24 dicembre 2013

Slc Cgil Catania: Gli auguri del Segretario Generale


Care compagne e cari compagni,
In questi casi dovrebbe essere facile scrivere un post di auguri per queste festività, per me diventa ogni anno più difficile esprimere questo sentimento di pace e solidarietà per le storie che durante questo anno ho visto e per le sensazioni che tantissimi lavoratori mi hanno esternato. Preferisco iniziare a farli a chi oggi non può permettersi di passare un Natale sereno e tranquillo, a chi da anni cerca Lavoro senza trovarlo, a chi lo ha perso per negligenza altrui, a chi lo mantiene con grande fatica. Tutto gira intorno a questa parola fondamentale per ognuno di noi e segno di dignità LAVORO! Dobbiamo lasciarci alle spalle quello che è stato e cercare di guardare al futuro con grande spirito di solidarietà sociale e nel simbolo di un equità che tutti evocano. Spero che con il lavoro di tutti noi sapremo riprenderci il futuro evitando di fare gli stessi sbagli del passato. Con questo auspicio vi auguro di passare questo periodo di festa felice con le vostre famiglie e con i vostri amici più cari. Auguri compagne e compagni auguri di un 2014 di libertà, fratellanza e uguaglianza!!!
Fraterni Saluti
Davide Foti
Segretario Generale Slc Cgil Catania

Infocontact. Mancato rinnovo della commessa Wind: a rischio 272 posti di lavoro.

COMUNICATO SINDACALE
Nel pomeriggio del 23 Dicembre si è svolto l'incontro tra l'azienda Infocontact, le segreterie regionali delle organizzazioni sindacali di categoria e le RSU elette nei siti produttivi di S.Pietro Lametino e Rende. Nel corso della riunione l'azienda ha comunicato alle parti sociali la volontà di Wind di non voler confermare la commessa relativa al reparto 155 mobile, in scadenza al prossimo 31/01/2014, con conseguente dichiarazione di 272 esuberi, sul sito produttivo di Lamezia, così suddivisi: 1 responsabile di commessa, 2 formatori, 2 operatori senior, 12 team leader e 255 operatori telefonici.
Il sindacato, innanzi una notizia così sconcertante, manifestando unitariamente tutta la preoccupazione dovuta alla perdita di 272 posti di lavoro, ha chiesto alla società, con forza, di non avviare azioni di risoluzione della problematica che prevedano l'apertura di procedure di licenziamento e messa in mobilità. Slc, Fistel, Uilcom ed Ugl Telecomunicazioni, hanno manifestato piena disponibilità al dialogo ed al confronto costruttivo in tutte le sedi opportune, inserendo come pregiudiziale l'individuazione di forme e modalità che permettano di mantenere inalterati i livelli occupazionali in azienda.
L'azienda, recepite le preoccupazioni delle OO.SS., ha comunicato al sindacato ed alle RSU che nella giornata di Sabato 21 dicembre scorso, ha avuto un incontro preliminare con WIND, nel corso del quale gli è stato garantito il mantenimento della commessa sul FISSO. Questa importante conferma che non era affatto scontata, garantirà, secondo l’azienda, la tenuta economica dei conti senza la necessità di dover procedere alla riduzione dei livelli occupazionali ma dovendo comunque applicare un piano di salvaguardia per i lavoratori attraverso i contratti di solidarietà difensivi. Inoltre l’azienda ha comunicato che il prossimo Piano Industriale che presenterà per il triennio 2014-2017 porterà al risanamento di Infocontact e getterà le basi per ritornare in tempi brevi alla piena occupabilità dei lavoratori.
Il sindacato non ha voluto affrontare nel merito nessun “piano di salvaguardia”, anzi ha denunciato l’atteggiamento aziendale di sostanziale “rinuncia” dinnanzi alla perdita di questa importante e strategica commessa. Questo potrà avvenire solo quando l’azienda si presenterà al tavolo con il piano industriale e con i dati analitici della situazione economico finanziaria e dei volumi di traffico da gestire.
Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil ed Ugl Telecomunicazioni hanno pertanto chiesto all'azienda di impegnarsi nell'individuazione di soluzioni che nell'immediato puntino a ritrovare volumi di traffico maggiori nelle commesse già presenti in azienda, oltre che a tentare fino all'ultimo di convincere Wind a rivedere la decisione, o quantomeno a prevedere un piano di calo dei volumi diluiti nel tempo che permettano una più facile ricollocazione dei 272 lavoratori in forza alla commessa 155 mobile.
Le OO.SS. dal loro canto, hanno già interessato le rispettive segreterie nazionali affinché intervengano sulle committenti per aumentare i flussi di traffico e scongiurare l'ennesima crisi occupazionale per il territorio calabrese. In ogni caso le segreterie regionali di SLC Cgil, Fistel CISL, Uilcom UIL, UGL Telecomunicazioni e le rispettive RSU, in questo mese dalla scadenza del contratto 155 MOBILE, avvieranno tutte le azioni necessarie a difesa della piena occupazione di TUTTI i lavoratori dell'azienda Infocontact e prima di ragionare di qualsiasi ammortizzatore sociale saranno tentate tutte le strade possibili per difendere il lavoro ed i lavoratori.


Web tax, è legge la versione "light"


di Luciana Maci
La web tax è legge. La norma promossa dal presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd), è passata quando oggi il Senato, alle ore 18.15, ha dato la fiducia al governo sulla 1120/B, ovvero la legge di stabilità che contiene appunto anche la web tax. La fiducia è stata votata con 167 voti favorevoli e 110 contrari su un totale di 277 votanti.

La nuova normativa prevede la necessità di acquistare servizi di pubblicità, link sponsorizzati online e spazi pubblicitari visualizzabili sul territorio italiano solo da soggetti titolari di partita Iva italiana. Inoltre, alle aziende che fanno raccolta pubblicitaria sul web, prescrive un diverso indicatore dei profitti rispetto a quello attuale che fa riferimento ai costi sostenuti per l'attività.

La norma – di fatto un emendamento alla legge di stabilità che raccoglie i contenuti della proposta di legge presentata lo scorso ottobre da Boccia -  comportava inizialmente una serie di interventi normativi ai fini Iva e delle imposte dirette per tassare in Italia i proventi derivanti dal commercio elettronico diretto e indiretto, ma ha subito suscitato critiche anche all’interno dello stesso Pd. Di fatto l’emendamento, accantonato in Commissione Bilancio del Senato, è stato ripresentato agli inizi di dicembre alla Camera con la firma di firma di Edoardo Fanucci (Pd) , Sergio Boccadutri (Sel), Ernesto Carbone (Pd), Antonio Castricone (Pd) e Stefania Covello (Pd). La scorsa settimana la commissione Bilancio della Camera ha riscritto l’emendamento in una versione sostanzialmente “dimezzata” che è quella approvata oggi in via definitiva: dal testo è scomparso l'obbligo di aprire partita Iva in Italia per tutti i soggetti che effettuano il servizio di commercio elettronico diretto o indiretto, mentre è rimasto in piedi l’obbligo di partita Iva italiana per chi vende pubblicità online in Italia.

