19 marzo 2013

ASSEMBLEA NAZIONALE DELLE DONNE SLC – 19 MARZO 2013

- Barbara Apuzzo Segretaria Nazionale Slc Cgil -
Le donne SLC cambiano…insieme a tutte le altre donne della CGIL, perché insieme siamo in cammino.
Con l’Assemblea di oggi, facciamo infatti non “il primo passo”, ma un ulteriore “pezzetto di strada” in direzione di quanto discusso ed elaborato durante l'Assemblea delle donne della CGIL di Giugno ed i tre Seminari di Dicembre 2012, e lo facciamo portando il contributo della nostra categoria, in cui le esperienze - e le donne - non mancano.
Parlo di un cammino già da tempo intrapreso, perché l’SLC ha già tracciato un percorso, a partire dall’assemblea nazionale delle donne del 2008 e la successiva Conferenza d’Organizzazione, nel corso delle quali sono stati assunti impegni ed orientamenti ben precisi, votati all’unanimità dal nostro CD.
Oggi si tratta di provare a riannodare tutti questi fili, partendo da un assunto che, per noi, donne e sindacaliste, deve rappresentare il punto fermo dell’ azione politica e rivendicativa: “il lavoro produttivo e riproduttivo delle donne crea valore per tutti, motivo per cui, per uscire dalla crisi, l’Italia e l’Europa devono necessariamente investire sul lavoro delle donne”.
Con questa introduzione, a me tocca l’arduo compito di provare a sintetizzare l’enorme lavoro già fatto…non riuscirò ad essere totalmente esaustiva, quantomeno sui temi generali, perché tante sono le elaborazioni, le analisi e le proposte avanzate, che troverete in maniera più completa nelle cartelline distribuite all’ingresso.
Ai temi generali, ascoltando gli interventi che seguiranno, vorremmo provare ad affiancare quelli specifici della nostra categoria, per comprendere i problemi e trovare soluzioni che vedano nella contrattazione, a tutti i livelli, lo strumento indispensabile per avanzare sul terreno del riconoscimento della diversità di genere e l’affermazione dei diritti. A partire da quello al lavoro.
In quest’ultimo periodo, complice il gesto disperato compiuto da un compagno siciliano che insieme al lavoro sentiva di aver perso la dignità e che quindi ha deciso di togliersi dallo “stato di disoccupazione” uccidendosi, il valore della parola lavoro ha riacquistato forza e vigore.
“Fondata sul lavoro”, così sta scritto sulle tessere della CGIL, perché così deve essere.
Il lavoro non dà solo la possibilità di pagare un affitto e di fare la spesa, il lavoro è dignità, identità; è libertà, fisica e psicologica.
Dico questo perché voglio sottolineare quanto pesi la mancanza o l’insufficienza di un lavoro anche sull’insidioso e dilagante fenomeno del femminicidio, che in Italia ha fatto registrare nel 2012 ben 124 uccisioni di donne, molte delle quali ad opera di mariti, fidanzati o conviventi dai quali era difficile affrancarsi, talvolta, per problemi culturali, ma più spesso, forse, per la mancanza di autonomia.
Quante di queste donne erano e quante sono costrette a sopportare umiliazioni e violenze perché prive di una via di fuga?
Immaginare di sfuggire al proprio aguzzino è già difficile per i condizionamenti psicologici subiti, per paura, ma diventa impensabile o addirittura impossibile se non si è materialmente in condizione di sopravvivere.
E allora è anche tenendo a mente questo che dobbiamo continuare a lottare affinchè si creino le condizioni per riportare “il lavoro prima di tutto” e per far si che questo garantisca alle donne condizioni migliori di quelle attuali.
Il lunghissimo periodo di crisi in cui ci troviamo e in cui ci troveremo ancora per un bel po’, rappresenta infatti lo scenario peggiore anche per tante donne occupate, costrette a subire ricatti sessuali, mobbing, vessazioni e discriminazioni pur di mantenere il proprio posto di lavoro, vero e proprio miraggio in un paese privo di prospettive di sviluppo  come l’Italia.
Sul tema Elena ha fornito alcuni dati agghiaccianti, partecipando alla 57^ sessione della Commissione sulla condizione delle donne dell’ONU, che si è tenuta a New York nei giorni scorsi.
Approfondendo il tema della “violenza di genere nel mondo del lavoro” ha infatti ricordato che sono 347.000 i casi rilevati in Italia negli ultimi 3 anni. Ma questa cifra coincide con le denunce fatte, il che fa ipotizzare che il fenomeno sia ben più ampio e che ci sia un numero enorme di donne che si sentano costrette a tacere perché convinte di non avere alternative. La crisi ha portato via anche la speranza.
Come potrebbe essere altrimenti in un paese come il nostro, in cui è entrata nel linguaggio comune la parola esodati, per indicare un esercito di persone catapultate fuori dal mercato del lavoro precocemente, precipitate in un limbo in cui, per effetto della riforma Fornero, hanno visto allontanarsi di molti anni l’accesso alla pensione.
Persone che di contro, in un contesto economico e produttivo così disastrato, trovano impensabile ottenere una ricollocazione professionale, complice il fatto che per uno striminzito e asfittico mercato del lavoro risultano invece essere troppo vecchi.
L’attacco alla contrattazione collettiva e al contratto nazionale, ma anche un’idea distorta su come si crea la produttività, stanno dando il colpo di grazia, contribuendo alla svalorizzazione del lavoro; mentre disoccupazione di lunga durata e precarietà rappresentano ormai la quotidianità.
Inutile sottolineare il fatto che, ancora una volta, le donne sono le principali vittime di questo sistema.
Eppure qualsiasi ricerca, qualsiasi approfondimento dimostrano che le donne rappresentano una straordinaria risorsa per rimettere in moto l’economia del paese.
La Banca d'Italia ha quantificato nel 7 per cento l'aumento del Pil se l'occupazione femminile raggiungesse il 60 per cento a fronte dell’attuale  47,2% (58,6% è il dato europeo).
Forti di questa convinzione, noi donne della CGIL, siamo chiamate dunque a ragionare per capire quali azioni si possano e si debbano compiere per agevolare questo percorso.
Quando ho iniziato a fare sindacato, ero molto più giovane ed ingenua, ricordo quanto mi affascinasse l’idea che nel 2010 avremmo raggiunto gli obiettivi di Lisbona, mi dava la sensazione che ci fosse un percorso chiaro, che marciassimo decisi in quella direzione…beh, tre anni dopo il totale fallimento di quegli obiettivi noi ci troviamo in una condizione in cui la disoccupazione giovanile e femminile sfiora il 50 per cento al Sud e viviamo in un paese in cui 800.000 donne lasciano il lavoro per effetto delle dimissioni in bianco.
E allora è evidente che decenni di conquiste legislative, culturali, sindacali sono state via via sgretolate anziché alimentate.
Il tema vero è dunque quello di tenere tutto insieme, costruttivamente e saldamente e contrastare l'emarginazione delle donne dal lavoro, ma anche dal discorso pubblico e dalle classi dirigenti.
In caso contrario, il diritto al lavoro delle donne non potrà pienamente affermarsi.
Questo percorso però, per essere efficace ed esigibile deve andare di pari passo con il cambiamento dell’intero ordine sociale ed economico, che non può avere nell’Italia il suo unico ancoraggio.
E’ infatti alla costruzione di una coscienza europea che bisogna guardare, attraverso politiche e percorsi comuni.
Questa è la nuova cornice di riferimento. Una cornice in cui il cambiamento del Fiscal compact rappresenti la  priorità.
“Ce lo chiede l’Europa” è la frase che continuiamo a sentire per giustificare rigore ed austerità.
Ebbene, questa politica è profondamente sbagliata, iniqua e recessiva e fa sì che siano le donne a pagare due volte la crisi. Non è questo il concetto di Europa che abbiamo in mente.
E’ ad un diverso modello d’Europa che dobbiamo guardare, un’ Europa che prima di tutto consideri e valorizzi il concetto di unità nella diversità dei paesi membri, in cui venga rilanciata  la discussione sulla Convenzione europea per una vera Costituzione.
Un’Europa in cui possa esistere un Manifesto europeo dei diritti sociali, del lavoro e delle libertà delle donne.
Per fare questo, bisogna innanzitutto coinvolgere la CES, affinchè il tema del diritto al lavoro e alla continuità di reddito delle donne vengano messi al centro dell’azione rivendicativa.
In questa direzione la CES ha già fatto alcuni passi, ma lo iato profondo che ancora registriamo tra buoni propositi e realtà ci impone di dare più slancio alle iniziative da intraprendere, per scongiurare il rischio di subire, come sempre accade nei periodi di crisi, dinamiche in cui il corporativismo, la chiusura e le logiche di difesa portino ad una competizione anche tra i paesi, fatta sul dumping e sul costo del lavoro, il che avrebbe ulteriori effetti devastanti sul genere femminile.
Ma per rivendicare il diritto al lavoro e alla continuità di reddito delle donne è necessario prima di tutto porre un freno ai tagli indiscriminati alla spesa pubblica, portatori delle conseguenze che conosciamo bene in materia di contrazione dei servizi offerti, del welfare e quindi causa di una inevitabile espulsione dal mercato del lavoro di tutte quelle donne costrette a caricare su di sé il peso dell’assenza di reti di supporto sociale.
Se non si parte da lì, infatti, la crescita dell’occupazione femminile continuerà ad essere un miraggio, soprattutto per quelle donne che continuano a sperare di poter mettere su famiglia.
Il capitolo maternità infatti è particolarmente drammatico, soprattutto in Italia, dove il fatto di generare una vita non è considerato una risorsa per il paese, al contrario l’argomento viene trattato come se si trattasse di un problema della gestante, al pari delle smagliature e del fisiologico aumento di peso.
Sarà allora per questo, per un problema estetico, che molte donne occupate, specie se precarie nascondono il pancione?
Noi crediamo invece che la pancia debba essere mostrata con serenità e orgoglio, sempre!
E allora, è indispensabile avviare un percorso che renda finalmente riconosciuto ed esigibile il diritto alla maternità per tutte le lavoratrici, considerando la maternità come diritto di cittadinanza, a carico della fiscalità generale e modulando l'indennità a seconda dell'esistenza del rapporto di lavoro.
Troppe sono ancora infatti le donne che  non hanno accesso alla maternità con tutti i diritti previsti dalla legge così come sono assolutamente insufficienti i provvedimenti messi in atto fino ad oggi per affrontare l’argomento.
Fa infatti amaramente sorridere l’ultima trovata del Ministro Fornero: il cosiddetto “bonus bebè”, previsto da un decreto dello scorso dicembre  per consentire alle neo-mamme di rientrare al lavoro dopo la nascita dei bimbi.
Prima di tutto per le risorse a disposizione: 20 milioni di euro nei prossimi tre anni, che potrebbero coprire poco più di 11mila richieste, a fronte di 500mila nuovi nati ogni anno.
Inoltre, vista l’esiguità della somma a disposizione, 300 euro al mese, (erogabili per un massimo di sei mesi, nel primo anno di vita del bambino), che dovrebbero servire per coprire parte delle spese dell’asilo nido o per la baby sitter, difficilmente si riuscirà  ad arginare il fiume di lavoratrici che lasciano l’occupazione dopo la nascita di un figlio: ben il 27% del totale.
Oltretutto, accettando il bonus, le lavoratrici dovranno rinunciare, per i mesi in cui viene percepito, ad usufruire del periodo di astensione facoltativa.
Non infierisco parlando delle lavoratrici part time, o di quelle iscritte alla gestione separata, per le quali l’erogazione si riduce a briciole.
Insomma, l’ennesimo provvedimento tampone, che mette un cerotto dove è in corso un’emorragia.
Non è di questo (o quanto meno solo di questo) che c’è bisogno!
Non è così (ed è dimostrato) che si incentiva l’occupazione femminile.
L’atavica posizione di svantaggio che hanno le donne va superata con azioni mirate, strutturali, che mettano le donne in condizione di avere le stesse possibilità di partecipare alla vita lavorativa, sociale e politica di un paese, azioni che rendano realmente conciliabile il diritto al lavoro e il diritto ad una famiglia, in primis, ma anche il diritto a veder riconosciute qualità e competenze, dal punto di vista della progressione di carriera e del salario.

