04 luglio 2012

Bocciata sfiducia a Fornero

L'Aula della Camera conferma la fiducia al ministro del Welfare Elsa Fornero bocciando le mozioni presentate da Idv e Lega. I voti a favore sono stati 88, 435 i contrari, 18 gli astenuti.


"Mi ha creato sofferenza, però lo abbiamo superato e ora continuerò a lavorare come prima". E' il commento di Elsa Fornero subito dopo il voto della Camera. Il ministro all'uscita dall'Aula si intrattiene brevemente prima con alcuni deputati e poi con i cronisti. A chi le chiede se si sia sentita "infastidita" dalla mozione di sfiducia replica come questo "non sia il termine adatto" e spiega infatti di aver piuttosto provato "sofferenza".


"A chi mi accusa voglio dire che non ho mai mentito. Non è mia abitudine", aggiunge poi Fornero.


IDV: 'IMBROGLIO GRAVISSIMO' - "Sarò sobrio nella mia dichiarazione di voto sulla sfiducia al ministro Fornero, e lo farò mordendomi la lingua perché ho rispetto sia del suo ruolo sia del fatto che sia una donna": così Antonio Di Pietro apre il suo intervento in Aula sulla sfiducia a Elsa Fornero che è dovuta "a ragioni di merito e di metodo".


"Il ministro ha commesso un imbroglio gravissimo affermando il falso mentendo sapendo di mentire", ha detto l'ex pm. "Il ministro - spiega - ha mentito sul numero degli esodati: sapeva che il dato da lei riferito era falso e lo ha fornito comunque". Di Pietro ha poi contestato "l'arroganza del ministro nel violare l'articolo 1 della Costituzione: è gravemente offensivo per gli italiani". "Con arroganza e supponenza ha violato la Costituzione. Chiediamo la sfiducia per i suoi atti e comportamenti individuali che non meritano di essere rappresentati in questa Aula. Come fa un ministro in carica a dire che il sommerso, ovvero una illegalità, è un rischio che la sua riforma può determinare ricorda quel ministro della prima repubblica che diceva che la mafia era un rischio con cui bisognava convivere", prosegue Di Pietro, sostenendo che "il fatto che Monti dica di condividerne le scelte è un'aggravante e non un'attenuante".


FORNERO IN AULA A DI PIETRO: 'BUGIARDO' - "Ma quale rispetto? Ma quale rispetto? Ma quale rispetto? Bugiardo". E' il labiale 'rubato' dal 'Fatto Quotidiano' in Aula al ministro Elsa Fornero mentre si discute la mozione di sfiducia nei suoi confronti da parte della Lega e dell'Idv. Il ministro è seduta tra i banchi del governo nell'Emiciclo e ascolta Antonio Di Pietro che argomenta le sue motivazioni a favore della sfiducia. Il leader dell'Idv la attacca duramente sulla questione degli esodati. La Fornero ha il volto teso, non regge, ripete le ultime parole di Di Pietro e conclude con "bugiardo".


LEGA: 'MINISTRO DELLA DISOCCUPAZIONE' - "In quest'aula il ministro Fornero non gode di alcuna stima, considerazione e fiducia. Non è il ministro del Lavoro ma della disoccupazione. Lei non può fare a meno della propria sedia, ma il Paese può fare benissimo a meno di lei", afferma in Aula il capogruppo della Lega Giampaolo Dozzo.


BERSANI: 'QUANDO SENTI LEGHISTI FACILE VOTARE CONTRO MOZIONE' - "Quanto senti gli argomenti leghisti diventa facile convincere i tuoi...". Così Pier Luigi Bersani risponde ai giornalisti che in Transatlantico gli chiedono se è stato facile convincere i deputati a votare contro la mozione di sfiducia al ministro del Lavoro Elsa Fornero.


IN PDL 5 SI' A SFIDUCIA, 40 ASSENTI E 16 ASTENUTI - Cinque deputati del Pdl hanno votato sì alla sfiducia contro il ministro del Lavoro Elsa Fornero. Il Pdl è il partito che conta più assenti ed astenuti sulla mozione (31 non hanno partecipato al voto, 9 erano in missione e 16 si sono astenuti). Nel Pd 19 erano i deputati che non hanno partecipato al voto ma, spiegano dal gruppo, sono 5 i deputati assenti non giustificati. I cinque deputati del Pdl che hanno votato sì sono Cirielli, Miserotti, Mussolini, Pili, Rampelli. Ai 31 assenti del Pdl si uniscono 10 deputati di Pt mentre nel Pd i cinque deputati che non hanno partecipato al voto sono Boccuzzi, Esposito, Niecchi, Codurelli, Rossa.


Sconto benzina nel week end, salasso il lunedì

Prima lo scontone, poi il salasso. Per gli automobilisti non c’è pace. Se nel week end diesel e benzina sono vendute a sottocosto, dal lunedì il prezzo vola al rialzo. C’è chi addirittura supera di diversi centesimi al litro il prezzo medio. Q8 ha aumentato il prezzo “feriale” di 1 cent al litro, Ip invece aumenta il diesel di 1 centesimo e la benzina di 0,5 centesimi al litro. Così la corsa al ribasso dei prezzi nel week end lanciata da Eni si è tramutata nel sogno dei vacanzieri, ma nell’incubo di chi con l’auto ci lavora e che al lunedì paga il rifornimento per sé e per gli altri.

La guerra agli sconti del carburante nel week end è stata lanciata da Eni con la campagna “Riparti con Eni”, con sconti fino a 21 centesimi al litro da sabato al lunedì mattina. La sfida è stata subito accolta da Q8, Esso e Ip. Paolo Scaroni, ad di Eni, sosteneva che i 180 milioni di euro “perduti” costituivano un “investimento reputazionale”, in realtà guardando prezzi e numero dei rifornimenti il calcolo delle perdite per Eni potrebbe essere ben minore.

I prezzi medi nazionali sono al 4 luglio 1,804 euro al litro per la verde, 1,695 per il diesel e 0,782 per il Gpl. Le punte massime raggiunte sono state di 1,876 euro, per il diesel a 1,733 e per il Gpl a 0,814. Prezzi che nel week end hanno raggiunto gli 1,480 euro al litro per il diesel e 1,580 euro al litro per la benzina.

