04 novembre 2014

Manifestazione "Notte bianca dei Call Center" del 21-11-2014


Il prossimo 21 novembre avrà luogo la nuova mobilitazione unitaria delle lavoratrici e dei lavoratori dei call center in outsourcing italiani. A cinque mesi dalla riuscitissima manifestazione del 4 di giugno si è reso necessario mettere in campo una nuova, forte,
iniziativa per smuovere l’inerzia di un Governo che, sino ad oggi, ha temporeggiato, preso vaghi impegni ma, nei fatti, nulla ha messo in campo di quanto stiamo chiedendo ormai da mesi. Tutto questo mentre la crisi, complessiva e di settore, non accenna a retrocedere minimamente, tutt’altro! In queste settimane alle crisi già aperte (Accenture Palermo, Infocontact, Almaviva) si è aggiunta la crisi di ECare con la preannunciata chiusura della sede milanese.
E’ per questi motivi che il prossimo Venerdì 21 novembre abbiamo programmato a Roma la “Notte bianca dei Call Center”. La Manifestazione avrà inizio alle ore 17 con la partenza del corteo da Piazza della Repubblica ed arriverà a Piazza del Popolo dove sarà allestito il palco sul quale si alterneranno interventi di carattere politico sul tema a performance artistico/musicali sino almeno alle ore 24.
In queste ore stiamo lavorando per coinvolgere personalità del mondo dello spettacolo. Nello stesso tempo vi invitiamo a verificare nelle aziende dei vostri territori la disponibilità di lavoratrici e lavoratori di call center che, a vario titolo, coltivino interessi in
ambito artistico‐musicale e siano disponibili ad esibirsi (naturalmente a titolo gratuito).
Ora occorre concentrare le nostre forze sull’aspetto organizzativo. Come già avvenuto per la manifestazione del 4 giugno vi invitiamo ad organizzare, in ogni regione, dei pullman “unitari” per consentire il maggior afflusso possibile di lavoratori a Roma
(naturalmente il 21 novembre verrà proclamata una giornata di sciopero intero turno per tutti i call center in outsourcing con copertura anche dei turni antimeridiani del sabato).
Per le questioni di carattere organizzativo, compresi i nominativi delle persone disponibili ad esibirsi sul palco, vi chiediamo di fare riferimento a Riccardo Saccone per la SLC‐CGIL, a Vittorio Spigone per la FISTEL‐CISL ed a Fabio Gozzo per la UILCOM‐UIL.
Fraterni saluti.
LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC‐CGIL   -  FISTEL‐CISL   -  UILCOM‐UIL
Michele Azzola - Giorgio Serao - Salvo Ugliarolo



Call center: Sindacati, sciopero nazionale e notte bianca dei call center il 21 novembre


Le Segreterie Nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno deciso di dichiarare la seconda giornata di sciopero nazionale del settore con manifestazione da tenersi a Roma il prossimo 21 novembre, nell’ambito di un evento più ampio, una vera e propria NOTTE BIANCA DEI CALL CENTER In cui le organizzazioni sindacali inviteranno mondo della cultura, dello spettacolo, della società civile e della politica ad incontrare e confrontarsi con i lavoratori del settore e a solidarizzare con loro nella dura vertenza che li contrappone al Governo.

Mentre la vertenza che vede contrapposte British Telecom e Accenture con 262 licenziamenti non ha ancora trovato una soluzione, oggi E-Care ha annunciato la volontà di procedere alla chiusura della sede Milanese con il licenziamento di oltre 500 persone. Nelle prossime settimane la chiusura delle gare di Enel, Comune di Roma e il continuo ribasso delle tariffe praticato dai clienti porterà all’avvio di ulteriori centinaia di dipendenti.

Quanto sta accadendo era stato previsto e preannunciato tanto che il Governo aveva avviato, nel mese di giugno, un tavolo di crisi per il settore. In tale occasione le Organizzazioni Sindacali avevano evidenziato come, l’errata trasposizione della Direttiva Europea 2001/23 sulla tutela dei lavoratori, con la mancata estensione delle tutele previste dall’articolo 2112 del c.c. in occasione della successione o cambio di appalti ha creato in Italia un vuoto normativo che consente di creare crisi occupazionali esclusivamente per ridurre il salario dei lavoratori e ridurne i livelli di diritti.