(59 sono i giorni che una donna dovrebbe lavorare in più per guadagnare quanto un uomo).

La giornata è fatta di 24h per gli uomini e per le donne, ma a queste ultime non bastano.
In assenza di una lettura di genere, viene infatti chiesto loro di competere su un modello e su una organizzazione del lavoro maschile, che snatura del tutto le caratteristiche femminili, tendenti ad esempio più alla cooperazione che alla competitività, mentre non viene chiesto agli uomini di partecipare adeguatamente alla gestione delle esigenze familiari.
Le donne, nel poco tempo rimanente (perché si sa, gli uomini sono presenzialisti, confondendo spesso la presenza con la sostanza del lavoro svolto e su quel terreno bisogna competere, per scongiurare il rischio di essere messe da parte), devono farsi carico della famiglia, dei figli, magari hanno anche un anziano da accudire.
In ognuna di queste circostanze, però, non ricevono alcun riconoscimento sociale, economico o previdenziale.
Il tutto perché viviamo un fantastico mix fatto di mancanza di cultura e di totale assenza di servizi.
Questo sistema non regge più. Non è più accettabile.
Per questo sosteniamo con forza, che per non continuare ad aggravare la condizione femminile, le cosiddette misure anticrisi devono leggere la realtà e soprattutto le diversità, prevedendo interventi volti a favorire politiche di conciliazione che devono necessariamente  agganciarsi ad una diversa idea dell’organizzazione del lavoro,  tema rilevante anche per il ruolo che deve avere la contrattazione, in particolare quella di 2° livello.
E allora, per superare la crisi bisogna prima saperla leggere nel suo insieme. Per questo motivo, il tema della presenza delle donne nelle istituzioni, in politica è così importante.
Eppure qualcuno cerca sempre, ancora, di ridurre la discussione sulla necessità delle quote ad un concetto di “occupazione” (che ha il sapore dell’abusivismo) da parte delle donne di spazi fino a ieri prevalentemente - ma sempre “meritatamente” - maschili.
Teresa Mattei, donna eccezionale, protagonista per tutta la sua vita di una lunga ed instancabile battaglia per i diritti delle donne diceva che 'lo sguardo verticale ce l’ha il potere maschile, che dirige le cose, fa tutto quello che vuole, comanda.
Noi non vogliamo comandare, vogliamo stare insieme e decidere delle nostre sorti, decidere della nostra vita e dei nostri figli e di quello che loro potranno fare meglio di noi”.
E’ esattamente così. Non sono le bandierine che ci interessano.
Ci interessa essere portatrici di visioni e valori diversi, e dal momento che in democrazia i numeri contano, per pesare devi esserci.
Le recenti elezioni politiche, al netto del disastro registrato e della condizione di totale ingovernabilità in cui versa ancora il paese, ci hanno consegnato una grande opportunità di cambiare le cose.
Parlamento e Senato hanno oggi rafforzato la presenza femminile che passa dal 21% al 32% alla Camera e dal 19% al 30% al Senato e il PD ha raggiunto nelle sue liste il 41% di presenza femminile.
Il segnale è incoraggiante. Bisognerà adesso tradurre  in azioni questi numeri, cercando di scuotere profondamente la nostra organizzazione sociale.
Siamo ad un bivio, con la possibilità di prendere diverse strade, ciascuna delle quali aprirà prospettive diametralmente opposte e oggi quello che accadrà potrebbe dipendere anche da quanto e come le donne interverranno sulla scena pubblica.
Come donne della CGIL faremo sentire la nostra voce, chiedendo risposte precise ai problemi che quotidianamente fronteggiamo, perché un piano del lavoro e una visione globale noi l’abbiamo.
Il nostro è un piano che deve necessariamente tenere insieme lavoro e welfare, ormai ridotto all’osso e orientato sempre più verso una logica individuale,  più assicurativa che solidale, con la conseguenza che sono i più deboli ad esserne esclusi: donne, giovani, immigrate, anziani.
Per non parlare delle pensioni, sempre più lontane oltre che più basse per le donne, a fronte di una mole di lavoro supplementare, quello di cura, che non viene neanche riconosciuto.
Su questo tema noi pensiamo che la riforma Fornero vada radicalmente rivista, prevedendo la rivalutazione delle pensioni e inserendo il principio di flessibilità dell'età di ritiro dal lavoro.
Inoltre, crediamo che utilizzando risorse provenienti dalla lotta all’evasione, andrebbe riconosciuto l’accredito della contribuzione figurativa in relazione ai lavori di cura prestati, per cominciare a ripristinare condizioni di equità, perché è impensabile continuare ad immaginare di allungare i tempi per accedere alla pensione, ritardare o peggio impedire l’accesso al lavoro per le donne, renderle precarie, e caricarle di tutto il peso dovuto all’assenza di welfare – GRATIS!
Queste dunque devono essere le prime rivendicazioni da avanzare.
Ma anche noi dobbiamo fare la nostra parte, con la contrattazione.
Su questo tema in particolare mi piacerebbe accendere il dibattito, avviando una discussione dalla quale tirar fuori i punti che dovranno contraddistinguere la nostra azione sindacale nei difficili mesi che abbiamo di fronte.
La discriminazione infatti è spesso, anche se non sempre, un fatto collettivo, per questo la contrattazione deve svolgere una decisa azione di contrasto, tenendo presente il fatto che è proprio la contrattazione sindacale che ha avuto il merito storico e politico di anticipare quanto la legislazione ha poi confermato ed esteso a livello di norme statuali.
Ma per avanzare su quel terreno, abbiamo la necessità di modificare il nostro approccio, di lavorare a tutti i livelli, con l’obiettivo di cambiare prima di tutto l'organizzazione del lavoro che, come dicevo prima è estremamente rigida, maschile (oltre che maschilista), nella quale qualità e competenza spesso soccombono di fronte ad un meglio codificato e più diffuso sistema fatto di soggezione e rispetto delle gerarchie.
E abbiamo allo stesso tempo bisogno di rendere la contrattazione più inclusiva, per far si che i diritti, soprattutto quelli universali, vengano riconosciuti a tutte le lavoratrici ed i lavoratori, richiamando anche il principio di responsabilità sociale delle imprese.
Il riferimento è a quel vergognoso accordo separato siglato lo scorso anno alle Poste da 4 OO.SS., caparbiamente recuperato dalla nostra organizzazione.
Un accordo che escludeva le donne in astensione obbligatoria per maternità dal riconoscimento del bonus presenza (140 euro), perché assenti esattamente nei termini previsti dalla Legge.
L’assenza non è tutta uguale. Considerare ai fini del calcolo della presenza nella stessa maniera un’assenza obbligatoria per maternità ed una per qualsiasi altro motivo, opera a monte una discriminazione, ed è inaccettabile.
Oggi quell’ingiustizia è stata sanata, e ne siamo ovviamente soddisfatti, ma non possiamo ignorare il fatto che quell’accordo sia stato siglato.
Il che ci deve dire due cose:
-      la prima è che l’arretramento, anche culturale è arrivato ad un punto tale da far sì che anche un’azienda come Poste, con 140 mila dipendenti, di cui il 53% è donna immagina oggi di poter passare sopra diritti inviolabili come quello alla maternità in nome del profitto a tutti i costi - il che la dice lunga su cosa accade ogni giorno nelle piccole e piccolissime aziende e a quali discriminazioni siano sottoposte le lavoratrici, soprattutto le più deboli, le precarie.