Secondo un analisi di Quotidianoenergia.it ad aprile 2012 i margini lordi, cioè la remunerazione del gestore, i costi di distribuzione e di commercializzazione, erano di 26 centesimi al litro. A maggio 2012 sono scesi sotto i 20 centesimi al litro, con evidente riduzione per l’automobilista. Ma da quando sono iniziate le campagne i costi di margini lordi sono lievitate nuovamente a 24 centesimi al litro nella settimana, con medie superiore a quelle dei tre anni precedenti. Insomma lo scontone c’è nel week end, ma guai al lavoratore che fa il rifornimento il lunedì.


Spending review: Camusso, così Monti ci fa sprofondare, questo è un attacco ai lavoratori

«Vedremo quale sarà il decreto che il governo approverà. Ma se saranno confermate le cose che ci hanno detto a Palazzo Chigi sarà inevitabile che si passi dalla mobilitazione allo sciopero». Susanna Camusso, leader della CGIL, ha appena terminato l’incontro con il governo sulla spending review. Aveva chiesto all’esecutivo di non «gettare benzina sul fuoco». Ma non sembra abbia avuto ascolto.

Delusa o arrabbiata?
«Tutte e due non si può? Sono delusa per il fatto che dal governo ci sia stata un’informativa reticente e criptica. Non ci è stata fornita nemmeno l’entità del decreto. E in più c’è un metodo inaccettabile: si esaurisce tutto in queste informazioni senza alcun confronto sulle conseguenze per i lavoratori. C’è una progressiva riduzione del ruolo delle parti sociali ».

Un governo tecnico non ha bisogno di mediare tra gli interessi in campo. Lo ha detto più volte il premier Monti.
«Il risultato è che da mesi inseguiamo i problemi che via via vengono creati dal governo. Alla prova dei fatti questo è un metodo fallimentare. Pensi solo agli esodati. E sono arrabbiata perché noi il 3 maggio scorso abbiamo firmato un accordo con il ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi che doveva essere propedeutico all’approvazione di una delega per la riorganizzazione della pubblica amministrazione. Che fine ha fatto quell’accordo? Perché il governo non dà seguito a quegli impegni?».

Lo sa anche lei: c’è una divisione tra Patroni Griffi e la Fornero sull’estensione del nuovo articolo 18 al pubblico impiego.
«L’accordo che abbiamo firmato è molto più ambizioso: non si può ridurre tutto alla volontà di licenziare di qualche ministro».

Il governo ha detto che prima dei tagli agli organici si passerà alla ridefinizione delle cosiddette piante organiche degli uffici pubblici. Non è una garanzia?
«Ma se l’unica cosa che ci hanno detto è che taglieranno del 20% i dirigenti, ma solo quelli a concorso e non quelli a chiamata decisi dalla politica, e del 10 % gli impiegati! Questi non sono altro che tagli lineari, non hanno niente a che vedere con una spesa pubblica più efficiente e di maggiore qualità. Ma si può tagliare allo stesso modo i dipendenti del ministero dell’Economia, i vigili del fuoco, gli infermieri di un ospedale o i poliziotti?».

Avrebbe preferito l’aumento dell’Iva?
«Abbiamo sempre detto no all’aumento dell’Iva perché si traduce in una compressione dei consumi e in una riduzione di fatto del reddito disponibile. E meno consumi vogliono dire meno produzione e dunque aziende che chiudono e lavoratori che perdono il posto».

Avete ingoiato il rospo delle pensioni e ora siete pronti allo scioperare perché viene toccato il pubblico impiego, dove c’è il più alto tasso di sindacalizzazione. Non è una contraddizione?
«Non può dirlo certo alla CGIL. Noi scioperammo in un clima di isolamento anche contro la riforma delle pensioni. Dicemmo che sarebbe scoppiato il caso degli esodati. Scioperammo, da soli, anche contro il blocco della contrattazione decisa da Berlusconi. C’è continuità, non contraddizione nella nostra azione. Abbiamo sempre cercato di contrastare le politiche che scaricano tutti i sacrifici sui lavoratori e che alimentano la spirale recessiva».

Sta dicendo che Monti anziché tirarci fuori dalla crisi ci sta facendo sprofondare in una recessione più profonda?
«La sola logica del rigore porta a questi effetti».

Monti si è battuto per la crescita a Bruxelles.
«Ecco, nelle politiche nazionali non ritrovo la stessa fermezza con cui Monti, grazie soprattutto all’arrivo di Hollande in Francia, ha contrastato le misure di austerity senza crescita. Questa, piuttosto, mi pare una contraddizione».

Ma come si fa a difendere la pubblica amministrazione italiana?
«E chi la difende? Siamo i primi a dire che si deve tagliare».

Dove?
«Tutte le consulenze, per esempio. Valgono 1,5 miliardi. Si possono dichiarare esuberi e poi rivolgersi ai consulenti?».

Altro?
«Abolire le società controllate al 100% dagli enti locali e che non forniscono servizi ai cittadini. Sono solo poltrone in meno per la politica».

Bancari, lo spettro dei licenziamenti collettivi.

Lo spettro dei licenziamenti collettivi turba migliaia di lavoratori del settore bancario. Solo un anno fa, ormai un’epoca fa dopo la riforma Fornero, venivano sottoscritti accordi per un fondo di solidarietà tra le controparti. Accordi coraggiosi, si diceva, perché, non disponendo il settore della cassa integrazione, si introducevano meccanismi di tutela come appunto la garanzia dell’80% del salario lordo, ma anche quello di non scendere mai al di sotto del 50% degli orari contrattuali, durante i cicli di ristrutturazione e riorganizzazione. Strumenti utilissimi specie in un periodo come questo in cui sono state annunciate profonde ristrutturazioni come la chiusura di migliaia di filiali su tutto il territorio nazionale. Il patto poteva tradursi in più moderazione salariale contro difesa dei posti di lavoro. Peccato che a quegli accordi, non siano mai seguiti i decreti attuativi. La riforma ha vanificato i risparmi accumulati dalle aziende, specie con lo scoppio della bomba esodati.

