11 settembre 2013

EDITORIA: MODIFICA LEGGE 416 PENALIZZA LAVORATORI DEL SETTORE

E’ ormai consuetudine apprendere dai "Media" le modifiche delle norme che regolamentano la vita dei settori produttivi nel nostro Paese; è anche consuetudine proclamare (sempre sui "Media") interventi di indirizzo normativo per quei settori sottoposti ad una trasformazione radicale del proprio tessuto produttivo. Il Governo, dopo aver dichiarato la volontà d’intervenire attraverso norme e una politica industriale di settore sul mondo dell’editoria, riconoscendone la grave crisi e la relativa trasformazione, si accinge infatti a modificare "il regolamento per l’armonizzazione all’assicurazione generale obbligatoria dei requisiti minimi di accesso al pensionamento anticipato di categorie di personale iscritto presso l’Inps, l’ex-Enpals e l’ex-Inpdap". Si tratta di un intervento diretto che colpisce i lavoratori grafici e poligrafici e più in generale la riforma del sistema dell’Editoria a livello nazionale.

Di fatto è un intervento retroattivo, perché applicato nel periodo che va dal 1 luglio 2013 al 31/12/2013, durante il quale sono stati effettuati accordi per la riduzione di personale, tutti sulla base della legislazione vigente. Ciò determinerà una nuova forma di "esodati".

Siamo convinti dunque che sia assolutamente necessario aprire un confronto con il Ministro del Lavoro e con il Dipartimento dell’Editoria per regolamentare le norme del pensionamento e la trasformazione radicale che coinvolge il mondo dell’editoria, eliminando la norma retroattiva che rischia di creare ulteriori discriminazioni.

E tutto questo, occorre ricordarlo, avviene dopo l’audizione delle Commissioni competenti di Camera e Senato, durante le quali le OO.SS. e le Associazioni Imprenditoriali avevano espresso in maniera chiara l’assoluta contrarietà a ogni forma di retroattività, chiedendo al tempo stesso la massima gradualità per i nuovi requisiti previdenziali in ragione della grave crisi del settore.
LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC CGIL   FISTEL CISL   UILCOM UIL

09 settembre 2013

Cassazione: legittimo il licenziamento disciplinare anche senza audizione preliminare

La Cassazione, con sentenza 3058 dello scorso 8 febbraio, ha affermato la legittimità del licenziamento del lavoratore, fatto senza la preventiva audizione del lavoratore, prevista prima del licenziamento disciplinare, il quale per motivi “depressivi” aveva più volte procrastinato l’incontro.
Il caso ha riguardato un dipendente bancario (direttore di filiale) che si è visto licenziare poichè, a seguito di accertamenti aziendali, veniva accertato che lo stesso, aveva messo in atto una gestione bancaria spregiudicata e superficiale.
Il Tribunale di primo grado aveva dichiarato illegittimo il licenziamento; non della stessa idea la Corte d’Appello, secondo la quale, il licenziamento era avvenuto nel rispetto di quanto previsto dall’art. 7 dello Statuto dei lavoratori, sia sotto il profilo dell’immediatezza della contestazione disciplinare che, sotto il profilo della tutela del diritto di difesa. Il lavoratore ricorreva in Cassazione.
Secondo gli Ermellini, l’indisponibilità ripetuta per motivi di salute del lavoratore (attestato con certificati medici),  non deve essere usata dal lavoratore come mezzo dilatorio per rimandare sistematicamente il provvedimento disciplinare e paralizzare, così, il potere disciplinare del datore di lavoro.
“Nulla si poteva obiettare alla Società appellante che si era mostrata sempre disponibile (per ben quattro volte) affinché l’appellato potesse esercitare il diritto di difesa”; inoltre, la malattia denunciata dal lavoratore (stato depressivo) “non appariva, in concreto, aver impedito fisicamente al lavoratore di effettuare il colloquio, né di ragguagliare adeguatamente il rappresentante sindacale sulle giustificazioni da fornire rispetto ai fatti contestati”.

Cassazione: il lavoratore dipendente condannato per spaccio è licenziabile

La Cassazione, con sentenza nr. 20158 dello scorso  3 settembre ha dichiarato legittimo il licenziamento disciplinare del lavoratore, condannato per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti, seppur tale reato si era consumato fuori dagli ambienti di lavoro.
Sia il Tribunale di primo grado che, la Corte di appello, rigettavano la domanda di un  lavoratore, dipendente di una Casa di Cura privata, licenziato dopo aver subito un a condanna per spaccio di sostanze stupefacenti che, proponeva ricorso in Cassazione. Gli Ermellini, confermando quanto dichiarato nella sentenza d’appello.
Per gli Ermellini, l’elencazione fatta dall’art. 41 del CCNL  delle condotte legittimanti l’irrogazione della sanzione del licenziamento per giusta causa (tra cui, lo spaccio di sostanze stupefacenti all’interno della struttura) “ha valore puramente indicativo e certamente non tassativo laddove il fondamento del recesso possa essere individuato nella nozione legale di giusta causa e cioè in un comportamento di gravità tale da comportare la lesione del vincolo fiduciario tra le parti”.
Per la Cassazione, gli elementi ravvisabili in giudizio, “connotano più gravemente il fatto contestato rispetto all’ipotesi contemplata nel ccnl e cioè il fatto che la prestazione di lavoro si svolgeva in una casa di cura per degenti che opera come assistenza a pazienti di lungodegenza.
Pertanto, prosegue la Corte, “il sapere che un dipendente addetto a mansioni che si svolgono in un ambiente così particolare e delicato (riguardino o meno l’assistenza diretta agli anziani) è stato condannato per spaccio di cocaina non può che rompere il vincolo fiduciario tra le parti, apparendo connotato da un particolare disvalore ambientale … ed espone la Casa di Cura ad eventuali danni e ripercussioni potenzialmente molto negative, ove la circostanza venisse a conoscenza dei parenti di persone non in condizioni di autosufficienza che quindi contano sull’assoluta affidabilità del personale complessivamente addetto alla salvaguardia della loro salute e del loro benessere”.
Il fatto addebitato al lavoratore, conclude la Suprema Corte, “anche se commesso al di fuori dell’ambiente di lavoro, necessariamente è elemento idoneo ad incrinare il rapporto di fiducia tra l’azienda ed il dipendente, posto che la prima avrebbe dovuto continuare ad attribuire compiti implicanti rapporti stretti con anziani non autosufficienti a soggetto condannato per spaccio di cocaina”.

