hanno guardato e guardano a noi per mantenere fiducia nel futuro; abbiamo l'orgoglio di avere tenuto aperta la prospettiva quando troppi abbassavano le bandiere; abbiamo l'idea che il lavoro sia l'unico vero soggetto di trasformazione positiva. Abbiamo tradotto tutto questo nel Piano del Lavoro, una proposta che è aperta al contributo e al confronto, tracciata nella linea fondamentale, ma che ancora può e deve crescere. Una proposta che, lo ribadiamo ancora una volta, non è il libro dei sogni, non dà i numeri, ma costruita per progetti, dà concretezza ed immediatezza, celerità di risposta alla disoccupazione dei giovani e delle giovani. Un Piano per prendersi cura del lavoro e del Paese. Prendere in carico e curare sono parole inusuali nel lessico politico, emergono solo quando si parla degli affetti e dei compiti delle donne, a proposito di modernità e cambiamento. Le donne non solo curano, ma cambiano il lavoro, il mondo, il benessere di tutti, per questo prendersi cura parla a tutti ed è responsabilità di tutti. Il Piano del Lavoro lo porteremo nelle assemblee, nelle nostre rivendicazioni, nel nostro agire quotidiano.






24 gennaio 2013

Susanna Camusso, 34 anni fa le Br uccidevano Guido Rossa, un eroe civile

“Il 24 gennaio del 1979, esattamente trentaquattro anni fa, le Brigate Rosse assassinavano Guido Rossa, operaio Italsider e sindacalista della CGIL. Un uomo che non ha esitato a denunciare pubblicamente il terrorismo, e le sue infiltrazioni nelle fabbriche, in un momento straordinariamente difficile per la storia del Paese, quando il fenomeno terrorista era invasivo e pervasivo. Un uomo, un padre, un eroe civile che con il suo sacrificio ha segnato una svolta decisiva nella battaglia contro il terrorismo”. A ricordare la ricorrenza in una nota è il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso.

“Trucidato per aver denunciato un brigatista infiltrato in fabbrica - prosegue il leader della CGIL -, la morte di Rossa è stata uno spartiacque nella lotta contro il terrorismo. Il suo atto consapevole bruciò ogni possibile zona grigia, collusiva o compiacente, rendendo esplicita e trasparente la scelta di assumere il terrorismo come il nemico dei lavoratori, della classe operaia e della democrazia. Un atto lucido, chiaro e coerente, che portò ad una conseguenza cruciale e fondamentale nel Paese: individuare nel terrorismo il nemico e che questo andava combattuto senza alcuna ambiguità”.

Ma il suo, aggiunge Camusso, “fu soprattutto un gesto altamente politico. La vicenda di Guido Rossa ci insegna ancora oggi quanto è importante l'esercizio della responsabilità individuale nello svolgimento del proprio ruolo e delle proprie funzioni, in un Paese, allora come ora, in cui spesso ciò non accade. La scelta di Guido Rossa va compresa da questo punto di vista: era mosso e animato dal rapporto tra il senso della propria vita e l'interazione con un mondo che riteneva ingiusto e che andava cambiato. Combatteva le diseguaglianze, difendeva gli ultimi e più deboli, individuando nell'altro il centro della sua vita: un esempio - conclude - valido soprattutto oggi nei confronti di chi ha, o mira ad avere, responsabilità pubbliche e che spesso non si comporta con lo stesso metro di misura”.


10 gennaio 2013

Camusso, il lavoro sia motore per far ripartire il Paese

Presentato ieri (9 gennaio) il libro-intervista al Segretario Generale della CGIL a cura di Stefano Lepri 'Il lavoro perduto'. Un dibattito condotto da Massimo Giannini, vice direttore de 'La Repubblica' con Susanna Camusso e il ministro per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca 


‘Il lavoro perduto’ è il libro-intervista al Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso a cura di Stefano Lepri, giornalista de “La Stampa” edito da Laterza (160 pagine) e presentato ieri (9 gennaio) presso la libreria Fandango Incontro a Roma alla presenza dello stesso Lepri, di Susanna Camusso, del il ministro per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, e del vice direttore de 'La Repubblica', Massimo Giannini. 
Un libro attraverso il quale non solo si analizza il ruolo e la trasformazione del sindacato in una società che cambia, ma si tratta anche di un’occasione per ribadire l’esigenza espressa da Susanna Camusso di “ricollocare il lavoro al centro delle politiche”. La leader della CGIL parla di un lavoro con diritti che sia in grado di ridare dignità ai lavoratori che hanno perso autonomia e autosufficienza con la precarietà e il ‘lavoro povero’. Il messaggio del Segretario Generale della CGIL è chiaro: il lavoro deve essere il motore per far ripartire il paese. 