La reazione dell’Abi è potenzialmente traumatica. Ha spiegato il presidente del comitato affari sindacali dell’Abi, Francesco Micheli, che “se i decreti attuativi non verranno emanati entro breve i processi di riorganizzazione e di ristrutturazione, avviati soprattutto nei grandi gruppi, non potranno che avvalersi delle normative di legge vigenti in materia di licenziamenti per motivi economici, individuali o collettivi. Condizione che tutti vorrebbero evitare”. Chiosa il Sole 24 Ore: “Questo significa che o i grandi gruppi si fermano sulla via delle ristrutturazioni, ma questo è inverosimile, o si procede con i licenziamenti collettivi”.

I sindacati sono già scesi in sciopero, come quelli che rappresentano Sanpaolo Intesa. Vogliono difendere le tutele normative ed economiche scongiurando l’annullamento degli accordi aziendali su riduzione orario non pagato, inquadramenti, mobilità territoriale, part time, buoni Pasto, indennità economiche, ferie, straordinari, permessi e aspettative.

Obbligo dell'utilizzatore di comunicare i lavoratori somministrati

Pensando che possa tornarvi utile vi inoltro alcune note ed un allegato specifico sugli obblighi dell'utilizzatore di comunicare i lavoratori somministrati

Giovanni Pistorio

La Direzione Generale per l'Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con la nota prot. 37/0012187/MA007.A001 del 3 luglio 2012, ha fornito alcune note interpretative in ordine alla comunicazione periodica sul lavoro tramite agenzia interinale, prevista dall'art. 24, comma 4, lett. b), D.L.vo n. 276/2003 e dall'art. 3, D.L.vo n. 24/2012.

La disposizione stabilisce l'obbligo dell'utilizzatore di comunicare "il numero ed i motivi dei contratti di somministrazione di lavoro conclusi, la durata degli stessi, il numero e la qualifica dei lavoratori interessati" alla rappresentanza sindacale unitaria, ovvero alle rappresentanze aziendali e in mancanza alle associazioni territoriali di categoria aderenti alle confederazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

L'obbligo deve essere adempiuto ogni 12 mesi, anche mediante l'associazione dei datori di lavoro alla quale l'utilizzatore aderisce.

In caso di mancato o non corretto assolvimento dello stesso, trova applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria di importo variabile da 250,00 a 1.250,00 euro.

Nella fase transitoria relativa all'anno 2012, la disposizione sanzionatoria introdotta dall'art. 3 del D.L.vo n. 24/2012, trova applicazione ai contratti di somministrazione di lavoro conclusi nell'arco temporale compreso tra il 6 aprile 2012 (data di entrata in vigore del decreto) e il 31 dicembre 2012.

Per gli anni successivi occorre tenere presente l'intero anno solare. In quest'ultimo caso, il termine per l'adempimento dell'obbligo sarà il 31 gennaio 2013.

Il Parlamento europeo ha rigettato ACTA

Giulia Innoccenzi:

Il Parlamento europeo ha rigettato ACTA, il pericoloso trattato che avrebbe dato alle multinazionali il potere d'imbavagliare internet! Il Presidente Martin Schulz ha detto: "Sono rimasto molto impressionato dai 2,8 milioni di firme della petizione di Avaaz. Le preoccupazioni dei cittadini sono state prese in seria considerazione". Alla faccia di chi dice che mobilitarsi, firmare petizioni e partecipare a manifestazioni non serve a niente!!!!! Grazie a tutti quelli che ci credono, e anche a quelli che magari da oggi ci crederanno un po' di più!


Dipendenti pubblici: stipendi bloccati e ferie coatte d’Estate e a Natale

Stipendi bloccati e ferie coatte: sono due delle misure che saranno introdotte con la spending review. La bozza nelle mani del governo

è stata resa nota la sera del 3 luglio.

Blocco stipendi. Per due anni, dal1 gennaio 2013 al 31 dicembre 2014, lo stipendio dei dipendenti delle società pubbliche non potrà superare quello del 2011.

Ferie coatte. Gli uffici pubblici resteranno chiusi nella settimana di Ferragosto e in quella tra Natale e Capodanno e gli statali saranno messi in ferie. Gli statali, inoltre, non potranno monetizzare ferie, riposi e permessi non goduti. La disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro per mobilità, dimissioni e pensionamento.




