08 novembre 2014

DAVIDE FOTI (CGIL) AL GOVERNO: "BASTA GIOCARE A PING PONG COL PANE DEI LAVORATORI"

da: www.ienesiciliane.it/
A pochi giorni dalla manifestazione nazionale indetta per il 21 novembre a Roma, cosa sta succedendo nei call center italiani (e catanesi)? E' cambiato qualcosa dall'ultima manifestazione nazionale del 4 giugno? Ne abbiamo parlato con Davide Foti, segretario Slc Cgil Catania(nella foto).

A pochi mesi dalla riuscitissima manifestazione nazionale del giugno scorso, il 21 novembre tornate in piazza a Roma per difendere l'occupazione nei call center. Che, tra parentesi, non vivono un bel periodo...
E' vero. Tantissimi licenziamenti e tantissimi posti di lavoro a rischio in ogni parte del Paese. Le aziende purtroppo continuano a delocalizzare all'estero (soprattutto in Albania, Tunisia, Estonia e Romania) perché spostando il lavoro in quei paesi acquisiscono vantaggi competitivi rispetto a chi invece resta in Italia. Competitivi, però, sulla pelle di chi lavora.

In che senso?
Nel senso che vanno all'estero per risparmiare sul costo del lavoro, perché lì non sono tenuti a garantire diritti ai lavoratori e anche perché, è bene chiarirlo, in quei paesi, alle aziende, è consentito praticamente tutto: per esempio non hanno l'obbligo di mostrare i bilanci o non sono vincolati al rispetto della privacy e dei dati personali dei cittadini.

Cioè: i dati personali dei cittadini in quei paesi non sono al sicuro?
Rispetto alla normativa italiana che è abbastanza efficace e garantisce dagli abusi e dalle violazioni, in quei paesi vige la più totale deregulation con grandi rischi per i cittadini. Si pensi solo al vertiginoso aumento delle truffe sulle carte di credito. Insomma c'è poco da stare tranquilli se il tuo gestore opera in questi paesi. Per questo motivo, quella sulle garanzie sui dati personali e sulla privacy, è una nostra battaglia (nostra, intendo, della Slc di Catania) già dal lontano 2007.

Torniamo ai problemi dei lavoratori, alle delocalizzazioni. Il governo ha raccolto le vostre sollecitazioni?
Purtroppo il governo continua a giocare a ping pong con il pane delle persone, rimpalla continuamente il problema da un ministero all'altro. Un atteggiamento che al momento non ha portato a nulla di fatto, in particolare per quanto riguarda la difesa dei livelli occupazionali, cioè dei posti di lavoro.

Cosa potrebbero fare le istituzioni?
Potrebbero intervenire su due aspetti decisivi: le cosiddette gare al massimo ribasso e una normativa sui cambi d'appalto. In entrambi i casi il problema è uno: non esistono regole, è la giungla. Faccio solo un esempio: se io ho un call center in Romania e partecipo ad una gara per ottenere una commessa pubblica qua in Italia, posso farlo contando sul gap competitivo che c'è tra me che ho il call center a Bucarest e un'azienda che opera in Italia. Io, grazie alle condizioni contrattuali e normative che ho in Romania posso partecipare alle gare offrendo anche il 40% in meno rispetto ai miei competitori italiani. A quel punto non c'è partita. Vince chi sfrutta di più i lavoratori.

E per quanto riguarda i cambi d'appalto?
Lì dovrebbe essere introdotto innanzitutto un principio e cioè che il lavoratore segue il lavoro. Se la mia azienda chiude e la commessa va ad un altro io, lavoratore, non devo finire sulla strada ma devo poter continuare a lavorare nella nuova azienda.

Qual è la situazione a Catania?
Per fortuna, al momento, in controtendenza rispetto al trend nazionale. I grossi operatori non licenziano. Ad Almaviva addirittura, grazie al lavoro dei nostri rappresentanti sindacali, l'occupazione è aumentata dal 2010 ad oggi di oltre 500 unità, passando da 770 a 1200 occupati. Ah, un'ultima cosa...

Prego...

Ai nostri rappresentanti sindacali voglio fare i miei migliori auguri. Lunedì, ad Almaviva, si terranno le elezioni per il rinnovo delle rappresentanze sindacali. Sono certo che i lavoratori premieranno l'impegno di questi anni e, soprattutto, la capacità di guardare avanti dei nostri rappresentanti sindacali. Sono certo che i lavoratori voteranno i nostri candidati, i candidati della Slc Cgil.

Almaviva: Elezioni RSU/RLS -10 e 11 Novembre 2014 e nomi dei candidati SLC CGIL


Cari colleghe/i , compagne/i di lavoro giorno 10/11 Novembre sarete chiamati, democraticamente, con il voto ad eleggere la nuova compagine RSU .
Sono passati 3 anni ed  il nostro impegno è stato sempre presente con rinnovato spirito combattivo “ perché la battaglia che si perde è quella che non si è provato a combattere” .
I tempi che ci attendono non sono dei più facili : gare al massimo ribasso, delocalizzazione, perimetro occupazionale, art 18 statuto dei lavoratori, controllo a distanza, turno mamma,  contrattazione di 2 ° livello, rivendicazione di dignità e uguaglianza e tanto tanto altro ma non siamo portatori di annunci ma di fatti, sono tutti temi che ci hanno visto protagonisti in Parlamento, nelle piazze, nel posto di lavoro a volte anche con scelte impopolari e magari non capite,  ma sempre finalizzate al bene della nostra comunità.
Per questo giorno 10 e 11 Novembre scegli un candidato SLC CGIL, scegli l’impegno sempre in prima linea, perché uniti si vince.
I candidati:
Natale FALA’- Stefania RIZZO - Antonino RAUNISI detto “Nino” - Desy ARENA - Isabella CASSIBBA - Daniela CAMPIONE - Mery PREZZAVENTO - Salvo TERRANOVA detto “Salvuccio” - Giovanna PACE - Filippo NICOSIA  - Stefano ZAPPALA’

Nota a margine:
  • Un ringraziamento va all'amico e compagno Stefano Zappalà per la collaborazione prestata alla redazione della Slc Cgil Catania

Almaviva: Rinnovo delle cariche RSU

Catania 7 novembre 2014
Siamo ormai giunti al rinnovo delle cariche RSU , giorno 10 dalle h 8-00 alle h 22-00 e giorno 11 dalle h 8-00 alle h 21-00 c.m. , ci vedranno impegnati al voto , date da non dimenticare perché dobbiamo esercitare un nostro dovere/diritto.
Mi corre il dovere di ricordarvi la professionalità e l impegno politico/sindacale svolto con costanza, ma soprattutto con grande lealtà e trasparenza nei confronti di tutti i colleghi , indipendentemente dall appartenenza alla sigla , questo mi ha contraddistinto anche nei confronti dei vertici aziendali .
Insieme siamo stati protagonisti di numerose lotte , la più onerosa e' stata ed è ,continuare a mantenere il perimetro occupazionale , per tutelare la nostra serenità e quella delle nostre famiglie .
Concludo con una citazione :
" Se un giorno ti verrà rimproverato che il tuo lavoro non è stato fatto con professionalità , rispondi che l arca di Noè e' stata costruita da dilettanti e il Titanic da professionisti ".
Con grande stima e affetto
Isabella Cassibba