Congedi e permessi per gravi motivi familiari

La legge tutela i genitori che lavorano anche in presenza di eventi e cause particolari. Nello specifico sono previsti permessi retribuiti e congedi per gravi motivi. La lavoratrice e il lavoratore hanno diritto a tre giornicomplessivi di permesso retribuito all'anno, in caso di decesso o di documentata grave infermità:
  • del coniuge (anche legalmente separato);
  • di un parente entro il secondo grado, anche non convivente;
  • di un soggetto che fa parte della famiglia anagrafica del lavoratore/trice.
In alternativa ai tre giorni di congedo, i lavoratori possono concordare, in forma scritta, modi diversi per portare a termine l'attività lavorativa,anche per periodi superiori a tre giorni. A tal fine, va stipulato un accordo scritto. Le diverse modalità di espletamento dell'attività lavorativa devono comportare una riduzione dell'orario di lavoro complessivamente non inferiore ai giorni di permesso che vengono sostituiti. Nell'accordo stesso sono inoltre indicati i criteri per le eventuali verifiche periodiche della permanenza della grave infermità, che possono essere richieste dal datore di lavoro. La riduzione dell'orario di lavoro conseguente alle diverse modalità concordate deve avere inizio entro sette giorni dall'accertamento dell'insorgenza della grave infermità o della necessità di provvedere agli interventi terapeutici.
Al venir meno della grave infermità, la lavoratrice o il lavoratore sono tenuti a riprendere la normale attività lavorativa. Il corrispondente periodo di permesso non goduto può essere utilizzato per altri eventi che dovessero verificarsi nel corso dell'anno.
Tali permessi sono cumulabili con quelli previsti per l'assistenza alle persone con handicap, in base alla legge numero 104 del 1992.
Congedo per gravi motivi familiari
I lavoratori possono usufruire pure di congedi non retribuiti per gravi motivi familiari, per una durata totale fino a due anni, nell'arco della vita lavorativa, utilizzabili anche in modo frazionato. Per gravi motivi si intendono:
  • le necessità familiari derivanti dal decesso di un famigliare;
  • le situazioni che comportano un impegno particolare nella cura o nell'assistenza di un familiare;
  • le situazioni di grave disagio personale (ad esclusione della malattia) nelle quali incorra il dipendente stesso;
  • le situazioni derivanti da: patologie acute o croniche che determinano temporanea o permanente riduzione dell'autonomia personale; patologie acute o croniche che richiedono assistenza continuativa o frequenti monitoraggi; patologie acute o croniche che richiedono la partecipazione attiva del familiare nel trattamento sanitario; patologie dell'infanzia e dell'età evolutiva.
I contratti collettivi disciplinano il procedimento per la richiesta e per la concessione dei permessi, o il diniego. È previsto il contraddittorio fra il datore di lavoro e il dipendente e l’armonizzazione delle rispettive esigenze. Gli interessati devono presentare la documentazione del medico specialista entro cinque giorni dalla ripresa dell'attività lavorativa; la certificazione delle patologie deve essere presentata insieme alla domanda di congedo.

Permessi per lutto

La persona con contratto di lavoro dipendente, in caso di decesso di un familiare, ha diritto ad un permesso retribuito della durata massima di 3 giorni.
I giorni di permesso devono essere utilizzati entro 7 giorni dal decesso. Nei giorni di permesso non sono considerati i giorni festivi e quelli non lavorativi. Nel corso di un anno, anche se si verifica il decesso di altri familiari, il numero massimo di giorni a disposizione è comunque di 3.
Quando si verifica il decesso, la persona interessata è tenuta a comunicarlo tempestivamente al proprio datore di lavoro, indicando i giorni nei quali intende avvalersi del permesso. Poi, al rientro sul posto di lavoro, deve consegnare al datore la documentazione relativa al decesso, corredata da autocertificazione o da certificazione rilasciata dal Comune.
Il permesso per lutto è cumulabile con i congedi e permessi per familiari con handicap, previsti dalla legge n. 104 del 1992.
A quali familiari si applica
Il permesso retribuito è applicabile in caso di decesso:
  • del coniuge;
  • del convivente, purché la stabile convivenza risulti da certificazione anagrafica;
  • di parenti entro il secondo grado; (per 1° grado si intendono: padre/madre, figlio; per 2° grado: nonno. nipote);
  • di affini entro il primo grado (genero e suocera).
Caso di infermità
Lo stesso tipo di permesso si applica pure in caso di documentata grave infermità del coniuge, anche legalmente separato, o di un parente entro il secondo grado, anche non convivente, o di un soggetto componente lafamiglia anagrafica della lavoratrice o del lavoratore. Per maggiori dettagli, si veda la pagina sui permessi e congedi per gravi motivi familiari.
Lavoratori parasubordinati
Per le lavoratrici e i lavoratori di tipo "parasubordinato" (a progetto,co.co.co.partita Iva), la legge non prevede permessi retribuiti, per i casi come quelli del lutto.
In caso di decesso di un familiare, la possibilità di concedere eventualmente tali permessi, e di farlo in forma retribuita, è pertanto a totale discrezione del datore di lavoro.

