04 maggio 2015

Settimana importante per le decisioni di Telecom Italia sul dossier Metroweb


Il 7 maggio a Milano è la data fissata per il Cda di Telecom Italia e l’azienda si prepara a rivedere forse definitivamente i termini della vicenda Metroweb.
L’ad di Telecom Italia, Marco Patuano illustrerà al Consiglio la situazione complessiva sulla intricata vicenda che ha registrato prima stop-and-go e poi il braccio di ferro delle quote di partecipazione degli operatori nella società veicolo indicata di fatto dal governo: da un lato Telecom Italia che si era dichiarata pronta a entrare solo a patto dell’acquisizione della maggioranza di Metroweb, dall’altro gli altri operatori che avevano dichiarato di non poter accettare condizioni di partecipazione fondate su quel prerequisiro.
All’attenzione del Cda di Telecom Italia ci sarà anche il niet del presidente Fsi (secondo azionista di Metroweb, con il 46%) Maurizio Tamagnini inviato per email a Patuano dove si notifica che Cdp e Fsi non sono in grado di procedere con le discussioni sul progetto della rete in fibra ottica alle condizioni prospettate dalla società guidata da Marco Patuano.
Sempre nello stesso periodo, ci sono poi state le riaperture da parte di Cdp, avanzate dal Presidente Franco Bassanini, a cedere la maggioranza (51%) a Telecom Italia solo a patto che ci fosse il condominio con gli altri operatori come Wind e Vodafone. La riapertura non sembra aver portato ad alcun risultato visto che l’opzione del condominio era stata già rispedita al mittente da Telecom Italia lo scorso 19 febbraio a seguito del Cda.
Intanto il tempo scorre, se si considera che, in teoria,  entro il 30 maggio scadono i termini per presentare i piani d’investimento sulle aree indicate dal piano del Governo. Ma non è solo questa deadline che aggiunge entropia al ‘sistema’ della banda ultra larga. Come è noto, è stata infatti riaperta la consultazione pubblica del Mise che durerà all’incirca un mese e che servirà a definire le nuove ‘aree nere’ e le ‘aree a fallimento di mercato’. A questo si aggiunge, anche, l’impasse dei decreti attuativi dello Sblocca Italia che riguardano il credito d’imposta per le aziende che investono, decreti attuativi che sono fermi alla Ragioneria del MEF per mancanza di coperture.
Staremo a vedere quale sarà l’orientamento di Telecom Italia sul dossier Metroweb.

Se continuerà a investire in solitaria, ampliando – come secondo alcune indiscrezioni – la lista delle 40 città dove intende portare la tecnologia FttH/B, oppure trovare un punto d’incontro con Cdp e Fsi sulla convergenza in un’unica società per cablare in fibra ottica tutto il territorio nazionale.

PRESSIONI E CONTROLLI INDIVIDUALI AL 187 COMMERCIALE DI UDINE : IL REPORT INDIVIDUALE

Con riferimento al precedente comunicato di pari oggetto vi informiamo che abbiamo provveduto a ribadire ai rappresentanti aziendali che, in base alla vigente normativa contrattuale, l’azienda non può produrre ed utilizzare documenti di qualsiasi genere riferiti e riconducibili alla produttività del singolo dipendente.
L’azienda non può quindi pretendere che, addirittura lo stesso lavoratore, compili e consegni ai propri responsabili tale tipologia di documenti. Eventuali reiterate richieste di produzione di tale reportistica vanno quindi rigettate come inammissibili e non costituiscono alcun obbligo per i lavoratori interessati alle stesse.
Le considerazioni espresse e le conclusioni di questo comunicato valgono chiaramente, oltre che per il 187 commerciale di Udine, anche per gli altri reparti di lavoro.
Ricordiamo che relativamente al 187 commerciale di Udine continua il lavoro dei RLS (rappresentanti per la sicurezza) che sono in attesa di essere nuovamente convocati dall’azienda.


RSU TELECOM ITALIA FRIULI VENEZIA GIULIA

Buoni pasto, il blocchetto resiste. Ma il futuro è digitale


di Antonello Salerno
Far convivere tradizione e innovazione. È la scommessa, almeno quella da giocare nel breve-medio termine, per tutti i grandi player nel campo dei buoni pasto che operano in Italia: riuscire a far coesistere il caro vecchio blocchetto cartaceo insieme alla tessera magnetica e alla possibilità di spendere i propri buoni pasto utilizzando uno smartphone, grazie ad esempio all’Nfc. E' la scelta ad esempio di Endered, che ha da poco presentato un'app ideata per Ticket Restaurant che consente di leggere i buoni pasto direttamente dallo smartphone.

Partiamo dal cartaceo: è il sistema più diffuso, anche se per certi versi più macchinoso. Ad accettare i buoni di carta sono la maggior parte dei punti vendita, e questo garantisce una rete capillare a cui sarebbe difficile rinunciare da un giorno all’altro. Intanto si è trovata la soluzione di “smaterializzare” i buoni al momento del loro utilizzo, con i tagliandi che vengono “acquisiti” da un lettore ottico che digitalizza le procedure e garantisce la validità dei buoni in tempo reale. Procedura che solleva tra l’altro gli esercenti dall' impacchettare e spedire i buoni per averne il rimborso.

Ma al di là del cartaceo il sistema che sta prendendo piede è quello delle tessere magnetiche. Una soluzione che potenzialmente potrebbe togliere di mezzo la carta, a condizione che tutti gli esercenti accettino di dotarsi del Pos per la lettura dei buoni pasto elettronici. Una semplificazione dalle grandi potenzialità, ma che paradossalmente appare ancora fin troppo complicata: non esiste uno standard unico per la lettura di tuttie le tessere magnetiche sul mercato, e oggi un negoziante dovrebbe dotarsi di almeno 4-5 pos differenti, oltre a quelli che ha già per la lettura di carte di credito e Bancomat, per poter “scaricare” ogni genere di buono pasto. Così i negozianti sono spesso restii ad affrontare nuove spese, soprattutto nel momento in cui, se non si tratta di supermercati ma di negozi di piccole-medie dimensioni, il gioco non varrebbe la candela, con soltanto pochi clienti che si presenterebbero alla cassa per spendere i propri coupon.

Proprio per dare una risposta a queste obiezioni inizia a prendere corpo la richiesta al Governo di intervenire non soltanto per incentivare il buono elettronico, come è appena avenuto con le nuove norme sulla deducibilità fiscale, ma anche limitando la possibilità di spesa giornaliera nello stesso esercizio: proposta mirata a evitare che si utilizzi un intero blocchetto per “fare la spesa”, incentivando invece un utilizzo dei buoni in più negozi e con frequenza più alta. Una misura cioè pensata per favorire i commercianti più piccoli, e rendere più capillare sul territorio la rete dei buoni pasto elettronici.