07 novembre 2014

Lettera ai lavoratori Almaviva


Care Lavoratrici e Cari Lavoratori di Almaviva Catania,
Il settore dei call center, nonostante il processo di stabilizzazione dei rapporti di lavoro, continua a causa dell’assenza di regole certe a sopravvivere in condizione di precariato occupazionale a causa di un mercato voluto selvaggio dalle committenti che operano nei servizi e che continuano a condizionare le politiche di governo.
Slc Cgil, il nostro sindacato, su questi punti così come su altre questioni è stato sempre in prima linea in difesa del lavoro e dei diritti sanciti dalla nostra meravigliosa Costituzione e da quello che viene considerato dai lavoratori di tutto il mondo il capolavoro del diritto di chi opera al lavoro; lo Statuto dei Lavoratori.
Insieme, abbiamo sempre creduto che battersi contro l’assegnazione degli appalti attraverso la pratica delle gare al massimo ribasso, contro la vergogna della delocalizzazione delle attività verso i paesi non UE e a sostegno dell'applicazione delle regole europee in materia di cambi di appalto sia stato giusto e necessario non solo per la difesa del lavoro ma per la dignità ad un lavoro stabile.
E’ stato per questi motivi e su questi temi, oltre che per l’ostinazione che ci contraddistingue, che la Slc Cgil di Catania ha dato il via ad una serie di iniziative a sostegno del buon lavoro nei call center che sta avendo dei risvolti istituzionali.
L’incontro ufficiale di Slc Cgil Catania con l’On.le Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati, ha determinato la costituzione di una specifica Commissione di Indagine sui call center.
Nel corso delle audizioni è finalmente emerso che la crisi del settore, anche a causa dell’assenza di norme e di regole, rischia di uccidere l’intero comparto ed è a seguito delle audizioni che la presidenza della Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati sta avanzando proposte di legge per la salvaguardia di lavoratori, aziende e cittadini.
Infatti, solo attraverso leggi che regolamentano il settore in materia di gare d’appalto e solo dopo il pieno recepimento delle direttive europee in materia di cambi di appalto (il lavoro segue il lavoratore) potremmo potere godere della piena salvaguardia del lavoro; sempre a condizioni che non si venga scippati dell’articolo 18 della legge 300/70.
L’altra grande questione sulla quale è massimo il nostro impegno riguarda la delocalizzazione verso i paesi extra Ue delle attività di call center.
Anche su questa questione, e già da parecchi anni, Slc Cgil Catania sta oltre la prima linea.
E’ stata predisposta da Slc Cgil Catania e regolarmente presentata, a tal proposito, alla Commissione Europea un regolare esposto per denunciare l'inadempienza dello Stato Italiano rispetto alle applicazioni delle direttive europee in materia di salvaguardia dei dati personali dei cittadini italiani e contro quindi l'off-shoring di tutte quelle aziende che operano grazie alle concessioni governative.
Sui diritti non indietreggeremo ne su queste questioni ne sulle leggi che ne sugellano l’esistenza e che tutelano le libertà di chi lavora con dignità.
Oggi chi ci governa pensa di potere smantellare le principali conquiste civili dei lavoratori sancite dallo Statuto dei Lavoratori. La discussione sull’articolo 18 e sugli altri capisaldi della Legge 300/70, quali il divieto al demansionamento e la video-sorvegianza di chi lavora è una discussione al cui tavolo non vogliamo partecipare. I capisaldi del diritto del lavoro non sono merce da negoziare.
Noi CGIL, anche se da soli ma in buona compagnia di tutti quei lavoratori che credono che la dignità ed il diritto non siano negoziabili , stiamo dando battaglia contro coloro i quali credono che il lavoro sia solo un costo e non un valore.
Noi CGIL crediamo nella dignità del lavoro e contro ogni forma di asservimento della dignità e delle conquiste civili.
Le elezioni per il rinnovo delle RSU del 10 e dell’11 novembre rappresentano un passaggio per attestare che c’è chi la pensa in una maniera e chi in un'altra.
Vi invitiamo, quindi, in piena coscienza di esprimere la vostra volontà sostenendo chi ha contribuito a sostenere e a fortificare il diritto, la dignità e gli ideali di vita.
Grazie per quello che farete e per quello che sceglierete, il domani dipende da tutti noi!
Fraterni Saluti
IL Segretario Generale SLC CGIL Catania
( Davide Foti )


Call center: sondaggio aperto a tutti i cittadini su diritti privacy

Slc Cgil lancia sondaggio aperto a tutti i cittadini su diritti privacy In preparazione dello sciopero e della Notte Bianca dei Call Center, in programma venerdì 21 novembre, 
Al link https://it.surveymonkey.com/s/WB5BNR9 è infatti possibile rispondere alla domanda se si sia a conoscenza del fatto che l’articolo 24‐bis (DL 83/2012, conv. in L. n. 134/2012) prevede che si debba essere informati in quale paese estero si trovi
l’operatore del gestore telefonico con cui si parla e che si possa scegliere di essere seguito da un operatore che lavora in Italia.
Le delocalizzazioni in altri Paesi dei servizi di call center sono conseguenza diretta del mancato recepimento della direttiva UE 23/2001 sulla tutela dei lavoratori nei cambi di appalto, con evidenti rischi per la tutela della privacy.
La delocalizzazione delle attività verso Paesi a basso tasso di democrazia e ad alto rischio di truffe informatiche determina un aumento dei rischi per i cittadini che a milioni si rivolgono giornalmente d un call center. Tutto questo nonostante ci sia una
legge che conferisce al cliente (colui che paga) di poter scegliere da dove farsi erogare il servizio, legge ignorata da tutte le aziende che utilizzano call center e su cui lo Stato non interviene nonostante sia prevista una sanzione di 10.000 euro al giorno.
Le centinaia di esuberi e licenziamenti annunciati negli ultimi mesi da varie società di call center sono diretta conseguenza dell’errata trasposizione della Direttiva Europea 2001/23 sulla tutela dei lavoratori, con la mancata estensione delle tutele previste
dall’articolo 2112 del c.c. in occasione della successione o cambio di appalti. Ciò ha creato in Italia un vuoto normativo che consente di creare crisi occupazionali esclusivamente per ridurre il salario dei lavoratori e ridurne i livelli di diritti.
Roma, 7 Nombre 2014

SEGRETERIA NAZIONALE SLC‐CGIL

05 novembre 2014

Presentazione “STAINONDA”

L’Associazione Bruno Trentin e Slc Cgil presentano STAI IN ONDA, Il rapporto di ricerca su condizioni, esigenze e idee dei lavoratori precari e atipici di radio e tv in programma martedì 11 novembre 2014, ore 9.30 a Roma, Cgil nazionale, Sala Santi, Corso Italia 25.
Stai in Onda è il titolo della ricerca che l’Associazione Bruno Trentin ha realizzato su scala nazionale per conto del Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione.
Il questionario on line  ha coinvolto oltre  500 lavoratori “atipici” del settore, che hanno risposto a 61 domande sulle proprie condizioni di lavoro.
L’iniziativa di presentazione, martedì 11 novembre alle ore 9.30 presso la Cgil nazionale a Roma, durante la quale è previsto un intervento di Susanna Camusso, sarà conclusa da Serena Sorrentino (segretaria confederale Cgil).
L’indagine, che sarà presentata da Daniele Di Nunzio ed Emanuele Toscano dell’Associazione Bruno Trentin, fotografa il lavoro precario e atipico in questo particolare settore lavorativo, composto da oltre 23.000 lavoratori: il 68% del campione è costituito da uomini, per la maggior parte tecnici operatori; il 46% ha un’età compresa tra 31 e 40 anni, il 26% tra i 41 e i 50 anni. Le tipologie contrattuali applicate discontinue e a termine riguardano i lavoratori di tutte le fasce d’età e tutte le aree di attività.
Programma:

Presiede: Barbara Apuzzo, Segretaria nazionale Slc Cgil
Introduzione: Fulvio Fammoni, Presidente Associazione Bruno Trentin
Presentazione inchiesta: Daniele Di Nunzio, Emanuele Toscano, ricercatori Associazione Bruno Trentin
Interverranno: lavoratrici e lavoratori precari e atipici del settore radiotelevisivo; Elisabetta Ramat, Responsabile Mercato del lavoro Slc Cgil Nazionale); Massimo Cestaro, Segretario Generale Slc Nazionale.
Intervento di Susanna Camusso Segretario Generale Cgil
Conclusioni: Serena Sorrentino, segretaria confederale Cgil

Tagli ai patronati: a rischio il 70% del personale


www.rassegna.it
“I tagli alle risorse dei Patronati, messi nero su bianco nella legge di Stabilità, sono un attacco diretto contro i cittadini. Se venissero confermati, questi istituti, che difendono e promuovono i diritti previdenziali e socio-assistenziali, non potrebbero più garantire i servizi finora offerti. Inoltre il numero di coloro che rischiano di perdere il lavoro si attesta attorno al 70% degli organici complessivi dei vari patronati, ovvero migliaia e migliaia di persone”. Lo affermano in una nota unitaria i patronati Acli, Inas, Inca e Ital.

“Una scelta scellerata - si legge nel comunicato - che metterà in ginocchio la rete di solidarietà dei Patronati che rimangono l'unico welfare gratuito a favore dei disoccupati, dei pensionati, dei lavoratori, dei cittadini stranieri e degli italiani all’estero. Tutti loro si troveranno a pagare per un servizio oggi gratuito, con il rischio di dover rinunciare alle tutele previdenziali e assistenziali cui hanno diritto. L’uguaglianza di accesso ai diritti sarà cancellata”.

Il taglio di 150 milioni di euro al fondo patronati e la riduzione del 35% dell'aliquota previdenziale destinata ad alimentarlo, infatti, non costituiscono un risparmio per nessuno. “Lo 0,226% dei contributi sociali versati da circa 21 milioni di lavoratori oggi assicura a oltre 50 milioni di persone la possibilità di usufruire dei servizi gratuiti dei patronati. Per svolgere lo stesso lavoro, la Pubblica Amministrazione dovrebbe aprire e gestire circa 6.000 nuovi uffici permanenti e aumentare gli organici di oltre 5.000 persone. Il costo complessivo per la Pa, tra Inps, Inail e ministero dell’Interno, sarebbe di 657 milioni di euro”.

Per contrastare questa misura “che minerebbe seriamente la tenuta del sistema di welfare del nostro Paese”, i patronati avvieranno una mobilitazione sia a livello nazionale che locale, per sensibilizzare l'opinione pubblica e far comprendere al Governo e al Parlamento l’importanza di modificare immediatamente la proposta contenuta nella legge di stabilità: il 29 ottobre è partita la petizione "No ai tagli ai patronati" per raccogliere le firme dei cittadini e delle cittadine in tutte le sedi dei Patronati, per chiedere al governo modifiche sostanziali della norma.

A mese di novembre, Acli, Inas, Inca e Ital promuoveranno la giornata nazionale della tutela, con manifestazioni territoriali per sensibilizzare l'opinione pubblica sui rischi conseguenti alla consistente riduzione delle risorse destinate alla tutela dei lavoratori, delle lavoratrici, dei pensionati, dei disoccupati, dei cittadini stranieri, degli italiani all’estero e delle famiglie. Inoltre, saranno organizzati presidi territoriali davanti alle sedi dell'Inps, dell'Inail e delle Prefetture che accompagneranno la discussione parlamentare sulla legge di Stabilità.


ECARE: Comunicato incontro 4 novembre 1014

Il giorno 4 novembre si è svolto l’incontro fra l’azienda E-Care, le Segreterie Nazionali e Territoriali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL, UGL Telecomunicazioni e le RSU aziendali della sede di Milano nell’ambito della procedura di licenziamento collettivo aperta per 489 persone della sede di Cesano Boscone. L’Azienda ha inizialmente dichiarato che l’assemblea dei soci ha deliberato un aumento di capitale di 4,5 milioni di € ancora non sottoscritto.
Le OO.SS. hanno esordito stigmatizzando la strumentalità di una procedura che a fronte della effettiva perdita della commessa Fastweb, commessa sulla quale l’azienda dichiara esser impattati circa 150 lavoratori, porterebbe, se ultimata, alla chiusura dell’intero sito milanese. Il tema della sostenibilità delle commesse, tema ben noto alle OO.SS. e oggetto di una vertenza nazionale lunga e difficile che ha visto svolgersi già uno sciopero di settore lo scorso 4 giugno e ne vedrà un ulteriore il prossimo 21 novembre, non può e non deve essere confuso con la perdita oggettiva di una commessa. Nel ribadire questo concetto la parte sindacale ha sottolineato come sia stata inviata all’AD di Fastweb una formale richiesta di incontro perché non è pensabile che Fastweb abbia ormai tolto la commessa senza, di fatto, dare alcuna risposta al tema della continuità occupazionale. E’ chiaro a tutti che in assenza di un quadro preciso su questo punto ad oggi non è pensabile affrontare il tema degli esuberi di Milano (quelli reali, causati dalla perdita oggettiva di una commessa) con cognizione di causa. Dopo la risposta dell’AD di Fastweb sarà, evidentemente, possibile mettere in campo tutte le azioni volte a salvaguardare i perimetri occupazionali.
Sempre al fine di avere l’effettiva stima dei volumi di lavoro realmente presenti nel perimetro aziendale, le OO.SS. hanno chiesto alla dirigenza di Ecare di chiarire se corrisponde al vero la notizia dell’aggiudicazione da parte di E-Care della commessa “Poste Italiane”. Dal canto proprio l’azienda ne ha confermato l’aggiudicazione dichiarando però di essere in attesa delle verifiche tecnico-amministrative che precedono l’assegnazione effettiva.
Sul tema del costo del lavoro le OO.SS. hanno evidenziato le loro forti perplessità sull’impostazione aziendale. Come già detto non sfugge al sindacato confederale l’urgenza di mettere mano ad una norma sugli appalti che metta finalmente fine allo scempio delle gare al massimo ribasso che non coprono neanche lontanamente il costo del lavoro. E’ altrettanto chiaro però come questo tema non possa essere affrontato “crisi aziendale per crisi aziendale” e, tanto meno, sede per sede. A riguardo dobbiamo registrare la volontà aziendale, espressa al tavolo di Assolombarda, di voler addivenire ad un accordo sul costo del lavoro della sede di Milano (essenzialmente attraverso il ricorso ai demansionamenti) e poi “esportarlo” in tutte le altre sedi di E-Care.
Francamente questa impostazione aziendale lascia più che perplessi, ci vede semplicemente contrari. Se l’azienda ritiene, per un rilancio industriale che porti ad un rifinanziamento da parte dei soci, di dover mettere in campo misure che incidano sul
costo del lavoro complessivo dell’azienda sappia che ci sono strumenti meno invasivi, transitori e comunque efficaci per raggiungere comunque un risultato apprezzabile. L’idea di assecondare, in qualche modo, il piano inclinato imposto dalla committenza e dall’assenza di norme europee sugli appalti è sbagliato e rischia oltretutto di non cogliere nel segno dell’effettivo rilancio dell’azienda.
Nei prossimi giorni, a valle dell’incontro con l’AD di Fastweb, riprenderà il confronto sulla procedura di licenziamento collettivo. Da parte delle OO.SS. è prioritaria la difesa del perimetro occupazionale della sede di Milano e, naturalmente, di tutta l’azienda.
E’ opportuno che l’azienda si accinga a questo confronto con la massima chiarezza e trasparenza, presentando tutti i problemi presenti (non è pensabile accingersi a “sfogliare la margherita” sede per sede) e soprattutto senza dogmi preconcetti.
Un ultimo accenno al ruolo che la Regione Lombardia può avere nell’aiutare a risolvere la situazione venutasi a creare a Milano. Nell’ultimo incontro abbiamo registrato la disponibilità dell’istituzione lombarda a mettere in campo tutte le iniziative, ad iniziare da contributi che favoriscano l’innovazione dei processi, a favore dell’azienda, una strada che E-Care farebbe male a non percorrere iniziando da un piano industriale che possa veramente rilanciare l’azienda.
Le Segreterie Nazionali di

SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL e UGL Telecomunicazioni

Call Center, quella "terra di nessuno" chiamata Italia. Il 21 è sciopero generale

di Remo Pezzuto
Sciopero nazionale dei call center il 21 novembre. Le segreterie nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno deciso di dichiarare la seconda giornata di sciopero nazionale del settore con manifestazione a Roma, che sarà accompagnata da una vera e propria 'Notte bianca dei call center'. Il settore è investito da centinaia di licenziamenti.

Una ricerca condotta dall’Istat e dall’Isfol certifica che gli addetti ai call center sono oggi in Italia i lavoratori che stanno attraversando la crisi con il maggior senso di insicurezza ed insoddisfazione. Nel nostro Paese sono 2.270 le aziende di call center e ci lavorano circa 80.000 donne e uomini. Nonostante sia un settore in crescita, sia in termini di fatturato che di addetti, la mancanza di regolamentazione degli appalti ha creato una competizione sleale sul mercato: i lavoratori sono alla totale mercé di un sistema che permette che le commesse vengano tolte ed assegnate su criteri che esulano totalmente dal fattore lavoro.

Nella provincia jonica gli operatori di call center sono circa 4.000, sparsi tra le varie micro sedi e le imprese più grandi come Teleperformace – che, solo a Taranto, conta oltre 1500 dipendenti e centinaia di lavoratori a progetto, Mach10 e Human Power. La loro condizione lavorativa, le tutele e i diritti vanno di pari passo con il tipo di contratto con il quale sono assunti. Si va da una realtà dove le tutele sono relativamente alte come Teleperformance – dove ci sono lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato -, ad aziende in cui ancor oggi concetti come “tutele e diritti” sono obiettivi da raggiungere – per non dire da conquistare. Le ultime denunce della Slc-Cgil di Taranto hanno evidenziato però che esiste una forte presenza di “sommerso”. Sono stati censiti infatti circa 134 lavoratori privi di contratto (come nel caso del call center di Grottaglie), pagati 2,50 € l’ora – rispetto alle 5 € previste dal contratto collettivo nazionale di lavoro. Motore di questo fenomeno sono i committenti e a pagare le conseguenze delle gare a ribasso sono i giovani o chi vive in uno stato di bisogno. Le condizioni che gli vengono imposte dal ricatto occupazionale degli imprenditori da “sottoscala” sono al limite della schiavitù. Ripresi costantemente da telecamere, i lavoratori sono costretti a non chiedere mai spiegazioni, pena la sospensione o l’allontanamento e licenziamento dall’azienda, come risulta dalla denuncia effettuata dall’Slc nel caso di un call center di Taranto.

In questi anni la regolarizzazione e la stabilizzazione dei precari nel settore in-bound (ovvero i call center che ricevono le chiamate) sono state barattate dai governi con incentivi alle imprese; ciò ha prodotto una proliferazione di unità e la frammentazione del settore. Finiti però gli incentivi, le aziende hanno preso a scaricare il loro rischio d’impresa sui lavoratori attraverso esternalizzazioni, appalti, subappalti (nel migliore dei casi), sino ad arrivare alla delocalizzazione. Il settore ha vissuto anche delocalizzazioni “interne”, fra diverse regioni d’Italia, che hanno prodotto ulteriori divisioni all’interno del Paese e nel fronte dei lavoratori, messi uno contro l’altro per un lavoro sottopagato. Le grandi aziende appaltano l’assistenza clienti a società di servizio, che spesso a loro volta subappaltano il lavoro: in tutti questi passaggi le aziende guadagnano a discapito dei lavoratori, le cui condizioni di lavoro vengono riviste invariabilmente al ribasso.
Come potrebbe sentirsi sicuro il lavoratore di un’azienda che si vede togliere il lavoro da un importante committente e che vede il proprio futuro legato a meccanismi di vero e proprio ricatto occupazionale?Perché dovrebbe sentirsi protetto un lavoratore che sa bene che la propria storia retributiva, la propria professionalità sono considerati un peso da eliminare dalla maggior parte degli uffici acquisti delle grandi committenze, che vedono nella compressione brutale del costo del lavoro e dei diritti la strada maestra per massimizzare i profitti?

Eppure l’Unione Europea ha emanato la Direttiva 23/2001 che prevede clausole speciali per il mantenimento dei diritti in caso di esternalizzazione ad altra azienda. La mancata trasposizione di quella direttiva, che ha impedito l’estensione delle tutele previste dall’articolo 2112 del c.c. in occasione della successione o cambio di appalti, ha creato in Italia un vuoto normativo che consente di creare crisi occupazionali esclusivamente per ridurre il salario dei lavoratori e comprimerne i diritti
La crisi occupazionali delle aziende di call center non sono determinate quindi da un calo dell’attività lavorativa, ma unicamente dall’opportunità concessa al committente di cambiare liberamente il fornitore del servizio senza essere tenuto a garantire la continuità occupazionale a quei lavoratori che già prestavano la propria attività. Presso la sede di Taranto di Teleperformace quasi due anni fa si è firmato un accordo sindacale per ridurre il costo del lavoro, con un abbassamento del livello e il congelamento degli scatti d’anzianità per tutta la durata dell’accordo, da gennaio 2013 a giugno 2015. I call center sono realtà in cui la struttura dei costi si basa quasi esclusivamente sui salari; la tendenza è quindi a scaricare gli sconti sulle tutele e i diritti dei lavoratori, e naturalmente sugli stipendi, così come previsto appunto dall’accordo del 10 gennaio 2013 che ha aperto alle deroghe al contratto nazionale. In questo modo il committente mantiene basso il costo con gli sgravi contributivi permanenti e le retribuzioni dei lavoratori ai minimi contrattuali e senza anzianità, mentre lo Stato paga due volte: gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e gli incentivi per le nuove assunzioni, senza creare nemmeno un posto di lavoro nuovo.