A ciò si aggiungono gli incentivi per le nuove assunzioni già oggi previsti dalla legislazione, legge 407/90, per le regioni del sud che prevedono il mancato versamento contributivo per i primi tre anni.

Il combinato disposto delle due norme crea le crisi occupazionali odierne, che non sono determinate da un calo dell’attività lavorativa, ma unicamente dall’opportunità concessa al committente di cambiare liberamente il fornitore del servizio senza essere tenuto a garantire la continuità occupazionale a quei lavoratori che già prestavano la propria attività.

In questo modo il committente mantiene basso il costo con gli sgravi contributivi permanenti e le retribuzioni dei lavoratori ai minimi contrattuali e senza anzianità mentre lo Stato paga due volte, gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e gli incentivi per le nuove assunzioni, senza creare nemmeno un posto di lavoro nuovo.

In nessun Paese Europeo ciò è possibile in quanto il recepimento della direttiva su citata ha portato al varo di leggi che direttamente, come nel caso della TUPE inglese, o con rimandi ai contratti di lavoro, come nel caso spagnolo, impone di garantire continuità occupazionale in caso di successione di appalti per le stesse attività. In questo modo quei mercati hanno deciso di premiare le aziende che investono in tecnologia e che riescono ad essere efficaci sviluppando ed investendo in IT e ricerca.

In Italia no! L’Italia premia l’imprenditore più spregiudicato che viola regole e leggi e in questo modo comprime il costo del lavoro, chi invece prova a competere nel rispetto delle regole viene messo fuori mercato con la conseguenza che i lavoratori saranno licenziati.

Il Governo, in una prima fase, aveva  ritenuto giuste le rivendicazioni sindacali nonchè doveroso provare a dare una risposta ai lavoratori. Dopodiché, le pressioni esercitate dalla committenza che immaginiamo non esser mai state effettuate alla luce del sole, hanno portato il Governo a ritirarsi e non convocare più il tavolo sui Call Center che invece viene sbandierato nelle risposte alle interrogazioni parlamentari dal ministro di turno.

Garante Privacy autorizza controllo dipendenti via Gps


di Pier Luigi Tolardo
Il Garante Privacy è intervenuto con una delibera per regolare gli aspetti legati all'utilizzo del Gps per geolocalizzare i lavoratori. Questo già avviene, per esempio, nel caso dei tecnici esterni di Telecom Italia, in base a un accordo che vieta l'uso dei dati a fini disciplinari.
In questo caso il Garante ha preso in esame il caso dei lavoratori Wind e Ericsson, che hanno un'app di geolocalizzazione sullo smartphone di servizio. È un problema che è oggetto anche del noto "Jobs Act", il decreto delega sulle nuove regole del lavoro, con cui il governo Renzi vorrebbe anche allargare le maglie dell'attuale articolo 4 dello Statuto dei lavoratori sul controllo a distanza con apparecchiature audiovisive e telematiche. Secondo il Garante, le aziende dovranno informare i lavoratori, ma non saranno obbligati a chiederne il permesso.
Al termine dell'orario di lavoro e in pausa pranzo il dipendente può disattivare l'applicazione, che si disattiva comunque dopo un certo numero di minuti di inattività. Inoltre il datore di lavoro non dovrà accedere a dati personali come Sms, posta elettronica e traffico telefonico. Un altro dettaglio fondamentale: il sistema non deve eseguire alcuna storicizzazione del dato di geolocalizzazione.
«Le finalità del trattamento, così come rappresentate dalla società, risultano lecite» ha deciso l'Autorità. «La funzionalità di localizzazione geografica consente infatti di ottimizzare la gestione e il coordinamento degli interventi effettuati dai tecnici sul campo, incrementandone la tempestività a fronte delle richieste dei clienti, soprattutto in caso di emergenze o calamità naturali».
La localizzazione «consente altresì di rafforzare le condizioni di sicurezza del lavoro effettuato dai tecnici stessi, permettendo l'invio mirato di eventuali soccorsi soprattutto in aree remote o non facilmente raggiungibili e comunque di supportare più rapidamente i lavoratori in caso di difficoltà».
Quindi, l'utilizzo del Gps è consentito a fini organizzativi e di sicurezza ma mai per applicare sanzioni disciplinari al lavoratore, che dovrà essere valutato in base ad altri controlli come la timbratura (anche on line) e il lavoro svolto.