Cassazione: Il lavoratore reintegrato nel posto di lavoro va fatto lavorare


- Ordinanza 7963 del 2012 -
Il datore che non fa lavorare affatto il dipendente, non mette in atto un semplice demansionamento, ma lede il diritto del lavoratore a eseguire la propria prestazione lavorativa, diritto della persona riconosciuto dalla nostra Costituzione. Con questa condotta non adempie a un obbligo derivante dal contratto di lavoro e incorre in responsabilità contrattuale. Lo sostiene la Corte di cassazione nell'ordinanza 7963 del 2012.
La decisione riguarda un lavoratore che, reintegrato nel posto di lavoro, viene, tuttavia, lasciato a oziare. Si rivolge allora al giudice del lavoro per essere risarcito per il danno derivante dal comportamento del datore di lavoro. Il tribunale gli dà ragione e condanna l'azienda al risarcimento del danno biologico e di quello alla professionalità, quantificato in 26mila euro.
La società si rivolge alla Corte d'appello, che conferma l'esistenza di un demansionamento, ma nega il danno per la perdita di professionalità. In particolare, i giudici affermano che il mancato esercizio di un'attività professionale non rappresenta, di per sé, un danno risarcibile, perché deve essere il lavoratore a provare l'impoverimento del proprio patrimonio cognitivo teorico-pratico o la perdita di occasioni di promozione o di sviluppo di carriera.
Il lavoratore ricorre in Cassazione, censurando la motivazione della sentenza che riconosce un demansionamento, ma esclude il danno alla professionalità collegato alla violazione dell'identità professionale sul posto di lavoro. E i giudici di legittimità chiariscono, innanzitutto, che ogni lavoratore ha non solo un dovere di porre in essere la prestazione lavorativa, ma anche un diritto alla sua esecuzione, essendo il lavoro «anche un mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino». La Cassazione evidenzia, poi, che a carico del datore grava l'obbligo di adibire il dipendente al lavoro. In caso contrario, se il comportamento non è giustificato dall'esercizio dei poteri imprenditoriali garantiti dal l'articolo 41 della Costituzione o dall'esercizio dei poteri disciplinari (come chiarito dalle sentenze di Cassazione 6265/95 e 11430/2006), la sua condotta è illecita.
La Cassazione prosegue, inoltre, censurando l'operato dei giudici di appello, perché, nella loro decisione, non si sono attenuti a questi principi. Da un lato, hanno inquadrato la condotta come un «demansionamento professionale». Che, in senso proprio, si ha quando un lavoratore è utilizzato in mansioni inferiori rispetto a quelle di assunzione o a quelle successivamente acquisite. Nel caso preso in esame, invece, il datore ha negato al lavoratore lo svolgimento di ogni attività lavorativa, ponendolo in una condizione di forzata inattività. Dall'altro lato hanno escluso, erroneamente, che una condotta del genere possa essere, di per sé, fonte di danno risarcibile.
La Cassazione si sofferma anche su questo ponendo un'interpretazione significativa: un danno non patrimoniale a carico del datore può emergere ogni volta che la sua condotta illecita abbia violato, in modo grave, diritti della persona del lavoratore tutelati dalla Costituzione (in particolare, dagli articoli 32 e 37). Questi diritti, tra cui quello a essere adibito all'attività lavorativa, in quanto non regolati in modo specifico da norme di legge, devono essere individuati dai giudici di merito. Essi, in sede di valutazione del danno risarcibile, dovranno distinguere tra meri pregiudizi (disagi o lesioni di interessi privi di qualsiasi consistenza e gravità) non risarcibili e danni da risarcire, supportando la valutazione con una motivazione congrua, coerente e rispettosa dei principi giuridici in materia. La Corte d'appello, secondo la Cassazione, non ha proceduto così, ma ha escluso, a priori, alcune voci di danno sull'erroneo presupposto che una forzata inattività non possa essere di per sé fonte di danno.
Inevitabile la conclusione: la sentenza va rinviata ai giudici di merito per essere decisa sulla base dei principi chiariti.
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Teatro Stabile: una catena umana per sollecitare il reintegro delle somme

Nuova manifestazione di protesta dei lavoratori del teatro Stabile di Catania per sollecitare i fondi regionali in grado di salvare la stagione.

Ancora nessuna notizia certa in merito al ripristino del finanziamento promesso e i dipendenti temono per il loro futuro e quello del teatro. Si attende adesso la riunione della quarta commissione regionale cultura.

I lavoratori del teatro Stabile di Catania ed i sindacalisti, fra cui il segretario confederale della CGIL etnea Giovanni Pistorio, hanno formato una catena umana per protestare contro i tagli e per sollecitare il reintegro dei fondi.

Dopo tante proteste e la promessa, un mese fa, di un milione di euro per salvare le sorti del teatro catanese di via Fava, nessuna notizia definitiva è ancora giunta.

E così, per non fare scemare l’attenzione sul rischio di perdere il posto di lavoro, ma anche la stagione che significa un taglio alla cultura per il capoluogo, si sono presi per mano e si sono schierati davanti l’ingresso del “Verga”.

Oltre al rischio di taglio dei posti di lavoro vi è i l rischio di perdere uno dei luoghi di produzione di cultura della città di Catania. Lo Stabile, infatti, non è solo in grado di proporre stagioni sempre apprezzate da un pubblico variegato, ma vanta una scuola di recitazione triennale completamente gratuita in cui hanno studiato nomi famosi come Leo Gullotta e Mariella Lo Giudice e laboratori di scenografia e sartoria.

Senza notizie sul finanziamento non è possibile neanche prevedere una programmazione per la prossima stagione. Il taglio di quest’anno, infatti, è avvenuto in corsa e pertanto sono stati congelati due degli spettacoli previsti: La casa di Bernarda Alba e La commedia di Orlando.

Nei prossimi giorni la riunione della quarta commissione cultura ARS per la decisione.

03 luglio 2012

Cosa si intende per demansionamento sul posto di lavoro?


L'articolo 2103 c.c. definisce il significato del termine "demansionamento"; accezione che forse deve essere da una parte interpretata in modo elastico e dall'altra deve garantire i diritti del lavoratore. Vediamo più nel dettaglio cosa si intende con il termine demansionamento.

"Il dipendente dovrebbe sempre essere destinato alla mansioni per le quali è stato assunto o a quelle considerate pari nell’ambito della classificazione professionale. Il datore di lavoro può tuttavia assegnare al dipendente le mansioni che ritiene più adatte alle sue peculiarità.

L’amministrazione può tenere in esercizio, nei confronti del dipendente, il diritto di destinare il personale a mansioni diverse a patto che le nuove mansioni siano pari a quelle di assunzione. E’ considerato un illegale demansionamento l’assegnazione a mansioni non relazionate all’inquadramento contrattuale e la sottrazione di tutte le mansioni in precedenza esercitate.

Il lavoratore può agire in giudizio per chiedere la condanna del datore di lavoro alla reintegrazione nelle mansioni in precedenza svolte. Il lavoratore demansionamento può anche pretendere il risarcimento del danno che ha subito alla professionalità e all’immagine. Ci sono in questo senso tre orientamenti:

• è possibile il risarcimento del danno che viene dal pregiudizio di natura non patrimoniale,

• il comportamento del datore di lavoro viola anche il diritto al libero esercizio della professionalità nel luogo di lavoro. Il risarcimento può in questo caso essere riconosciuto anche nell’ipotesi in cui sia mancata la dimostrazione del pregiudizio professionale,

• il giudice può dedurre l’esistenza del danno in base agli elementi di fatto relativi alla durata della dequalificazione.

Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il prestatore ha diritto naturalmente al trattamento corrispondente all’attività svolta. Nel caso di svolgimento eterogeneo di mansioni, deve tenersi conto delle mansioni svolte in modo prevalente.