Gradi di parentela e affinità

La parentela
La parentela è il vincolo che lega le persone che discendono dallo stesso soggetto, detto "capostipite". Da tale legame scaturiscono diritti e doveri. Per determinare l'intensità del vincolo si considerano le linee ed i gradi.
È in linea retta il rapporto che lega un parente direttamente ad un altro, ad esempio padre e figlio, nonno e nipote; è invece in linea collaterale il rapporto che intercorre tra coloro i quali hanno il capostipite in comune ma non discendono l'uno dall'altro, ad esempio i fratelli o zio e nipote.
gradi di parentela, importanti per stabilire i diritti all'eredità e individuare i soggetti obbligati a fornire gli alimenti, si contano calcolando le persone e togliendo il capostipite. Ad esempio, padre e figlio sono parenti in linea retta di primo grado; nonno e nipote di secondo grado; tra fratelli esiste una parentela in linea collaterale di secondo grado, tra cugini di quarto grado, ecc. La parentela ha rilevanza giuridica fino al sesto grado (articolo numero 77 del Codice Civile).
La parentela legale, che nasce dal rapporto di adozione, è equiparata alla parentela naturale: con l'adozione infatti l'adottato entra a far parte della famiglia dell'adottante a pieno titolo, assumendo il normale rapporto di parentela con i parenti dei nuovi genitori.
L'affinità
L'affinità è il rapporto che intercorre tra un coniuge e i parenti dell'altro (articolo numero 78 del Codice Civile): cognati, suoceri, nuora, ecc.
Per calcolare il grado di affinità, si deve tenere conto del grado di parentela che lega il coniuge ai suoi congiunti. Per esempio genero e suocera sono affini di 1° grado: infatti fra la moglie e la madre della moglie c'è una parentela di primo grado.
L'affinità è un vincolo che nasce con il matrimonio, ma che non cessa con la morte dell'altro coniuge, ma solo con la dichiarazione di nullità del matrimonio. È controverso se tale vincolo cessi a seguito del divorzio, visto che permane il divieto di contrarre matrimonio con un affine in linea retta (es. suocero, genero, ecc). Come per la parentela, anche l'affinità è giuridicamente rilevante fino al sesto grado: indifferenti per la legge sono gli affini tra di loro (per esempio i consuoceri).
Gradi di parentela
Discendenti
I gradoFigli
II gradoNipoti
III gradoPronipoti
IV gradoFigli di pronipoti
Ascendenti
I gradoGenitori
II gradoNonni
III gradoBisnonni
IV gradoTrisavi
Collaterali
II gradoFratelli, sorelle
III gradoZii, nipoti (figli di fratelli e/o sorelle)
IV gradoPozii, pronipoti, primi cugini
V gradoFigli di prozii, secondi nipoti, secondi cugini
VI gradoAltri cugini


Azzola (Slc-Cgil): "Telecom, governo valuti ingresso Cdp"

Valutare l'ingresso della Cassa depositi e prestiti direttamente nel capitale di Telecom Italia, e non nella società della rete scorporata dal gruppo come si prospetta da mesi. Lo chiede la Cgil al Governo in vista del riassetto di Telecom Italia che allarma sindacati e lavoratori. "Siamo molto preoccupati - afferma in un'intervista a Radiocor Michele Azzola, segretario nazionale della Slc Cgil - per l'assenza di una linea di politica industriale sulle tlc. Non credo che l'Italia possa permettersi di perdere un operatore di telecomunicazioni come Telecom". Sul futuro dell'azienda girano molte voci: "La possibilità di una fusione con Telefonica (azionista di Telco che controlla il 22,4% di Telecom Italia, ndr) - prosegue il sindacalista - lascerebbe morti e feriti sul campo, in termini di occupazione, cosi' come l'acquisizione da parte di AT&t". Nell'eventualità poi che Telecom fosse comprata da Vodafone "ci sarebbero dei problemi Antitrust e si dovrebbe procedere a uno spezzatino dell'azienda, prospettiva che mi preoccupa moltissimo".

Perplessità della Slc Cgil anche sulle indiscrezioni riguardo a un possibile aumento di capitale riservato a un nuovo socio: "Faccio fatica a capire - afferma Azzola - come un'eventualita' del genere possa essere accettata da Telefonica".

In questo scenario secondo Azzola è auspicabile che "il possibile intervento di Cassa depositi e prestiti nella costituenda società delle reti scorporata da Telecom avvenga direttamente nell'azionariato del gruppo". Quanto alla politica di investimenti di Cdp, il presidente Franco Bassanini ha più volte ribadito che la mission della Cassa è quella di scegliere progetti che abbiano una redditività sicura nel tempo. E secondo Azzola, Telecom è un'azienda che rientra in questo tipo di investimenti poichè "ha molte competenze al suo interno e molte potenzialità. E' un gruppo che può essere rilanciato". In più sullo scorporo, in assenza di un quadro chiaro di regole, "Telecom non andrà avanti, poichè l'operazione si farà solo a patto che il gruppo abbia meno vincoli regolamentari".

In conclusione l'obiettivo da non perdere di vista è quello di far tornare Telecom a investire, soprattutto nelle reti di nuova generazione: "Se non investe - spiega il sindacalista - è destinata a morire. Quando era azienda di Stato, e non rimpiango le aziende di Stato, Telecom era il quinto operatore mondiale e si studiava gia' negli anni '90 il progetto Socrate" per fornire l'Italia di una rete cablata in banda larga. Ora gli occhi del sindacato sono puntati sul cda di Telecom del 19 settembre e sulle prossimo mosse dei soci Telco: "Poi valuteremo", conclude Azzola.

Nsn Italia, da novembre mobilità per 230 dipendenti

Nsn Italia (Nokia Solutions and Networks, ex Nokia Siemens Networks) ha avviato oggi in Assolombarda le consultazioni con i sindacati Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm. Sul tavolo la decisione dell'azienda, comunicata lo scorso 23 luglio, di ridurre la forza lavoro di circa 230 posizioni con l'avvio di una procedura di mobilità. Il provvedimento, rende noto l’azienda, “diventerà operativo all’inizio di novembre. Il piano porta così a conclusione quanto reso noto nel maggio del 2012, con variazioni soltanto minimali”. Le parti hanno convenuto di incontrarsi nuovamente nelle prossime settimane.
Nsn Italia sottolinea come il vertice globale dell’azienda "segua la situazione italiana con la massima attenzione e ribadisce il proprio impegno sull’importante mercato italiano".

Nel corso dell’incontro odierno con i sindacati, Nsn ha richiamato “l’indirizzo strategico annunciato globalmente nel novembre 2011. Il concentrarsi sul segmento della banda larga mobile ha indotto anche l’entità italiana ad una conseguente revisione organizzativa finalizzata all’obiettivo ed alla massimizzazione dell’efficienza”.

I recenti risultati finanziari di Nokia Solutions and Networks, aggiunge l’azienda, “testimoniano sia la correttezza della visione industriale sia l’efficacia dei sacrifici della ristrutturazione. Ma nel mentre l’azienda non disconosce i risultati acquisiti, d’altro canto si rende conto che è necessario operare in modo da completare i target di efficienza stabiliti nel 2011”.

Secondo le Rsu dell’azienda, “il numero attuale di dipendenti, dopo l’avvio della Cigs un anno fa, è pari a 592 (1 operaio, 300 impiegati, 211 quadri, 80 dirigenti). L’ulteriore procedura di mobilità per 226 persone ridurrebbe il personale a 366 effettivi, o forse anche meno visto che i dirigenti non vanno in mobilità e un’azienda con 80 dirigenti e 286 fra impiegati, quadri e operai non si è mai vista”.