Ma la questione del proliferare dei Pos potrebbe essere risolta da un semplice accordo tra le aziende: è la soluzione a cui sono giunte Sodexo Benefits & Rewards Services, Qui Group e Day Ristoservice Group Up, che da sole rappresentano una fetta consistente del mercato dei buoni pasto in Italia, dando vita a un protocollo d’intesa per la creazione di un Pos unico “multicard”. Un accordo che, sottolineano i promotori, è da considerarsi soltanto come un punto di partenza, aperto all’adesione e alla partecipazione di tutti gli altri player del settore, con l’obiettivo della creazione di un’infrastruttura condivisa. Il nuovo strumento, inoltre, sarà anche in grado di smaterializzare il buono pasto cartaceo, garantendo così agli esercenti che aderiranno la validità dei buoni e la certezza dei rimborsi.

“In questo modo  - commenta Sergio Satriano, managing director di Sodexo Benefits & Rewards Services - si può contribuire in maniera concreta a una valorizzazione del buono pasto come benefit integrativo, incrementandone la diffusione e migliorando il funzionamento dell’intero sistema per tutti gli attori della filiera. Auspichiamo  - conclude - che presto tutti gli operatori del mercato vi aderiscano”.

“Abbiamo voluto dare una risposta concreta alle esigenze del mercato al fine di renderlo più semplice per tutti. Si tratta di un accordo storico che arriva a raggruppare circa un 50% delle quote del mercato italiano - aggiunge Luigi Ferretto, amministratore delegato di QUI! Group - Il buono pasto è la prima forma di welfare aziendale ed è necessario sostenerlo anche nell’ottica della nuova normativa di riferimento”.


Sulla digitalizzazione di tutto il processo insiste anche Marc Buisson, amministratore delegato di Day Ristoservice - Group UP: “Il passaggio del buono pasto all’elettronico - afferma - garantisce un sistema più trasparente, tracciato e integrato. La bontà del sistema è confermata dalla tendenza alla digitalizzazione in tutti gli altri Paesi in cui opera il nostro Gruppo. Per questo Day si impegna in prima linea per promuovere l’accordo. Una rete condivisa e multiservizio è prerogativa fondamentale per questa evoluzione anche sul mercato italiano”.

Legge 104 Cassazione Lavoro, sentenza 8784/ del 2015

Ancora un licenziamento per errata fruizione del permesso ex legge 104
Legittimo il licenziamento del lavoratore che usufruisce dei permessi ex legge 104 ma che invece di prestare assistenza al familiare disabile se ne va a una serata danzante.
Lo afferma la Corte di Cassazione (sentenza 8784/15) evidenziando che non ha alcun rilievo il tipo di assistenza che il lavoratore deve prestare in concreto. Nella fattispecie è risultato pacifico che il giorno del permesso retribuito era stato richiesto per soddisfare esigenze che non hanno nulla a che vedere con l'assistenza.
Il lavoratore, a sua discolpa, aveva sostenuto che alcune ore del permesso retribuito erano state effettivamente utilizzate per assistere la madre. Questo però, secondo gli Ermellini,  non cambia i termini della questione dato che comunque il permesso è stato utilizzato per scopi diversi da quelli per i quali era stato riconosciuto.
La Cassazione sottolinea il particolare disvalore sociale di tale condotta che finisce con il porre a carico della collettività dei costi per soddisfare esigenze personali. I permessi ex legge 104 sono infatti retribuiti in anticipo dal datore di lavoro ma poi è sull'ente previdenziale che i relativi costi vanno a gravare.
Inoltre, rimarca la Corte, un simile comportamento costringe il datore di lavoro a dover riorganizzare il lavoro costringendo altri dipendenti (che devono sostituire il lavoratore assente) a un maggiore impegno nella prestazione lavorativa.
In ogni caso ciò che maggiormente rileva ai fini del licenziamento è che tale condotta va a compromettere il rapporto di fiducia con il datore di lavoro ponendo in dubbio la futura correttezza dell’adempimento della prestazione lavorativa.