In nessun paese europeo ciò è possibile, in quanto il recepimento della direttiva su citata ha portato al varo di leggi che direttamente, come nel caso della TUPE inglese (o con rimandi ai contratti di lavoro, come accade in Spagna), impone di garantire continuità occupazionale in caso di successione di appalti per le stesse attività. In questo modo quei mercati hanno deciso di premiare le aziende che investono in tecnologia e che riescono ad essere efficaci sviluppando ed investendo in IT e ricerca.
In Italia invece si premia l’imprenditore più spregiudicato, che viola regole e leggi e in questo modo comprime il costo del lavoro. In questi anni, però, non solo le aziende hanno diviso il fronte dei lavoratori, ma anche i governi. La “politica dei due tempi” del governo Prodi e del suo ministro del lavoro, Cesare Damiano, ha prodotto una spaccatura verticale tra gli operatori dell’in-bound, che hanno vissuto i processi di stabilizzazione, e i lavoratori dell’out-bound, che continuano a lavorare con contratti a progetto o addirittura con la partita Iva pur essendo nella realtà dipendenti.
Sul fronte sindacale, a Taranto, quella di Teleperformance è tra le realtà più sindacalizzate. Slc-Cgil conta più di 500 iscritti su 1700 lavoratori. In vista della manifestazione del 25 ottobre promossa dalla Cgil si stanno organizzando assemblee per sensibilizzare i lavoratori. Ma non essendo uno sciopero, le adesioni maggiori provengono da chi non è in turno, e sono comunque alte. Le modifiche del governo all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, oltre che le norme sulla videosorveglianza potrebbero servire all’azienda per mandare via personale senza passare dai ministeri e dagli ammortizzatori sociali.
Le mobilitazioni organizzate dagli operatori di call center sono tantissime. Per lo più focolai sparsi sul territorio nazionale. Tuttavia questa azione a macchia di leopardo dovrebbe confluire in una mobilitazione nazionale per bloccare il settore, ampliare il fronte rivendicativo allo scopo di migliorare la condizione di tutte e tutti indipendentemente dal contratto o dal servizio che offrono (inbound/outbound). I lavoratori vogliono un lavoro di qualità non sottopagato, sfruttato fino all’osso, precario e sotto ricatto.
Oggi il governo deve confrontarsi con le paure di questi migliaia di lavoratori, paure che non si possono risolvere con un hashtag o con un selfie. Per portare il terrificante dato italiano a livelli accettabili ci voglio fatti concreti e decisioni coraggiose, in linea con quanto avvenuto nel resto d’Europa. L’attuale condizione degli operatori e operatrici di call center è inaccettabile e dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che non è più rinviabile in Italia una norma che garantisca i lavoratori nei cambi di appalto e che, una buona volta, tolga i lavoratori dalla tenaglia del costante gioco a ribasso dei committenti e dalla sfrenata ricerca di profitti di certi imprenditori.



04 novembre 2014

Manifestazione "Notte bianca dei Call Center" del 21-11-2014


Il prossimo 21 novembre avrà luogo la nuova mobilitazione unitaria delle lavoratrici e dei lavoratori dei call center in outsourcing italiani. A cinque mesi dalla riuscitissima manifestazione del 4 di giugno si è reso necessario mettere in campo una nuova, forte,
iniziativa per smuovere l’inerzia di un Governo che, sino ad oggi, ha temporeggiato, preso vaghi impegni ma, nei fatti, nulla ha messo in campo di quanto stiamo chiedendo ormai da mesi. Tutto questo mentre la crisi, complessiva e di settore, non accenna a retrocedere minimamente, tutt’altro! In queste settimane alle crisi già aperte (Accenture Palermo, Infocontact, Almaviva) si è aggiunta la crisi di ECare con la preannunciata chiusura della sede milanese.
E’ per questi motivi che il prossimo Venerdì 21 novembre abbiamo programmato a Roma la “Notte bianca dei Call Center”. La Manifestazione avrà inizio alle ore 17 con la partenza del corteo da Piazza della Repubblica ed arriverà a Piazza del Popolo dove sarà allestito il palco sul quale si alterneranno interventi di carattere politico sul tema a performance artistico/musicali sino almeno alle ore 24.
In queste ore stiamo lavorando per coinvolgere personalità del mondo dello spettacolo. Nello stesso tempo vi invitiamo a verificare nelle aziende dei vostri territori la disponibilità di lavoratrici e lavoratori di call center che, a vario titolo, coltivino interessi in
ambito artistico‐musicale e siano disponibili ad esibirsi (naturalmente a titolo gratuito).
Ora occorre concentrare le nostre forze sull’aspetto organizzativo. Come già avvenuto per la manifestazione del 4 giugno vi invitiamo ad organizzare, in ogni regione, dei pullman “unitari” per consentire il maggior afflusso possibile di lavoratori a Roma
(naturalmente il 21 novembre verrà proclamata una giornata di sciopero intero turno per tutti i call center in outsourcing con copertura anche dei turni antimeridiani del sabato).
Per le questioni di carattere organizzativo, compresi i nominativi delle persone disponibili ad esibirsi sul palco, vi chiediamo di fare riferimento a Riccardo Saccone per la SLC‐CGIL, a Vittorio Spigone per la FISTEL‐CISL ed a Fabio Gozzo per la UILCOM‐UIL.
Fraterni saluti.
LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC‐CGIL   -  FISTEL‐CISL   -  UILCOM‐UIL
Michele Azzola - Giorgio Serao - Salvo Ugliarolo



Call center: Sindacati, sciopero nazionale e notte bianca dei call center il 21 novembre


Le Segreterie Nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno deciso di dichiarare la seconda giornata di sciopero nazionale del settore con manifestazione da tenersi a Roma il prossimo 21 novembre, nell’ambito di un evento più ampio, una vera e propria NOTTE BIANCA DEI CALL CENTER In cui le organizzazioni sindacali inviteranno mondo della cultura, dello spettacolo, della società civile e della politica ad incontrare e confrontarsi con i lavoratori del settore e a solidarizzare con loro nella dura vertenza che li contrappone al Governo.

Mentre la vertenza che vede contrapposte British Telecom e Accenture con 262 licenziamenti non ha ancora trovato una soluzione, oggi E-Care ha annunciato la volontà di procedere alla chiusura della sede Milanese con il licenziamento di oltre 500 persone. Nelle prossime settimane la chiusura delle gare di Enel, Comune di Roma e il continuo ribasso delle tariffe praticato dai clienti porterà all’avvio di ulteriori centinaia di dipendenti.

Quanto sta accadendo era stato previsto e preannunciato tanto che il Governo aveva avviato, nel mese di giugno, un tavolo di crisi per il settore. In tale occasione le Organizzazioni Sindacali avevano evidenziato come, l’errata trasposizione della Direttiva Europea 2001/23 sulla tutela dei lavoratori, con la mancata estensione delle tutele previste dall’articolo 2112 del c.c. in occasione della successione o cambio di appalti ha creato in Italia un vuoto normativo che consente di creare crisi occupazionali esclusivamente per ridurre il salario dei lavoratori e ridurne i livelli di diritti.

A ciò si aggiungono gli incentivi per le nuove assunzioni già oggi previsti dalla legislazione, legge 407/90, per le regioni del sud che prevedono il mancato versamento contributivo per i primi tre anni.

Il combinato disposto delle due norme crea le crisi occupazionali odierne, che non sono determinate da un calo dell’attività lavorativa, ma unicamente dall’opportunità concessa al committente di cambiare liberamente il fornitore del servizio senza essere tenuto a garantire la continuità occupazionale a quei lavoratori che già prestavano la propria attività.

In questo modo il committente mantiene basso il costo con gli sgravi contributivi permanenti e le retribuzioni dei lavoratori ai minimi contrattuali e senza anzianità mentre lo Stato paga due volte, gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e gli incentivi per le nuove assunzioni, senza creare nemmeno un posto di lavoro nuovo.

In nessun Paese Europeo ciò è possibile in quanto il recepimento della direttiva su citata ha portato al varo di leggi che direttamente, come nel caso della TUPE inglese, o con rimandi ai contratti di lavoro, come nel caso spagnolo, impone di garantire continuità occupazionale in caso di successione di appalti per le stesse attività. In questo modo quei mercati hanno deciso di premiare le aziende che investono in tecnologia e che riescono ad essere efficaci sviluppando ed investendo in IT e ricerca.