Tra i principali sostenitori del “no” alla web tax  il neo segretario del Pd, Matteo Renzi, che ha più volte dichiarato la sua contrarietà e, alla vigilia dell’ultimo intervento sul testo della Commissione Bilancio della Camera, ha chiesto con un tweet al governo Letta di “eliminare ogni riferimento alla web tax e porre il tema dopo una riflessione sistematica nel semestre europeo”. Ma la sua posizione non è passata.

Venerdì scorso, tuttavia, la parlamentare del Pd e componente della commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera, Lorenza Bonaccorsi, insieme ai colleghi del Partito Democratico Paolo Coppola, Marco Causi e Giampaolo Galli, ha presentato un ordine del giorno sulla web tax che impegna il governo alla notifica presso la Commissione Europea, oltre a un "eventuale" sospensione degli “effetti della norma introdotta” e alla valutazione di “meccanismi correttivi della disposizione”.

Peraltro la Ue aveva già bocciato la norma. Poche ore prima Emer Traynor, portavoce del commissario europeo per la fiscalità e l'unione doganale Algirdas Šemeta, ha osservato che la web tax “sembrerebbe contraria alle libertà fondamentali e i principi di non-discriminazione stabiliti dai trattati”. E lo stesso premier Enrico Letta ha sentito il dovere di segnalare il “bisogno di un coordinamento con le norme europee essenziali”.

A sua volta Boccia ha continuato a difendere il provvedimento sottolineando anche oggi come, proprio a causa di questa “battaglia condotta dall’Italia”, il tema della tassazione dei colossi del web nei Paesi in cui operano sia diventato “centrale per l’Unione europea”.


Tra le numerose voci contrarie alla web tax il Movimento 5 Stelle, Stefano Parisi, presidente di Confindustria digitale, Filippo Taddei, responsabile economico del Partito democratico e Riccardo Donadon, Presidente di Italia Startup. Tra coloro che si sono espressi a favore invece l’editore Carlo De Benedetti e l’esperto di media digitali Andrea Pezzi.

23 dicembre 2013

Cassazione, giusto licenziare chi spia colleghi


Roma, 29 nov. (Adnkronos Salute) - Giusto licenziare chi spia i colleghi di lavoro. A stabilirlo è una sentenza della Cassazione (n. 26143), che ha preso in esame il caso di un chirurgo plastico dell'azienda ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino, che aveva impugnato il licenziamento intimatogli dall'ospedale il 4 agosto del 2008, a seguito della "grave situazione di sfiducia, sospetto e mancanza di collaborazione venutasi a creare all'interno della equipe medica di chirurgia plastica dovuta al fatto che il medesimo aveva registrato brani di conversazione di numerosi suoi colleghi a loro insaputa".
Il camice bianco era stato accusato di aver utilizzato le registrazioni di brani di conversazioni di numerosi suoi colleghi senza che questi ne fossero a conoscenza, per poi usarli a sostegno della denuncia per mobbing che aveva presentato nei confronti del primario. La Corte d'appello di Torino aveva però respinto il suo ricorso contro il licenziamento.
Il chirurgo si è quindi rivolto alla Cassazione sostenendo che la registrazione "non poteva ritenersi di per sé illegittima, dato che le registrazioni costituivano legittimo elemento di prova utilizzabile in giudizio". La Suprema Corte ha però ritenuto "inammissibile il motivo di ricorso in quanto" la parte "ricorrente si era limitata a riproporre le proprie tesi sulla valutazione delle prove acquisite senza addurre argomentazioni idonee ad inficiare la motivazione della sentenza impugnata". Per la Cassazione, in definitiva, il ricorso del medico "va rigettato".



Cassazione: lavoratore ha diritto a chiedere il trasferimento per assistere il familiare disabile

Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 28320 del 18 Dicembre 2013. Un dipendente del Ministero della Giustizia, in servizio da diversi anni, ha presentato domanda di trasferimento dal proprio ufficio, richiesta fondata sulla necessità di avvicinarsi alla madre disabile, bisognosa di cure e assistenza continue.
A seguito del diniego, il lavoratore si è rivolto al giudice competente, ottenendo ragione in appello.
Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso in Cassazione affidandosi ad un unico motivo di contestazione.
La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermato quale sia la ratio dell'art. 33, comma 5, della legge 104/1992 (legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate) normativa di riferimento per la risoluzione del caso in oggetto: quella di favorire appunto la migliore assistenza al familiare disabile (legato al lavoratore da un rapporto di affinità o di parentela), interesse - quello appunto di garantire un'assistenza effettiva e continuativa al disabile - che è sicuramente superiore a quello, opposto, del datore di lavoro, di mantenere la risorsa entro una determinata sede aziendale. Proprio per tale motivo, il lavoratore può effettuare la scelta della sede di lavoro, quanto più possibile alla propria residenza o domicilio, non solo nel momento genetico del contratto - cioè solo al momento dell'assunzione - ma anche in un momento successivo, presentando appunto domanda di trasferimento. La necessità effettiva, alla base della legittima richiesta di trasferimento presentata al datore di lavoro, deve essere riscontrata dal giudice il quale effettuerà indagini caso per caso.



Wind al bivio: vendita, fusione o ricapitalizzazione?

di Antonello Salerno
Tutto pronto per mettere in vendita Wind. L’anticipazione viene dal Financial Times, secondo cui Vimpelcom, terzo operatore sul mercato mobile della Russia, starebbe considerando la possibilità di cedere la controllata Italiana, o in alternativa quella di una fusione con un altro operatore o di un rifinanziamento, per fare fronte a un debito vicino ai 12 miliardi di euro.
Negli ultimi mesi si è a lungo vociferato di contatti già partiti con Hutchison Whampoa, che in Italia controlla 3, ma i primi sondaggi non avrebbero finora avuto sbocco in una vera e propria trattativa né a una bozza di accordo. Anche se la prospettiva di un consolidamento del mercato mobile italiano rimane una soluzione per consentire a chi rimarrà sul mercato di “assestarsi” allentando l’attuale livello di concorrenza sui prezzi.
All’inizio dell’anno Hutchison Whampoa aveva sondato il terreno per un accordo con Telecom Italia, senza ottenere risultati, così come era successo a suo tempo anche al magnate egiziano Naguib Sawiris, ex proprietario di Wind, che poi aveva ceduto l’operatore alla compagnia russa.
Ma nei giorni scorsi si era parlato anche del consolidamento del mercato del fisso, e al centro dell’attenzione c’era anche in quel caso Wind, con Infostrada. A toccare l’argomento era stato Paolo Bertoluzzo, ad uscente di Vodafone Italia: “Su Infostrada, se qualcuno pensa che siamo interessati, dovrebbe venire a proporci l'operazione - aveva detto intervistato dal Messaggero - Noi siamo investitori che vogliono crescere sulla rete fissa. Credo che è una cosa che potremmo valutare se compatibile con la nostra strategia” 



Frequenze Tv, 20 milioni per il caos interferenze

Interferenze alle Tv, canali che non si vedono, programmi in lingua croata? Nel giro di un anno tutto potrebbe essere “risolto”. O forse no. Di fatto, entro dicembre 2014 le emittenti televisive che producono “interferenze” sui paesi confinanti dovranno far fagotto. In cambio il ministero dello Sviluppo prevede per il loro disturbo 20 milioni di euro. Già trasferiti sul conto di Poste Italiane.