JOBS ACT/ I controlli a distanza dei lavoratori tra licenziamenti e privacy


Con una recente sentenza del 17 febbraio, la Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta sull'ammissibilità dell'utilizzo da parte del datore di lavoro degli strumenti di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori. Nel caso specifico, tre dipendenti di una raffineria, addetti al carico di carburante nelle autobotti, ne avevano sottratto una parte. L'azienda, venuta a conoscenza dei fatti mediante un filmato registrato dalla Guardia di Finanza nell'ambito di un'indagine investigativa, aveva intimato ai lavoratori il licenziamento per giusta causa.
I lavoratori impugnavano il licenziamento adducendo, tra l'altro, l'illegittimità della ripresa video realizzata dalla Polizia Giudiziaria ma utilizzata dal datore di lavoro in asserita violazione della privacy tutelata dall'art. 4 dello Statuto dei lavoratori, in quanto non era stata concessa all'azienda alcuna autorizzazione (della Direzione del lavoro ovvero dalle organizzazioni sindacali) per l'apposizione di telecamere.
La Cassazione ha ritenuto lecito l'utilizzo delle videoriprese e legittimo il licenziamento affermando, in linea con altre precedenti sentenze, che le garanzie procedurali imposte dall'art. 4 L. 300/1970 per l'installazione di impianti e apparecchiature di controllo trovano applicazione solo quando i controlli riguardino l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro e non, invece, quando riguardino la tutela di beni aziendali.
In particolare, il primo comma della predetta norma stabilisce il divieto assoluto di utilizzo di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, mentre il comma successivo attenua tale divieto stabilendo che le apparecchiature di controllo richieste da esigenze organizzative e produttive aziendali o dalla sicurezza del lavoro, ma dalle quali derivi indirettamente la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, possano essere installate previo accordo con le organizzazioni sindacali o, in mancanza, previa autorizzazione della competente Direzione del lavoro.
La norma in questione - risalente al 1970 - è da anni oggetto di un acceso dibattito dottrinale e giurisprudenziale anche a causa della sempre maggiore diffusione di strumenti di lavoro, quali computer, posta elettronica, cellulare, internet, che possono consentire indirettamente anche il controllo a distanza dell'attività dei dipendenti.
Si segnala, al riguardo, la sentenza della Corte di Cassazione n. 16622 del 2012 che ha esaminato il caso di un operatore telefonico di centrale di prima assistenza stradale che era stato licenziato per aver intrattenuto, nell'arco di circa tre mesi, 460 contatti telefonici inferiori a 15 secondi (tempo ritenuto non sufficiente per ascoltare le richieste degli utenti e rispondere) e per aver effettuato 136 telefonate su utenze personali. La circostanza veniva scoperta dal datore di lavoro mediante l'utilizzo di un software abilitato a filtrare le telefonate (Blue's 2002).
I giudici di merito avevano dichiarato legittimo il licenziamento ritenendo che il sistema informatico Blue's 2002 non fosse in contrasto con l'art. 4 dello Statuto dei lavoratori, in quanto il controllo effettuato dal datore di lavoro era mirato a evitare atti illeciti ovvero le telefonate inappropriate, per il che la scoperta dell'inadempimento della prestazione di lavoro era una mera conseguenza indiretta del diritto riconosciuto al datore di lavoro di attuare "controlli difensivi".
Al contrario i giudici di legittimità, riformando le decisioni del Tribunale e della Corte di Appello, hanno ritenuto illegittimo il licenziamento. Secondo la Cassazione, infatti, l'art. 4 Stat. Lav. non solo richiede anche per i controlli difensivi l'osservanza delle garanzie procedurali previste dal comma 2, ma vieta altresì qualsiasi controllo a distanza dei lavoratori anche se indiretto e anche ove posto in essere a seguito di concertazione con le organizzazioni sindacali.
Ben altro esito processuale ha invece avuto il caso di un dipendente di banca licenziato per aver divulgato a mezzo di messaggi di posta elettronica, diretti a estranei, notizie riservate concernenti un cliente dell'istituto e per aver posto in essere, grazie alle notizie acquisite, operazioni finanziarie da cui aveva tratto vantaggio personale. Il dipendente, impugnando le sentenze sfavorevoli di merito, ricorreva avanti la Corte di Cassazione lamentando che il licenziamento era stato fondato su una prova raccolta controllando la propria posta elettronica in assenza di previo accordo con le organizzazioni sindacali o di autorizzazione ai sensi dell'art. 4 Stat. Lav.
La Suprema Corte, confermando le pronunce di merito, ha ritenuto lecito il contegno del datore di lavoro considerando che il controllo eseguito sulle strutture informatiche aziendali prescindeva dalla pura e semplice sorveglianza sull'esecuzione della prestazione lavorativa degli addetti ed era, invece, diretto ad accertare la perpetrazione di eventuali comportamenti illeciti (poi effettivamente riscontrati). Secondo la Corte, il cosiddetto "controllo difensivo" non riguardava l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro, ma era destinato ad accertare un comportamento che poneva in pericolo la stessa immagine dell'istituto bancario presso i terzi (Cassazione n. 2722/2012).
A fronte di tali contrasti interpretativi generati anche dalla diffusione e dalla crescente invadenza delle tecnologie informatiche e digitali, la L. n. 183/2014, il cosiddetto "Jobs Act", ha delegato il Governo ad attuare entro il prossimo mese di giugno una "revisione della disciplina dei controlli a distanza sugli impianti e sugli strumenti di lavoro, tenendo conto dell'evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive e organizzative dell'impresa con la tutela della dignità e riservatezza del lavoratore".
La nuova disciplina dovrà tenere conto anche dei principi stabiliti dalla recentissima Raccomandazione del Consiglio d'Europa del 1° aprile 2015 in tema di trattamento dei dati personali in ambito lavorativo.
Il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa ha infatti rilevato che l'utilizzo delle tecnologie informatiche deve essere guidato da regole volte a minimizzare il rischio di violazione dei diritti e delle libertà fondamentali dei lavoratori anche con riguardo alla privacy. La Raccomandazione promuove l'adozione di policy aziendali sulla materia e prevede che i lavoratori siano periodicamente informati circa i dispositivi tecnici utilizzati dal datore di lavoro e le finalità del trattamento, la conservazione dei dati e l'archiviazione delle mail professionali.
Con riferimento al trattamento dei dati personali relativi a pagine internet o intranet accessibili al dipendente, il Consiglio raccomanda l'adozione di misure preventive quali l'uso di filtri che impediscano operazioni anomale e, in caso di monitoraggio, di attuare controlli casuali, non individuali e mirati su dati anonimi.
La Raccomandazione poi distingue le email professionali da quelle private, che non possono costituire in alcun modo oggetto di monitoraggio. Per quanto riguarda le mail di carattere professionale, viene ammessa la possibilità di un controllo solo ove necessario per la sicurezza o per altri motivi legittimi e solo a seguito di informazione preventiva dei dipendenti. Inoltre, la Raccomandazione invita gli Stati a individuare procedure appropriate al fine di consentire al datore di lavoro l'accesso alle email dei dipendenti assenti qualora ciò sia richiesto da esigenze professionali e dopo aver informato i lavoratori interessati.
In caso di licenziamento o dimissioni del dipendente, il Consiglio prevede che il datore di lavoro debba attuare la disattivazione automatica dell'account di posta elettronica e che non possa recuperarne il contenuto se non in presenza del lavoratore e sempre che ciò sia necessario per le esigenze aziendali.
Vi è da auspicare che, alla luce dei principi sopra richiamati, il decreto legislativo in fase di approvazione possa finalmente chiarire la situazione, realizzando un ragionevole ed equilibrato contemperamento di tutti i fattori in gioco.



Scuola: Adesione sciopero 5 maggio FLC

Il 5 maggio SLC CGIL sarà a fianco della FLC e delle altre sigle sindacali della scuola per protestare contro il Disegno di legge del governo “La Buona Scuola” e chiedere con forza una “Scuola che cambia il Paese”.
Il futuro di una nazione dipende dalla formazione dei suoi abitanti, per questo motivo crediamo che sia davvero arrivato il momento di riaffermare il valore del diritto allo studio e rivendicare con forza l’accesso gratuito e libero all’istruzione.
Il disegno di legge proposto dal Governo va invece nella direzione opposta: alimenta disparità e squilibri, senza dare risposte ai problemi veri della scuola pubblica.
Una buona scuola deve essere prima di tutto sicura, sotto tutti i punti di vista.
Per chi ci lavora, che ha diritto ad un lavoro stabile e a un salario dignitoso e per chi la frequenta, che non deve temere, come oggi accade, persino cedimenti strutturali degli edifici.
Per tutte queste ragioni, che parlano della civiltà di un Paese saremo in piazza insieme ai lavoratori, agli studenti, agli insegnanti e ai genitori.
Roma,4 Maggio 2015

La Segreteria Nazionale Slc Cgil

02 maggio 2015

Assunzioni Telecom Italia: arrivano 4.000 Posti di lavoro da Nord a Sud


Dopo 7 anni di stasi, anche Telecom Italia torna ad assumere affermando «Con il nuovo piano industriale, torneremo ad assumere dopo sette anni. Abbiamo, infatti, la necessità di rafforzare l’organico introducendo in azienda nuove professionalità

con giovani tecnici e laureati tra i 20 e i 30 anni. Assumeremo fino a 4.000 persone nell’arco di 3-4 anni utilizzando i nuovi strumenti normativi che il governo sta mettendo a punto»

La formula utilizzata sarà, quindi, quella del nuovo contratto a tutele crescenti da poco licenziato dal Governo. Accanto alle nuove assunzioni altri importanti chiarimenti sono stati forniti riguardo alla solidarietà difensiva (la riduzione dell’orario di lavoro dei dipendenti già assunti, al fine di evitare i licenziamenti).

I contratti di solidarietà posti in essere da Telecom negli scorsi anni andranno a scadenza ad Aprile, a tal proposito una nota diffusa da Telecom a margine della presentazione del piano industriale spiega che «l’attuale solidarietà ’difensiva’ (...) potrà essere sostituita, con modalità da definire con le Organizzazioni Sindacali, da una solidarietà che tuteli ancora l’occupazione, consenta l’immissione di giovani e riduca l’età media in azienda»

L’intento di Telecom dovrebbe, quindi, essere quello di trasformare gli attuali contratti di solidarietà difensiva con contratti di solidarietà espansiva che consentiranno di assumere nuovo personale. Il piano industriale di Telecom prevede anche una riorganizzazione del settore dell’assistenza clienti, per il quale sarà creata una società specificamente dedicata.