In Italia no! L’Italia premia l’imprenditore più spregiudicato che viola regole e leggi e in questo modo comprime il costo del lavoro, chi invece prova a competere nel rispetto delle regole viene messo fuori mercato con la conseguenza che i lavoratori saranno licenziati.

Il Governo, in una prima fase, aveva  ritenuto giuste le rivendicazioni sindacali nonchè doveroso provare a dare una risposta ai lavoratori. Dopodiché, le pressioni esercitate dalla committenza che immaginiamo non esser mai state effettuate alla luce del sole, hanno portato il Governo a ritirarsi e non convocare più il tavolo sui Call Center che invece viene sbandierato nelle risposte alle interrogazioni parlamentari dal ministro di turno.

Garante Privacy autorizza controllo dipendenti via Gps


di Pier Luigi Tolardo
Il Garante Privacy è intervenuto con una delibera per regolare gli aspetti legati all'utilizzo del Gps per geolocalizzare i lavoratori. Questo già avviene, per esempio, nel caso dei tecnici esterni di Telecom Italia, in base a un accordo che vieta l'uso dei dati a fini disciplinari.
In questo caso il Garante ha preso in esame il caso dei lavoratori Wind e Ericsson, che hanno un'app di geolocalizzazione sullo smartphone di servizio. È un problema che è oggetto anche del noto "Jobs Act", il decreto delega sulle nuove regole del lavoro, con cui il governo Renzi vorrebbe anche allargare le maglie dell'attuale articolo 4 dello Statuto dei lavoratori sul controllo a distanza con apparecchiature audiovisive e telematiche. Secondo il Garante, le aziende dovranno informare i lavoratori, ma non saranno obbligati a chiederne il permesso.
Al termine dell'orario di lavoro e in pausa pranzo il dipendente può disattivare l'applicazione, che si disattiva comunque dopo un certo numero di minuti di inattività. Inoltre il datore di lavoro non dovrà accedere a dati personali come Sms, posta elettronica e traffico telefonico. Un altro dettaglio fondamentale: il sistema non deve eseguire alcuna storicizzazione del dato di geolocalizzazione.
«Le finalità del trattamento, così come rappresentate dalla società, risultano lecite» ha deciso l'Autorità. «La funzionalità di localizzazione geografica consente infatti di ottimizzare la gestione e il coordinamento degli interventi effettuati dai tecnici sul campo, incrementandone la tempestività a fronte delle richieste dei clienti, soprattutto in caso di emergenze o calamità naturali».
La localizzazione «consente altresì di rafforzare le condizioni di sicurezza del lavoro effettuato dai tecnici stessi, permettendo l'invio mirato di eventuali soccorsi soprattutto in aree remote o non facilmente raggiungibili e comunque di supportare più rapidamente i lavoratori in caso di difficoltà».
Quindi, l'utilizzo del Gps è consentito a fini organizzativi e di sicurezza ma mai per applicare sanzioni disciplinari al lavoratore, che dovrà essere valutato in base ad altri controlli come la timbratura (anche on line) e il lavoro svolto.



Morte da stress: la Cassazione riconosce la responsabilità del datore di lavoro


La sentenza della Corte di Cassazione n. 9945 del 8.5.2014, depositata di recente, conferma le precedenti sentenze emesse sia in primo grado, sia in Corte di Appello, rigettando il ricorso presentato dall’azienda presso cui era dipendente lo sfortunato lavoratore deceduto a causa dello stress da superlavoro.
La sezione lavoro della C.C. ha riconosciuto la responsabilità del datore di lavoro e il diritto degli eredi al risarcimento dei danni nel caso di morte del dipendente per infarto da superlavoro.
Nei tre gradi di giudizio la posizione dei magistrati appare quindi concorde e senz’altro unitaria. La fattispecie è particolare, in quanto le domande risarcitorie del danno patrimoniale e morale, presentate dalla vedova del dipendente in proprio e in qualità di legale rappresentante della figlia, avevano come motivazione e sostegno il comportamento dell’Azienda, che aveva gravato di lavori e responsabilità stressanti e ritmi insostenibili, sollecitando il dipendente, quadro aziendale, a rispettare scadenze non rinviabili, negandogli collaboratori e/o omettendo di accertarsi se umanamente era possibile il raggiungimento degli obiettivi che continuamente gli venivano imposti.
Egli per conseguire i risultati richiesti era costretto a lavorare oltre 11 ore in ufficio e poi a casa anche di notte! In buona sostanza il dipendente era sottoposto quotidianamente a orari sovrumani, che non gli concedevano tregua.
Il datore di lavoro, invece, sosteneva che i carichi di lavoro non erano assegnati dall’azienda medesima e che i ritmi così serrati non erano connessi a volontà datoriale, ma era lo stesso dipendente per zelo e diligenza forse eccessiva, per amor proprio e/o per fare carriera, per aspetti caratteriali a coinvolgersi nelle attività, mostrandosi sempre disponibile a lavorare con il massimo impegno e coinvolgimento. L’azienda sosteneva di non averlo mai sollecitato a lavori insostenibili, né poteva conoscere le modalità di lavoro del dipendente, che non si era mai lamentato di nulla. Quindi l’infarto sopravvenuto non poteva essere attribuito a responsabilità aziendali.
In buona sostanza, per la Società E. - operante nel settore delle telecomunicazioni - era il quadro aziendale che “si stressava”, mentre per i suoi familiari che hanno presentato ricorso era la Società medesima a “stressarlo” a tal punto da procurargli il danno irreversibile.
Gli articoli di legge di riferimento più significativi sono il 2087 e 2104 c.c..
Il primo il 2087 c.c. riguarda la tutela delle condizioni di lavoro, rispetto alle quali «l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».
La Corte ha preso atto che nei precedenti gradi di giudizio era stato provato che il danno subito era collegato alle condizioni di superlavoro e dai ritmi insostenibili imposti dall’azienda; anche la perizia medico-legale aveva accertato che l’infarto era riconducibile alle vicende lavorative, in via concausale e con indice di probabilità di alto grado. Emergeva quindi una responsabilità sia pur indiretta da parte dell’azienda che non poteva non conoscere il superlavoro svolto dal quadro aziendale e di conseguenza immaginarne il possibile danno alla salute.
Già la Corte di Appello aveva osservato che la responsabilità del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro fa carico alla Società, che non può sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi della integrità fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dalla inadeguatezza del modello organizzativo adducendo l’assenza di doglianze mosse dai dipendenti o sostenendo di ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengono in concreto svolte. Deve infatti presumersi, salvo prova contraria, la conoscenza in capo all’azienda delle modalità attraverso cui ciascun dipendente svolge il proprio lavoro in quanto espressione e attuazione concreta dell’assetto organizzativo adottato dall’imprenditore con le proprie direttive e disposizioni interne. Tutti gli accertamenti compiuti dal giudice di merito comprovavano che la oggettiva gravosità ed esorbitanza dai limiti della normale tollerabilità non erano in alcun modo riconducibili a iniziative volontarie del dipendente, quadro aziendale, di addossarsi compiti non richiesti o di svolgere incarichi o assumersi responsabilità di propria iniziativa.
Altro art. di riferimento è il 2104 c.c. primo comma, in base al quale «il prestatore di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse della impresa e da quello superiore della produzione nazionale».
Nel caso di specie l’azienda ha anche sostenuto che vi è stato eccesso di diligenza da parte del prestatore di lavoro. La diligenza è un valore richiesto e non può diventare una colpa, né può attenuare l’obbligo da parte del datore di tutelare la salute dei propri dipendenti.