02 gennaio 2013

Camusso: "Dall’Europa alle politiche sociali agenda Monti molto deludente"

In un'intervista al quotidiano 'la Repubblica' è netto il giudizio espresso dal Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, sull'agenda Monti: "Ci sono i titoli, ma mancano le proposte. È stata una lettura deludente, priva di pensiero innovativo. Un déjà vu". "Il conservatore è lui non la CGIL"
«Ci sono i titoli ma mancano le proposte»: giudizio netto quello di Susanna Camusso, segretario generale della CGIL, sull’agenda Monti. «È stata una lettura deludente, priva di pensiero innovativo. Un déjà vu», dice il capo del più grande sindacato italiano additato proprio dal premier dimissionario come uno dei soggetti della conservazione.

Camusso, ma lei se l’aspettava che Monti scegliesse l’impegno politico?
«Lo dissi in tempi non sospetti che il cosiddetto patto per la produttività, quello che la CGIL non ha firmato, costituiva un’operazione politica. Dunque non mi ha stupito la mossa di Monti anche se rimango perplessa su come un governo nato super partes possa partecipare a una competizione elettorale ».
Quella sulla produttività era un’operazione politica perché finiva per escludere la CGIL? «Perché sceglieva uno schieramento, dava vita a una grande coalizione attraverso la quale realizzare un’operazione di divisione»
Che poi ha portato Monti a definire la CGIL conservatrice?
«Non mi affascina dare voti. Certo quella mi pare una tesi ardita tanto più che proviene da chi ha negato la concertazione e al massimo ha “concesso” la consultazione ».
Resta il fatto che Monti vi considera un ostacolo all’innovazione.
«Mi pare che a partire dal capitolo sull’Europa, l’agenda Monti sia totalmente espressione di una posizione conservatrice. Rispetto a un dibattito che si pone il tema della federazione degli stati europei, il programma del presidente del Consiglio è fermo al fiscal compact. Da quella concezione dell’Europa deriva anche l’assenza delle politiche sociali nell’azione del governo e che l’agenda ripropone ».
I vincoli europei vanno però rispettati. O pensa che vadano ridiscussi?
«Certo che quei vincoli vanno rispettati. E capisco che dopo Berlusconi andava precisato, ma non si può ridurre l’Europa al fiscal compact».
Ritiene che ci siano somiglianze tra il programma di Monti e quello del ‘94 di Berlusconi?
Alcuni lo pensano, io no. L’unica cosa che mi asconcerta è l’idea che nella società civile esistano solo gli imprenditori. Non c’è nient’altro. Manca la società che certo è un paradosso per chi sostiene — e io condivido — che si debba superare l’individualismo per ritornare a una dimensione collettiva. La “mancanza di società” conduce così a sorvolare sui temi decisivi come per esempio quelli della cittadinanza per tutti coloro che nascono in Italia o della laicità».
Quale ruolo pensa abbia avuto la Chiesa nella costruzione della discesa in campo di Monti? «Penso che la Chiesa si sia fin troppo occupata della sfera secolare del potere. Ma è difficile non vedere una sua influenza nella concezione tradizionalissima e poco realistica della famiglia, quale emerge dall’agenda Monti».
Non è d’accordo con Monti quando sostiene che si deve ridare vigore alla produzione industriale? "Significativamente il capitolo sull’industria comincia citando tre casi: Ilva, Alcoa, Irisbus. Perfetto: tre vertenze non risolte. Le ricordo che Monti è il presidente del Consiglio dimissionario. Quelle vertenze le ha gestite anche il suo governo».
C’è anche la proposta di istituire un Fondo per le ristrutturazioni industriali. Non le piace?
«Il limite di quell’agenda è che si affida tutto al fisco e alla ripresa degli investimenti dei privati. Allo Stato non viene affidato alcun compito. Perché non si propone di incrementare gli investimenti pubblici produttivi? L’unica leva su cui si opera è quella fiscale. Si riduce tutto a una manovra fiscale, con l’attivazione di crediti di imposta, di defiscalizzazioni, di trattamenti fiscali diversificati. Per il resto ci sono i temi, ma mancano i relativi svolgimenti».
Sul lavoro c’è un pacchetto di proposte sui giovani e le donne. Idee conservatrici?
«Si dice che c’è il dualismo nel mercato del lavoro, ma non come uscirne. E soprattutto si dice che non vanno toccate le nuove norme sul lavoro. Difficile non essere d’accordo che al massimo si possa rimanere disoccupati per un anno. Domanda: come?».
Quello sulle donne non è un capitolo originale? «Per la verità Monti aveva detto le stesse cose nel suo discorso di insediamento davanti alle Camere. E poi sono almeno dieci anni che noi della CGIL, forti anche di uno studio proprio della Bocconi, sosteniamo che con 100 mila nuovi posti di lavoro di donne il Pil potrebbe crescere dell’1,5 per cento. Ma poi, le politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia Monti pensa di farle con la leva fiscale o con i servizi pubblici? Di tutto questo non c’è traccia. Così come sono stati espunti il Mezzogiorno, la coesione sociale, e lo stesso fenomeno della povertà infantile».
Eppure si riconosce la centralità della scuola. Più che la Thatcher, come lei ha detto, Monti copia Tony Blair. Non crede?
«Sulla formazione e la scuola, al di là del titolo, il documento cita solo la valutazione degli insegnanti e nulla dice come rimediare ai tagli. Mi pare davvero poco se, come penso, su scuola e formazione costruiamo il nostro futuro».