Intento nobile, ma strategia potenzialmente esplosiva. Perché a reclamare quei 20 milioni potrebbero essere non qualche decina, ma le oltre 300 emittenti locali o nazionali che si trovano in qualche modo “fuorilegge”: perché infrangono le regole dettate a suo tempo da Agcom e perché l’Italia non ha mai intrapreso una vera politica di accordi internazionali tali da sanare il “conflitto” frequenziale con i Paesi confinanti.  Centinaia di emittenti che potranno sollevare una protesta chiedendo risarcimenti: non il massimo per le finanze italiane. Del resto è lo stesso ministero che ammette di arrendersi di fronte al guazzabuglio provocato da una valanga di distorsioni. Quasi per giustificare la proposta di una soluzione-tampone che rischia di provocare altri caos. Vediamo.

La soluzione “home made” è contenuta nel decreto Destinazione Italia da poco licenziato dal consiglio dei ministri e ancora non pubblicato in Gazzetta Ufficiale. L’articolo 6 prevede che l’autorità delle comunicazioni riformuli la pianificazione nazionale delle frequenze escludendo quelle che non rispettano i vincoli del Piano Agcom e, di conseguenza, quanto previsto dal Mise in fase di assegnazione. “Attualmente l’Italia - recita il decreto - sulla base delle pianificazione delle frequenze adottata dall’Agcom, con le dovute precauzioni d’uso a tutela delle utilizzazioni legittimamente riconosciute ai vari Paesi dal piano di Ginevra 2006, ha assegnato ai propri operatori la quasi totalità delle frequenze disponibili”. In realtà durante il passaggio al digitale terrestre sono state assegnate frequenze senza rispettare il piano Agcom e senza il rigido rispetto di vincoli nazionali e internazionali che il piano tassativamente prevedeva.

“Tale circostanza - si riconosce ora al ministero - è stato però motivo di accertate situazioni interferenziali verso i Paesi confinanti e conseguentemente le reazioni suscitate nei Paesi interessati hanno indotto sia l’ITU sia l’Unione Europea a monitorare la situazione e invitato l’Italia ad avviare incontri bi/multilaterali”. Peccato che quegli incontri non siano mai stati effettuati. E che ora la situazione risulti un groviglio tale da spingere il ministero ad ammettere: “L’esito positivo di detti incontri (incontri internazionali bilaterali, ndr) non è di facile realizzazione per i complessi aspetti tecnici che emergono”.

Dunque il ministero dichiara in qualche modo di non essere in grado di far rispettare alle emittenti i difficili vincoli tecnici del piano Agcom. Quindi la soluzione è: disattivazione forzosa degli impianti. Con il rischio di dare al Paese un ennesimo colpo sul piano della credibilità nazionale.

Ma c’è di più: dalla nuova pianificazione dovranno essere escluse le frequenze oggetto “di accertate situazioni interferenziali”. Chi accerterà la “situazione interferenziale”? Quante emittenti saranno obbligate a lasciare l’attività perché i loro programmi sono interferiti? Fra quante aziende dovranno essere spartiti i 20 milioni depositati sul conto di Poste Italiane?



Pensioni, dal 2014 aumenti di pochi euro massimo di 20

Pensioni rivalutate: sarà di poche decine di euro il risultato da tanti annunci, tira e molla e demagogia. Michele Di Branco sul Messaggero di Roma spiega cosa succederà:
Il congelamento di molte pensioni sta per finire. A tre anni di distanza dalla riforma Fornero, il 2014 porta buone notizie per chi è andato a riposo dal lavoro.
Nulla di esaltante, sia chiaro, perché il meccanismo messo a punto dal governo con la legge di Stabilità prevede una rivalutazione piena o quasi solo per i trattamenti fino a circa 2.000 euro al mese lordi, e parziale per gli altri. E inoltre l’incremento dei prezzi calcolato sulla base dei primi 9 mesi dell’anno (l’1,2 per cento ) non spingerà certo molto in alto gli adeguamenti.
Solo le pensioni lorde che non superano tre volte il trattamento minimo di 495,4 euro al mese avranno il recupero al 100 per cento. Mentre tra questo importo e quello corrispondente a quattro volte il minimo (1.981,7 al mese) l’incremento si ferma al 95%. Una novità, quest’ultima, spuntata in extremis in quanto nella versione del maxiemendamento che aveva ricevuto l’ok del Senato era prevista, per le pensioni tra 1500 e 2000 euro lordi al mese, una rivalutazione pari al 90% del dovuto.

La scaletta degli incrementi
Al crescere della pensione, la percentuale di rivalutazione scende: fino a 2.477 euro mensili (cinque volte il minimo) sarà del 75 per cento, oltre questo limite del 50, sempre con riferimento all’intero importo. Poi, a partire da sei volte il minimo (2.972 euro al mese) scatta un altro tipo di decurtazione: l’incremento è limitato al 45 per cento, ma si applica solo alla quota di pensione che non supera questa soglia. Questo schema durerà fino al 2016: dall’anno successivo dovrebbe essere ripristinata quello in vigore in forza di una legge degli anni ’90 che prevede rivalutazioni differenziate tra il 100 e il 75%, percentuali applicate però solo sulle fasce di pensione che superano i limiti.
Uno sguardo alla curva delle pensioni, ricordando che gli aumenti in arrivo da gennaio sono lordi, fa emergere con molta chiarezza che non ci si deve aspettare una pioggia di denaro. Il raffronto 2013-2014 dice, ad esempio, che una pensione da 500 euro di quest’anno salirà a 506 il prossimo con un incremento di 6 euro mensili. Per arrivare ad un incremento a doppia cifra occorre essere beneficiari di un trattamento di 900 euro, destinato a salire a 910,8 (+10,8 euro mensili ).

Al crescere degli importi, salgono anche le rivalutazioni. Fino a raggiungere l’aumento massimo: vale a dire quello che spetterà a chi oggi incassa 1800 euro mensili. Questo pensionato godrà dal 2014 di un beneficio di 20,52 euro. A questo punto la curva, per effetto del meccanismo prima descritto, comincerà a flettere. Tanto che dai 3mila euro in su l’aumento sarà per tutti di 14,27 euro. Dal punto di vista dei conti pubblici, la rivalutazione parziale vuol dire nel 2014 un risparmio di 580 milioni, che diventano 380 al netto degli effetti fiscali (…)

22 dicembre 2013

Legge Stabilità: Camusso, non fa interessi del Paese. Grave il taglio degli ammortizzatori sociali


"La legge di Stabilità è una somma di norme in favore di piccole lobby e non fa l'interesse del Paese". Lo ha detto il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, intervenendo a Catanzaro all'incontro promosso dal sindacato sul tema 'Il lavoro decide il futuro'. "La legge di Stabilità che si sta approvando è in continuità con gli anni precedenti, per questo motivo noi riteniamo che bisogna metterci ai remi per lavorare in modo da migliorarla”, ha aggiunto il Segretario Generale della CGIL. “C'è il rischio - ha avvertito - che in futuro ci sarà chi continuerà a galleggiare e chi perderà il lavoro. Chi pensa che con la fiducia finisca la discussione sta sbagliando di grosso, perché continueremo noi la discussione".