L’assegnazione a mansioni superiori deve durare per tutto il periodo fissato dalla contrattazione (non vanno racchiusi i periodi di ferie e malattia). Sono invece compresi i riposi settimanali ed i riposi compensativi".
Fonte: Portaldiritto.

Telecom Italia scorpora l'informatica


Telecom Italia ha annunciato a Cgil, Cisl e Uil la decisione, per realizzare importanti risparmi, di esternalizzare la sua divisione interna di Information Technology, che impiega 1176 addetti.
Verrà creata una società, per ora interamente controllata da Telecom Italia, che dovrebbe assorbire anche i lavoratori della SSC (la software house aziendale), parte dei quali considerati in esubero e a cui si applica il contratto di solidarietà.
Il sindacato ha stigmatizzato la decisione del vertice Telecom, ritenendo che anche la razionalizzazione dei costi possa avvenire mantenendo il settore IT all'interno dell'azienda.
Il timore del sindacato è che questa sia solo la prima fase di un processo di disgregazione di Telecom Italia in quattro aziende: una per il customer, una per la rete (la famosa società della rete), una appunto per l'informatica e una per le funzioni di staff.
Finora il processo di esternalizzazione dell'assistenza ai sistemi informatici (con la creazione dell'HP-Dcs, in joint-venture con HP) ha portato a molte cause legali intentate dai lavoratori stessi, molte delle quali vinte, anche se non sono ancora arrivate alla Cassazione.
Il sindacato è pronto a proclamare una serie di scioperi a settembre, vista la determinazione di Telecom che ha deciso di trasferire più di 500 quadri e impiegati nei customer senza concordare questa procedura con le rappresentanze sindacali interne.
di Pier Luigi Tolardo

Dichiarazione di Emilio Miceli, Segretario Generale Slc Cgil Nazionale:
Ansa, 28 giugno - La riorganizzazione delle attivita' informatiche di Telecom preoccupa i sindacati. Secondo Emilio Miceli, segretario generale di Slc-Cgil ''il processo di dissolvenza e' gia' scritto e il conferimento del ramo d'azienda Information Technology e' il primo passo''.
I sindacati temono che a questo seguirà la separazione dei call center, infine il conferimento della rete e, non ultimo, con la vendita di Telecom Italia Media ''con una conseguente dissolvenza del gruppo''. Telecom ''si sta adeguando a tal punto al mercato da pensare in piccolo''.

02 luglio 2012

“Disoccupazione giovanile al 36,2%. E’ il tasso più alto mai registrato”

Il tasso di disoccupazione giovanile a maggio è al 36,2%. I dati provvisori dell’Istat fanno rifermento alla popolazione tra i 15 ed i 24 anni, che non studiano né lavorano. La disoccupazione giovanile quindi sale ancora, aumentando di 0,9 punti percentuali su aprile e cosi’ mettendo a segno un record storico (finora mai era stato registrato un tasso piu’ alto). Questo è infatti il tasso più alto dal 1992, anno in cui iniziarono le serie storiche per i dati trimestrali. Il tasso di disoccupazione a maggio si attesta al 10,1%, salendo dell’1,9% su base annua e in calo dello 0,1% da aprile, quando toccò un massimo dall’inizio della serie storica mensile del 2004. Si tratta della prima diminuzione, anche se lieve, del tasso di disoccupazione da febbraio del 2011, quindi da quasi un anno e mezzo. Tuttavia i tecnici dell’Istat spiegano che il quadro resta ”sostanzialmente stazionario” con la disoccupazione che rimane su ”valori molto elevati”.

A maggio oltre uno su tre dei giovani ”attivi” e’ in cerca di un lavoro. Mentre se si rapporta il dato dei disoccupati tra i 15 e i 24 anni sul totale della popolazione nella stessa fascia d’eta’ risulta in cerca di un impiego piu’ di uno su dieci anni, il 10,5%. Gli occupati sono 23 milioni e 34 mila, in aumento dello 0,3% rispetto ad aprile, ovvero di 60 mila unità, con la crescita dell’occupazione che riguarda sia gli uomini sia le donne. Rispetto a maggio 2011 gli occupati crescono dello 0,4%, cioè di 98 mila unità. Il numero dei disoccupati a maggio, pari a 2 milioni e 584 mila, diminuisce dello 0,7% rispetto ad aprile, con un calo di 18 mila unita’. La flessione riguarda sia gli uomini sia le donne. Invece su base annua si registra una crescita del 26%, ovvero di 534 mila unita’.

Nel dettaglio, il tasso di disoccupazione maschile diminuisce di 0,1 punti percentuali nell’ultimo mese portandosi al 9,3%. Anche quello femminile segna una variazione negativa di 0,1 punti e si attesta all’11,2%. Invece su base annua il tasso di disoccupazione maschile sale di 1,9 punti percentuali e quello femminile di 1,8 punti.

Il tasso di occupazione e’ pari al 57,1%, in aumento nel confronto congiunturale di 0,1 punti percentuali e di 0,3 punti su base annua. A maggio l’occupazione cresce su aprile sia nella componente maschile (+0,2%), sia nella femminile (+0,4%). L’aumento tendenziale e’ invece determinato dalla crescita della sola componente femminile (1,6%), a fronte di una diminuzione di quella maschile (-0,4%). Quanto agli inattivi tra i 15 e i 64 anni, diminuiscono dello 0,2% (-25 mila unita’) su aprile e del 4% rispetto a dodici mesi prima. Il tasso di inattivita’ si posiziona al 36,5%, con una flessione di 0,1 punti percentuali sul piano congiunturale e di 1,4 punti su base annua.

I dati Istat sulla disoccupazione giovanile a maggio rappresentano ”una drammatica emergenza nazionale”. Lo afferma il segretario confederale della Cgil, Serena Sorrentino. Per la sindacalista le cifre sulla disoccupazione degli under 25 sommate ”alla quantita’ di lavoro precario”, sono ”una priorita’ da affrontare con un piano per il lavoro”. Secondo Sorrentino serve quindi ”un cambio urgente della rotta per quanto riguarda le scelte di politica economica”.