19 novembre 2012

Camusso aderisce a “Convenzione contro la violenza maschile sulle donne-femminicidio”

Adesione di Susanna Camusso alla “Convenzione nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio”. E' molto importante - spiega la Segretaria generale Cgil, nella lettera di adesione - la scelta fatta da tante associazioni e realtà  nazionali della società  civile di promuovere e proporre a tutte le Istituzioni una Convenzione per contrastare e prevenire la violenza contro le donne e contro i diritti umani.
La Convenzione - aggiunge - richiama le Istituzioni alla loro responsabilità ,ricorda come la libertà  femminile sia la premessa di civiltà  del paese afferma in modo inequivocabile che la violenza maschile sulle donne non è un tema privato, mai: nè quando la violenza avviene tra le mura domestiche, nè quando si esprime in tante forme nei luoghi di lavoro . Al contrario il contrasto alla violenza sulle donne è un grande tema politico. Ma non è solo una scelta importante.
Il richiamo, prosegue Camusso, che la Convenzione lancia alla responsabilità  delle Istituzioni è un atto necessario e lo è per moltissime ragioni. Per il numero crescente di femminicidi in Italia; per il persistere di tendenze socio-culturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica;per l'assenza di osservatori per la rilevazione sistematica dei dati;per la stessa rappresentazione del corpo delle donne nei media e nella pubblicità; per la sostanziale esclusione delle donne dalla vita pubblica e dal lavoro; per la scarsa efficacia delle misure di contrasto finora messe in atto; per la stessa debolezza e non completa attuazione del Piano nazionale Antiviolenza del Dipartimento Pari opportunità. Per tutte le ragioni cioè che la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, ha elencato nel suo terribile rapporto sull'Italia.
Ma c'è violenza anche nel mondo del lavoro - continua la segretaria generale della Cgil -. La crisi che investe l'economia italiana è affrontata con politiche recessive di austerità  che il Sindacato Europeo proprio oggi 14 novembre ha contestato con la mobilitazione e lo sciopero: questo approccio ci condanna alla recessione e rende il lavoro sempre più precario e i giovani e le donne sempre più soli. Sappiamo quanto la precarietà  esponga le lavoratrici native e migranti al ricatto sessuale ,quanto faccia proliferare le dimissioni in bianco,indebolisca la sicurezza nei luoghi di lavoro e alimenti il mobbing.
Anche per questo chiediamo da tempo che venga recepito in Italia l'accordo quadro europeo sulle molestie e sulla violenza sul luogo di lavoro firmato a Bruxelles ben tre anni fa,nel 2007, dal sindacato europeo e dalle associazioni delle imprese. Sono convinta che la violenza contro le donne sia una sconfitta per tutti, come abbiano voluto scrivere nello striscione appeso sulla porta della sede nazionale della Cgil. Per tutto questo - conclude Camusso - sottoscrivo la Convenzione no more.