Per la CGIL, “sugli esodati ci si dovrebbe vergognare". "E' una vergogna - ha proseguito Camusso - che a distanza di tempo ci sia ancora un tema del genere senza aver trovato una soluzione definitiva. E' davvero una vergogna". Così come non vanno bene le decisioni sugli ammortizzatori sociali. "Si parla tanto di riforma degli ammortizzatori sociali, ma intanto il ministero delle Finanze sta preparando un decreto per il loro dimezzamento''. ''Noi invece - ha spiegato la leader della CGIL - chiediamo che si torni indietro con le risorse che c'erano prima. Abbiamo detto al ministro del Welfare che le leggi del governo Monti hanno fatto solo danni''.

Si dovrebbe invece ripartire proprio dal lavoro. "Il lavoro è l'unica fonte di ricchezza per il Paese e non può essere giocato come merce a ribasso", ha detto ancora Camusso. "Il lavoro - ha sottolineato il Segretario Generale - decide il destino del Paese e la qualità di vita delle persone. Veniamo da sei anni in cui il nostro Paese ha segnato un arretramento senza precedenti con una forte riduzione del lavoro. Ci sono stati coloro che si sono appalesati come salvatori della Patria e poi non sono riusciti a dare risposte per invertire la rotta”. Arriviamo - ha concluso Susanna Camusso - da sei anni di crisi dove i governi che si sono succeduti non hanno scelto il lavoro come strumento per la ripresa ed il cambiamento. Ora è giunto il momento di puntare sul lavoro, ma per farlo servono politiche serie e concrete. Per questo motivo rilanciamo, ancora una volta, il nostro Piano del lavoro".

Mandare a quel paese il proprio capo

Il dipendente deve rispettare l'azienda in cui lavora, onorando il contratto ed evitando di danneggiare l'immagine del datore anche all'esterno dell'impresa, ma a sua volta ha il diritto ad essere rispettato dalla gerarchia interna dell'ufficio, come persona e come lavoratore. La raccolta di sentenze di legittimità degli ultimi due anni mostra chiaramente i cardini su cui la Corte di Cassazione ha costruito la giurisprudenza "d'ufficio", regole che valgono sia nell'ambito del lavoro pubblico sia nel privato. Con le peculiarità del caso: così il mobbing, che pure deve consistere in un comportamento di emarginazione continuato ai danni del dipendente da parte della struttura gerarchica - e deve durare da almeno sei mesi per essere tale - nel "pubblico" può sfumare nell'abuso d'ufficio se il funzionario viene discriminato solo perchè "troppo indipendente" e insensibile ai condizionamenti della politica. Negli ultimi tempi i giudici, sempre nel solco della "democrazia" d'ufficio, hanno ritenuto giustificabile la reazione del dipendente che, continuamente rimproverato dal superiore, si rivolta mandandolo letteralmente a... quel paese: sempre che la reazione sia proporzionata al torto subìto.




Ispezioni del ministero del Lavoro: il 55% delle aziende non è in regola

l 55% delle aziende controllate dagli ispettori del ministero del Lavoro risulta irregolare. Tra gennaio e settembre sono state ispezionate 101.912 aziende (lo 0,1% in più dello stesso periodo nell'anno precedente) e in 56.003 sono stare riscontrate delle irregolarità: lavoro nero, tutela dei minori, sfruttamento extracomunitari clandestini, elusione contributiva e sicurezza sul lavoro.
Le ispezioni - spiega una nota del ministero - hanno consentito di verificare 202.379 posizioni lavorative (-29,3% rispetto al 2012) con l'individuazione di 91.109 lavoratori irregolari, di cui 32.548 totalmente in nero, pari al 36% dei lavoratori irregolari, con un aumento di 5 punti percentuali rispetto allo scorso anno.
In 439 casi - spiega il ministero del Lavoro - è stata riscontrata una violazione penale per impiego di lavoratori minori, mentre è stato individuato l'impiego di 816 lavoratori extracomunitari clandestini, circa il 2,5% dei lavoratori in nero, in lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2012. Il lavoro irregolare è diffuso in tutti i settori di attività economica, tuttavia la quota del lavoro nero si annida maggiormente in agricoltura (58% degli irregolari) e nell'edilizia (43%). Tutti gli altri fenomeni, quali ad esempio appalti illeciti, l'uso non corretto del contratto di somministrazione (7.548 numero di lavoratori coinvolti) e le violazioni della disciplina in materia di orario di lavoro (10.082 lavoratori) subiscono una decisa riduzione. Violazioni rispetto alle norme di prevenzione e sicurezza del lavoro sono state riscontrate in 24.316 aziende, pari al 25,8% delle aziende ispezionate, con una diminuzione di 5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2012.



Cassazione: la designazione del RSSP non esenta il datore di lavoro dalla responsabilità per infortunio