-      la seconda, è che è necessario uscire da un’ottica che relega solo a specifici capitoli family friendly i temi delle pari opportunità, perché il terreno non è solo quello.
Avanzare nella contrattazione con una visione di genere significa esattamente questo. Significa capire e contrastare azioni che nascondono discriminazioni di genere su temi generali, apparentemente neutri, come quello dell’assenza o della presenza.
La differenza di genere diviene allora un’ottica per leggere la realtà, per meglio cogliere temi e problemi, limiti e potenzialità del nostro agire e questa può trasformarsi in uno straordinario strumento, utile alla modernizzazione dell’intero sistema contrattuale.
In questa direzione, va anche la proposta fatta dalla Confederazione nel corso dei seminari di dicembre, relativa al tentativo di dare vita ad un avviso comune tra OO.SS. e Confindustria, per impegnare tutte le aziende aderenti a non sottoscrivere accordi in cui il congedo obbligatorio per maternità venga considerato elemento penalizzante, in particolar modo per il riconoscimento del premio di produttività.
Queste cornici di riferimento sono indispensabili, oggi più che mai, perché supportano e rafforzano l’attività quotidiana di chi contratta, a tutti i livelli.
Ma, come dicevo prima, per contrattare bisogna saper leggere realtà diverse, e per farlo, ci vogliono occhi e sguardi diversi. Per questo motivo, lo accennavo in premessa, le donne e gli uomini dell’SLC hanno deciso che la differenza di genere deve essere adeguatamente rappresentata anche e soprattutto nei luoghi in cui si fa la contrattazione.
La norma antidiscriminatoria si applica infatti nella nostra Categoria anche nelle delegazioni trattanti e nei coordinamenti di settore. Perché è importante che le donne ci siano, ma se non hanno la possibilità di incidere concretamente, nel sindacato, come in altri luoghi, servono a poco.
Oggi, grazie agli interventi che seguiranno, proviamo dunque a fare il punto, annodando i fili di un’azione generale con quelli più specifici della nostra categoria, chiamata di continuo a difendere conquiste ormai non più scontate.
Migliaia sono infatti le difficoltà delle donne che rappresentiamo, dove il confine tra lavoro autonomo e precarietà è spesso labile, come nel caso del mondo dello spettacolo.
Donne e lavoratrici profondamente diverse, che vogliamo provare ad unire lavorando ad un’idea di contrattazione che tenga però alcuni punti fermi, in tutti i settori.
Le proposte scaturite dall’ assemblea di giugno e dai successivi seminari devono rappresentare il solco entro il quale muoverci.
A partire dalla formazione, quale strumento per qualificare e riqualificare lavoratrici e lavoratori e quindi elemento indispensabile per contribuire ad affermare la presenza e la professionalità delle donne nel mdl e a non penalizzarle dopo una assenza medio-lunga.
Con lo stesso spirito bisogna poi rilanciare, ma a dire il vero noi abbiamo buone pratiche in tal senso, il tema della bilateralità, per esercitare la nostra parte di controllo sulle azioni formative e assicurarci che vadano nella direzione di una reale qualificazione professionale.
Così come nei CCNL, il capitolo formazione andrebbe curato prevedendo ad esempio una specifica indicazione su come renderla fruibile in termini di tempi, sedi, orari e modalità.
Dal momento infatti che per le donne il fattore tempo non è ininfluente e che sono loro i soggetti portati più spesso ad interrompere per periodi medio-lunghi il proprio lavoro, per portare a termine una gravidanza, ma anche, purtroppo, per espulsione dal mercato del lavoro, bisogna porre un’attenzione maggiore al tema, definendo meglio le modalità di fruizione, al fine di creare le condizioni più idonee alla partecipazione femminile.
Su questo tema, uno sforzo in più, almeno nelle aziende più grandi, andrebbe compiuto dalla contrattazione di II livello, con il supporto delle Commissioni Pari Opportunità il cui ruolo, però, appare ancora debole.
La loro azione va invece rafforzata, a loro spetta il delicato compito di verificare l’esistenza di cambiamenti che gli eventuali accordi siglati abbiano prodotto nell'organizzazione delle imprese e nella vita professionale delle lavoratrici, ma anche il compito di effettuare un monitoraggio costante per evidenziare processi e progressioni di carriera, denunciando eventuali discriminazioni.
Diversamente il cerchio non si chiude, potremo anche scrivere meravigliosi accordi, ma non ci sarà nessuno in grado di garantirne la completa lettura e la corretta applicazione.
Sul tema della flessibilità, poi, bisogna cambiare approccio. Spezzare un’ottica rigida, maschile anche nei termini.
In Telecom è stato fatto un ottimo accordo, che consente ai lavoratori di avere turni agevolati, ma si chiamano “Turni mamma”, consolidando anche a casa nostra l’idea che la gestione di un figlio debba esclusivamente essere affidata alle donne.
Dovremmo invece incidere maggiormente per far sì che a partire dalla fruizione dei congedi parentali non si applichi una discriminazione a monte, né pratica, né tantomeno culturale.
Il diritto ad essere accudito è del bambino, non si capisce dunque perché ci debba essere un “turno mamma” e non un “turno genitore”.
Esperienze fatte, dimostrano che adottando modelli che fanno  incontrare le esigenze aziendali e quelle delle lavoratrici e dei lavoratori si riducono i fenomeni di assenteismo e si incrementa la produttività, su questo allora bisogna maggiormente spingere.
Non di voucher dunque c’è bisogno, ma di strumenti contrattuali che modulino il lavoro, a partire dagli orari, in maniera intelligente, rendendo la vita meno difficile alle lavoratrici che diversamente si vedranno relegate in una dimensione in cui il part time (quasi mai volontario) è l’unica condizione per sopravvivere, in un precario equilibrio tra la sfera lavorativa e quella familiare.
Ma il problema dell’orario non è purtroppo l’unico.
Abbiamo una responsabilità più grande e più urgente oggi, che è quella di mettere paletti precisi, soprattutto in una condizione drammatica come quella attuale, in cui siamo chiamati a gestire accordi tendenti alla difesa del maggior numero possibile di posti di lavoro.
Ma è proprio in questi casi che bisogna porre più attenzione.
Quando ad esempio si affrontano riorganizzazioni e viene posto il tema della mobilità interna, bisogna tenere presente che l’impatto della mobilità, specie quella nazionale non è uguale su un uomo e su una donna - magari madre - e stabilire priorità e confini.
In difetto di simili azioni, rischiamo di contribuire al già grave fenomeno delle dimissioni femminili.
Così come quando discutiamo di organizzazione del lavoro, dobbiamo considerare attentamente le differenze fisiche esistenti tra uomini e donne, portatori ognuno di condizioni di partenza diverse, di diverse modalità percettive e anche di differenti vulnerabilità. Differenze che si ripercuotono inevitabilmente anche sui rischi affrontati.
Anche in questo caso dunque la lettura di genere è indispensabile, per adottare un approccio che rispetti la tutela della salute e sicurezza sul lavoro partendo dal riconoscimento delle diversità che caratterizzano i due generi.
Concludo con una frase che mi diceva sempre mia nonna per aiutarmi quando cercavo qualcosa e non riuscivo a trovarla: “quattro occhi vedono meglio di due”, credo che si adatti al ragionamento che stiamo facendo oggi…