Produttività, Cgil Nazionale: Nota di Susanna Camusso

Il testo che le controparti hanno sottoposto al giudizio e alla firma delle organizzazioni sindacali dal titolo "linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia" contiene elementi non condivisibili.
La CGIL considera non esaurito il confronto, in particolare sul salario, sulla democrazia e sulle normative contrattuali. Il lungo confronto ha determinato, rispetto alle prime stesure, e grazie alla determinazione della CGIL, anche elementi d’avanzamento nella difesa della condizione delle persone e, proprio per questo, il negoziato merita la prosecuzione.
Il giudizio della CGIL resta negativo su alcune parti sostanziali del testo proposto, ritenendo che la scelta del Governo e delle controparti di considerare le condizioni di lavoro l'unica variabile della produttività su cui agire, ha fin dall'inizio segnato negativamente il negoziato, rendendo così la produttività da scelta strategica per lo sviluppo del Paese a riduzione del reddito dei lavoratori e delle lavoratrici.
Nel merito del testo.
La CGIL continua a ritenere che il CCNL debba avere la funzione di tutelare il potere d'acquisto delle retribuzioni dell'insieme dei lavoratori e delle lavoratrici di ogni singolo settore, incrementando i minimi tabellari che determinano anche le relative incidenze, mentre il secondo livello (che attualmente riguarda meno del 30% del lavoro dipendente) deve aggiungere risorse legate alla produttività nell'impresa. Per questo abbiamo proposto una formulazione diversa del testo per rendere esplicita la separazione tra i due livelli:
- la garanzia del potere d'acquisto da attuarsi nei rinnovi contrattuali;
- l'introduzione di un altro elemento distinto, che scatterebbe laddove non vi sia la contrattazione aziendale.
Invece la soluzione presente nel testo considera l'indicatore IPCA -già non esaustivo del recupero del potere d'acquisto- indicatore onnicomprensivo del primo e secondo livello di contrattazione. In questo modo si andrebbe alla differenziazione dei minimi salariali e alla riduzione della protezione del potere d'acquisto delle retribuzioni. Questa scelta ha un ulteriore effetto recessivo, visto il già presente impoverimento delle retribuzioni e relative contrazioni dei consumi, e perde l'effetto di incentivazione della produttività a fronte di fattori organizzativi e di investimenti che le rendessero disponibili.

14 novembre 2012

14 novembre Sciopero Generale: Il discorso del Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso

“Prima di tutto un pensiero alle vittime delle tragedie di questi giorni dovute alle alluvioni, un pensiero ai lavoratori dell'Enel deceduti e alle loro famiglie, ai tanti cittadini che spalano fango come succede ogni volta, in un Paese che si frantuma, che non è in sicurezza. Ennesima tragedia che ci parla di come è oggi il nostro Paese e di come invece bisognerebbe affrontare il futuro”. Ha voluto aprire così oggi il suo intervento conclusivo della manifestazione di Terni, il Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso: “E' arrivato il momento di cambiare le politiche. Dopo un anno di governo dei tecnici è il tempo dei bilanci e siamo al disastro. Ma anche l'Europa deve invertire subito la rotta per evitare che si mandi in frantumi il sogno europeo con il declino”

25 milioni di disoccupati in Europa. Oggi, ha detto Susanna Camusso, nelle piazze d'Europa, i lavoratori e le lavoratrici stanno protestando per dire basta all'austerità, per dire basta a quelle politiche che stanno appunto rovinando il sogno europeo. Basti pensare ai 25 milioni di giovani disoccupati per capire ciò che sta succedendo. E questo è il dato che decreta meglio di tutti il fallimento delle politiche scelte finora. Ci piace invece ricordare che l'Europa è stata la grande risposta alla guerra, un'idea di pace, mentre oggi si fatica sempre di più fatica a ritrovare quell'idea di Europa. Ma la novità di oggi è che tutti i sindacati europei hanno deciso di scendere in piazza contemporaneamente. Per dire una parola sola: non si esce dalla crisi se non si riparte dal lavoro, dalla difesa e creazione del lavoro.