"In materia di infortuni sul lavoro, il datore di lavoro non può andare esente da responsabilità, sostenendo esservi stata una delega di funzioni a tal fine utile, per il solo fatto che abbia provveduto a designare il responsabile del servizio di prevenzione e protezione. Difatti la presenza di un RSPP è obbligatoria ai sensi dell'art. 8 del D.Lgs. 626/1994 per l'osservanza di quanto previsto dal successivo art. 9, ma tale figura non coincide con quella, peraltro facoltativa, del dirigente delegato all'osservanza delle norme antinfortunistiche ed alla sicurezza dei lavoratori."
E' quanto ribadito dalla Corte di Cassazione che, con sentenza n. 50605 del 16 dicembre 2013, ha altresì precisato che "il RSPP non può incidere in via diretta sulla struttura aziendale ma ha solo una funzione di ausilio finalizzata a supportare (e non a sostituire) il datore di lavoro nell'individuazione dei fattori di rischio nella lavorazione, nella scelta delle procedure di sicurezza e nelle pratiche di informazione e di formazione dei dipendenti. Dunque nonostante si proceda, come nel caso di specie, alla nomina di un RSPP il datore di lavoro conserva l'obbligo di effettuare la valutazione dei rischi e di elaborare il documento relativo alle misure di prevenzione e protezione."
Nel caso preso in esame dalla IV Sezione Penale della Corte di Cassazione, il giudice di prime cure ha ritenuto sussistente responsabilità penale del datore di lavoro in ordine all'infortunio mortale di un suo dipendente, per la posizione di garanzia dallo stesso rivestita quale appunto datore di lavoro e, quindi, titolare dell'obbligo giuridico di impedire l'evento.
Dalle risultanze processuali - si legge nella sentenza - è emerso che un lavoratore rimaneva vittima di un infortunio mentre provvedeva con un collega a caricare alcuni infissi in PVC, completi di vetro, su di una pedana per il successivo trasporto, all'interno della società cooperativa presso la quale prestava la sua attività lavorativa.
Nel dibattimento si è anche accertato che il datore di lavoro all'epoca dei fatti rivestiva la qualifica di presidente e legale rappresentante della ditta e che con un atto privo di data aveva delegato ad un socio la qualifica di responsabile del servizio di prevenzione e protezione. Inoltre nel corso dell'istruttoria è stato appurato che la procedura utilizzata dal datore di lavoro per il carico degli infissi si era rivelata pericolosa e scorretta, agli operatori non era stata fornita un'adeguata formazione in relazione alla movimentazione dei carichi ed ai rischi inerenti nonché in materia di salute e sicurezza sul posto di lavoro, non era stato predisposto un ambiente sicuro ed i dipendenti non erano provvisti di protezioni individuali atte ad evitare eventuali infortuni o, comunque, a limitarne i danni.
Inoltre la Corte territoriale - proseguono i giudici di legittimità - "ha correttamente evidenziato il nesso causale tra l'omissione delle precauzioni da adottare sul luogo di lavoro e della valutazione del rischio nella predisposizione della procedura di carico in questione ed il fatale infortunio: gli infissi sono caduti addosso al lavoratore, schiacciandolo, in quanto non erano autonomamente assicurati alla pedana ma erano ad essa connessi da un semplice cordino che, di volta in volta, veniva slegato per aggiungere ulteriori elementi. Dunque, al momento del carico dell'ultimo infisso, tutti gli altri, essendo liberi, sono scivolati addosso al lavoratore travolgendolo. Peraltro la stretta correlazione causale tra l'incidente e l'inadeguata valutazione dei rischi (nonché l'insufficienza del relativo documento) è resa evidente da una circostanza giustamente posta in evidenza dai giudici di appello: subito dopo il sinistro la fase di lavorazione interessata - cioè quella del carico degli infissi - venne sensibilmente modificata."
In merito alla doglianza inerente l'obbligo di garanzia e l'inefficacia ai fini dell'esclusione della responsabilità del datore di lavoro, attribuita dai giudici di merito alla delega conferita al socio, i Giudici di Piazza Cavour rilevano che la delega risultata priva di data - con conseguente impossibilità di collocarla con certezza in un momento antecedente al sinistro - è finalizzata alla nomina di RSPP e non alla delega della posizione datoriale e non contiene alcuna attribuzione di poteri finanziari né di alcun altro potere proprio del datore di lavoro e tali da consentire al delegato di far fronte, in via diretta, alle esigenze in materia di prevenzione degli infortuni.
"Il delegato per la sicurezza - figura come già detto del tutto eventuale - è invece destinatario di poteri e responsabilità originariamente ed istituzionalmente gravanti sul datore di lavoro e, perciò, deve essere formalmente individuato ed investito del suo ruolo con modalità rigorose, non ricorrenti nel caso in esame. Peraltro in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, ai sensi dell'art. 17 D.Lgs. n, 81 del 2008, il datore di lavoro non può delegare, neanche nell'ambito di imprese di grandi dimensioni, l'attività di valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza del lavoratore e la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dei rischi."  



Legge di stabilità: Apuzzo (Slc Cgil), eclatante l’assenza di proroga al divieto di possedere insieme TV e Quotidiani

“La Legge di Stabilità avrebbe potuto/dovuto contenere la proroga al divieto di concentrazione proprietaria di TV e quotidiani, ma così non è” così dichiara Barbara Apuzzo segretaria nazionale Slc Cgil.
“Ancora una volta registriamo un’occasione perduta per iniziare a mettere ordine sulla spinosa questione del conflitto di interessi. Il che significa che dal 31 dicembre i proprietari di TV potranno comprare, senza alcun limite, quote di quotidiani.”
“Slc Cgil – ricorda la sindacalista – richiama da tempo l’urgenza di una legge quadro sul conflitto di interessi e la necessità di procedere rapidamente in direzione della regolazione dell’intero mondo dell’editoria, coniugando il divieto di concentrazione proprietaria di TV e quotidiani, alla necessità di accompagnare, con regole nuove e nel rispetto dei limiti imposti dall’Antitrust, il processo di naturale integrazione verticale che si determina con l’evoluzione digitale.”
“C’è poi l’altro grande tema, quello riguardante il SIC (Sistema Integrato delle Comunicazioni), anch’esso da rimodulare per porre fine alle enormi distorsioni che ancora oggi impattano pesantemente sulla raccolta pubblicitaria.”

“La democrazia di un paese è immediatamente misurabile dalla libertà di fare e ricevere informazione, un’informazione che deve affondare le sue radici nel rispetto del pluralismo – conclude Apuzzo. Non intervenendo in tal senso, si sceglie di ignorare l’impatto devastante che la mancata risoluzione del conflitto di interessi  ha avuto e continuerà ad avere nel condizionare culturalmente il Paese.”

20 dicembre 2013

Telecom Italia è un'azienda solida'


Oggi, l'attesa assemblea di Telecom Italia, convocata su richiesta di Marco Fossati per valutare la revoca del cda fa chiarezza sul futuro del gruppo.
L'assemblea è stata aperta dall'ad Marco Patuano, che nel suo intervento ha toccato i punti nevralgici del dibattito - dalla solidità dell'azienda alla cessione di Telecom Argentina, passando dall'unbundling - e ha lanciato poi l'invito a fermare le polemiche per concentrarsi sul futuro del gruppo.
Presente all'assemblea il 54,2642% del capitale.
Nel dettaglio, il fondo BlackRock è presente con il 5,15% di azioni depositate: una quota spacchettata in più fondi di cui il principale è registrato con il 4,3774%.
Tra i 10 principali azionisti, oltre BlackRock, risultano Dodge and Cox International Stock Fund (2,7681%); Government of Norway (1,91%); Ontario Teachers Pension Plan Board (1,38%), GMO International Intrinsic Value Fund (1,20%); Canada Pension Plan Investment Board (1,05%); Jericho Capital Master Fund (1%) e Stichting depositary Apg Developed Markets Equity Pool (0,99%).
Telco ha un peso del 41,2611% in assemblea con azioni pari al 22,38% del capitale Telecom, seguito dalla Findim di Marco Fossati con un peso in assemblea del 9,2236%, per un capitale del 5,0043%.

Assemblea dei soci esempio straordinario di democrazia societaria
L'assemblea di oggi, chiamata innanzitutto a discutere temi di governance, rappresenta "uno straordinario esempio di democrazia societaria per tutta la finanza italiana ed europea", nonché "la sede propria" per affrontare un dibattito "che ha acceso gli animi" ed è "uscito molto presto è uscito dai suoi ambiti specifici prima di approdare" nella sua sede naturale, ha affermato Patuano.
"Le decisioni che saranno prese in un momento assembleare a cui partecipa oltre il 50% del capitale dell'azienda, dovranno essere accolte con grande senso di responsabilità da parte di tutti, nell'interesse di Telecom Italia e dei suoi stakeholder".
L'affluenza record registrata oggi in assemblea si traduce per Patuano "in un messaggio importante del mercato affinché si rafforzi ulteriormente la governance di Telecom Italia, in modo che non solo continui a essere ispirata a principi di sana e corretta gestione, ma possa fugare qualsiasi futuro dubbio sul funzionamento dell'organo consiliare".