Per la dirigente sindacale urge ”l’adozione di un piano straordinario per l’occupazione”, cosi’ come, aggiunge, ”c’e’ bisogno di intervenire sulla leva fiscale, anche attraverso l’adozione di una patrimoniale, dando risorse a lavoratori e pensionati per rilanciare i consumi”. Inoltre per Sorrentino ”e’ davvero impellente affrontare la modifica della legge sul mercato del lavoro per quanto riguarda il capitolo ammortizzatori sociali: la riforma li ha ridotti nonostante, come i dati Istat dimostrano, la crisi sia ancora durissima e mentre a fine anno scadra’ l’accordo con le Regioni sulla copertura per gli ammortizzatori in deroga”.


NOTA DI REDAZIONE:

Nella foto il segretario confederale della Cgil, Serena Sorrentino.

Camusso, gli statali hanno già dato via consulenti e manager


CGIL, CISL, UIL e UGL ripartono dal Sud per incalzare Mario Monti reduce dalla vittoria sul piano europeo che di fatto lo rafforza. Ma Susanna Camusso, leader della CGIL, rilancia sulla crescita e parte «da un'affermazione - dice - che sembra banale ma in realtà è più concreta che mai: non c'è soluzione per il nostro Paese se non parte lo sviluppo del Mezzogiorno». Non risparmia Camusso stoccate a Marchionne all’indomani del ricorso contro la sentenza a favore della FIOM: «Non bisognerebbe consentire di definire le nostre leggi folclore, è giunto il momento - incalza il leader CGIL - di chiedersi perché la Fiat non vende auto rispetto ai concorrenti tedeschi e francesi».

Il patto UE l’ha convinta?
«Da Bruxelles è arrivata una risposta importante e unitaria dell’Europa contro la speculazione, ma non ci sono novità sul fronte dello sviluppo, così come sugli Eurobond».

Bersani assicura di voler fare altri sacrifici pur di evitare l’aumento dell’Iva. La strada indicata dal governo è la spending review: anche la CGIL è pronta a stringere la cinghia?
«Vorrei ricordare che i lavoratori pubblici hanno già compiuto sacrifici con il blocco per tre anni dei contratti. Prima di parlare di nuovi tagli cominciamo a vedere quali risultati hanno prodotto quelli già attuati. Il nostro Paese ha un esplicito problema di reddito, ancora più accentuato al Sud. Con strette ulteriori la crisi si avviterà su se stessa».

A Palazzo Chigi pronuncerete un altro no?
«Di tagli lineari non se ne parla, cosa diversa è incidere su un miliardo e mezzo di consulenze e società costituite dalle amministrazioni spesso per garantire solo posti di potere ad alcuni. Pensare a un’operazione sugli organici della PA significherebbe infatti immaginare una riduzione dei servizi, senza dimenticare che soprattutto nel Mezzogiorno il pubblico funge anche da ammortizzatore sociale».


Nell’amministrazione dello Stato ci sono però anche i super burocrati.
«Poiché torna spesso il discorso sulle pensioni dei dirigenti voglio subito sgombrare il campo da dubbi: no a cambi in corsa sulle regole previdenziali perché se sono sbagliate vanno cambiate per tutti».

Allora nessun margine di trattativa sulla spending review?
«Abbiamo avanzato proposte e sollevato problemi su cui è possibile il confronto, a partire dagli alti stipendi di alcuni che potrebbero essere pagati parzialmente in Bot per finanziare il debito pubblico, così come siamo pronti ad affrontare il problema delle consulenze e di una centrale per l’acquisto dei beni. Si guardi poi al patrimonio pubblico e si tenti di valorizzarlo, siamo pronti inoltre a discutere di come viene formata la pubblica amministrazione anche nel Mezzogiorno».

Il governo non ha il Sud nella testa?
«La squadra di Monti ha molte più anime di quanto appaia: il ministro Barca finora ha lavorato bene e c’è ovviamente una questione di risorse. Il problema è che questo governo, così come il precedente, non ha un piano per la crescita e l’occupazione, oltre a una vera politica di redistribuzione del reddito».

Insiste sulla patrimoniale?
«È una strada, ma per restare al Mezzogiorno si è fatto poco sull'evasione fiscale, il lavoro nero, la trasparenza nella catena degli appalti, insomma quell’economia del sommerso che rappresenta un danno per il Paese».

Marchionne giudica un danno anche sentenze come quella su Pomigliano che imbrigliano le imprese.
«Vorrei che si ricominciasse dal punto di partenza, gli impegni assunti dalla Fiat: non parlo di quei venti miliardi di Fabbrica-Italia, ma almeno del pieno riassorbimento di tutti gli operai di Pomigliano. Dove è finito quel progetto? Al suo posto ci restano le dichiarazioni di Marchionne che compromettono la dignità nazionale».

Si riferisce al ”folclore” di certe sentenze?
«Le leggi del nostro Paese non possono essere definite in questo modo come ha fatto Marchionne. Spieghi piuttosto come intende uscire da una crisi di mercato che riguarda soprattutto il marchio Fiat perché non mi risulta che i tedeschi o i francesi abbiamo le stesse difficoltà, nonostante il Lingotto sia stato favorito in tutti i modi tanto da essere oggi in Italia l’unica industria di automobili».

Appello a Fornero?
«Questo governo, come il precedente, si contraddistingue per la totale assenza sul tema della discriminazione sui luoghi di lavoro, siamo insomma agli anni bui della democrazia».