Può riemergere l'autoritarismo. “Vorremmo dire a questa Europa – ha detto Camusso dal palco di Terni – che siamo molto preoccupati per le scelte miopi che si stanno compiendo. Scelte che possono provocare il ritorno di tensioni e fantasmi, a partire dalla ricostituzione di gruppi neofascisti e neonazisti.” E anche questo è un effetto dell'abbandono dell'idea dell'Europa sociale e del lavoro
Chi vuole cacciare la Grecia affama un popolo. No dunque, alle scelte dei burocrati che rischiano di far riemergere l'autoritarismo. In una Europa, nobel della pace, si deve riprendere la costruzione di uno stato unico, uno stato sociale per rilanciare il sogno europeo. E per far questo – ha spiegato il Segretario Generale della CGIL, si deve cambiare politica, avere un'idea della politica dell'Europa.

Si deve cambiare registro e non possiamo accettare le lusinghe di chi oggi viene nelle piazze a dire che non ci sono state responsabilità, scaricando sempre le colpe su altri. “Oggi in 27 paesi d'Europa stiamo dicendo che per far vivere l'Europa bisogna cambiare politica e stiamo dicendo che chi vuole cacciare la Grecia dall'Europa vuole solo affamare un popolo non dare una risposta ai problema. Basta quindi fiscal compact, basta governi dei tecnocrati, ci vuole un'Europa del lavoro e dello Stato sociale.
Un anno di disastri. Anche per l'Italia la situazione è molto chiara. Dopo un anno di governo Monti non possiamo che constatare “un anno di disastri e di non risposte al mondo del lavoro. Si è tolta la fiducia e la speranza e non ci vengano a dire che si vede la luce in fondo al tunnel: si dica la verità”. Dopo mesi e mesi in cui aumenta la disoccupazione per le politiche che sono state fatte. “Bisognerebbe cominciare a dire con chiarezza che cosa ha significato aggravare la recessione. Il Paese è ogni giorno più povero. Per questo bisogna prendere una strada diversa perché non è vero che l'unica strada era quella scelta. Anzi quella strada ha determinato il fatto che i lavoratori sono sempre più poveri, mentre una manciata di europei e di italiani è sempre più ricca”.
Tassare i grandi capitali. Si possono fare cose diverse già nella legge di stabilità, ha spiegato Camusso. Ci vuole una tassazione sui grandi capitali, le grandi ricchezze. “Non ne possiamo più di tasse che tornano sempre sul lavoro. Non va bene che non ci sia una misura generale che riduce le tasse al lavoro perché ancora una volta paga solo il mondo del lavoro”. Molte imprese dicono che bisogna ridurre le tasse sull'impresa. “E' vero – ha precisato il Segretario della CGIL - ma vorremmo anche ricordate che la riduzione del cuneo è andato finora solo a beneficio delle imprese. Ora è il turno del lavoro”
Un Paese che non sa riscaldare le sue scuole. Il governo dovrebbe cominciare a capire che cosa vuol dire tagliare occupazione, non come fa un ministro, che in un modo inaudito, annuncia gli esuberi della pubblica amministrazione su twitter. Si facciano bene i conti – ha detto Camusso – che cosa vogliono dire i tagli, che cosa vuol dire ridurre i servizi. E da questo punto di vista non è stato neppure un caso che questa mattina molti sindaci abbiano voluto partecipare alle manifestazioni della CGIL. Sono proprio loro, i sindaci, che sanno bene cosa vuol dire garantire i servizi, dare risposte ai cittadini, con le risorse tagliate e senza investimenti. “Siamo arrivati al punto – ha detto la leader della CGIL – di dover sentire i ragazzi che denunciano la mancanza di riscaldamento delle scuole. Di che Paese parliamo?”.

Anche la legge sulla corruzione è monca. Si potevano fare cose importanti che non sono state fatte. La legge sulla corruzione, per esempio, era un provvedimento da fare, ma si è fatta una legge che non prevede la reintroduzione del falso in bilancio e che non dice nulla sugli appalti al massimo ribasso
Il Segretario Generale della CGIL ha poi spiegato il motivo della scelta di Terni come luogo simbolo della giornata di mobilitazione europea. “Siamo a Terni – ha spiegato Camusso – perché è in una regione importante, ha importanti industrie, e ha un'azienda simbolo dela cecità europa, quell'acciaieria che per noi deve rimanere grande fiore all'occhiello”. La politica europea in questo senso è miope perché si basa sul scaribarile dai paesi forti a quelli più deboli. Un'Europa che non si rende conto che pensando alle dimensioni grandi delle imprese, “non si capisce che quello che è troppo grande in Europa è troppo piccolo nel mondo”. E alla fine non saremo più competitivi.