Le Rsu ricordano che nel 2007, anno di costituzione in Italia della joint venture fra Nokia e Siemens, il personale era di circa 3mila unità, ridotto a 1100 un anno fa prima dell’accordo raggiunto a ottobre 2012 sulla Cigs a rotazione per 445 dipendenti, in scadenza a fine ottobre. A luglio la joint venture si è sciolta e il 50% di Siemens è passato a Nokia per 1,7 miliardi di dollari. L'azienda ha cambiato nome, non più Nokia Siemens Networks ma Nokia Solutions and Networks.

02 settembre 2013

Stop al femminicidio- Zapata Rojos -Scarpe rosse a Teleperformance”


 www.teleperformanceitalia.it
Il Call Center Teleperformance Taranto contro il femminicidio
Parte una nuova iniziativa a sostegno delle donne nelle sedi del  Call Center Teleperformance di  Taranto, un contributo importante dei nostri colleghi alla lotta al femminicidio.

“La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore ma dal lato, per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata”.
E’ questo quanto scriveva Shakespeare a cavallo tra il XVI e XVII secolo. Oggi, nel 2013, a distanza di ben 4 secoli, le sue parole suonano graffianti, attuali e sconvolgenti.

Il femminicidio è purtroppo un argomento quanto mai attuale nel nostro paese.

Ogni giorno in Italia viene colpita da atti di violenza di ogni genere (fisica, verbale e psicologica) una donna ogni 12 secondi.
Nell’ultimo anno si sono contati oltre 105mila reati di genere, pari ad oltre 290 al giorno.
Più in dettaglio, ogni giorno 95 donne denunciano di aver subito minacce e 87 di aver subito ingiurie; 64 donne al giorno sono vittime di lesioni dolose, 19 di percosse, 14 di stalking, 10 di violenze sessuali.

Sono numeri, gli stessi numeri che ogni giorno gestiamo, trattiamo, incontriamo ma dalla portata e dal peso assolutamente differente.

Per questo motivo che venerdì 20 settembre dalle 8,30 partirà  la campagna di sensibilizzazione “ Stop al femminicidio- Zapata Rojos -Scarpe rosse a Teleperformance”.

Le scarpe ( femminili ma non per forza rosse..se serve le dipingiamo noi!) potranno essere depositate dal 2 al 6 settembre in entrambe le sedi tarantine o potranno essere depositate direttamente il 20 settembre nella zona individuata .

Ogni paio di scarpe rappresenterà una donna vittima di violenza , un messaggio che ogni collega potrà dare per dire no , per ampliare la rete di solidarietà e svegliare le tante coscienze silenti.

Fiat. “Venga pure la Fiom, ma senza legge ce ne andiamo dall’Italia”

Fiat accetta la nomina di delegati Fiom in azienda. La Fiat rispetterà la sentenza della Corte Costituzionale e riguardo al caso dei delegati sindacali ha già comunicato alla Fiom che accetterà la nomina dei suoi rappresentanti sindacali aziendali. ”In questo modo l’azienda – spiega il Lingotto – intende rispondere in maniera definitiva ad ogni ulteriore strumentale polemica in relazione all’applicazione della decisione della Suprema Corte. Peraltro questa fissa, come ovvio, un principio di carattere generale – la titolarità dei diritti di cui all’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori alle Organizzazioni sindacali che abbiano partecipato alle trattative per la sottoscrizione dei contratti applicati in azienda – la cui riferibilità alla Fiom nella concreta situazione Fiat è più che dubbia”.
Una mossa distensiva volta a migliorare le relazioni industriali (“deideologizzare la diatriba Fiat-Fiom” sostiene il ministro dello Sviluppo Zanonato) che però non chiude definitivamente la partita. Un intervento legislativo sulla rappresentanza e l’esigibilità dei contratti” è ineludibile”, una “condicio sine qua non per la continuità stessa dell’impegno industriale di Fiat in Italia”, dichiarano dal Lingotto.

Razzismo: Kyenge, lavoro per far capire che diversita' sono risorsa

Venezia, 2 settembre - "Le diversita' sono una grande risorsa, e noi dobbiamo lavorare sull'informazione per far capire che non devono far paura".
 Lo ha detto stamane il ministro per l'Integrazione Cecile Kyenge nel corso di un convegno svoltosi alla Mostra del Cinema di Venezia per presentare la campagna di sensibilizzazione 'I have a dream', promossa dall'Autorita' Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza.

CASSAZIONE: LAVORARE SEMPRE IN SEDI DIVERSE E’ “TRASFERTISMO”.

In materia di trasfertismo, la Corte di Cassazione ha chiarito che qualora il lavoratore svolga la sua prestazione in luoghi sempre diversi, le somme che gli vengono corrisposte, anche con carattere di continuità, non potranno considerarsi automaticamente come somme che concorrono a formare il reddito nella misura del 50 per cento. Nello specifico la Suprema Corte, con l’Ordinanza n. 18237 del 29 luglio 2013, ha precisato che in tutti i casi in cui lo spostamento del lavoratore è “funzionale” all’attività lavorativa che lo stesso deve svolgere, il tempo impiegato andrà considerato all’interno dell’orario di lavoro e conseguentemente rientrerà all’interno della retribuzione.

Telecom Italia, Di Loreto a capo delle Risorse umane

Mario Di Loreto, ex responsabile delle Risorse umane di Barilla Holding, avrà la responsabilità del dipartimento risorse umane di Telecom Italia. Lo riporta Bloombreg, secondo cui il manager entrerà ufficialmente in carica dal 1° settembre. Di Loreto sostituirà Antonio Migliardi, che si è dimesso consensualmente dopo aver ricoperto l’incarico per cinque anni. Stando a quanto risulta al Corriere delle Comunicazioni il manager assumerà l'incarico a partire dal prossimo 2 settembre. Nello stesso giorno Telecom dovrebbe rendere pubblica la nomina.

A Di Loreto toccherà “gestire” l’attuazione dell’accordo  trovato con i sindacati lo scorso marzo: dei 3 mila esuberi individuati in Telecom Italia, 2 mila e 500 saranno gestiti con contratti di solidarietà mentre 500 lavoratori lasceranno la società per andare in pensione, avendo maturato i requisiti necessari. Altri 350 lavoratori di Telecom Information Technology saranno gestiti con analoghi ammortizzatori sociali. L’accordo prevede nei prossimi anni una forte internalizzazione del lavoro. In questo modo punterebbero a rendere stabile la tutela dei livelli di occupazione.