Questa triste e dolorosa vicenda è sicuramente per le aziende un monito affinchè abbiano sempre la massima attenzione alla salute e integrità dei propri dipendenti, ma deve anche fare riflettere questi ultimi affinchè rispettino con il necessario zelo contratto e norme, non trascurando però la propria salute e famiglia. 

02 novembre 2014

La Cassazione dà ragione al dipendente della Provincia del Vco che si prostituiva via Internet

Non solo le abitudini sessuali sono in tutto e per tutto “cosa nostra”, ma possiamo anche pubblicizzarle come e dove vogliamo senza problema. E vale anche per chi è dipendente pubblico o privato che sia, senza che si possa configurare un qualsivoglia danno al datore di lavoro. A stabilirlo non sono sciolte anime libertine, bensì i giudici della Suprema Corte di Cassazione, che hanno bacchettato i (bacchettoni?) giudici verbanesi che viceversa la pensavano ben diversamente, concordando con i vertici della Provincia del Vco che avevano licenziato un dipendente che sostanzialmente si offriva al mercato del sesso su Internet. Una sibillina sentenza, una vicenda che ha fatto rumore a livello nazionale, e che ricostruiamo con l’aiuto dell’Adnkronos. Dunque, primo punto fermo: le abitudini sessuali devono rimanere un fatto privato e come “dati sensibili” meritano una “tutela rafforzata”. Così secondo i giudici romani, che hanno appunto affrontato il caso di un dipendente della Provincia del Vco che, finito sotto procedimento disciplinare, era stato rimosso «per avere inserito sui siti per escort annunci contenenti l’offerta di prestazioni sessuali a pagamento, in danno dell’immagine della Provincia». Alle abitudini sessuali del dipendente-prostituto in questione, ricostruisce la sentenza 21107 della Prima Sezione civile della Cassazione, si era arrivati in seguito ad una comunicazione anonima con cui si segnalava l’esercizio dell’attività di escort da parte di un dipendente. L’Amministrazione provinciale – si parla di qualche anno fa – aveva quindi effettuato controlli accedendo ai siti web indicati, ed era così scattato il procedimento disciplinare. Il Tribunale di Verbania, nel giugno 2012, aveva escluso che la raccolta di informazioni in rete fosse avvenuta «in difetto delle condizioni richieste dal decreto legislativo del 30 giugno 2003» che regola il trattamento dei dati sensibili finalizzati alla gestione del rapporto di lavoro, come sostenuto dalla difesa. Secondo il Tribunale, dunque, non c’era stata lesione della privacy del dipendente perchè la raccolta dei dati «era volta ad acquisire non già elementi relativi all’orientamento sessuale del dipendente, ma la prova della denunciata pubblicizzazione dell’attività di prostituzione ritenuta lesiva dell’immagine dell’Ente».
La Cassazione è stata di diverso avviso e ha accolto il ricorso del Garante della Privacy che ha insistito sulla necessità di una tutela rafforzata per i dati che riguardano «la parte più intima della persona», come i costumi sessuali. Nel dettaglio, la Suprema Corte, riscontrando «l’illegittimità dell’operazione posta in essere dall’Amministrazione attraverso l’acquisizione dei dati informatici», ha osservato che «non possono condividersi le conclusioni cui è pervenuta la sentenza impugnata, la quale ha escluso l’applicabilità della disciplina in esame, in virtù dell’osservazione che l’attività posta in essere dall’Amministrazione non era finalizzata alla raccolta di dati inerenti alla vita sessuale del dipendente, ma alla verifica dell’avvenuta pubblicizzazione dell’attività di meretricio da quest’ultimo svolta». La Cassazione in proposito ricorda che «portata decisiva deve riconoscersi al dato oggettivo dell’acquisizione di informazioni attinenti alla vita sessuale del dipendente, di per sè sufficiente a rendere configurabile un trattamento di dati sensibili» meritevoli di «tutela rafforzata».
Giusto? Sbagliato? Il dato di fatto, al di là del caso specifico, è che la sentenza fa giurisprudenza. E inevitabilmente abbatte confini forse nemmeno immaginabili.


Per la cessione del ramo d’azienda occorre l’organizzazione autonoma e funzionale

Affinché si possa parlare di trasferimento di ramo d’azienda, deve preesistere un’autonomia funzionale e organizzativa dell’area ceduta. Tale principio è espresso dall’articolo 2112 del Codice Civile, che definisce la disciplina applicabile in caso di trasferimento di un ramo d’azienda. La particolarità di tale disciplina è rappresentata dal fatto che è possibile il mutamento del datore di lavoro, anche senza il consenso del lavoratore, in deroga alla disciplina generale in tema di contratti.
Nel caso in esame, cinque lavoratori ricorrevano in giudizio per accertare la insussistenza della cessione del ramo d’azienda, a norma dell’articolo 2112 del Codice Civile, che ne aveva mutato la titolarità della controparte contrattuale nel rapporto lavorativo, denunciando anche un avvenuto demansionamento e chiedendo il risarcimento del relativo danno.
In seguito al rigetto della domanda in primo grado per difetto di interesse e all’accoglimento della domanda attorea in Appello, la questione passa al vaglio dei giudici di legittimità, su ricorso dell’azienda, i quali ripropongono un principio di diritto ormai ampiamente confermato da copiosa giurisprudenza e cioè che per “ramo d’azienda”, ai sensi dell’articolo 2112 Codice Civile, come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità, il che presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente, e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza del rapporti di lavoro ad un ramo di azienda già costituito.
Per la Cassazione, il datore di lavoro aveva camuffato, nella veste di una cessione di ramo d’azienda e dunque di una ristrutturazione aziendale, un licenziamento collettivo ingiustificato e come tale illegittimo.
La disciplina prevista dall’articolo 2112 si giustifica solo in presenza di un organizzazione autonoma e funzionale, finalizzata allo svolgimento di un’attività produttiva, esistente ex ante il trasferimento e non in un insieme eterogeneo di uffici e reparti, privi di tale caratteristiche.
La Corte ha, dunque, confermato la sentenza appellata, dichiarando l’illegittimità del trasferimento eseguito.

(Corte di Cassazione - Sezione Lavoro, Sentenza 4 settembre 2014, n. 18675)

Compenso fisso, orario di lavoro e ferie non bastano per riconoscere l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato

Quando un lavoratore, formalmente inquadrato come autonomo o con altra tipologia contrattuale, può far valere in giudizio le proprie ragioni e pretendere il riconoscimento, di fatto, della natura subordinata del rapporto di lavoro di cui è titolare?
La Suprema corte, nella sentenza in oggetto, ricorda che la qualificazione come subordinato di un rapporto di lavoro non può avvenire in maniera automatica per il solo fatto che viene osservato un orario di lavoro e che è previsto anche un compenso fisso mensile così come non basta l'accertamento di altri elementi cd. "sussidiari" rispetto alla vera e propria subordinazione.
Il vincolo di subordinazione deve essere inteso come “vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dall'emanazione di ordini specifici, oltre che dall'esercizio di un'assidua attività di vigilanza e controllo dell'esecuzione delle prestazioni lavorative”.
E' ipotizzabile anche nell'ambito del lavoro autonomo una forma di potere di indicazione, esercitato dal datore o dal lavoratore nei confronti dei colleghi, ma questo "diventa segnale di subordinazione solo ove il suo potere si eserciti quale subordinata esecuzione dell'assoggettamento a specifiche direttive che il datore gli abbia impartito”.
Secondo la Cassazione è anche possibile che il lavoratore abbia un suo staff nei cui confronti propone assunzioni, promozioni, aumenti di stipendio e ferie ma anche in tal caso tutto ciò non può esprimere di per sé subordinazione potendo essere anche attuazione di un rapporto di lavoro autonomo.
La corte esclude anche la possibilità di riconoscere il rapporto subordinato sulla base del solo elemento della continuità (per diversi anni) del rapporto di lavoro.
Già in precedenza la stessa Corte di Cassazione aveva bocciato una sentenza dei giudici d'appello rinviandola per un nuovo esame alla corte d'appello dell'Aquila.
Inizialmente infatti i giudici di merito avevano riconosciuto un rapporto di subordinazione sulla base dei soli elementi "sussidiari, senza valutare in concreto l'assoggettamento del lavoratore al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro, e senza attribuire alcun rilievo all'iniziale volontà delle parti quale risultante dagli atti negoziali in atti".
Anche la corte d'appello dell'Aquila rigettava il ricorso e a questo punto la Cassazione ha ricordato che il giudizio di rinvio "per il suo carattere "chiuso", è necessariamente vincolato all'osservanza del principio di diritto affermato dalla pronuncia rescindente"
In tale pronuncia la cassazione aveva chiarito che era necessario valutare l'esistenza o meno del requisito fondamentale del rapporto di lavoro subordinato "costituito proprio dalla "subordinazione", "ID EST" dal vincolo di soggezione del del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dall'emanazione di ordini specifici, oltre che dall'esercizio di una simile attività di vigilanza e controllo nell'esecuzione delle prestazioni lavorative, occorre decisivamente osservare che la corte aquilana non ha svolto alcuna indagine o esame delle risultanze istruttorie al fine di accertare la subordinazione".
Insomma, secondo la Corte i giudici di merito non hanno valorizzato la chiara volontà negoziale delle parti che era indirizzata proprio nel senso della autonomia ed hanno dato rilievo solo ad elementi sussidiari della subordinazione come compenso fisso, l'osservanza dell'orario, la presenza del ricorrente nel piano ferie eccetera, senza considerare "che il potere di indicazione che il lavoratore eserciti eventualmente nei confronti di altri lavoratori, non costituisce, di per sé una manifestazione della sua subordinazione al datore, dato che è ipotizzabile anche nell'ambito di un rapporto di lavoro autonomo, mentre diventa segnali subordinazione solo ove il suo potere si eserciti quale subordinata esecuzione all'assoggettamento specifiche direttive che il datore gli abbia impartito".



Accenture e British Telecom licenziano i 262 dipendenti di Palermo

Dichiarazione Stampa di Michele Azzola
E’ arrivata la procedura per il licenziamento dei 262 lavoratori di Accenture a Palermo, dedicati alla commessa British Telecom. Questo dopo le tranquillizzanti affermazioni del Ministro Guidi che a seguito
dell’incontro dello scorso 7 ottobre al Mise aveva dichiarato che “il Governo ha tutelato tutti i lavoratori”. Invece il Ministero non ha ritenuto di dover proporre soluzioni alternative ai licenziamenti limitandosi a prendere atto dell’indisponibilità di
British Telecom di mantenere l’occupazione nel sito, che nel frattempo ha già spostato le commesse su altri territori che le gestiscono con personale precario e al di fuori delle previsioni di legge.
Il Governo continua a latitare anche su una vertenza che trae le sue origini dal mancato recepimento delle tutele dei diritti dei lavoratori garantito dalla direttiva europea 23 del 2001, mancanza che consente alle imprese attraverso il meccanismo della
successione di appalti di licenziare il proprio personale sostituendolo con personale precario e sottopagato e di scaricare la competizione presente sul mercato solo sulle spalle dei lavoratori.
Il recepimento dei contenuti della direttiva, che è stato chiesto a gran voce anche dall’associazione di rappresentanza dei Call Center e dalla quasi totalità delle imprese coinvolte, non viene effettuato per un incomprensibile contrarietà di alcun esponenti
del Governo. Questo in uno scenario in cui lo Stato si troverà a spendere oltre 500 milioni di euro nel triennio 2012 – 2014, in ammortizzatori sociali e incentivi alle assunzioni, per non creare neanche un posto di lavoro nuovo ma semplicemente per
spostare sul territorio quello già esistente.
Nei prossimi giorni saranno assunte tutte le forme di mobilitazione a sostegno della vertenza, a partire dal presidio di lavoratori il giorno della ripresa del confronto in sede di Ministero del Lavoro l’11 novembre. Ai vertici delle due aziende un ultimo appello:
sedetevi intorno a un tavolo e aprite a una soluzione accettabile per tutti gli attori coinvolti. La Responsabilità sociale nei confronti di un territorio come Palermo in una condizione di crisi come quella che il nostro Paese sta attraversando richiede
responsabilità.

Roma, 31 Ottobre 2014

Revisione dell’auto in ritardo? La multa scatta in automatico

Come previsto dalla norma entrata in vigore lo scorso luglio, le procedure di prenotazione e aggiornamento della carta di circolazione sono diventate totalmente informatizzate: tutti i dati relativi a ciascun veicolo e relativa scadenza del controllo periodico sono registrati nel sistema gestito dalla Motorizzazione Civile. La mancata revisione entro i termini previsti verrà immediatamente evidenziata sui terminali del Ministero che provvederà a recapitare la sanzione prevista per omessa o ritardata revisione oltre a sospendere la carta di circolazione fino all’avvenuta revisione.
Mancata o tardiva revisione: la multa scatta in automatico
La revisione dell’auto non ha quindi scappatoie: con l’informatizzazione delle procedure di controllo e aggiornamento della carta di circolazione, la multa per la mancata revisione del veicolo scatta in automatico. Chi non provvederà nel mese di scadenza della revisione a sottoporre l’auto a controllo si vedrà recapitare una multa di 155 euro oltre alla sospensione della carta di circolazione, sino all’avvenuta revisione. In caso di mancata o tardiva revisione, l’auto potrà essere utilizzata solo per recarsi in officina, altresì si rischia di essere nuovamente multati e le sanzioni amministrative previste in questo caso vanno dai 159 euro ai 639 euro oltre al fermo amministrativo del veicolo.
Quando fare la revisione?
Le scadenze per la revisione obbligatoria dei veicoli sono diverse: per valutare quando il proprio veicolo dovrà essere sottoposto a visita di revisione è necessario verificare sulla carta di circolazione la categoria del veicolo, il mese e l’anno di immatricolazione. Per gli autoveicoli con massa complessiva inferiore o uguale a 3,5 tonnellate, la revisione periodica è obbligatoria entro il mese di rilascio della carta di circolazione a partire dal quarto anno successivo a quello di prima immatricolazione; successivamente alla prima revisione, il controllo periodico dovrà essere effettuato ogni 2 anni entro il mese corrispondente a quello in cui è stata effettuata l’ultima revisione. Sono invece chiamati a revisione ogni anno i veicoli per il trasporto di persone con più di nove posti, gli autocarri e rimorchi con massa a pieno carico superiore a 3,5 tonnellate, i veicoli in servizio pubblico di piazza e ambulanze, veicoli atipici. Per effettuare la revisione è necessario prenotare il controllo periodico presso una delle officine autorizzate oppure presso l’ufficio di zona della Motorizzazione Civile.