Le acciaierie di Terni devono vivere. Terni deve rimanere – dice il Segretario della CGIL – ma non possiamo perdere neppure la siderurgia, la  Lucchini, dobbiamo risolvere il problema di Taranto dove si contrappongono salute e lavoro), dobbiamo affrontare il problema dei tanti siti siderurgici che annunciano tagli. Ma si può fare tutto questo senza immaginare una politica industriale? Senza le produzioni di base? “A Confindustria vorremmo dire che bisognerebbe pensare meno a privatizzare, e più a quali investimenti privati si possono fare. Come mai quando ci sono le crisi industriali non si trovano mai imprenditori disposti a rischiare?”
Urge una vera politica industriale. L'Italia non deve rinunciare alla siderurgia, all'alluminio, all'automobile. Deve intervenire lo Stato innanzitutto, ma quello che anche manca è la scarsa volontà di rischio delle imprese. Anche a Terni non si deve vendere di nuovo ed è anche preoccupante che ci si debba rivolgere sempre alle multinazionali. Non ci sono mai imprenditori disposti a rischiare e temo che ci sarà ancora da guardare all'estero” Ma anche con le multinazionali – ha spiegato il Segretario Generale durante il suo intervento conclusivo a Terni - ci sarà un momento per discutere in modo diverso. E oggi gli scioperi in tutta l'Europa si misurano anche con le multinazionali, mentre in Italia con il polo chimico che alza le mani, la Merloni in vertenza da cinque anni, la crisi a Terni, quella della Lucchini, a Piombino, le tante vertenze ancora irrisolte al tavolo del Ministero. “Che cosa vuole essere questo paese? Abbiamo parlato più volte negli anni di deindustrializzazione. Oggi rischiamo di vederla realizzata”. Per questo Terni è stata scelta oggi come simbolo della crisi europea e dell'Italia.

Il governo convochi le imprese pubbliche e private. Da questa situazione si deve uscire al più presto. Ed ecco una proposta avanzata dalla CGIL. Il governo dovrebbe organizzare un tavolo con le grandi imprese pubbliche e private, per lanciare un vero programma di politica industriale e per non lasciar morire Finmeccanica.

“Ma purtroppo - ha detto Camusso - non vediamo nessuno che si renda conto che il lavoro va difeso e creato. Nessuno che si renda conto che il lavoro è anche lavoro sociale, welfare, assistenza alle persone disabili, istruzione, sanità: Bisogna smetterla di di dire che tutto questo è solo un costo, così si monetizza la vita delle persone e non si da una prospettiva”. I ragionieri dovrebbero provare a fare due conti: quanto costa mettere sempre cerotti, piuttosto che mettere il Paese in sicurezza? E quanto costa per il Paese vedere tanti giovani che non trovano lavoro e che sono costretti a emigrare. Oggi, poi, non si tratta più solo di laureati, ma anche di giovani che emigrano come operai oltre confine, per il lavoro negato nel proprio paese. Bisogna cominciare a guardare questo Paese reale, non le telenovela. “Chi ha responsabilità di governo – ha detto Camusso tra gli applausi - provi a incontrare direttamente i lavoratori che con le lacrime agli occhi  raccontano di essere stati costretti a ritirare i propri figli dall'università. Provino a vedere un Paese dove non c'è mobilità sociale, non c'è uguaglianza non c'è idea di un Paese che vogliamo. Una situazione che non solo è ingiusta, ma mette a rischio la democrazia, perché chi non studia non può scegliere”.
Bisogna chiedere ai cittadini di scegliere. Ora i mesi che abbiamo dinnanzi saranno di cambiamento, si deve andare alle elezioni per cambiare questa politica. “Non ne possiamo più di questa politica” ha detto Camusso e rivolgendosi agli altri sindacati ha ricordato che il Paese è in condizioni difficili, la crisi non smette di mordere, “ma sappiamo bene che se non si fa nulla per contrastare questi fenomeni, ci si possono aspettare solo effetti moltiplicatori della crisi. Ci si può aspettare solo la crescita della sfiducia, della disperazione dei singoli, delle imprese che non trovano voce. “L'unica vera arma che abbiamo è quella di stare insieme per cambiare le cose, per  rimontare dalla sfiducia. Fare proposte e mettere le persone insieme. Far capire che si tratta di un problema collettivo e non di colpe individuali. Per questo è giusto chiamare i lavoratori alla lotta e al cambiamento, se non si da una prospettiva, cresce solo la disperazione. Questa è la nostra responsabilità che ci siamo assunti oggi stando nelle piazze con i sindacati europei. Per dire appunto che si può cambiare”.