Telecom Italia: Bernabè rilascia un intervista al Corriere delle Comunicazioni



«Le telecomunicazioni stanno vivendo una trasformazione radicale che minaccia la struttura di base dell’industria», spiega Franco Bernabè. La causa di questo cambiamento si chiama Internet: “Ha modificato radicalmente il modo di lavorare dell’industria delle telecomunicazioni, anche se ancora non percepiamo tutte le implicazioni di questo cambiamento. È proprio nella definizione di ‘mondo connesso’ che sta il nucleo di questa rivoluzione, un mondo in cui miliardi di persone, imprese, organizzazioni e terminali sono messi in comunicazione da network come Internet”. Bernabè - tiene a precisare - piuttosto che da presidente di Telecom Italia ci parla da presidente della Gsma, l’associazione mondiale dei gestori di reti mobili. “Del resto, puntualizza, siamo nel pieno di una rivoluzione che interessa l’intero settore, non solo noi di Telecom Italia”.
Cosa comporta questa trasformazione?
Cambierà il modo in cui i gestori operano, soddisfano i loro clienti, fanno i conti con la competizione. Internet è diventato rapidamente un servizio di comunicazione di massa. Ciò ha avuto un impatto profondo sulla centralità del network su cui l’industria delle telecomunicazioni ha costruito la sua forza per più di un secolo.
Reti e servizi stanno divergendo.
L’industria delle telecomunicazioni, da sempre, è basata sull’associazione tra infrastrutture e servizi e sul principio che ogni evoluzione dei servizi si realizza con l’intelligenza integrata nel network. L’evoluzione sta, invece, spingendo l’intelligenza ai confini delle reti verso soggetti terzi, lasciando agli operatori telefonici il ruolo di trasportatori di dati. Più banda sarà disponibile, più veloce sarà la separazione fra rete e servizi perché i network possono trasportare servizi sempre più complessi senza più bisogno di una infrastruttura dedicata. Questo processo verrà accelerato dallo sviluppo delle reti ultrabroadband.
Un cambiamento dirompente.
Certamente, aree geografiche differenti stanno rispondendo in maniera differente. Gli Stati Uniti hanno adottato un laisser-faire pro-competitivo e una regolazione leggera. Alcuni paesi asiatici, come Giappone e Korea, stanno promuovendo lo sviluppo delle nuove reti con incentivi legati alla copertura. L’Europa si dibatte fra una regolazione pesante e limitati incentivi pubblici.
Vi ci trovate stretti?
Non è solo un problema delle telco. Il tentativo dell’Europa di trovare un adeguato compromesso fra regole e incentivi agli investimenti minaccia di ritardare gli obiettivi ambiziosi dell’Agenda Digitale. Realizzare la Digital Agenda europea implica un forte aumento degli investimenti degli operatori, ma anche un ruolo decisivo dei regolatori europei e nazionali. Gli investitori sono sempre più sensibili alle decisioni regolatorie, in particolare quando gli interventi delle Autorità vengono percepiti come se il loro unico obiettivo fosse quello di diminuire i prezzi wholesale. Il framework regolatorio europeo ha il potenziale di spingere la crescita, ma deve riconoscere quello che serve per supportare gli investimenti nelle nuove reti fisse e mobili.
Cambiare l’approccio regolatorio per stimolare gli investimenti?
È necessario guardare lontano, lasciando alle authority nazionali la possibilità di alleggerire la regolazione nei mercati ancora in una fase di sviluppo embrionale. L’attenzione dei regolatori non dovrebbe più concentrarsi nell’aprire i mercati riducendo i prezzi, ma lasciare più flessibilità ai business model dei nuovi servizi.
Anche per il rame?
Il dibattito se i prezzi del rame debbano diminuire per incentivare gli investimenti in fibra rischia di essere fuorviante, ma adottare un approccio di più lungo termine potrebbe creare le condizioni per investire.
Nuove reti più nuovi servizi: c’è futuro per le telco?
Sì, se le telco si concentreranno sullo sviluppo delle nuove reti e, allo stesso tempo, sapranno essere innovative nei business model, gestendo in modo proattivo la migrazione dell’intelligenza verso i confini dei loro network, invece di subire passivamente questo processo. Non è una trasformazione facile, me ne rendo conto, per aziende che hanno una così forte competenza nello sviluppo dell’infrastruttura e nelle relazioni con i clienti, ma limitate esperienze nel software.
I mercati finanziari vi amano poco.
Credono poco nella capacità delle telco tradizionali di realizzare una trasformazione tanto profonda e sembrano pensare che i soli vincitori possibili siano i player over-the-top: grandi Internet companies, quasi tutte basate in America, che sviluppano i loro sevizi usando i nostri network per il trasporto. Per di più, la continua erosione dei prezzi dei servizi tradizionali come la voce - che rappresenta tuttora la quota maggiore di fatturato e di profitto - non viene compensata da una crescita dei volumi, e quindi, nei mercati maturi, assistiamo a una lenta decrescita del cash flow. Dall’altra parte alla forte crescita nel volume dei dati non corrisponde ad un aumento del cash flow tale da giustificare un massiccio upgrade delle reti.
Difficile dare torto ai mercati.
E invece no. Le telco mantengono vantaggi competitivi che ben difficilmente possono essere messi in discussione. Prima di tutto, la radicata presenza nel territorio grazie alla rete di accesso, ai servizi collegati di delivery e manutenzione, alla base clienti e, ovviamente, all’infrastruttura. In un ecosistema che cambia, dove il principale asset competitivo dell’integrazione fra rete e servizi è incerto, il maggior problema delle telco diventa come accrescere l’efficienza. Abbiamo un grande potenziale di innovazione e ottimizzazione dei processi, oltre che adozione di nuove tecnologie. Le aziende devono imparare ad adattarsi continuamente.
Ottimizzazione dei processi, riduzione dei costi: dov’è la crescita?
È la nostra sfida principale. Tutto corre sempre più veloce e la fase davanti a noi non è evolutiva, al contrario: le aree di crescita richiedono di essere identificate proprio mentre gli open standard vengono rimpiazzati da innovazioni proprietarie, i media tradizionali sono associati a contenuti user-generated, la globalizzazione di prodotti e servizi crea una esperienza d’uso comune in tutto il mondo.
Telco isolate?
Per identificare le aree di crescita è necessario che le telco lavorino insieme allargando l’approccio industriale verso un approccio di ecosistema che coinvolga tutti: operatori, fornitori di apparati, venditori di terminali, sviluppatori di servizi.