Altra situazione delicata sarà quella legata allo scorporo della rete che, contestualmente alla separazione dell’infrastruttura di accesso, prevede il passaggio di 20mila addetti alla newco. In questo contesto i sindacati auspicano che ci sia continuità nelle politiche sindacali della compagnia. 

CAMUSSO: ORA GOVERNO DEVE CORREGGERE IL TIRO. LA VERA PROVA E' SUL LAVORO

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«In autunno il governo dovrà dare risposte sull'occupazione e sul lavoro, con priorità chiare e investimenti importanti, che solo una regia pubblica può garantire. Se questo non avverrà, dovremo esercitare pressioni e lo faremo in tutti i modi che ci sono consentiti». Meno di un mese fa, Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, aveva chiesto all'esecutivo Letta un cambio di segno, una svolta che «deve arrivare>, nella legge di Stabilità 2014, la cui presentazione è prevista per metà ottobre.

 Segretario, nell'ultimo decreto le due rate Imu sono state messe da parte: un'abolizione sofferta, e si è ancora alla caccia delle coperture necessarie. Che ne pensa? «È giusto che chi ha una sola casa, non di lusso, possa essere esentato dal pagamento dell'Imu, l'abbiamo sempre sostenuto. Non a caso, abbiamo sempre detto che chi possiede solo una prima casa non deve pagare. Non è la stessa cosa se uno ha un appartamento che si è costruito negli anni o possiede un grande patrimonio immobiliare. In una stagione in cui le risorse scarseggiano, si è dato un segnale che non è di vera equità. Si è messo sullo stesso piano chi nella crisi soffre di più, a cui è giusto abbassare le imposte, ma anche a chi sarebbe utile contribuisse. Così facendo si rafforza l'idea che la tassazione del patrimonio sia sempre un problema nel nostro Paese, mentre in tutti gli altri è normale. Piuttosto, sarebbe stato meglio usare le risorse disponibili per sostenere i redditi di pensionati e lavoratori».

Nel decreto ci sono 500 milioni per la cassa integrazione e una posta di bilancio per altri 6.500 esodati. Come giudica questo sforzo su temi sui quali aveva richiesto molta attenzione? «Letta ha detto che si tratta di un primo intervento, non l'unico. Di certo, così non basta. Credo sia giusto sottolineare che, rispetto ai decreti precedenti del governo Monti, per risolvere il problema questa volta si riparte dal diritto in capo alle persone e non da numeri teorici: non è cosa da poco. Tuttavia, non può passare troppo tempo prima che si risolva definitivamente il problema. Siamo già oltre il consentito, non si può giocare con i destini delle persone. Ragionamento analogo anche per cassa integrazione e mobilità in deroga e per i contratti di solidarietà: se servono due settimane per rifare il punto con le Regioni, va bene, ma non si può andare oltre. Bisogna accelerare, perché aspettare a lungo significa accentuare i problemi economici di chi già è in difficoltà».

La ripresa potrebbe affacciarsi nel 2014. Lei ci crede? «Se uno usa i criteri dell'analisi dell'andamento degli spread e della finanza, molti possono dire che va meglio di un anno fa. Tuttavia si pensa che la ripresa non avrà effetto sull'occupazione. Anzi, vedo che ci sono segnali di peggioramento della condizione sociale e mi aspetto che il governo non si accontenti dei timidi segnali finanziari, ma che voglia tutelare la parte del Paese che maggiormente paga le conseguenze della crisi. Per dare una prospettiva servono investimenti sull'occupazione. Se ne è parlato troppo poco, perché il dibattito è prigioniero di una strisciante, e dannosa, campagna elettorale».

 La legge di stabilità può essere il luogo dove questi provvedimenti vedranno la luce? «Deve esserlo, è l'ultima occasione. Per far ripartire l'occupazione ci vuole un governo dell'economia, se così non fosse saremmo di nuovo alla mercé dei giochi della finanza speculativa».

Quali provvedimenti darebbero il segno della svolta che invocate? «Viste le poche risorse a disposizione, serve una serissima selezione degli interventi. Innanzitutto, dare soldi ai lavoratori e ai pensionati, con un'operazione di riduzione della tassazione sugli stipendi e sulle pensioni. I redditi devono crescere. Alle imprese si può togliere la componente del lavoro dall'Irap, che in alcuni casi è una tassa sull'occupazione. Il secondo capitolo è quello delle politiche industriali: vorrei immaginare che si scegliessero poche priorità, mettendo fine agli investimenti a pioggia che magari accontentano alcuni ma non determinano il cambio di passo necessario. Con le risorse restanti bisogna superare il Patto di stabilità dei Comuni, attuare interventi per le imprese, come la riduzione dei costi dell'energia, per stimolare gli investimenti. Poi si potrebbero mettere attorno a un tavolo le imprese pubbliche, in modo che una regia centrale indirizzi scelte ed investimenti».

Posto fisso, addio. I lavoratori con contratto stabile sono sempre di meno, il 53,6% del totale. Quali strumenti contro la precarietà? «Questi dati sono il segno di un indebolimento della qualità della produzione e dei servizi e la responsabilità principale di questa situazione è da rintracciare nella frammentazione della normativa sul mercato del lavoro. Anche per questo abbiamo detto che l'Expo di Milano non poteva diventare un modello per estendere queste forme di lavoro. Probabilmente c'è anche una responsabilità del sindacato che ha sottovalutato la crescita del fenomeno, e forse non ha dedicato il massimo degli sforzi a una contrattazione inclusiva per questi soggetti».

Precarietà e disoccupazione in aumento, fragilità del governo costantemente minacciato, segnali economici contrastanti. Che autunno si aspetta per l'Italia? «Avverto un senso di smarrimento e preoccupazione delle persone, e spesso la sensazione di essere ignorate dal dibattito politico. Questo è foriero di scenari non positivi. Per scongiurarli il governo deve trovare nella Legge di Stabilità soluzioni per l'occupazione, per la crescita e per sostenere i redditi. In caso contrario dovremo esercitare, in tutti i modi e le forme di cui disponiamo, le necessarie pressioni affinché questo accada

"Record" tumori a Taranto ...