Pareri contrastanti sono arrivati dai sindacati che pur confermando la loro contrarietà alla separazione del comparto del caring (assistenza clienti) da Telecom, plaudono alle nuove assunzioni e ribadiscono la necessità di un intervento normativo finalizzato ad agevolare il ricambio intergenerazionale.

Per quanto riguarda le altre novità previste dal piano industriale di Telecom, l’Ad Marco Patuano ha chiarito che «è caratterizzato da un’impostazione fortemente incentrata sullo sviluppo industriale con un’accelerazione nel programma degli investimenti innovativi sia in Italia sia in Brasile (circa 14,5 miliardi di euro cumulati nel triennio)»

Dei 10 miliardi di euro da investire nell’arco del triennio, 5 miliardi saranno destinate ai settori maggiormente incentrati sulle componenti innovative (Ngn, Lte, Cloud Computing, Data Center, Sparkle e Trasformazione) mentre allo sviluppo e alla diffusione della fibra ottica saranno destinati 3 miliardi di investimenti, di cui 500 milioni di euro per la tecnologia FttH (Fiber to the Home) con cui è stata prevista la copertura di 40 città italiane. Ulteriori 900 milioni di euro saranno destinati allo sviluppo della banda larga mobile.

In definitiva, alla fine del 2017, con la fibra ottica sarà raggiunto «il 75% della popolazione (...) e oltre il 95% della popolazione con la rete mobile 4G, posizionandoci quale leader dello sviluppo infrastrutturale del Paese e avvicinando così gli obiettivi dell’Agenda Digitale al 2020».



30 aprile 2015

Pensioni, sopra 1500-1700 lordi. Stato deve restituire mld. Lo farà? Come? Quando?

La Corte Costituzionale ha stabilito che un pezzo di legge Fornero, quello che ha bloccato le pensioni nel 2012 e il 2013, è illegittimo. Significa per lo Stato un buco imprevisto da 5 miliardi e per milioni di pensionati che devono arrivare dei soldi. Soldi in restituzione e anche soldi in più nelle prossime pensioni, che andranno adeguate con il riconoscimento degli scatti bloccati dalla Fornero.
Non si tratta di soldi a pioggia per tutti i pensionati. La sentenza in questione, infatti, riguarda solo le pensioni sopra tre volte quella minima, ovvero pensioni da circa 1500-1700 euro lordi al mese. Riguarda loro perché solo a loro è stata, con la Fornero del “Salva Italia” bloccata la perequazione, ovvero quell’automatismo che adegua le pensioni all’inflazione facendole salire di un tot l’anno.
Difficile, quasi impossibile, pensare che questi soldi arriveranno subito. Per motivi diversi. In primo luogo l’enormità della cifra complessiva (5 miliardi sono più del gettito di una rata della vecchia Imu) e per una serie di motivi tecnici. Uno per esempio è che prima di restituire bisogna ricalcolare quanto e a chi. Un calcolo che va fatto per milioni di pensionati per due anni. Una prima stima complessiva dice che dovranno essere restituiti circa 1.8 miliardi relativi al 2012 e altri 3 relativi al 2013. Ma un conto sono le stime, altro conto i singoli rimborsi.
La sentenza, sulla carta, impone che restituzione ci sia. Ma non dice quando e soprattutto come. Ai pensionati, insomma, verrà richiesto di avere pazienza. Anche perché al Governo toccherà il compito di scegliere come materialmente dare questi soldi. Una possibilità, la più logica ma non è detto che sia quella scelta, è a rimborso. Semplicemente per ogni pensionato viene calcolato il dovuto e quindi versato. Attenzione, però, il ricalcolo comprende anche le tasse: non sarà ovviamente una restituzione al netto.


Disoccupazione torna a salire. Istat: a marzo al 13%


Il tasso di disoccupazione torna a salire a marzo: cresce di 0,2 punti percentuali (da febbraio) al 13%. Lo comunica l’Istat nei dati provvisori, precisando che la risalita arriva dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio e la lieve crescita a febbraio. Si tratta del livello più alto dal novembre scorso (13,2%).
La disoccupazione giovanile (calcolata solo sui giovani in cerca di lavoro) a marzo risale oltre il 43%: il tasso segna un aumento di 0,3 punti percentuali a quota 43,1%, dal 42,8% di febbraio. Lo rileva l’Istat nei dati provvisori. Si tratta del livello più alto da agosto scorso.
A marzo le persone in cerca di occupazione sono 3,302 milioni, in aumento dell’1,6% da febbraio. Nello stesso mese gli occupati sono 22,195 milioni, in calo dello 0,3% su base mensile. Stabile la forza lavoro a 25,497 milioni di unità.

SCIOPERO LA7: ADESIONE SUPERIORE AL 60%


"Ad ora l'adesione allo sciopero di oggi, proclamato da Slc-Cgil e Uilcom-Uil a La7, sarebbe superiore al 60%, con punte del 90% presso gli studi di Via Novaro a Roma". Così dichiara Barbara Apuzzo, segretaria nazionale Slc Cgil.
"L'alta adesione allo sciopero ha provocato uno stravolgimento del palinsesto: il TG è stato trasmesso da Milano, e ha pre-registrato tutti i programmi sinora trasmessi. Prendiamo peraltro atto dell’evidente attacco al sindacato, ed alla Cgil in particolare proprio nel giorno dello sciopero, che traspare dai servizi preparati ad hoc e messi in onda oggi – prosegue la sindacalista.
“Ad ulteriore riprova di tale atteggiamento Cairo, in un’intervista a La Repubblica di oggi, manifesta la propria "sorpresa" nel constatare che "invece che gioire per le certezze che già hanno" (il posto di lavoro), i lavoratori osino chiedere "quanto oggi non possono avere". Il riferimento è al giusto riconoscimento economico legato alla produttività, quella che, per inciso, concorre al tanto sbandierato risanamento aziendale, e al riconoscimento di diritti uguali per tutti i lavoratori.
“Sembra proprio che l’editore Cairo si sia dimenticato che in Italia esistono ancora dei diritti, tra cui, oltre a quelli costituzionali allo sciopero e al lavoro da circa 70 anni ad oggi, anche ad un dignitoso salario ed alle tutele previsti dallo statuto dei lavoratori siglato ben 45 anni orsono – ricoreda Apuzzo. Ricordiamo pertanto a Cairo che l'agitazione di oggi è stata indetta a causa dell’indisponibilità del Gruppo a trovare forme di accordo per l'estensione dei diritti e delle tutele ai neo-assunti e ai precari, e per il rinnovo del secondo livello di contrattazione".

“Un ringraziamento va invece alle lavoratrici e ai lavoratori di La7 – conclude Apuzzo - che hanno aderito in massa a questo sciopero e alle Rsu che hanno lavorato in modo splendido per favorirne la riuscita: lottare per difendere i propri diritti e per estenderli ai più deboli come hanno fatto i lavoratori di La7, è veramente il modo migliore per festeggiare il 1º Maggio.”