Telecom non è un'azienda in crisi
Patuano ha proseguito il suo intervento difendendo l'azienda, troppe volte in passato descritta come "un'azienda in crisi non solo economica e finanziaria, ma anche di idee e di strategie".
"Questo non è vero", ha detto Patuano: "Nonostante il contesto turbolento sotto il profilo congiunturale e di mercato che ha caratterizzato il nostro orizzonte, soprattutto in Italia, questo gruppo continua a occupare una posizione di leadership grazie a uno tra i più elevati livelli di profittabilità in Europa e grazie al continuo aumento della quota di mercato in Brasile del nostro operatore mobile", ha precisato.

Sostenibilità del debito
Per l'anno in corso, l'obiettivo, ha ribadito, è quello di "ridurre il debito al di  sotto dei 27 miliardi di euro rispetto ai 35,7 miliardi di euro di fine 2007".
Dalla fine del 2007 alla fine del 2013, ha spiegato, "Telecom Italia sarà stata capace di ridurre il debito di quasi nove miliardi".
"L'azienda - ha detto ancora Patuano - può contare a fine settembre 2013 su oltre 13 miliardi di euro, tra liquidità e linee di credito; un importo che ci garantisce una copertura delle quote del debito in scadenza di oltre 3 anni".
"L'aggiunta di ulteriori 4 miliardi di liquidità porterà la copertura delle scadenze finanziarie a oltre 4 anni. Queste cifre testimoniano come risulti ampiamente garantita la sostenibilità del debito nonostante il giudizio espresso dalle agenzie di rating, Moody's e più recentemente Standard and Poor's che hanno
abbassato il giudizio sul cosiddetto merito di credito della società".

Unbundling, ci tuteleremo
Ieri l'Agcom ha confermato il listino sull'unbundling nonostante la ferma opposizione della Ue.
Non è mancato un riferimento alla decisione che, appunto, secondo Patuano, "appare in contrasto con l'evoluzione del quadro regolamentare europeo mirato, ad assicurare un assetto stabile e prevedibile che incentivi gli investimenti attraverso il riconoscimento di un adeguato ritorno del capitale".
Telecom Italia, ha aggiunto, prende atto della decisione Agcom e si riserva "di tutelare i propri interessi".

Tim Brasil
Telecom Italia non ha mai "preso in considerazione la vendita della partecipazione brasiliana e neanche indirettamente una sollecitazione a ricevere un'offerta".
"Il cda considera il problema del Cade un problema di Telefonica. Non abbiamo mai preso in considerazione la vendita della partecipazione brasiliana e neanche indirettamente una sollecitazione a ricevere un'offerta".

Cessione Argentina
Tra i temi più 'caldi', esempio lampante per i piccoli azionisti del conflitto d'interessi di Telefonica in seno al cda, la vendita di Telecom Argentina per 960 milioni di dollari al fondo Fintech.
L'ad si è detto convinto che la cessione "era e resta una buona operazione". "Si è trattato di cogliere l'opportunità di uscire da un investimento in una società che, benché sana, si trova in un paese caratterizzato da alta volatilità".
"L'alternativa alla vendita avrebbe dovuto essere, prima o poi, un ulteriore rafforzamento della nostra quota di interessenza economica nella partecipazione, che era infatti limitata al 22,7%".
Tale operazione, tuttavia, avrebbe rappresentato per il gruppo "un rischio finanziario incompatibile con il focus del nostro piano".
Quanto all'opportunità di fare una gara, ha spiegato: "Abbiamo ritenuto che l'unica procedura di vendita possibile fosse una trattativa diretta, riservata e rapida nei tempi".

L'andamento del titolo e gli effetti del Piano strategico
"Da fine settembre a oggi il titolo ha avuto una performance relativa di un aumento del 40%. È una visione di brevissimo termine. Nessuno può dirsi soddisfatto, il nostro titolo deve stare ben sopra l'euro e questo è il nostro obiettivo".
Solo pochi mesi fa, prima della presentazione del piano industriale lo scorso 7
Novembre, ha aggiunto, il titolo "aveva addirittura rotto la barriera di 0,50  euro per azione. L'incertezza strategica attorno a Telecom Italia era massima".
Per questo "abbiamo innanzitutto  ritenuto indispensabile dare risposte a tutti i punti che  erano aperti e creavano incertezza sul titolo", con un piano che ha una visione strategica, contiene strategia di investimento e consolidamento del mercato mobile.

I negoziati con CDP
Patuano è intervenuto anche sulle negoziazioni con la Cassa Depositi e Prestiti, spiegando che erano due i driver che guidavano le trattative: "finanziarie gli investimenti sulla rete in un momento in cui Telecom aveva disponibilità finanziarie ridotte e determinare un miglioramento delle condizioni regolatorie. Nessuna delle due condizioni si è verificata".

I rapporti con Telco
Patuano ha negato di avere rapporti diretti con Telco e i suoi soci e che, per questo motivo, non era informato dell'aumento della quota di Telefonica in Telco: "Non ho avuto anticipazioni di dettaglio sull'operazione e sul mercato vi erano generiche anticipazioni sui contatti in corso".

Le torri
"Sembriamo un unicum planetario noi che vogliamo vendere le torri, ma lo sta facendo anche AT&T" ha detto Patuano, sottolineando che non è vero che questo tipo di operazioni le fa chi è sull'orlo della bancarotta.
"Ovviamente se vendessimo le torri per riaffittarle a un prezzo superiore a quello incassato sarebbe un cattivo affare. Ma questo è il punto: se l'operazione è in fase studio questo vuol dire che deve essere valutato il punto di equilibrio, ovvero il canone di locazione non deve superare l'importo percepito a fronte della vendita".

Stop a polemiche, guardare al futuro
E' giunto il momento, secondo Patuano, "di superare le polemiche e le dietrologie e di tornare a focalizzarci sul futuro del nostro gruppo, sull'interesse di tutti gli azionisti affinchè Telecom Italia sia messa nelle condizioni di perseguire un piano industriale che la porterà a riappropriarsi della rivoluzione in atto nel nostro settore, a guidare la trasformazione digitale, ad accelerare il processo di riposizionamento sul mercato e a consentire il giusto apprezzamento del nostro titolo".

Alessandra Talarico

19 dicembre 2013

Confindustria boccia manovra: “Crisi come guerra”.