E' bastato cliccare sul numero di utenti identificati con un codice considerato "maledetto"  in campo sanitario, lo ''048"  (che da' diritto all'esenzione dal ticket), ed è scaturita la cifra preoccupante: sono poco meno di novemila, per l'esattezza 8.916, i residenti nella città di Taranto malati di cancro.
Il dato è stato diffuso dall'associazione ambientalista Peacelink dopo che un'associazione senza fini di lucro, ''Puglia internazionale'', che si occupa da un decennio di promozione sociale, avendo rilevato nel suo lavoro numerose situazioni famigliari che coinvolgevano persone malate di cancro, ha chiesto e ottenuto dalla Asl ionica la cifra dei tarantini che risultano aver contratto un tumore.
I dati diventano molto più preoccupanti se si analizzano quelli del distretto sanitario 3, che comprende i quartieri più vicini all'Ilva e all'area industriale, ovvero Tamburi, Paolo VI, Città vecchia e parte del Borgo. Qui, su 78mila abitanti, in 4.328 hanno contratto il cancro, cioè un abitante su 18. In pratica, sostiene Peacelink, è come se tra 20 persone riunite in una stanza ai Tamburi almeno una avesse un tumore. Quanto influiscano su queste cifre le emissioni dall'area industriale, sottolinea l'associazione ambientalista, è testimoniato dal fatto che nel restanti quartieri della città, quelli più lontani dalle industrie, c'è un malato di cancro ogni 26 abitanti. Ad esempio, nel distretto sanitario 4 i malati di tumore sono 4.588 rispetto ad una popolazione di 120mila unità. Senza contare tutti coloro che potrebbero avere un tumore in formazione non ancora diagnosticato.
La denuncia di Peacelink è arrivata poco prima del primo incontro ufficiale che il commissario straordinario dell'Ilva, Enrico Bondi, avrà oggi a Roma con i sindacati nazionali e locai di categoria. Il Siderurgico tarantino è il primo e più pesantemente indiziato per l'inquinamento cittadino, come rilevato nelle perizie depositate nell'ambito dell'inchiesta-madre per disastro ambientale che la Procura di Taranto si avvia a concludere. Dati che nei mesi scorsi lo stesso Bondi aveva indirettamente ''contestato'' con una sorta di controperizia, dalla era emersa la dichiarazione che "i tumori a Taranto sono dovuti ad alcool e umo"...

Precari: la regola. Posto fisso: l’eccezione. Istat: sorpasso degli “atipici”

Presto i lavoratori precari saranno più di quelli col posto fisso, e il contratto “atipico” diventerà quello “tipico”. Federico Fubini, suRepubblica, ha scandagliato i dati dell’Istat e ha scoperto che già adesso chi lavora con un contratto a tempo indeterminato è un minoranza.
Partendo dal dato principale, ovvero che solo un 53,6% in Italia è impiegato con un contratto stabile, Fubini dimostra come il posto fisso sia già un eccezione:
“La soglia del sorpasso non è stata varcata, secondo l’Istat, ma si avvicina. I dati diffusi ieri dall’agenzia dicono che gli abitanti in Italia con contratti a tempo indeterminato e a pieno compenso sono dodici milioni, cioè un residente su cinque e il 53,6% degli occupati. È un gruppo che si restringe: erano il 57% nel 2005, da allora non hanno mai smesso di diminuire e nell’ultimo anno hanno perso più di circa 300 mila unità. Intorno a loro crescono i part-time, spesso involontari, e i contratti cosiddetti “atipici”, mentre l’esplosione da quattro a cinque milioni nel numero di partite Iva dal 2007 al 2012 spesso maschera forme di lavoro dipendente senza assunzione. «In certe aree del settore privato non è raro che a un addetto venga chiesto di licenziarsi e tornare alle stesse mansioni come partita Iva», osserva la sindacalista Cgil Tina Balì.
Ma se si guarda più da vicino ai dati dell’Istat, appare probabile che il sorpasso già oggi sia una realtà. Nel 2013 i lavoratori “standard” rappresentano una quota di minoranza una volta confrontati a tutti gli altri gruppi del mondo del lavoro. I dati Istat per esempio includono almeno 240 mila cassaintegratifra i dipendenti con impiego “permanente” a tempo pieno, ma è lo stesso istituto a stimare che, in media, torna davvero al lavoro non più un cassaintegrato su tre. Quando si scomputano gli addetti in Cig, i posti di lavoro considerati normali scendono al 52% circa del totale. Questo valore però non tiene conto dei tre milioni di disoccupati, persone senza impiego che però sono in cerca di una sistemazione. Una volta inclusi questi ultimi nel panorama del mondo del lavoro, gli addetti «standard» scendono ancora e risultano al 47% del totale dei lavoratori. Meno della metà. Insomma ciò che per generazioni è stato identificato con la norma, non lo è più”.
La “norma” sono assunzioni con contratti a tempo indeterminato che hanno tutte le caratteristiche del tempo indeterminato, tranne il fatto che sono part-time; lavoratori autonomi che lavorano con un solo cliente; lavoratori a progetto, co.co.co., partite Iva che rispettano turni da lavoro dipendente: tutta una serie di posizioni lavorative finora definite “atipiche” o “non standard”.
“E non sarà facile invertire la tendenza, che anzi accelera: l’Isfol, una struttura del ministero del Lavoro, nota che oggi solo il 16% dei nuovi contratti firmati sono a tempo indeterminato e molti non lo diventeranno mai. «Ormai è piuttosto raro che chi entra in un’azienda da precario poi venga stabilizzato a tempo pieno», dice Stefano Sacchi dell’università di Milano e del Collegio Carlo Alberto di Torino. Sacchi si chiede quanto possa essere efficiente un paese in cuil’occupazione è sempre più frammentata e chi offre lavoro, poiché lo fa per poco tempo o senza assumere, tende a investire poco nella formazione di chi produce”.

30 agosto 2013

Decreto lavoro, chiarimenti dal Ministero del lavoro

Il Ministero del lavoro, con circolare nr. 35 dello scorso 29 agosto, fornisce i primi chiarimenti interpretativi sugli istituti lavoristici maggiormente interessati dalla riforma contenuta nella Legge 9 agosto 2013, n. 99, di conversione del Decreto Legge n. 76/2013 (c.d. Decreto Lavoro), entrato in vigore il 23 agosto scorso.
Le misure introdotte dalla L. 99/2013 riguardano il ricorso ad alcune tipologie contrattuali, forme di stabilizzazione degli associati in partecipazione e diversi interventi di semplificazione e razionalizzazione di alcuni istituti.
La circolare pone l’accento sulle tipologie contrattuali dell’apprendistato, dei tirocini formativi e di orientamento, del contratto a tempo determinato, del lavoro intermittente e delle collaborazioni a progetto. Di particolare importanza sono anche le indicazioni fornite sulla procedura di stabilizzazione degli associati in partecipazione e sulla solidarietà negli appalti.