29 aprile 2015

"Il Gioco del Telefono - nella giungla dei call center italiani" - Rainews24


di Giulia Di Stefano - Delocalizzazioni, gare al massimo ribasso, mancanza di regole: il settore call center, in Italia, impiega circa 80mila lavoratori ma è in profonda crisi. Un viaggio-inchiesta dalla Lombardia alla Sicilia per scoprire le situazioni più critiche.


Editoria: Apuzzo (Slc Cgil), governo ha reali intenzioni di rilanciare e risanare settore?

"Da mesi chiediamo al Sottosegretario Lotti una convocazione per discutere della tanto annunciata riforma dell’editoria evidenziando, insieme a numerose altre associazioni, anche datoriali, l’urgenza di trovare nell’immediato risposte concrete per le cooperative editoriali e non profit che domani rischiano di dover portare i libri in tribunale - cosi' dichiara Barbara Apuzzo segretaria nazionale Slc Cgil.
"Il 30 aprile le aziende devono chiudere i propri bilanci 2014 e senza certezze riguardo all’ammontare delle risorse che il governo mette a disposizione attraverso il Dip.to per l’Editoria la loro chiusura sarà inevitabile, determinando la perdita di centinaia di posti di lavoro e la soppressione di ulteriori presidi di democrazia, a garanzia di quel pluralismo che una legge di riforma del settore dell’editoria deve garantire."
"Parliamo di un fabbisogno di circa 70 milioni di euro annui per i contributi 2014 e 2015 - prosegue la sindacalista- cifra non impossibile da reperire, considerato che su quali interventi siano possibili si è già aperta una riflessione all’interno della commissione del Dipartimento Editoria."
"A questo punto dunque va verificata la volontà politica di procedere in direzione del risanamento e del rilancio di un settore - conclude Apuzzo- che, lo dicevamo prima, alimenta e d voce alla democrazia del nostro paese, ben sapendo che tra il dire e il fare, questa volta non può esserci il mare."

NOTA DI REDAZIONE:

Nella foto la Segretaria Nazionale della Slc Cgil Barbara Apuzzo

23 aprile 2015

Comunicato Unitario: Call&Call receda dalla decisione di chiudere la sede di Milano


Il 22 aprile si è svolto a Milano il coordinamento unitario delle RSU del Gruppo Call&Call a seguito della dichiarazione di cessazione delle attività del sito di Milano ed il conseguente licenziamento di 186 lavoratrici e lavoratori.
Il Coordinamento Unitario delle RSU, di concerto con le Segreterie Nazionali e Territoriali, ha fortemente condannato, nel metodo e soprattutto nel merito, questa decisione. Risulta totalmente incomprensibile la scelta aziendale, soprattutto alla luce degli sforzi fatti proprio sul sito milanese per contenere i costi e migliorare l’efficacia e la qualità dell’organizzazione del lavoro. Così come la questione della poca sostenibilità economica della sede di Milano è poco credibile, anche perché l’azienda dovrebbe spiegare il motivo per il quale ha utilizzato in questi mesi il contratti di solidarietà in modo del tutto trascurabile, riducendo in questo modo la possibilità di contenere i costi.
Non sfugge al coordinamento l’estrema difficoltà nella quale si trova il settore dei call center in outsourcing e le aziende che ne fanno parte. L’estrema gravità del momento, appesantita ulteriormente dall’assenza di regole e dalla poca incisività del Governo nella risoluzione della crisi del settore, ha visto il sindacato confederale fortemente schierato in questi mesi a difesa dell’occupazione sottoscrivendo accordi difficili, difensivi che hanno fatto si ché il perimetro occupazionale del comparto dei call center in outsourcing, sebbene sotto attacco, non subisse ridimensionamenti. E’ evidente che queste difficoltà oggettive non possano non interessare anche Call&Call, un’azienda alla quale va comunque dato atto di aver scelto di non de localizzare attività all’estero, ma è altrettanto evidente che, per il sindacato, la strada scelta dalla dirigenza aziendale di drammatizzare e di dividere l’azienda pensando di poter “sfogliare la margherita”attaccando oggi Milano e domani altre sedi sia totalmente sbagliata. Una strada oltretutto in totale controtendenza rispetto al sistema di relazioni industriali impostate sino ad ora in azienda.
Sulla base di queste considerazioni la Segreterie Nazionali e territoriali e tutte le RSU di Call&Call respingono la decisione aziendale di chiudere la sede di Milano e ne chiedono quindi il ritiro. Nel contempo chiedono all’azienda di aprire subito un confronto complessivo sullo stato di tutto il Gruppo, rendendosi disponibili a ricercare soluzioni che possano migliorare la qualità e la produttività aziendali complessive, rigettando le facili scorciatoie di interventi sulla mera compressione del costo del lavoro e dei diritti e ritenendo inaccettabile che si possa pensare di scaricare le difficoltà di un mercato senza regole su una parte di lavoratori.
In mancanza di risposte tempestive il sindacato affiancherà alle azioni messe in campo su Milano una serie di ulteriori iniziative che coinvolgeranno il resto dei lavoratori di Call&Call.
Roma, 23 Aprile 2015
Le Segreterie Nazionali
SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL UGL TELECOMUNICAZIONI
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Jobs act, il call center licenzia 186 persone a Milano
Chiudere lo stabilimento alle porte di Milano, mandare a casa 186 persone e nel frattempo assumerne altre fra Roma e la Calabria approfittando delle agevolazioni previste dalle nuove norme inserite nel Jobs act. Ottenendo così un doppio risultato: prendere giovani con contratti meno costosi e più flessibili e ottenere gli sgravi fiscali del governo. La denuncia arriva dalle categorie del settore comunicazione di Cgil, Cisl e Uil.
La storia arriva da Cinisello Balsamo e l’azienda è la Call&Call Milano srl, un call center che si occupa dei servizi di customer care per tre importanti società finanziarie e bancarie italiane: Ing Direct, Agos Ducato e Fiditalia. Il gruppo Call&Call nasce nel 2002 proprio a Cinisello (dove tuttora risiede la holding): da qui la società si espande su tutto il territorio nazionale e oggi ha in tutto 2.500 dipendenti e fattura 57 milioni all’anno, come si legge sul sito della stessa società. Solo che il 10 aprile scorso il consiglio di amministrazione dell’azienda ha aperto la procedura di licenziamento collettivo per la chiusura del sito.
Già da luglio il personale di Cinisello era in contratto di solidarietà di tipo difensivo, riuscendo così a evitare il licenziamento di 41 persone. «Ma con una mossa spregiudicata — dice Sara Rubino (Slc Cgil) — la proprietà, senza aver mai comunicato le difficoltà legate alla gestione del contratto di solidarietà, ha dirottato parte del flusso di lavoro su altre sedi del gruppo, anche assumendo nuovo personale con il contratto a tutele crescenti e senza averci dato risposte rispetto a ciò che già vedevamo e di cui chiedevamo informazioni».
Ma come fa un’impresa che attiva la legge 223, cioè la procedura per i licenziamenti collettivi, ad assumere contemporaneamente nuovi lavoratori in altre zone d’Italia? «Il sistema sta in piedi perché Call&Call ha costituito più società, come in un gioco di scatole cinesi: c’è Call&Call Milano srl, Call&Call La Spezia srl, Call&Call Lokroi srl», spiega Adriano Gnani (Uilcom Uil). Quindi quella milanese può risultare effettivamente in crisi, a differenza di quella di Roma, o di Locri, o della Spezia. La perdita annuale su Cinisello sarebbe di 500mila euro: «Colpa dei costi eccessivi del lavoro, secondo l’azienda. Questo nonostante lo stipendio medio degli operatori sia sui 1.200 euro mensili, che però con i nuovi assunti possono scendere a 1.000».
La versione della holding è che «negli ultimi anni ci sono state perdite di esercizio significative non più sostenibili a seguito di un calo delle commesse e in presenza di costi generali incompatibili con il nuovo contesto di mercato, soprattutto per una fra le pochissime imprese del settore che ha scelto di non spostare lavoro italiano in offshoring e, dunque, non ha potuto mediare l’incidenza del costo del lavoro ricorrendo alla delocalizzazione. Da qui la necessità non più rinviabile di attivare la procedura di mobilità, trattandosi di una situazione strutturale e non congiunturale». Già lo scorso 10 aprile i lavoratori avevano reagito alla comunicazione con uno sciopero: adesso l’intenzione è trasformare una vertenza locale in una questione che riguardi nel complesso la società.