Patrimoniale e Piano del lavoro. La CGIL rilancia così le sue proposte, non cose astruse, ha detto il Segretario Generale a Terni: reddito al lavoro, tassare di più chi ha di più, dire che la patrimoniale non è la tassa sulla casa. E' arrivato invece il momento di spostare il peso della tassazione con la patrimoniale. E poi è il momento di lanciare un vero Piano del lavoro per mettere in sicurezza il paese. Le imprese pubbliche si devono poi far carico di chi non ce la fa con un intervento pubblico.
Cambiare la legge sulle pensioni. Altro capitolo fondamentale per ripartire, le pensioni. “Bisogna cambiare tutta la legge sulle pensioni – ha detto Susanna Camusso – a partire da una risposta per tutti gli esodati che continuano ad essere appesi alla lotteria. Ma tutta la legge è da cambiare perchè è sbagliata. Prima di tutto perché è un cancello chiuso ai giovani. E il cambiamento si potrebbe fare già con la legge di stabilità.
Infine una battuta al governo a proposito della trattativa sulla produttività. E' proprio vero che il governo ha fatto tutto bene e che ora toccherebbe di nuovo ai lavoratori? “La produttività – ha spiegato Camusso concludendo il suo intervento dal palco di Terni – è un grave problema, ma lo è perché non ci sono investimenti, le imprese sono troppo piccole ed è un problema che non si risolve certo abolendo i contratti o abbassando i salari. Così non si fa altro che approfondire la crisi del Paese. Così come è sbagliato il provvedimento sull'Iva perché incide sui redditi dei lavoratori e dei pensionati, sulle famiglie che hanno consumi obbligati e che sono costrette oggi a dare fondo ai risparmi di questi anni. L'Italia – ha ricordato Susanna Camusso – nella classifica del risparmio è ormai al penultimo posto in Europa. Dietro c'è solo la Grecia
Uno sguardo nuovo sul lavoro. Per questo non basta essere stati accolti di nuovo nei salotti d'Europa. “Ora è arrivato il momento di cambiare le politiche. Ci vuole uno sguardo nuovo sul lavoro e sulla creazione di lavoro. Una nuova attenzione sul sociale. Per non far crescere ulteriormente la disperazione è fondamentale lanciare un messaggio: essere insieme ai colleghi di lavoro, dire che per noi un'altra strada è possibile e che continueremo a lottare per renderla possibile”.

29 agosto 2012

Camusso: Le vertenze vanno risolte


Per evitare un autunno ancora più caldo il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, torna a chiedere al Governo “un cambio di rotta e risposte in tempi brevissimi”. La leader della CGIL nel corso della serata conclusiva della festa della CGIL Forlì in un colloquio con il giornalista de 'l'Unità' Massimo Franchi, ribadisce nuovamente l'urgenza di risolvere le troppe vertenze ancora aperte al Ministero dello Sviluppo economico e accusa il Governo di “troppa inerzia”.

“La Sardegna - ha sottolineato Camusso - è piena di vertenze aperte da un tempo infinito, bisogna cominciare subito a costruire delle soluzioni, altrimenti l'esasperazione inevitabilmente si allargherà, perché in una zona come il Sulcis chiudere un'azienda per i lavoratori significa non avere più prospettive”.

Il Segretario Generale della CGIL invoca, quindi, un “cambio di rotta”, ma avverte: “se la risposta, invece della patrimoniale, è la social card significa che il governo ha un'idea di modello economico e sociale diverso dal nostro, e non solo che non ci sono risorse”, quel modello che, secondo la dirigente sindacale “ci ha portato nella crisi e che non ci sta facendo uscire: fatti di tagli al welfare e agli investimenti”. Per contrastarlo Camusso indica alcune ricette: “bisogna ripartire dal lavoro, da un'idea di dignità delle persone attraverso la creazione di posti di lavoro. Per farlo servono risorse pubbliche e private determinate da politiche economiche che partano da una patrimoniale e da un intervento pubblico in economia. Questo è il nostro Piano del lavoro, che parte - conclude - da un'idea di Paese che riconosce diritti e libertà alle persone proprio per ridare dignità al lavoro stesso”.