18 marzo 2013

Almaviva, call center di Catania salvo.

ROMA, 18 MARZO 2013 – Il call center di Almaviva a Misterbianco, in provincia di Catania, non chiuderà. È questa la conclusione del vertice triangolare romano tra Almaviva, Vodafone e i sindacati. L'operatore telefonico ha concesso un margine di trattativa e gli esuberi previsti saranno spalmati tra la sede del capoluogo etneo e quella di Napoli.

"Vodafone – racconta Davide Foti, segretario generale della Slc-Cgil Catania – si è mostrata sensibile ai problemi occupazionali del territorio. È innegabile che ci sia un calo del volume di chiamate, dovuto anche alla crisi generale del sistema economico, ma l'operatore telefonico ha accettato di non concentrare esclusivamente in un'unica struttura la commessa. Si tratta quindi di una vittoria, almeno parziale".

In un primo momento, Vodafone, infatti, aveva chiesto di raggruppare gli operatori che rispondono alle chiamate del proprio servizio clienti soltanto nella sede partenopea, costringendo così Almaviva Contact a mettere in esubero circa seicento persone che lavorano a Misterbianco. Oggi, però, l'azienda telefonica, al tavolo triangolare con Almaviva Contact e i rappresentanti sindacali, ha concesso una deroga alla propria precedente decisione. Così, gli esuberi si ridurranno a circa quattrocento lavoratori, da spalmare tra le sedi di Napoli e Catania.

"La questione – spiega Foti – adesso diventa una faccenda da risolvere internamente ad Almaviva, attraverso il dialogo con i sindacati. Si utilizzeranno degli ammortizzatori sociali, ma la situazione è sicuramente migliore di quella che ci si prospettava prima di questo incontro a Roma, che prevedeva esclusivamente dei licenziamenti, e di molti più operatori, con il rischio tra l'altro della chiusura definitiva del call center di Catania".

Contestualmente al vertice romano, in attesa di notizie sul loro futuro occupazionale, i lavoratori della sede di Misterbianco hanno manifestato davanti il call center organizzando un sit in di protesta.

Vodafone, intanto, sta anche delocalizzando il servizio clienti verso altri paesi europei con un costo del lavoro più basso. "Continueremo anche a combattere la nostra battaglia contro le delocalizzazioni – conclude Davide Foti – ma in questo particolare momento di instabilità politica, in assenza di un governo, mancano proprio le regole di base per un confronto".
http://www.si24.it

Inchiesta security, Telecom è parte civile

Telecom Italia, nella persona di Franco Bernabè, è stata ammessa come parte civile contro Marco Tronchetti Provera nel processo a carico di quest'ultimo, ex presidente del gruppo di telecomunicazioni imputato per ricettazione nella vicenda "Kroll", uno dei filoni dell'inchiesta sui dossier illegali. Lo ha deciso il giudice di Milano Anna Calabi, accogliendo la richiesta di costituzione presentata dalla società, che lamenta danni patrimoniali, morali e all'immagine. Oltre a Telecom Italia, il giudice ha ammesso come parti civili anche il banchiere brasiliano Daniel Dantas, il Banco Opportuniti Sa e l'ex presidente di Brasil Telecom Carla Cico. Il tribunale ha invece respinto le richieste di Asati , di Marco Bava  e di Franco Lombardi.

Nella richiesta di costituzione di parte civile, i legali di Telecom Italia avevano indicato che le imputazioni "hanno cagionato oltre a un danno morale evidenti e significativi danni di immagine alla reputazione commerciale di Telecom Italia, tenuto conto dell'eco mediatica che questa vicenda e gli stessi reati presupposto della ricettazione qui contestata hanno determinato in Italia e all' estero almeno dal 2005 a oggi". Inoltre, per il gruppo di tlc "i fatti imputati all' ex presidente di Telecom Italia hanno dunque già cagionato danni patrimoniali alla società e sono suscettibili di cagionarne altri nel prossimo futuro". Daniel Dantas nella richiesta di ammissione ha lamentato un "danno di immagine come uomo e imprenditore", Carla Cico un "danno di carriera e di immagine" e il Banco Opportuniti Sa un "danno di immagine".

Marco Tronchetti Provera, paradossalmente, cita in giudizio Telecom Italia in relazione ai comportamenti tenuti da quest'ultima nei suoi confronti, dopo l'uscita dal gruppo nel 2006, che hanno causato "gravi danni alla propria immagine e onorabilità". Il presidente di Pirelli, nel corso di dichiarazioni spontanee nell' ambito del processo che lo vede imputato per ricettazione in uno dei filoni d'indagine sui cosiddetti dossier illegali, ha parlato di "una storia inquietante che mi insegue da più di 7 anni e nella quale il mio nome viene usato per distrarre dai veri colpevoli".

Tronchetti Provera ricostruisce in aula la "lotta" tra Telecom Italia e il finanziere Daniel Dantas per il controllo di Brasil Telecom e ripercorre le tappe della viceda Kroll e di una presunta attività di assunzioni di informazioni che Kroll "avrebbe svolto o, comunque, avrebbe inteso svolgere nei confronti di Telecom Italia". Un'attività di "spionaggio" che avrebbe comportato diverse attività "intrusive come, ad esempio, il pedinamento di alcuni nostri dirigenti", ma anche dei "miei familiari", racconta il presidente di Pirelli.

Nella memoria difensiva depositata ai giudici, il manager sottolinea come l'avvocato Francesco Chiappetta, capo dell'ufficio legale di Telecom, gli riferì che "perlopiù si trattava di materiale confezionato con informazioni, in parte manipolate, presumibilmente preparate al fine di gettare discredito sulla mia immagine e su quella di Telecom Italia". In tre pagine scritte, consegnate dopo aver reso dichiarazioni spontanee, Tronchetti Provera spera di "archiviare" questa "deprecabile vicenda", durata sette anni, che ha fatto emergere "un'attività gravemente lesiva nei confronti dei legittimi interessi di Telecom Italia".