Immigrazione: Cgil, governo non sprechi occasione Consiglio europeo


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"Non è con le opzioni militari né con il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza alle frontiere che si può affrontare la tragedia umanitaria che stiamo vivendo. Il presidente del Consiglio ha fatto bene a chiedere la convocazione urgente del Consiglio europeo, ma ora non deve sprecare questa occasione prestandosi a soluzioni pericolose e inefficaci". Così Vera Lamonica, segretaria confederale della Cgil, a seguito delle dichiarazioni di Matteo Renzi alla Camera in merito alla posizione che il governo terrà domani al vertice straordinario dell'Ue sull'emergenza immigrazione.

"Il raddoppio di Triton, il cui impegno resterebbe comunque molto al di sotto di quello di Mare nostrum, non risolve il problema fondamentale della sua missione: il suo scopo deve infatti consistere nella ricerca e nel soccorso, cosa non affatto chiara", sostiene Lamonica. "In secondo luogo - continua - evitare che le persone muoiano in mare non può voler dire lasciarle morire sulla terraferma, dove gli occhi dell'Europa non arrivano. Non bisogna difendersi DAI disperati, ma difendere I disperati, questo deve essere l'obiettivo dettato dai valori della politica, dell'etica e della civiltà dell'Europa".

"Affrontare l'emergenza e individuare una soluzione a livello europeo significa anche e soprattutto condivisione dell'accoglienza. Fino a quando i ricollocamenti umanitari dipenderanno dalla volontarietà dei singoli stati - spiega la dirigente sindacale - la risposta sarà finta". "È fondamentale invece intervenire nei luoghi di partenza e di transito, e per questo continuiamo a chiedere l'apertura di canali umanitari. È evidente a tutti - prosegue - che la stabilizzazione della Libia non è a portata di mano e che la necessaria azione per la pace in tutte le aree interessate da conflitti, oltre a non aver bisogno di improbabili interventi militari, implica tempi più lunghi rispetto all'urgenza di salvare le vite torturate di donne, uomini e bambini che non sono immigrati, ma profughi e richiedenti rifugio e asilo".

"Corridoi umanitari, Mare nostrum europeo, superamento del regolamento di Dublino tre: sono queste le richieste avanzate ieri da decine di organizzazioni e associazioni nelle piazze di tutta Italia. Si ascoltino loro - conclude Lamonica - e non le forze del populismo e della demagogia che speculano sui morti e sulla sofferenza umana".



Telecom Italia Comunicato SLC "Caring Services" 22 aprile 2015

Caring Services: il tempo è finito, è necessario che tutti siano chiari e ognuno si assuma le proprie responsabilità.
Sono trascorsi tre mesi dal risultato del referendum che ha respinto l’ipotesi di accordo sul caring e più di due mesi dalla comunicazione dell’Amministratore Delegato che annunciava l’intenzione aziendale di voler procedere alla societarizzazione del caring di Telecom.
In questo periodo Slc Cgil, assumendo il risultato del voto del referendum, ha provato a individuare soluzioni che consentissero di riaprire la trattativa e definire un’intesa che eviti la societarizzazione nel rispetto del pronunciamento dei lavoratori.
Con senso di responsabilità Slc non ha assunto posizioni unilaterali, evitando di creare nuove lacerazioni nel rapporto tra le organizzazioni sindacali e, soprattutto, con l’azienda.
Con tale modalità, Slc ha avanzato una proposta di modifica dell’impianto del Cloud delle competenze, individuato come l’elemento che ha portato alla bocciatura dell’accordo da parte dei lavoratori.
Il faticoso lavoro di ricucitura intrapreso ha portato l’azienda ad avanzare alcune proposte, in linea con le richieste di Slc, che tuttavia non sono state giudicate sufficienti per riaprire la trattativa. I veti incrociati, le resistenze che da più parti sono poste alla ripresa del confronto, la mancata convocazione del coordinamento (non si riunisce più dal 18 dicembre 2014) rendono necessario un cambio di strategia e, soprattutto, richiedono che la discussione sia realizzata in maniera trasparente e con la totale consapevolezza da parte dei lavoratori.
E’ del tutto inaccettabile proseguire in un confronto in cui gli interessi dei lavoratori non siano la priorità, impedendo in tale modo di riprendere un’iniziativa unitaria da portare in assemblea per chiedere un preciso mandato sul prosieguo della vertenza.
In tale contesto, La Segreteria Nazionale di SLC, unitamente ai membri del coordinamento eletti nelle proprie liste, ha deciso di avanzare le proposte di modifica che ritiene di apportare al testo dell’ipotesi sottoscritta il 18 dicembre, con le quali avviare una campagna di assemblee su tutto il caring, che dovrà concludersi entro i primi giorni del mese di maggio, per ottenere un mandato a riaprire la trattativa e impedire la societarizzazione. Le assemblee dovranno pronunciarsi, attraverso il voto degli iscritti, sulla proposta e sul percorso con le iniziative di lotta a sostegno della vertenza.
Analogamente, dovrà essere previsto che un eventuale nuovo accordo debba essere approvato dal voto dei lavoratori.
Il mandato sarà accompagnato dall’apertura delle procedure di raffreddamento, necessarie per addivenire alla dichiarazione di sciopero da effettuarsi nel mese di maggio a sostegno della riapertura della vertenza.
Nel merito la proposta che Slc avanza è la seguente:
partendo dal modello iniziale occorre specificare con maggiore determinatezza la finalità formativa dell’impianto. Il progetto del cloud delle competenze è quindi confermato, con la previsione che:
il dato non sia visibile alla sala regia (il progetto richiede a quest’ultima di essere a conoscenza degli skill dei lavoratori presenti per fare il routing delle chiamate);
la visualizzazione del dato non sia continua ma definita attraverso un periodo di monitoraggio (di cui il lavoratore deve essere a conoscenza) alternato a periodi di non monitoraggio. La puntuale definizione dell’alternanza deve consentire di ridurre al minimo il periodo di analisi;
i dati dovranno essere gestiti da una nuova funzione specifica di cui non farà parte la linea gerarchica del lavoratore. Tale struttura dovrà definire l’elaborazione degli skill e gli interventi formativi necessari;
il dato del lavoratore potrà essere oggetto di analisi solamente all’interno dell’incontro previsto dall’ipotesi di accordo;
i dati raccolti dovranno essere cancellati trascorso un periodo definito.
Terminato il percorso di assemblee, SLC ritiene che l’Azienda debba riconvocare immediatamente un tavolo di confronto per individuare le soluzioni necessarie a raggiungere un’intesa. In assenza, apparirebbe evidente la volontà aziendale di voler procedere verso la societarizzazione del caring e ciò non può che determinare l’assoluta volontà di Slc di opporsi a tale processo attivando tutte le iniziative di lotta necessarie a contrastarlo.
Continuare a strumentalizzare il voto dei lavoratori e utilizzare l’arma dei veti per impedire di trovare una soluzione sono azioni non più sostenibili. La bocciatura dell’accordo è la risultanza del clima con cui si lavora all’interno del caring, delle forti pressioni che vengono esercitate, della scarsa attenzione che si riserva a procedure e software non sempre adeguati a garantire elevate produttività. Pertanto, sarà necessario individuare anche soluzioni in grado di migliorare il “benessere” abbassando il livello di stress da lavoro correlato presente.
Telecom deve decidere quale atteggiamento adottare e definire in maniera inequivocabile se scommettere sul coinvolgimento del proprio personale.
Slc sarà a fianco dei lavoratori con una vertenza che coinvolgerà, a partire da una prima iniziativa di lotta proclamata per il personale del caring, l’insieme dell’azienda in cui Telecom sta procedendo con forzature unilaterali a riorganizzazioni che non sono state definite con il sindacato. Analogamente, le informazioni trasmesse ai dipendenti in merito al piano d’impresa, sulle strategie inerenti al personale, a oggi non negoziate con le OO.SS, non potranno essere implementate in assenza di un vero coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori.
E’ giunto il tempo della responsabilità e della trasparenza, chi non volesse parteciparvi ha il dovere di comunicarlo ai lavoratori.
 La Segreteria Nazionale Slc-Cgil