Faccia qualche esempio.
Lo sviluppo dell’infrastruttura di broadband mobile ci aprirà la strada per offrire servizi e applicazioni nuovi e pervasivi. L’Internet delle cose diventerà sempre più una realtà quando la maggioranza degli oggetti che ci circondano sarà connessa ad Internet grazie alle reti mobili. E poi c’è il mobile commerce. Le tecnologie Nfc offrono forti garanzie di sicurezza e interoperabilità, soprattutto grazie alle soluzioni basate sulle Sim. E l’Nfc è più che semplice m-commerce o m-payment. È un intero mondo di servizi di prossimità che il “Sim-based Nfc” può abilitare e che miglioreranno la vita dei consumatori e dei cittadini.
I numeri sono ancora piccoli.
Ma cresceranno: abbiamo lavorato duramente per sviluppare uno standard comune e ora assistiamo ad una rapida diffusione. Secondo Strategy Analytics, nel 2016, ci saranno un miliardo e mezzo di terminali Nfc, per circa 50 miliardi di dollari in transazioni. Insieme all’approccio globale assicurato dalla Gsma, sono però necessari anche approcci regionali e nazionali, volti a creare le condizioni adatte per spingere questa tecnologia abilitante.
Di parla molto di Rich Communications Services. Una frontiera oltre la voce per le telco?
Ci muoviamo verso un ambiente di telecomunicazioni all-Ip. L’industria delle tlc ha definito l’evoluzione della comunicazione person to person in soluzioni come la Rich Communication Suite. Gli operatori stanno lavorando per lanciare già quest’anno servizi Rcs e si aspettano che siano disponibili terminali che supportino tali servizi. Annunci di lancio del nuovo servizio sono del resto già stati fatti in Spagna e in Germania.
Puntate molto anche nell’e-health.
Sono servizi che fanno parte di quello che è stato chiamato il Connected Living Programme che punta all’accelerazione delle embedded mobile technology. In questo campo sono già state avviate molte iniziative. L’m-Health è un significativo esempio di come le soluzioni mobili possono supportare una delle maggiori sfide della nostra società: assicurare a tutti servizi sanitari economicamente sostenibili e disponibili ovunque. Ma ci sono molte altre iniziative per la mobilità: mUtilities, mTransport e mEducation, per fare alcuni esempi. Sono tutti terreni di grande potenzialità di crescita per le telco che su questo hanno evidenti vantaggi nei confronti degli over the top.
Quali?
Sicurezza, affidabilità, qualità dei servizi. Il mondo connesso in cui le telco stanno evolvendo porta con sé una rinnovata importanza del network e delle connessioni.
Perché vi date la patente di sicurezza?
La sicurezza è stata al centro dello sviluppo del mobile sin dall’inizio della sua migrazione dall’analogico al digitale. La tecnologia mobile è basata su standard disegnati proprio per assicurare le massime garanzie di sicurezza ai consumatori. Oggi il nostro ecosistema viene messo in discussione dall’emergere dei player Ott. La sicurezza per gli utilizzatori finali di soluzioni non standard è divenuta estremamente complessa e in certi casi impossibile. Per questo credo in un nostro vantaggio competitivo.
Ci credete veramente?
Lo dicono i fatti: i nostri investimenti in sicurezza sono considerevoli. La nostra industria è ben attrezzata per rispondere a tutti questi bisogni, ma è uno sforzo che va riconosciuto e supportato a tutti i livelli. È poi di estrema importanza che l’evoluzione dell’industria delle telecomunicazioni sia basata su standard aperti che pongano al centro la sicurezza, soprattutto la sicurezza dei dati degli utilizzatori finali.
Tanto più in un mondo di cloud computing.
I servizi cloud sono nel Dna degli operatori di telecomunicazioni, che possiedono asset, relazioni con i clienti, conoscenza dei mercati locali, flessibilità nel billing: tutto quanto è necessario a proporre e fornire servizi di cloud computing di ottima qualità. Inoltre, gli operatori mobili, possono fare tutto questo anche in mobilità. I loro servizi cloud creano valore per i clienti, abilitandoli all’accesso ubiquo a dati, servizi e applicazioni, indipendentemente da dove siano e da quale sistema operativo o terminale usino. Grazie all’accesso ubiquo, gli operatori mobili possono supportare meglio applicazioni di sicurezza e di service provider. E non parlo solo di telco: il cloud computing può creare nuove opportunità realizzando spazi dove le terze parti possono sviluppare in modo sicuro nuovi servizi basati sulle infrastrutture di telecomunicazione.
Un altro mondo rispetto a quello tradizionale delle telco.
Un altro mondo dove dobbiamo imparare a vivere da protagonisti. Velocità, intangibles, connettività. Il nostro business non può più basarsi sulle vecchie regole perché nella nuova economia il ritmo del cambiamento è troppo veloce. In tutto ciò le compagnie di telecomunicazione europee devono essere pronte a competere a tutto campo sui mercati globali basandosi su qualità, flessibilità, innovazione e sostenibilità ambientale.
Una sfida vitale?
Sì, ma una così profonda trasformazione, dalle implicazioni socio-economiche estremamente complesse, non può essere intrapresa dalle sole aziende di telecomunicazione. L’industria delle tlc occupa in Europa più di un milione di persone e genera 20 miliardi di euro di tasse. Gestire questa trasformazione dirompente richiede che i governi, che hanno costruito da oltre 15 anni uno scenario competitivo puntando a indebolire i vantaggi degli ex monopoli, reindirizzino le loro energie verso una politica industriale attiva, mirata a creare un ecosistema favorevole alla realizzazione di questi profondi cambiamenti.
È un appello alla politica?
Le sfide che gli operatori di telecomunicazione stanno affrontando sono straordinarie e le risposte ad esse non sono semplici; tanto più che non abbiamo né storia né esperienze da cui imparare. Tuttavia, una cosa sembra chiara: tutto questo non è solo un problema delle telecomunicazioni ma una sfida per l’intera filiera che coinvolge telco, lavoratori, regolatori, governi, player over-the-top e clienti. Ognuno è chiamato a contribuire. E siccome ogni “disruption” porta anche opportunità, è importante che tutti gli stakeholder riescano a cooperare in modo proattivo per creare condizioni favorevoli per i progressi di cui si avvantaggeranno tutti: le nostre aziende, i nostri dipendenti, i nostri clienti, i cittadini.