Pistorio: Un ringraziamento al Dott. Giuseppe Patanè, dirigente del centro impiego Misterbianco

Buongiorno, sono Giovanni Pistorìo , Segretario provinciale della Cgil Catania . Per un grave errore nel comunicato stampa relativo alla crisi occupazionale Almaviva, e' stato inserito per ben due volte il nome del sindaco di Motta sant'Anastasia e non il suo nel punto in cui veniva indicato il dirigente del centro per l impiego che tra l'altro ha avuto e sta avendo in positivo un  ruolo di assoluto protagonista protagonista nel tentare di venire a capo della crisi. Mi scuso di nuovo per lo spiacevole incidente, sicuri che continueremo ad averlo alla testa di coloro che hanno a cuore il destino occupazionale di tanti giovani lavoratori . Grazie, grazie , grazie
Giovanni Pistorio

15 marzo 2013

Almaviva: I Sindaci scrivono alle lavoratrici ed ai lavoratori

Alle lavoratrici ed ai lavoratori di Almaviva Contact spa del sito di Misterbianco, molti dei quali residenti nei comuni dell’interland,  confermiamo tutto  il nostro sostegno .
Questo grave momento, nel corso del quale, rischia di venire meno gran parte dell’occupazione soprattutto giovanile che è riuscita grazie al proprio impegno a venire fuori dalla piaga del precariato occupazionale e sociale, viene vissuto da noi con grande attenzione e partecipazione.
Il processo di delocalizzazione all’estero di attività, che sta minando nelle fondamenta le certezze di chi, nel lavoro di call center, ha iniziato a costruire il proprio futuro nel lavoro a tempo indeterminato , va debellato intervenendo sul sistema delle concessioni governative. Così come l’impegno della nostra migliore gioventù in tale attività  e la qualità del servizio reso agli utenti, e che è tale grazie al lavoro, va salvaguardato e premiato. Il destino dei 1550 lavoratori che lavorano a tempo indeterminato ad Almaviva e degli gli altrettanti lavoratori ancora precari non deve essere deciso a tavolino secondo eventuali logiche discriminatorie e nel corso di qualsiasi discussione , chi pensa di poter decidere delle sorti del territorio,  deve tenere conto della responsabilità sociale d’impresa.
Confermiamo quindi il nostro impegno a sostegno dei lavoratori e l’apertura di un tavolo di monitoraggio per la ricerca delle soluzioni atte a mantenere l’occupazione stabile e qualificata nel territorio.

Firmano i sindaci:

  1. - Nino Di Guardo (Misterbianco)
  2. - Pippo Glorioso (Biancavilla)
  3. - Angelo Giuffrida (Motta Sant'Anastasia)
  4. - Mauro Mangano (Paternò)


  • Giuseppe Patanè- direttore centro per l'impiego di Misterbianco
  • Mario Brancato - responsabile politiche attive per il lavoro del centro per l'impiego di Misterbianco


Da Facebook un solo messaggio con pagina dedicata: "NO alla delocalizzazione dei Call Center"

La delocalizzazione all’estero di attività di call-center è un argomento molto sentito tra i circa 80mila occupati del settore. Di questi l'80% è rappresentato da giovani al primo impiego di età compresa tra 20 e 30 anni mentre il 70% è costituito da donne (Fonte AssoContact). Per questo motivo la delocalizzazione rappresenta una grave ed imminente minaccia che porterà nel giro di pochi mesi all’estinzione di molte aziende e alla perdita di migliaia di posti di lavoro se non saranno intraprese forti e decisive azioni dal governo per bloccare il flusso emorragico lavorativo ed economico destinato verso nazioni low cost come Croazia, Albania e Romania.
L'aspetto più grave è che in questi anni le aziende che operano nel settore call-center, hanno ricevuto enormi incentivi nazionali e regionali, per investire nel centro sud affinchè migliaia di famiglie potessero lavorare e così fondare le basi per un dignitoso futuro. Invece negli ultimi mesi, si osserva un sempre più frequente e molto preoccupante spostamento all'estero di attivtà svolte in precedenza sul territorio nazionale, perché altrove i costi sono più bassi e la flessibilità è maggiore.
Il dibattito su questo fenomeno, che ricordiamo ha causato fino ad ora la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro ed a breve porterà al collasso il settore, è approdato lo scorso anno al Governo. Con il decreto-legge del 22 giugno del 2012, n.83 il Governo ha fornito le linee guida sia in materia di delocalizzazione sia riguardo la garanzia rispetto la tutela della privacy per il trattamento dei dati sensibili dei clienti gestiti dai call center esteri; ma tale normativa che sembrava potesse dare un segnale forte sulla risoluzione del problema, è rimasta totalmente inattuata. Nell’art. 24 bis è espresso chiaramente che il cliente debba poter scegliere che il servizio richiesto sia reso tramite un operatore collocato nel territorio nazionale anche al fine di poter essere garantito rispetto alla protezione dei suoi dati personali. La stessa normativa prevede la sanzione amministrativa pecuniaria di 10'000 euro per ogni giornata di violazione, sanzione che tutt'ora non viene applicata.
Premesso tutto questo vorremmo sensibilizzare i cittadini su come sia importante sapere da quale nazione risponda il call center che stanno chiamando, chi sono gli operatori stranieri che gestiscono i loro dati sensibili, come carte di credito e partita iva affinché venga anche garantita un’adeguata tutela dei dati per evitare frodi e furti d’identità proprio in quei paesi che sono tra i primi al mondo per tasso di pirateria informatica.
Per questo vorremmo che fosse reso attuativo l’emendamento su citato implementandolo con normative chiare e precise, consapevoli che forti resistenze lobbistiche continueranno a mettersi in moto per farle naufragare .
Come mai, ci chiediamo, che nessuno tra i partiti politici, opinionisti televisivi o insigni economisti, ponga mai il problema di quanti miliardi di euro di mancato introito del fisco italiani ci sono a fronte di migliaia di aziende nazionali che hanno delocalizzato nell’ultimo decennio?
Intervenire immediatamente eviterebbe di far scoppiare una devastante bomba sociale che impatterebbe maggiormente sui giovani e sulle donne.
Per questo dobbiamo tutti insieme gridare:
NO ALLE DELOCALIZZAZIONE DEI CALL CENTER!!!



14 marzo 2013

Almaviva: Comunicato ai lavoratori di Catania

In data 13 Marzo 2013 a Roma presso la sede di Almaviva Contact si è svolto un incontro tra la predetta Azienda e le OO.SS. scriventi a seguito della convocazione urgente relativa alla commessa Vodafone.

L’azienda nella persona di Marco Tripi, ha illustrato lo stato in cui versa il mercato dei Call Center; la forte crisi italiana sta determinando un cambio di strategia da parte delle grandi committenti di lavoro in Outsorcing; Alitalia, Mediaset, Telecom, Vodafone ed altri, stanno internalizzazione quote di attività Inbound e ove non possibile, delocalizzano all’estero per abbassare il costo del lavoro ed evitare una riduzione dei margini operativi. La progressiva evoluzione tecnologica determina anch’essa una riduzione dei lavoratori impegnati in attività di front-end.
Tutto ciò si traduce in una importante diminuzione di attività lavorativa nei call center ai quali rimane nella maggior parte dei casi solo attività Outbound.

Proseguendo nell’oggetto della convocazione odierna, l’azienda ha comunicato i seguenti dati in merito ai volumi di traffico Inbound su 190/Vodafone: 2011- 15 ml, 2012 - 10ml, 2013 - 6 ml; a fronte di questo calo più che dimezzato in meno di due anni, vi è stato un aumento dell’attività in Outbound che non ha permesso di sopperire nemmeno ai costi del personale impiegato sulla commessa.
Si aggiunga a tutto ciò un comportamento incoerente di Vodafone sia nella ripartizione delle attività tra Catania e Napoli sia nella disponibilità altalenate delle persone impiegate sulla commessa con richieste nel tempo ben oltre il 30%; questo atteggiamento della committente si è tradotto in un esubero di circa 200 FTE ad 8 ore (400 FTE par time a 4 ore).