Apprendistato (art. 2, commi 2 e 3 e art. 9, comma 3)
In materia di apprendistato l’art. 2, comma 2, del D.L. n. 76/2003 demanda anzitutto alla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano l’adozione, entro il 30 settembre 2013, di “linee guida volte a disciplinare il contratto di  apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere…”. Tali linee guide, potranno derogare a quanto disposto dal d. lgs. 276/2011 circa:
a) il piano formativo individuale di cui all’art. 2, comma 1, lettera a) del D.Lgs. n. 167/2011 che, potrà essere obbligatorio esclusivamente in relazione alla formazione per l’acquisizione delle competenze tecnico-professionali e specialistiche;
b) la registrazione della formazione e della qualifica professionale a fini contrattuali eventualmente acquisita sia effettuata in un documento avente i contenuti minimi del modello di libretto formativo del cittadino di cui al D.M. 10 ottobre 2005;
c) in caso di imprese multi localizzate, la formazione avvenga nel rispetto della disciplina della Regione ove l’impresa ha la propria sede legale.
La circolare rimarca la necessita che ilo  personale ispettivo dovrà focalizzare in via assolutamente prioritaria la propria attenzione sul rispetto del Piano, adottando eventuali provvedimenti dispositivi o sanzionatori, secondo le indicazioni già fornite con circ. n. 5/2013, esclusivamente in relazione ai suoi contenuti.

Tirocini formativi e di orientamento (art. 2, comma 5 bis)
La circolare, dopo aver richiamato le modifiche introdotte dal decreto lavoro, ossia che “i datori di lavoro pubblici e privati con sedi in più regioni possono fare riferimento alla sola normativa della Regione dove è ubicata la sede legale e possono altresì accentrare le comunicazioni di cui all’articolo 1, commi 1180 e seguenti, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, presso il Servizio informatico nel cui ambito territoriale è ubicata la sede legale”, chiarisce che  tale previsione costituisce una mera facoltà per i datori di  lavoro e non già un obbligo.
Sarà  sempre possibile osservare, in relazione al luogo di svolgimento del tirocinio, la specifica disciplina regionale. La disciplina che il datore di lavoro intenderà applicare dovrà comunque essere indicata quantomeno nella documentazione consegnata al tirocinante, in modo tale da consentire al personale ispettivo un obiettivo riferimento giuridico in relazione al quale svolgere l’attività di accertamento.

Contratto a tempo determinato (art. 7, comma 1)
Il Decreto interviene sulla disciplina del contratto a termine “acausale”, stabilendo che le ragioni di carattere “tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” non sono richieste:
a) nell’ipotesi del primo rapporto a tempo determinato, di durata non superiore a dodici mesi comprensiva di eventuale proroga, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore per
lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nel caso di prima missione di un lavoratore nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato ai sensi dell’art. 20, comma 4, del D.Lgs. n. 276/2003;
b) in ogni altra ipotesi individuata dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
Pertanto, la durata massima di dodici mesi del contratto “acausale” – che può essere prorogato, attesa peraltro l’abrogazione del comma 2 bis, dell’art. 4 del D.Lgs. n. 368/2001 (v.
infra) – è comprensiva di eventuale proroga e, la disciplina eventualmente introdotta dalla contrattazione collettiva in materia di contratto “acausale” va ad integrare quanto già previsto direttamente dal Legislatore.
La circolare chiarisce che la proroga può riguardare anche contratti sottoscritti (ma evidentemente non ancora scaduti) prima dell’entrata in vigore del D.L. e che rispetto agli stessi trovano applicazione le disposizioni di cui all’art. 4 del D.Lgs. n. 368/2001 ad eccezione del requisito relativo alla “esistenza delle ragioni che giustificano l’eventuale proroga”.

“Periodi cuscinetto” e obbligo di comunicazione al Centro per l’impiego
Quanto alle modifiche introdotte all’art. 5 del D.Lgs. n. 368/2001i c.d. periodi cuscinetto di cui al comma 2 dello stesso articolo trovano applicazione anche in relazione ai contratti a termine “acausali”. In tal senso pertanto – ferme restando eventuali diverse previsioni introdotte dalla contrattazione collettiva – un contratto “acausale” potrà avere una durata massima di dodici mesi e cinquanta giorni, superati i quali lo stesso si trasformerà in un “normale” contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Intervalli tra due contratti a termine
Il nuovo comma 3 dell’art. 5 del D.Lgs. n. 368/2001 modifica nuovamente gli intervalli tra due contratti a tempo determinato, ripristinandoli a dieci o venti giorni, a seconda che il primo contratto abbia una durata fino a sei mesi ovvero superiore a sei mesi.
Per tutti i contratti a termine stipulati a partire dal 28 giugno 2013 (data di entrata in vigore del D.L. n. 76/2013) è pertanto sufficiente rispettare un intervallo di 10 o 20 giorni, anche se il precedente rapporto a tempo determinato è sorto prima di tale data. Il rispetto di tali termini non è dovuto:
nei confronti dei lavoratori impiegati nelle attività stagionali di cui al D.P.R. n. 1525/1963;
in relazione alle ipotesi, legate anche ad attività non stagionali, individuate dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

La circolare analizza poi le modifiche introdotte per le:
Collaborazioni coordinate e continuative a progetto (art. 7, comma 2 e 2 bis),
Lavoro intermittente (art. 7, comma 2 e 3);
Lavoro accessorio (art. 7, comma 2);
Procedura di conciliazione in caso di licenziamento (art. 7, comma 4);
Associazione in partecipazione (art. 7, comma 5);
Convalida delle risoluzioni consensuali e delle dimissioni (art. 7, comma 5);
Stabilizzazione di associati in partecipazione con apporto di lavoro (art. 7 bis);
Rivalutazione sanzioni in materia salute e sicurezza sul lavoro (art. 9, comma 2);
Pluriefficacia delle comunicazioni al Centro per l’impiego (art. 9, comma 5);
Tutela del lavoratore in somministrazione (art. 9, comma 6);
Imprese agricole e assunzioni contestuali (art. 9, comma 11).