“La recessione è finita, ma l’Italia oggi deve affrontare i danni della crisi che sono paragonabili a quelli di una guerra“. Il centro Studi di Confidustria dà il suo verdetto. Il Pil è crollato in 6 anni e resterà negativo anche nel 2013, dice l’associazione degli industriali. I poveri sono raddoppiati, passando a 4,8 milioni, e gli italiani senza un lavoro sono 7,3 milioni.  La disoccupazione ha raggiunto il livello record, tasso che rimarrà stabile per i prossimi due anni. E dal 2007 il Paese ha eroso oltre 200 miliardi di reddito. Servono misure incisive, spiega Confindustria, e la prima è il calo della pressione fiscale. Poi lancia la stoccata alla Legge di Stabilità, “un’occasione mancata” per risollevare il Paese. Immediata la replica del presidente del Consiglio, Enrico Letta, a Bruxelles per il vertice europeo: ”Ho la responsabilità di tenere la barca Italia in equilibrio e voglio che ci siano strumenti per la crescita senza sfasciare i conti. Confindustria dovrebbe sapere che tenere i conti a posto vuol dire far calare gli spread, come oggi che abbiamo raggiunto il punto più basso in due anni e mezzo”.
Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha ribattuto al premier Letta: ”Il presidente è preoccupato di non sfasciare i conti, per la verità noi non abbiamo chiesto certo di sfasciare i conti. Il nostro obiettivo non è sfasciare il Paese”.
“COME IN GUERRA” -  ”La profonda recessione, la seconda in 6 anni, è finita. I suoi effetti no”, avverte il centro studi di Confindustria. Parlare di ripresa  è “per molti versi improprio”; suona “derisorio”. Il “Paese ha subito un grave arretramento ed è diventato più fragile, anche sul fronte sociale”. Danni “commisurabili solo con quelli di una guerra”
PIL CROLLATO - Il Pil è crollato del 9,1% dal 2007 e quello pro-capite dell’ 11,5%, cioè di 2.900 euro a testa, tornando ai livelli del 1996. Il 2013 si chiuderà peggio delle attese, stima il centro studi di Confindustria, che ha rivisto dal -1,6% al -1,8% le stime per il Pil. Resta invariata al +0,7% la previsione di crescita per il 2014. Mentre gli economisti di via dell’Astronomia nella prima stima sul 2015 prevedono una crescita dell’1,2%.
POVERI RADDOPPIATI - ”Le persone a cui manca il lavoro, totalmente o parzialmente, sono 7,3 milioni, due volte la cifra di sei anni fa. Anche i poveri sono raddoppiati a 4,8 milioni”. E’ il bilancio di sei anni di crisi del centro studi di Confindustria. “Le famiglie hanno tagliato sette settimane di consumi, ossia 5.037 euro in media l’anno”.
DISOCCUPAZIONE AL 12% FINO AL 2015 - Il Centro studi di Confindustria rivede in leggero rialzo il tasso di disoccupazione del 2013, dal 12,1% stimato a settembre al 12,2% indicato nelle previsioni diffuse oggi. Il tasso di disoccupazione comunque resta stabile oltre il 12% anche nel 2014 (12,3%) e nel 2015 (12,2%).
REDDITO EROSO - ”Rispetto alle traiettorie già modeste del decennio 1997-2007 il livello del Pil potenziale è” oggi dopo sei anni di crisi “più basso del 12,6%”, indica il centro studi di Confindustria; che calcola: “In altre parole sono andati bruciati oltre 200 miliardi di euro di reddito a prezzi 2013, quasi 3.500 euro per abitante”. E “solo con incisive riforme strutturali si può recuperare il terreno perduto”.
PRESSIONE FISCALE - La pressione fiscale sale al 44,3% del Pil nel 2013 e al 44,2% nel 2014, per poi scendere al 43,9% nel 2015. E’ la stima del Centro studi di Confindustria.
“MANOVRA OCCASIONE MANCATA” –   ”Una occasione mancata”. Così il rapporto sugli scenari economici del centro studi di Confindustria bolla la Legge di Stabilità all’esame del Parlamento. Secondo le quantificazioni del governo, evidenzia il rapporto, “comporterebbe un peggioramento dell’indebitamento netto nel 2014 per circa 2,6 miliardi, un miglioramento nel 2015 di 3,5 miliardi e nel 2016 di 7,3″.
“Complessivamente si tratta di intervento modesto sul 2014 che ritocca marginalmente il deficit: in termini di Pil si tratta di qualche decimale (0,2%). E “per il 2015 e 2016 la correzione  del disavanzo coincide sostanzialmente con le dimensioni delle clausole di salvaguardia”.  ”L’Intervento principale proposto è quello sul cuneo fiscale – rilevano ancora gli economisti di via dell’Astronomia – ma le risorse stanziate non sono in grado di incidere significativamente”.



Cambia l’Isee, ecco come si calcolerà

Cambia di nuovo l’Isee, o riccometro, lo strumento usato ormai ovunque per stabilire quali cittadini e famiglie hanno diritto a sconti, detrazioni, esenzioni sulle varie prestazioni offerte dagli enti pubblici. Lo scopo è di consentire alle Amministrazioni di disporre di uno strumento più preciso. Ecco quali saranno i maggiori cambiamenti, una volta che il nuovo Isee entrerà a regime.
Casa di proprietà: dal valore dell’abitazione di proprietà viene sottratto un terzo e l’eventuale debito residuo del mutuo, ma non c’è la possibilità alternativa di detrarre 51.545 euro. La casa nel complesso varrà di più, perché i valori Imu sono superiori del 60 per cento rispetto a quelli dell’Ici. Non si calcola nell’Ise una casa se il suo valore è fino a 52.500 euro, più 2.500 euro per ogni figlio.
Casa in affitto: se il contratto d’affitto è regolarmente registrato, la spesa pagata ogni mese può essere detratta per un valore superiore superiore: da 5.164,6 a 7 mila euro. La detrazione aumenta di 500 euro per ogni figlio convivente dal terso in poi.
Redditi: entrano nel calcolo tutte le entrate della famiglia. Non più solo redditi Irpef e quelli da attività finanziarie, ma anche gli affitti da cedolare, i redditi tassati all’estero, gli assegni percepiti per il mantenimento dei figli, i trattamenti assistenziali, le indennità e tutti gli altri redditi soggetti a imposta sostitutiva.
Detrazioni: i lavoratori dipendenti e i pensionati hanno diritto a una detrazione del 20 per cento sul reddito, i primi con un tetto massimo di 3 mila euro, i secondi di mille euro. Tutti possono inoltre sottrarre l’assegno versato al coniuge per il mantenimento dei figli e le spese mediche (fino a 5 mila euro). I disabili possono ulteriormente dedurre, con lo stesso tetto, le spese per l’assistenza, l’acquisto di cani guida per i ciechi e i servizi d’interpretariato per i non udenti.
Depositi e conti: non vale più semplicemente la consistenza dei conti correnti al 31 dicembre dell’anno precedente. Se la media annua è superiore, è quest’ultima che viene considerata, salvo che siano stati fatti investimenti significativi.