L’azienda ci ha informato di avere proposto a Vodafone la gestione degli esuberi con una ripartizione sui siti di Catania e Napoli e con l’applicazione dei contratti di solidarietà; la risposta di Vodafone è stata: Concentrazione degli esuberi solo su CATANIA. Tale risposta determina sulla sede di Catania la chiusura della commessa Vodafone con il licenziamento immediato di 597 lavoratori.

Le OO.SS. preso atto di quanto comunicato hanno chiesto ed ottenuto dall’Azienda una moratoria sull’attivazione delle procedure di licenziamento sino a giorno 22 Marzo 2013 in attesa dell’attivazione di un tavolo negoziale, previsto anche dal nuovo CCNL, con la presenza della committente Vodafone al fine di trovare delle soluzioni; è inammissibile che decida Vodafone dove licenziare e dove assumere!!!

Le OO.SS. rigettano qualunque risoluzione che possa determinare anche un solo licenziamento a Catania, peraltro nel tempo sempre sede di eccellenza e qualità; si impegnano da subito ad attivare tutti percorsi di lotta ed istituzionali a supporto della vertenza per tutelare i livelli occupazionali del sito di Almaviva Contact di Catania.

Catania li, 14 marzo 2013

I Segretari Provinciali
SLC- CGIL   FISTEL - CISL   UILCOM- UIL

Telecom: Comunicato unitario su Piano d'Impresa 2013-2014


COMUNICATO
Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL
Si è svolto, nelle giornate del 11, 12 e 13 marzo, il confronto con i vertici di Telecom Italia sul Piano d’Impresa 2013-2014 e sui nuovi assetti organizzativi approvati dal Consiglio di Amministrazione. Il confronto si è misurato con un clima di difficoltà generale determinato dalla crisi economica, dalla riduzione del fatturato complessivo del settore telecomunicazioni e dal crollo delle tariffe determinato da una concorrenza scatenata, tutti elementi che hanno inciso molto negativamente sui ricavi aziendali.
Viste le difficoltà del percorso negoziale, le Segreterie Nazionali unitamente al Coordinamento Nazionale presente alla trattativa, hanno deciso di approfondire le tematiche inerenti le richieste aziendali (efficienza e contenimento dei costi) e le proposte avanzate dal sindacato (internalizzazioni per riassorbire gli esuberi dichiarati e mantenimento del perimetro delle attività dentro la società Telecom Italia) per definire i contenuti di una possibile intesa di riorganizzazione.
Nel corso dell’incontro è stata ribaltata l’impostazione aziendale che prefissava di raggiungere un accordo residuale che, attraverso l’utilizzo degli ammortizzatori sociali, perseguisse l’obbiettivo di “comprare” tempo e spostare il problema al 2015, imponendo invece una trattativa che legasse recuperi di produttività, ammortizzatori sociali e internalizzazione delle attività con l’obbiettivo di riassorbire tutti gli esuberi denunciati.
Dopo una prima fase in cui l’azienda si è limitata a generiche disponibilità, respinte con decisione dal sindacato, la trattativa si è concentrata sulle internalzzazioni, assumendo a valore comune che l’eventuale accordo dovrà specificare le attività, i volumi, le date e il numero di persone che saranno utilizzate in un parallelismo che porti, nel corso del piano, al completo riassorbimento degli esuberi.
Il lavoro realizzato segna dei punti di avanzamento più approfonditi e altri che necessitano di ulteriori approfondimenti e nel merito si può riassumere nel seguente modo:
Caring Services: razionalizzazione delle sedi (con tutela occupazionale di tutto il personale coinvolto), incremento di produttività, interventi sul sistema softwere ehardwere per migliorare l’efficienza complessiva del servizio e ridurre i costi
complessivi. La decisione aziendale di societarizzare la divisione viene sospesa per un anno per verificare l’applicazione dell’accordo quale elemento per non procedere in taledirezione e mantenere il perimetro aziendale invariato. Fondamentale la soluzione
introdotta per DA in cui si prevede che il personale del 1254 non potrà essere licenziato
in caso di perdita dell’attività ma dovrà essere ricollocato in altri ambiti aziendali.
Open Access: estensione del “progetto Panda” all’insieme dei tecnici e recupero di produttività per determinare le condizioni che consentano di internalizzare attività e consentire di far fronte al calo dei volumi di attività in corso. 170 trasferimenti “di sede
amministrativa” che non impatteranno sulle condizioni dei lavoratori TIIT: anche per l’informatica va garantito il parallelismo tra esuberi dichiarati e internalizzazioni da realizzare. In questo caso sia le aliquote di solidarietà sia il volume di attività non sono ancora stati condivisi. Inoltre, va stabilito il principio che TIIT rappresenta il fornitore unico per l’informatica di Telecom e individuata una clausola che stabilisca l’invendibilità dell’azienda.
Staff: Definizione di un percorso che porti a riorganizzare le aree e riqualificare e motivare il personale occupato nell’ottica di garantire anche in questo settore la saturazione delle prestazioni lavorative in moda da garantire la continuità occupazionale
in un periodo medio lungo.
In quest’ottica gli ammortizzatori sociali dichiarati dall’impresa sarebbero utilizzati attraverso l’uscita del personale che abbia già maturato il diritto alla pensione (garantendo la non penalizzazione sulla pensione degli interessati), prevedendo uscite
volontarie accompagnate da incentivazione e l’utilizzo degli ammortizzatori sociali per TI (con esclusione di un pezzo di Open Access per cui si introduce una Banca Ore) e TIIT attraverso i contratti di solidarietà.
La trattativa ha raggiunto punti di equilibrio non più modificabili mentre su alcuni “capitoli” restano ancora punti di lontananza fra le parti: nel Caring Services resta ancora da stabilire i volumi di attività che dovranno rientrare e la possibile riduzione
della solidarietà per il credito; per Open Access: la franchigia non è condivisa; per lala Banca Ore:l’esclusione dei tecnici trasmissivi non condivisa; il riconoscimento del buono pasto per i telelavorasti non previsto nei processi di riorganizzazione aziendale e non condiviso dalle OO.SS.; il Premio di risultato, i cui valori sono distanti dalle attese previste; le internalizzazioni di TIIT che sono insufficienti.
Vista però la delicatezza dei temi in discussione, le Segreterie Nazionali unitamente al Coordinamento hanno deciso di sospendere il confronto per avviare una campagna di assemblee con i lavoratori per richiedere il mandato a riprendere e, se ci saranno le
condizioni, concludere il negoziato.
E’ evidente che, laddove ci fosse consenso sugli obbiettivi perseguiti dal sindacato, si riuscisse a riportare all’interno dell’azienda attività e scardinare un meccanismo per cui linee aziendali appaltano servizi per comodità e irresponsabilità, si aprirebbe dentro
Telecom una stagione diversa. Riportare al centro dell’attenzione il “fattore lavoro” e i lavoratori che sono l’unico elemento di successo per un’impresa di servizi e ristabilire un corretto equilibrio tra lavoro e finanza.
Per aiutare lo svolgimento delle assemblee è stato predisposto un documento che definisce le posizioni raggiunte dal confronto ribadendo che su alcune di esse, come sopra descritto, il punto di equilibrio è stato raggiunto e non sarebbe più modificabile
mentre su altre restano da fare ulteriori approfondimenti. Per alcune, poi, (vedi internalizzazioni TIIT e Premio di risultato) va profondamente cambiata l’impostazione aziendale.
E’ previsto che il confronto riprenda il giorno 25 marzo e, pertanto, per tale data sarà necessario aver concluso le assemblee per conoscere il mandato dei lavoratori.