13 aprile 2015

Bonus Bebè 2015, modalità di presentazione della domanda

Il decreto attuativo del bonus per le neomamme è arrivato in Gazzetta Ufficiale. Il provvedimento, previsto dalla Legge di Stabilità, era atteso da fine gennaio. Nel decreto si stabilisce come l’Inps abbia 15 giorni di tempo per mettere a punto i modelli attraverso cui inviare domanda per ricevere l’assegno.
“La domanda per l’assegno è presentata all’Inps per via telematica secondo modelli predisposti dall’Istituto entro il quindicesimo giorno dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del presente decreto”, si legge nel testo uscito nella G.U. del 10 aprile. Si prevede anche che l’Inps assicuri “le modalità più idonee per facilitare l’accesso alla misura da parte dei nuclei familiari, anche mediante le proprie sedi territoriali, il contact center e procedure telematiche assistite”.
Quanto ai tempi entro cui presentare la domanda, nel dpcm viene riportato come possa essere avanzata “dal giorno della nascita o dell’ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione del figlio”. Inoltre viene specificato che
“ai fini della decorrenza dell’assegno dal giorno della nascita o dell’ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione, la domanda deve essere presentata non oltre il termine di 90 giorni dal verificarsi dell’evento ovvero entro i 90 giorni successivi all’entrata in vigore del presente decreto”.
Nel caso in cui la domanda sia presentata oltre i tempi previsti,
“l’assegno decorre – si chiarisce – dal mese di presentazione della domanda”. L’incentivo alla natalità, viene ricordato nel decreto, passa attraverso un assegno pari ad 960 euro per figlio, ovvero 80 euro mensili, per le famiglie con un Isee non superiore ai 25 mila euro. Per i nuclei sotto 7.000 euro il bonus raddoppia. L’assegno è concesso fino al terzo anno di età o d’ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione. Nel decreto viene anche riportato l’arco temporale di validità del bonus, che opera per “per ogni figlio nato o adottato tra il 1 gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017″.

Il decreto, un dpcm, è composto da sei articoli e porta le firme del premier Matteo Renzi, oltre che dei ministri dell’Economia, Pier Carlo Padoan, del Lavoro, Giuliano Poletti, e della Salute, Beatrice Lorenzin (siglato il 27 febbraio, registrato dalla Corte dei Conti il 31 marzo). .

12 aprile 2015

In Ufficio fa Freddo? Ci si può Rifiutare di Lavorare

Quante volte avrete pensato che nel vostro Ufficio, Azienda o Posto di Lavoro si soffrisse troppo il Freddo o il Caldo? Sicuramente molto spesso, infatti è fatto risaputo che i Datori di Lavoro Italiani non curano più di tanto l’Ambiente di Lavoro in cui Lavorano i propri Dipendenti, ma da oggi il Lavoratore che si trova a svolgere la propria Attività Lavorativa in condizioni Climatiche non ottimali può astenersi dal Lavoro ed essere Retribuito al tempo stesso, a stabilirlo è una Sentenza della Cassazione.
La Corte di Cassazione tramite la sentenza 20 gennaio – 1 aprile 2015, n. 6631 ha fatto chiarezza sulle Condizioni di Lavoro dei Dipendenti affermando che quando in azienda fa troppo Freddo o in generale le Condizioni Climatiche non sono ideali per poter svolgere l’Attività Lavorativa, l’astensione dei dipendenti è più che legittima poichè il datore di Lavoro (l’Azienda) è tenuto, per legge a garantire le condizioni idonee per la tutela della salute e della sicurezza sul posto di lavoro.
Nel caso in cui i Dipendenti decidano di non recarsi al Lavoro l’azienda non può in nessun modo effettuare delle trattenute sullo stipendio per il mancato svolgimento dell’Attività Lavorativa questo perchè lo Stop non è avvenuto per volontà dei dipendenti, ma per una impossibilità oggettiva a svolgere le normali attività di Lavoro.
Quindi la retribuzione dei Dipendenti in casi del genere deve essere in misura integrale, senza alcun tipo di decurtazione.
Diventa quindi compito del Datore di Lavoro effettuare regolare manutenzione degli impianti di Climatizzazione al fine di garantire un Ambiente di Lavoro che non arrechi nessun tipo di pericolo per la Salute dei Lavoratori, infatti la disorganizzazione dell’azienda in questo senso non deve e non può ripercuotersi sui Dipendenti e sulla loro salute è altresi compito dell’Azienda assicurare e garantire le condizioni necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale.