Telecom Italia: ecco la lista Telco in caso di revoca del Cda

 Se dall'assemblea Telecom Italia dovesse passare la proposta di revoca del Cda avanzata da Marco Fossati, Telco proporrà di votare a favore di un cda composto da 15 membri.
È quanto è emerso dal consiglio di amministrazione della holding che controlla il 22,5% della società e che ha confermato all'unanimità di votare contro la proposta del patron di Findim.
Nel caso in cui l'assemblea non approvi la revoca dell'attuale consiglio di amministrazione di Telecom Italia, Telco proporrà di votare l'integrazione in cda di Stefania Bariatti e Angelo Tantazzi.
Se, invece, l'assemblea dovesse votare a favore della revoca, Telco proporrà di votare a favore della propria lista, presentata in data 25 novembre 2013, ridottasi a 2 membri essendo stata comunicata l'indisponibilità di Julio Linares. Nell'ipotesi in cui tutti i candidati presenti nelle due liste finora presentate vengano eletti, Telco proporrà di votare per 6 ulteriori candidati, tutti indipendenti: Gabriele Burgio, Paolo Fumagalli, Mario Notari, Francesco Profumo, Angelo Tantazzi e Giorgio Valerio.
Dal cda di Telco è infine emersa la volontà di proporre - e votare - che la durata del nuovo consiglio di amministrazione sia fissata in tre esercizi e pertanto scada con l'approvazione del bilancio al 31 dicembre 2015 e che il compenso annuo complessivamente attribuito al nuovo consiglio di amministrazione sia complessivamente di 2,2 miliardi di euro.


Web tax, Susanna Camusso: "Non è una vessazione"

“Le tasse si pagano nel Paese dove si lavora. Pagare le tasse dove si opera non può certo passare come una vessazione delle aziende. Troppe multinazionali, infatti, con sede all'estero, poi finiscono per non pagare i contributi nel nostro Paese e questo è un male”. E’ la posizione di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, che ha parlato di web tax oggi durante un’iniziativa del sindacato a Catanzaro.

Ma sul tema nelle ultime ore si sono registrate diverse “bocciature”, come quella che è arrivata dall’unione Europea, con la presa di posizione di Emer Traynor, portavoce del commissario per la fiscalità Algirdas Šemeta, che ha invitato il Governo italiano “ad assicurare che ogni nuova misura legislativa sia appieno compatibile con il diritto europeo”.

Anche Andrea Monti, avvocato esperto di diritto nelle tlc, ha parlato con il Corriere delle Comunicazioni di una “Chi metterà la faccia su questa legge vuole le chiavi di casa di Google. Il confornto si giocherà sui tavoli di mediazione non necessariamente in Italia, ma in Europa. La norma che contiene criticità. Bisogna comunicarla alla Commissione europea prima dell’emanazione, altrimenti scatta la multa”.

Di coinvolgimento dell’Europa aveva parlato anche Lorenza Bonaccorsi, parlamentare del Pd e componente della commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera, sollecitando Governo e Parlamento a richiedere una riflessione in sede comunitaria, come peraltro già auspicato dal neo segretario Pd, Matteo Renzi.


Proprio ieri sera l’ufficio studi della Camera aveva espresso il proprio parere negativo sulla norma, definendo il comma 17-bis “non (…) compatibile con la normativa comunitaria in materia di libertà di circolazione di beni e servizi”.

Telecom Italia: Incontro Commissione Telelavoro

Il giorno 17 dicembre si è svolto il primo incontro della commissione Telecom sul telelavoro. L’azienda ha portato in commissione una presentazione iniziale sulla quale le OO.SS. hanno dovuto marcare delle prime, forti, perplessità.
La prima importante distanza registrata riguarda la “modalità ed i requisiti di adesione”. Non è assolutamente condivisibile da parte delle OO.SS. l’impostazione aziendale di considerare l’idoneità al videoterminale come requisito imprescindibile per l’adesione al Telelavoro.
Così come appare poco comprensibile la volontà di sottoporre nuovamente tutti i lavoratori potenzialmente coinvolti a visita medica d’idoneità. La parte sindacale ha ribadito che l’unico discrimine per l’adesione al telelavoro debba essere quello della volontà del lavoratore stesso.
Bisognerà, piuttosto, valutare come coinvolgere al meglio le persone che, pur in presenza di una qualsiasi inidoneità, decidano di aderire al regime di telelavoro, a partire dalle attività da svolgere, per arrivare ai mezzi di cui dotarli.
Altro elemento sul quale le parti hanno registrato una marcata distanza è stata la proposta aziendale di regolamentare una modalità di ascolto da remoto da effettuarsi da parte del responsabile gerarchico. Su questo tema le OO.SS. hanno ricordato che già con l’accordo del 27 marzo le parti hanno individuato gli strumenti idonei al coinvolgimento dei lavoratori nei processi formativi e di aggiornamento.
Altro elemento sul quale permangono delle perplessità riguarda l’autocertificazione da parte del lavoratore dei requisiti di idoneità logistico-strutturale del domicilio. Occorrerà verificare con attenzione questo aspetto. Queste sono le maggiori difficoltà che al momento abbiamo registrato. L’accordo sulla regolamentazione del telelavoro in ambito caring non può essere pensato come una mera formalità da espletare (magari introducendo anche delle novità rispetto alla cornice stabilito con gli accordi del 27 marzo). Ad attuazione del piano di chiusura delle sedi, Telecom Italia sarà una delle aziende con la platea di teleravoristi più vasta in Italia. Questo è un ulteriore elemento che obbliga tutti alla massima attenzione.
La Commissione si è aggiornata al prossimo 8 gennaio, allorquando misureremo gli avanzamenti a partire dagli elementi di distanza che ad oggi permangono.
LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC CGIL FISTEL CISL UILCOM UIL

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18 dicembre 2013

“Lavoro da 30 ore senza sosta”. Poi muore d’infarto

“Trenta ore di lavoro e continuo senza sosta”. Mita Diran, giovane pubblicitaria di 27 anni, lo ha scritto su Twitter il 14 dicembre scorso. Un ritmo di lavoro folle, che sarebbe la causa dell’infarto che l’ha uccisa alla giovanissima età. Quelle poche parole su Twitter il suo ultimo messaggio prima di morire il 15 dicembre.
La ragazza era una copywriter per l’agenzia pubblicitaria Young & Rubicam Group Indonesia, che le chiedeva orari di lavoro stressanti. Mita Diran sul web, nella vita reale il suo nome era Pradnya Paramita. Secondo i medici la ragazza avrebbe avuto un infarto ed un inctus cerebrale, causati dall’eccessiva assunzione di caffè ed energy drink e dalla mancanza di sonno e riposo.
Il 16 dicembre si sono svolti i funerali della giovane e l’agenzia per cui lavorava ha chiuso gli uffici per lutto e per permettere ai colleghi di prendere parte ai funerali. Ma dal web la polemica corre veloce: perché una ragazza ha lavorato tante ore senza sosta e fino alla morte? Risposte al momento non sono state date e il Bangkok post scrive che il parlamento dell’Indonesia sarebbe pronto a convocare il direttore dell’agenzia dove la giovane lavorava per avere chiarimenti sulla vicenda.
La storia di Mita ricorda quella del giovane stagista Moritz Erhardt, morto a 21 anni dopo aver lavorato 72 ore consecutive nella sede londinese della Bank of America.