Telecom Italia: Sintesi e documenti incontro 11 e 12 marzo 2013

PREMESSA
Il mercato delle TLC è caratterizzato da un inasprimento della pressione competitiva sui prezzi e da un conseguente peggioramento di ricavi, margini e sostenibilità delle strutture di costo.
Il dato principale della costante riduzione del fatturato del settore TLC si traduce in riduzione dei volumi lavorabili nell’intero perimetro di attività del Gruppo Telecom.
L’obiettivo prioritario di salvaguardia dei livelli occupazionali può essere conseguito rendendo competitive le diverse lavorazioni e deve essere conseguito attraverso interventi di incremento del valore delle diverse lavorazioni.
La riforma previdenziale, con l’azzeramento delle basi esodabili, impone di perseguire con determinazione una strategia di internalizzazione delle attività per compensare la riduzione dei volumi di lavoro. Ciò rende necessario:
•    incrementare la produttività interna e la competitività delle diverse lavorazioni, a partire dalle realtà a più alta concentrazione di personale e più alta presenza di volumi esternalizzati;
•    investire il recupero di produttività nell’avvio di tutti i processi di formazione e riconversione professionale necessari a conseguire già nel biennio una significativa quantità di reinternalizzazioni.

Divisione Caring Services
L’Azienda non attiverà fino al 1° aprile 2014 né la societarizzazione delle attività né l’orario di lavoro settimanale a 40 ore, attivando invece una verifica con le organizzazioni sindacali firmatarie circa gli effetti degli interventi riorganizzativi volti a migliorare la competitività della Divisione, la produttività del lavoro e la flessibilità del servizio e a realizzare le reinternalizzazioni di attività che costituiscono l’obiettivo strategico prioritario delle intese.
L’esito di tale verifica costituirà elemento di valutazione per le successive decisioni. Si prevede:
•    che entro un mese dall’accordo siano illustrate nel dettaglio alle OO.SS., le modalità realizzative dell’accorpamento dei centri delle città plurisede (allegato), convenendo i necessari adeguamenti della turnistica per la gestione dei volumi di traffico e la internalizzazione delle attività, usando gli strumenti contrattualmente previsti;
•    che entro il 2014 siano chiusi i presidi nelle 47 città con meno di 46 dipendenti, esclusa la città de L’Aquila, in ragione delle condizioni logistiche dei colleghi;
•    Il personale operativo che non intenda trasferirsi nelle sedi di destinazione potrà richiedere di operare in telelavoro sulle attività tipiche del caring services e in profili professionali assolutamente equiparabili con il lavoro in sede, con rimborso delle spese per la connettività ma senza il riconoscimento del buono pasto. L’Azienda utilizzerà gli strumenti telematici per il monitoraggio dei volumi, della qualità della produttività e dell’efficienza del singolo operatore; la web cam non sarà utilizzata a tali fini.
•    per il personale non operativo dei centri in chiusura, a salvaguardia dell’occupazione, è previsto il demansionamento con la possibilità di chiedere il telelavoro;
•    viene istituita una nuova figura di Supervisor con riduzione della solidarietà e impiego multiskill 80/20 sulle attività di coordinamento ed operative, per facilitare la flessibilità di impiego richiesta dai processi di riorganizzazione. L’accesso al profilo è volontario da parte dei Supervisor e sarà operativo dal 1° luglio 2013;
•    inizio e fine prestazione di lavoro saranno attestati sulla postazione di lavoro, con impegno aziendale a renderle funzionanti entro il 1° luglio 2013 e a non far carico ai lavoratori dei ritardi eventuali conseguenti a malfunzionamenti riscontrabili dopo la data di avvio dei sistemi operativi. Agli inevitabili sfridi per completare la chiamata cliente sarà applicata la compensazione mensile già prevista per i piccoli ritardi. La riorganizzazione rende inoltre necessaria l’unificazione dei regimi di pausa dei turni spezzati fisso e mobile, con applicazione del regime previsto per il fisso.

DIRECTORY ASSISTANCE
A fronte dell’impegno aziendale ad evitare qualsiasi soluzione traumatica, anche in caso di cessazione completa dell’attività, le parti sono impegnate a consentire l’impiego di ammortizzatori socialmente sostenibili,  finalizzati a rigenerare le competenze dei lavoratori e reimpiegarli in altre attività produttive. Già con effetto dal 1° settembre, la riduzione dei volumi di traffico sarà realizzata attraverso il ricorso a contratti di solidarietà al 60% alternati (1° anno per il Sud e  il 2° per il resto della forza), con contestuale reimpiego di 60 lavoratori del Centro e del Nord in attività reinternalizzate.

OPEN ACCESS
•    Non prima del 1° luglio 2013 sarà implementata la geolocalizzazione dell’automezzo per consentire una maggiore efficacia al processo di assegnazione della Work Request tramite Work Force Management. La geolocalizzazione non potrà essere usata con finalità disciplinari;
•    l’automezzo sociale è assegnato individualmente a tutto il personale tecnico singolista, non prima del 1° luglio 2013, con inizio e fine prestazione presso la sede del cliente e franchigia a carico del lavoratore:
o    a inizio giornata, di 45 minuti dalla propria abitazione o di 30 minuti qualora l’automezzo sia posizionato presso la sede sociale più vicina;
o    a fine giornata, di 30 minuti dal sito dell’ultimo intervento al luogo di ricovero dell’automezzo.

E’ prevista a sei mesi una verifica dei casi particolari;
•    l’orario di presidio inizia alle 8.30 e il personale tecnico on field attesterà la pausa dell’intervallo meridiano con le funzionalità inizio e fine mensa presenti sul terminale FAS in dotazione che l’Azienda si impegna a rendere efficace con riferimento alla registrazione delle informazioni;
•    sono previsti fino a 170 trasferimenti amministrativi territoriali entro una distanza massima di 60 Km dall’attuale sede di lavoro con criteri trasparenti di individuazione degli interessati, fermo restando la compatibilità dello skill posseduto con la tipologia dell’attività (carichi familiari, età e distanza dal domicilio). L’assegnazione dell’automezzo riduce di molto le conseguenze sui lavoratori interessati.
BANCA ORE
•    Non prima del 1° luglio 2013, per il personale con mansioni di Tecnico, fatta eccezione per i Tecnici Trasmissivi, e di Progettista operanti in ambito Open Access, non interessato alla solidarietà, è prevista la confluenza obbligatoria delle ore di straordinario prestate non in turno di reperibilità, in una Banca Ore. Per ogni ora accantonata verrà corrisposta la maggiorazione omnicomprensiva pari al 50% di quella prevista per il lavoro straordinario nelle varie modalità di esplicazione. Le ore saranno accreditate nel mese successivo a quello di maturazione e potranno essere fruite nei primi due trimestri successivi compatibilmente con le esigenze di servizio e, nel terzo trimestre a semplice richiesta del lavoratore con preavviso di sette giorni.
STAFF
l’Azienda ha confermato la criticità di posizionamento delle funzioni di Staff, in relazione al rapporto fra attività dirette e lavorazioni di supporto, che rende necessario avviare un percorso volto alla separazione fra funzioni di governo e controllo e servizi comuni, nonché a favorire processi di riequilibrio mediante reimpiego su attività dirette.
ECCEDENZE DICHIARATE PER TI SPA
•    n. 3.000 risorse in esubero, medie nel biennio 2013-2014 così suddivise:
o    n. 2.500 fte solidarietà;
o    n. 500 aliquote mobilità destinate, per quota parte alle risorse che abbiano maturato il diritto al percepimento della pensione di anzianità o di vecchiaia, secondo i requisiti in vigore fino al 31 dicembre 2011. Fanno eccezione le risorse che abbiamo maturato un’anzianità contributiva inferiore a XX anni; e per la restante parte destinate a coloro che dichiarino di non opporsi.

CONTRATTO DI SOLIDARIETA’


INTERNALIZZAZIONI
L’Accordo prevedrà un elenco analitico delle attività da internalizzare nel periodo, con data volumi e lavoratori che saranno occupati in tali attività.
PREMIO DI RISULTATO TELECOM ITALIA SPA
•    Disponibilità aziendale, per il triennio 2013-2015, ad istituire un Premio di Risultato annuale, basato su tre parametri:
EBITDA 40%; RICAVI 40%; QUALITA’ 20%
Al raggiungimento del 100% del target, nei tre parametri, ad un livello 5 sarà erogata una s    somma pari a 650€ lordi annui.
•    Indisponibilità aziendale ad individuare una soluzione per la copertura del secondo semestre 2012.