Cass. sent. n. 6631/15 dell’1.04.2015

Tlc: comunicato Call&Call chiude la sede di Milano

Call&Call ha aperto oggi le procedure di legge per la chiusura della sede di Milano con il conseguente licenziamento di 186 lavoratrici e lavoratori.   Una decisione sbagliata contro la quale SLC‐CGIL, FISTEL‐CISL e UILCOM‐UIL, a tutti i livelli si opporranno e che    compromette lo stato dei rapporti sindacali in tutto il Gruppo.   Fino ad oggi Call&Call si è positivamente contraddistinta per un approccio costruttivo e per l’impegno, profuso anche a livello di settore, per trovare soluzioni normative che stabilizzino il mondo dei customer. Questa decisione rappresenta una cesura violenta, soprattutto se si considera che, proprio sulla sede di Milano, i lavoratori ed il sindacato hanno negli ultimi mesi dato ampiamente prova di voler farsi carico delle difficoltà del sito sottoscrivendo un oneroso accordo che ha introdotto i Contratti di Solidarietà ed altre manovre per il recupero di efficienza e produttività. Già in queste ore sulla sede di Milano si stanno predisponendo tutte le iniziative di contrasto, nel frattempo le Segreterie Nazionali aprono lo stato di agitazione su tutte le sedi con la conseguente interruzione delle relazioni sindacali ( a riguardo si invitano tutte le strutture sindacali ad interrompere in ogni sede qualsiasi percorso relazionale in corso).   Il prossimo 22 aprile si riunirà a Roma il Coordinamento Unitario delle RSU di Call&Call per decidere il percorso da intraprendere collegialmente per contrastare la decisione aziendale.

Le Segreterie Nazionali di SLC‐CGIL, FISTEL‐CISL e UILCOM‐UIL

Addio Telecom: si passa automaticamente a TIM: ecco cosa cambia


Telecom ne sta dando comunicazione all’interno delle proprie bollette: non quindi con una raccomandata, non con una telefonata. Dal primo maggio tutti i contratti con Telecom saranno “volturati” a TIM: un passaggio automatico che comporterà anche l’applicazione di nuove tariffe. In pratica i contratti che gran parte degli italiani hanno sottoscritto saranno disattivati e trasferiti al nuovo operatore. Chi non ci sta, deve comunicare immediatamente la volontà di recedere, altrimenti subirà gli aggravi. Ma procediamo con ordine.

Passaggio automatico da Telecom a Tim
Chi ha stipulato un contratto di telefonia fissa o mobile con Telecom tra meno di un mese, e precisamente dal prossimo 1° maggio 2015, verrà ceduto a TIM. In buona sostanza, senza che l’utente faccia nulla, il suo contratto telefonico passerà automaticamente al nuovo gestore. Le novità che comporta questo trasferimento non sono di poco conto.

Bollette ogni mese, non più bimestrali
Si parla, innanzitutto, di bollette mensili e non più bimestrali come sono attualmente. Quindi, ogni mese si riceverà il conto da pagare o (per chi lo ha richiesto) l’addebito automatico in conto (cosiddetta domiciliazione della bolletta).

Nuove tariffe
Cambiano anche le tariffe. In particolare, va via il canone fisso dalle nostre bollette (attualmente pari a 18,54 euro) e, a fronte di ciò, saremo soggetti a delle tariffe fisse e standard secondo quattro diversi piani:

– chi ha un contratto solo voce (ossia traffico telefonico senza internet) passerà automaticamente (se non dichiarerà altre intenzioni) all’opzione “Tutto Voce” e pagherà 29 euro al mese con chiamate illimitate sia verso numeri fissi che mobili.

– chi ha un contratto voce e adsl (ossia, insieme alla tradizionale linea telefonica ha anche il collegamento internet) passerà automaticamente (se non dichiarerà altre intenzioni) all’opzione “Tutto” e pagherà 44,90 euro al mese, con chiamate e adsl a 7 mega illimitati. Qui la situazione è sostanzialmente identica a quella attuale, per cui non ci saranno sostanziali rincari.
Chi però è con Telecom da più di dieci anni, riceverà uno sconto su questa tariffa e pagherà solo 29 euro per il primo anno e 39 euro per i successivi.

In entrambi i casi, gli utenti, se non esprimeranno alcuna opzione, saranno vincolati alla nuova tariffazione. Ma potranno sempre chiedere il passaggio a un altro tipo di contratto. Sono infatti previste due ulteriori opzioni:

– “Voce” destinata a chi fa poche telefonate e non usa internet: in questo caso si paga 19 euro al mese e un costo al minuto di 10 centesimi per le chiamate su cellulare e verso fisso, senza scatto alla risposta e tariffazione a scatti ogni sessanta secondi.

– “Tutto Fibra” destinata a chi ama le connessioni web superveloci: in questo caso, a fronte della trasformazione della linea adsl in una a fibra ottica, si pagherà 44,90 euro per il primo anno e 54,90 per i successivi.

Come recedere da TIM
Resterà ferma la possibilità, per chi non si senta soddisfatto delle predette opzioni, di passare a un operatore telefonico diverso da TIM. Ma attenzione: la richiesta andrà fatta entro il 31 maggio 2015. Diversamente il passaggio a TIM sarà automatico. L’utente, in particolare, dovrà inviare una raccomandata a.r. comunicando o il passaggio a un altro gestore di telefonia oppure la cessazione completa dell’utenza. In entrambi i casi non potranno essere applicate penali o costi di migrazione.


09 aprile 2015

Giuseppe Oliva eletto oggi nuovo coordinatore regionale Nidil Cgil Sicilia

www.cgilct.it
Giuseppe Oliva, 35 anni, di Catania, è il nuovo coordinatore regionale Nidil Cgil Sicilia. Oliva è stato eletto oggi a Palermo dal direttivo regionale della struttura sindacale della CGIL che rappresenta dal 1998 i lavoratori in somministrazione (ex interinali) ed i lavoratori atipici, in presenza di Michele Pagliaro, segretario generale Cgil Sicilia, e del segretario generale Nidil Cgil nazionale Claudio Treves; presente alla riunione anche il segretario generale della Cgil di Catania Giacomo Rota.
Oliva, dipendente del call center Almaviva, inizia la sua attività di dirigente sindacala nel 2009 assumendo incarichi di direzione politica per la Slc Cgil Catania, e nel 2010 ha assunto l'incarico di segretario generale Nidil Cgil Catania, e dal 2013 ricopre pure l'incarico di responsabile Mercato del lavoro della Cgil di Catania.

La sua attività sindacale è caratterizzata nell'impegno a difesa del diritto al lavoro stabile dei lavoratori precari e a sostegno quindi della loro inclusione nel mondo del lavoro. Negli ultimi anni, inoltre, Giuseppe Oliva ha gestito l'importante questione relativa alle domande d'accesso agli ammortizzatori sociali in deroga, anche nel rapporto con l'utenza ed è significativo che quasi metà degli aventi diritto, in questo periodo, è stato proprio assistito dall'apposito sportello attivo alla Cgil di Catania. Oliva è oggi il più giovane tra coloro che ricoprono un incarico di direzione regionale nella Cgil siciliana.