Teatro Bellini. Raia (Pd)" soddisfatti dall'incontro con il presidente Crocetta"

da www.concettaraia.com
"L'incontro del 28 di agosto con il presidente Crocetta e i lavoratori del teatro massimo Bellini è stato proficuo, aprendo la strada al dialogo e a un futuro possibile per l'ente culturale più importante di Catania". Lo dichiara la deputata regionale del partito democratico Concetta Raia che aveva chiesto un incontro urgente con il governatore siciliano.
"Abbiamo avuto la rassicurazione dall'assessore al Bilancio Bianchi che a breve saranno disponibili 14 milioni 570 mula euro con i quali si potranno pagare gli stipendi dei lavoratori e mettere mani alla programmazione della imminente stagione lirica-sinfonica del teatro". "Il nuovo commissario che già venerdì  incontrerà Crocetta per insediarsi a Catania lunedì prossimo, avrà il difficile compito di mettere a posto un bilancio lacunosi e intervenire per la vera nota dolente rappresentata dalla voragine dei debiti fuori bilancio- sottolinea la parlamentare- situazione assai nebulosa già denunciata  a suo tempo da lavoratori e sindacati'". "Abbiamo ribadito a Crocetta - conclude- che il prima possibile dovrà  essere nominato il Cda del Bellini".


Casa: ecco chi ha diritto all'esenzioe Imu decisa dal Governo

Il 28 agosto il Governo, guidato da Enrico Letta, ha approvato un Decreto legge che porta ad una sostanziale abolizione dell'Imu per le abitazioni principali.
Il Decreto stabilisce che la tassa municipale sugli immobili -  relativamente alla prima casa, ai terreni agricoli e ai fabbricati rurali - non verrà pagata nel 2013. Il provvedimento legislativo prevede solo l'abolizione definitiva della prima rata. L'abolizione della seconda rata, il saldo da pagare a dicembre, dovrà essere stabilita con un altro Decreto, da approvare insieme alla Legge di stabilità, dal momento che non è ancora stata trovata la copertura finanziaria necessaria a compensare i mancati introiti per lo Stato.
Non si dovrà pagare l'Imu né sull'abitazione principale, né sulle relative pertinenze, come cantine e garage. Le case di lusso, invece, dovranno pagare la tassa anche se si tratta di abitazione principale. Rientrano in questa categoria: le abitazioni di tipo signorile classificate con la categoria catastale A1; le abitazioni in villa classificate nella categoria A2; i castelli e i palazzi di eminente pregio storico o artistico, classificati nella categoria A9. Dei circa 20 milioni di abitazioni principali attualmente esistenti, quelle di tipo signorile che dovranno pagare l'Imu sono appena 73 mila, pari allo 0,4 per cento.

28 agosto 2013

Pensioni d’oro: 540. D’argento 7.500. Tassare le 130mila a 5mila lordi?

di Alessandro Camilli
L’idea di metter mano alle cosiddette pensioni d’oro, per rendere meno magri i trattamenti pensionistici più bassi, è una sorta di mantra che da più parti viene evocato. I dati comunicati ieri dall’Inps, e riportati dal Sole24Ore oggi (28 agosto), rivelano però che se si vuole raggiungere l’obiettivo di redistribuire la ricchezza delle pensioni, non solo alle pensioni d’oro bisognerà metter mano, ma anche a quelle d’argento, di bronzo e persino di ferro.
Gli assegni sopra i 20 mila euro mensili, lordi s’intende, sono infatti appena 540, meno dello 0,1% del totale. Ma anche quelli compresi tra 10 e 15 mila euro lordi sono solo 7.500. Troppo pochi perché un prelievo su questi possa avere un peso concreto in termini economici oltre che simbolici. Bisognerebbe invece scendere, e di molto, per arrivare a numeri consistenti. Almeno sino alle pensioni da 5 mila euro lordi, che tradotte significano 3 mila e rotti euro netti al mese. Una platea, quella di chi percepisce assegni da 5 mila euro in su, che conta circa 130 mila pensionati. Definire però questi assegni e questi importi “d’oro”, è obiettivamente irreale.
Secondo i dati forniti dall’Inps, che si riferiscono al 2012, i trattamenti pensionistici erogati in Italia sono circa 16 milioni e mezzo, per un costo complessivo che supera i 270 miliardi di euro annui. La fetta più grossa, in termini di numero di assegni e costo per le casse dello Stato, è rappresentata dalle pensioni più basse, quelle che, al netto della tredicesima, viaggiano sotto i 1.500 euro lordi mensili. Titolari di un simile trattamento sono oltre 11 milioni di pensionati. E sono questi quelli che, in un ottica di redistribuzione della ricchezza, dovrebbero vedere i loro redditi ritoccati all’insù. Se a questi poi si aggiungono i pensionati che ricevono assegni sino a 2.500 euro lordi, il totale arriva a 15 milioni di trattamenti.
Non è un dato clamoroso né sconvolgente che la parte del leone la facciano le pensioni più basse, sarebbe casomai singolare il contrario. Ma con i numeri forniti dall’Inps appare chiaro che se una logica redistributiva si vuole applicare, poco o nulla contano le pensioni definite d’oro. Metter mano a queste, tassarle e trovare il modo di tassarle senza incorrere nell’incostituzionalità, si rivelerebbe infatti un’operazione di facciata più che di sostanza. Ma vediamo, un po’ più nel dettaglio, come sono distribuite le pensioni italiane.
I super ricchi, quelli che hanno assegni da oltre 24 mila euro sono 291, lo 0,0018%. Appena 50, lo 0,0003%, i pensionati che ricevono oltre 23 mila come 50 sono quelli oltre i 22 mila. Ben 149 coloro che hanno assegni oltre i 20 mila euro mensili. Poco più di 1000 i pensionati che invece riscuotono assegni tra 15 e 20 mila euro, e poco meno di 7 mila e 500 quelli che viaggiano tra i 10 e i 15 mila. Sopra i 10 mila euro mensili quindi, meno di 9 mila pensionati a fronte di oltre 16 milioni totali con un costo, per lo Stato, che si aggira intorno al miliardo e mezzo di euro. Al di sotto di quota 10 mila euro, oltre 16 milioni di pensioni per i restanti 269 miliardi di spesa.Si allarga, ovviamente, la platea compresa tra i 5 e i 10 mila euro mensili. In questa fascia, che costa circa 15 miliardi di euro, poco meno di 170 mila persone.
Fermo restando che di prelievi al di sotto dei 5 mila euro lordi al mese non se ne può parlare, quantomeno in termini di prelievo redistributivo, è quindi evidente che l’eventuale asticella “redistributiva” dovrà essere molto al di sotto di quelle che, sino ad oggi, sono state definite pensioni d’oro.