INFORMATION TECHNOLOGY
•    n. 350 eccedenze nel biennio 2013-2014 così suddivise:
o    n. 322 fte solidarietà;
•    n. 28 aliquote mobilità destinate, per quota parte alle risorse che abbiano maturato il diritto al percepimento della pensione di anzianità o di vecchiaia, secondo i requisiti in vigore fino al 31 dicembre 2011. Fanno eccezione le risorse che abbiamo maturato un’anzianità contributiva inferiore a XX anni; e per la restante parte destinate a coloro che dichiarino di non opporsi.
•    n. 200 internalizzazioni nel biennio con ambito di impiego analiticamente definito ed impegno aziendale a un anno di quantificazione ed identificazione di nuove internalizzazioni con l’obiettivo di pervenire alla tendenziale saturazione della capacità produttiva entro la fine del biennio.

TELECOM ITALIA SPARKLE
•    n. 24 eccedenze nel biennio 2013-2014
o    gestite con  24 aliquote di mobilità aliquote mobilità destinate, per quota parte alle risorse che abbiano maturato il diritto al percepimento della pensione di anzianità o di vecchiaia, secondo i requisiti in vigore fino al 31 dicembre 2011. Fanno eccezione le risorse che abbiamo maturato un’anzianità contributiva inferiore a XX anni; e per la restante parte destinate a coloro che dichiarino di non opporsi.

ALLEGATI:


13 marzo 2013

Catania “deserto”occupazionale: confermati 600 “esuberi” ad Almaviva

Notizia dalla Cgil. Villari e Pistorio:
 “Colpa della delocalizzazione. Inspiegabile atteggiamento dei committenti”. Interviene anche Bianco
“Le politiche delle grandi compagnie non guardano in faccia la realtà: dichiarare 600 esuberi non significa solo azzerare il futuro di altrettante persone ma provocare un effetto a catena che travolge un territorio e ne trascinerà altri verso il medesimo destino. L’epilogo del caso Almaviva si annuncia duro per lavoratori e sindacato. Ma continueremo la nostra lotta sino all’ultima chance”.
Non arrivano buone notizie dall’incontro romano sugli ormai più che probabili licenziamenti al call center di Almaviva. Sul caso intervengono il segretario generale della Camera del lavoro, Angelo Villari, e il segretario confederale Giovanni Pistorio: “Un numero così alto di esuberi decreterà la chiusura del centro di Misterbianco, e di certo, produrrà ricadute negative su Palermo. A sfavore della decisione ha prima di tutto giocato, pesantemente, il fenomeno dalla Cgil più volte denunciato della delocalizzazione verso paesi Esteri, spesso sprovvisti di leggi che tutelano diritti e privacy dei clienti. In secondo luogo, ha anche pesato un inspiegabile atteggiamento del committente che non sembra voler salvare il salvabile nella provincia etnea. L’orientamento è quello di perdere un bagaglio prezioso: professionalità, reddito e serenità di centinaia di famiglie. Faremo di tutto per impedirlo”.
Sulla vicenda è intervenuto anche Enzo Bianco:
“Ai lavoratori della Almaviva voglio dire che sono al loro fianco, pronto a fare di tutto per impedire i licenziamenti”. Lo ha detto Enzo Bianco, candidato sindaco di Catania, commentando la notizia che 1350 dipendenti a tempo indeterminato del call center di Almaviva e altri 1500 lavoratori con un contratto a progetto, rischiano il posto dopo l’annuncio che Vodafone avrebbe deciso di ritirare la commessa all’Azienda, con sede a Misterbianco.
“Nei volti dei lavoratori di Almaviva si legge tutta la disperazione del vivere in una Catania che è risultata essere la città più precaria d’Italia. Perso un lavoro, dunque, non si è affatto sicuri di trovarne un altro. Ecco perché non dobbiamo rassegnarci: questo è un problema che coinvolge tutta la cittadinanza. Bisogna far fronte comune con i sindacati, che stanno lavorando bene, anche battendo i pugni sul tavolo, lottando. E non soltanto a livello Regionale, come ha sottolineato giustamente l’on. Concetta Raia, ma anche a livello nazionale”.
Articolo Iene Sicule a firma Benanti 

12 marzo 2013

Almaviva, incontro a Roma Pistorio: “No ai baratti”

http://catania.livesicilia.it
CATANIA - E’ allarme call center. Domani a Roma si riuniranno i rappresentanti delle sigle sindacali provinciali e nazionali di Cgil, Cisl e Uil e i vertici di Almaviva. Dall’azienda fanno sapere che “ in merito agli esuberi della sede catanese non vi sono ancora comunicazioni ufficiali”. La Cgil, invece, tiene alta l’attenzione sui rischi occupazionali cui la provincia di Catania potrebbe andare incontro. Lo stesso hanno fatto i deputati regionali. Concetta Raia, che ha sollecitato la nascita di un tavolo tecnico regionale, e Lino Leanza che ha presentato un’interrogazione parlamentare. In attesa che Crocetta (a cui hanno scritto pure i sindacati confederali) si pronunci, gli occhi rimangono puntati sull’incontro di domani. Il nodo dolente è il futuro della commessa “Vodafone” assegnata al call center Almaviva di Misterbianco. In caso di delocalizzazione della commessa, infatti, sarebbe tutto lo stabilimento a farne le spese in termini occupazionali. Giovanni Pistorio, segretario confederale della Cgil di Catania fa il punto sulla vertenza.

“Domani- dice il sindacalista a Livesicilia- si inizierà a monitorare la situazione. E’ chiaro che se le nostre impressioni venissero confermate e quindi Vodafone optasse per sospendere la commessa affidata ad Almaviva si determinerebbe un effetto domino su tutta l’occupazione dei call center in Sicilia. Infatti, in quel caso sarebbe immediatamente investita la sede di Misterbianco che è quella che, all’interno del gruppo Almaviva, produce utili e profitti.” Pistorio teme per le durissime ricadute occupazionali che travolgerebbero il nostro territorio. “La commessa Vodafone in Sicilia viene gestita soltanto a Misterbianco dove sono occupate attualmente settecento persone a tempo indeterminato”. “A quel punto, è chiaro che non potendo sostituire questa commessa sarebbe a rischio tutta l’attività di Almaviva Misterbianco con rischi occupazionali enormi: il licenziamento di 1350 lavoratori assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato e di altri 1500 lavoratori a progetto”. Quindi: “gli effetti sarebbero immediati sull’occupazione e la tenuta sociale di tutto il territorio della provincia di Catania.

Questo è uno dei primi tasselli dell’effetto domino che potrebbe scatenarsi. A quel punto riteniamo che Almaviva possa fare scelte ancora più radicali.”Pistorio è determinato, e in vista dell’incontro di domani dice: “Noi chiederemo, a qualsiasi livello, un impegno per salvare la sede di Misterbianco”. “Chiederemo in primo luogo che le committenti non possano decidere per gli imprenditori dove localizzare le proprie attività”. “Non possono, soprattutto, decidere le sorti di un intero territorio”. Per il sindacalista “dovrebbe essere Almaviva a dire l’ultima parola”. “Inoltre, riteniamo che Vodafone non possa disimpegnarsi dal territorio nazionale dopo essere stata titolata delle concessioni governative”.

Ma è soprattutto l’aspetto del lavoro a preoccupare Pistorio. “Nessun committente può pensare di imporre baratti sulla qualità del lavoro. Il lavoro in inbound- prosegue il sindacalista- deve essere mantenuto a tutti i livelli, non siamo disposti a scambiarlo con lavoro a progetto. C’è troppa precarietà in questo territorio, in Almaviva come in altre aziende ci siamo spesi per tutelare la buona occupazione.” C’è poi un problema che rivolge tutta la cittadinanza. “Vorrei poi ricordare- aggiunge Pistorio- che i processi di delocalizzazione verso stati extra- europei ed anche verso stati dell’unione nei quali non sono ancora pienamente attutate adeguate norme a tutela della privacy, pregiudicano la tutela dei dati sensibili degli utenti italiani”. “Penso- ha concluso Pistorio- al rischio di messa in atto di operazioni di campionatura della voce, di cui varie inchieste giornalistiche hanno recentemente messo in evidenza i rischi, per fini commerciali e non solo”.