Morte da stress: la Cassazione riconosce la responsabilità del datore di lavoro


La sentenza della Corte di Cassazione n. 9945 del 8.5.2014, depositata di recente, conferma le precedenti sentenze emesse sia in primo grado, sia in Corte di Appello, rigettando il ricorso presentato dall’azienda presso cui era dipendente lo sfortunato lavoratore deceduto a causa dello stress da superlavoro.
La sezione lavoro della C.C. ha riconosciuto la responsabilità del datore di lavoro e il diritto degli eredi al risarcimento dei danni nel caso di morte del dipendente per infarto da superlavoro.
Nei tre gradi di giudizio la posizione dei magistrati appare quindi concorde e senz’altro unitaria. La fattispecie è particolare, in quanto le domande risarcitorie del danno patrimoniale e morale, presentate dalla vedova del dipendente in proprio e in qualità di legale rappresentante della figlia, avevano come motivazione e sostegno il comportamento dell’Azienda, che aveva gravato di lavori e responsabilità stressanti e ritmi insostenibili, sollecitando il dipendente, quadro aziendale, a rispettare scadenze non rinviabili, negandogli collaboratori e/o omettendo di accertarsi se umanamente era possibile il raggiungimento degli obiettivi che continuamente gli venivano imposti.
Egli per conseguire i risultati richiesti era costretto a lavorare oltre 11 ore in ufficio e poi a casa anche di notte! In buona sostanza il dipendente era sottoposto quotidianamente a orari sovrumani, che non gli concedevano tregua.
Il datore di lavoro, invece, sosteneva che i carichi di lavoro non erano assegnati dall’azienda medesima e che i ritmi così serrati non erano connessi a volontà datoriale, ma era lo stesso dipendente per zelo e diligenza forse eccessiva, per amor proprio e/o per fare carriera, per aspetti caratteriali a coinvolgersi nelle attività, mostrandosi sempre disponibile a lavorare con il massimo impegno e coinvolgimento. L’azienda sosteneva di non averlo mai sollecitato a lavori insostenibili, né poteva conoscere le modalità di lavoro del dipendente, che non si era mai lamentato di nulla. Quindi l’infarto sopravvenuto non poteva essere attribuito a responsabilità aziendali.
In buona sostanza, per la Società E. - operante nel settore delle telecomunicazioni - era il quadro aziendale che “si stressava”, mentre per i suoi familiari che hanno presentato ricorso era la Società medesima a “stressarlo” a tal punto da procurargli il danno irreversibile.
Gli articoli di legge di riferimento più significativi sono il 2087 e 2104 c.c..
Il primo il 2087 c.c. riguarda la tutela delle condizioni di lavoro, rispetto alle quali «l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».
La Corte ha preso atto che nei precedenti gradi di giudizio era stato provato che il danno subito era collegato alle condizioni di superlavoro e dai ritmi insostenibili imposti dall’azienda; anche la perizia medico-legale aveva accertato che l’infarto era riconducibile alle vicende lavorative, in via concausale e con indice di probabilità di alto grado. Emergeva quindi una responsabilità sia pur indiretta da parte dell’azienda che non poteva non conoscere il superlavoro svolto dal quadro aziendale e di conseguenza immaginarne il possibile danno alla salute.
Già la Corte di Appello aveva osservato che la responsabilità del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro fa carico alla Società, che non può sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi della integrità fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dalla inadeguatezza del modello organizzativo adducendo l’assenza di doglianze mosse dai dipendenti o sostenendo di ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengono in concreto svolte. Deve infatti presumersi, salvo prova contraria, la conoscenza in capo all’azienda delle modalità attraverso cui ciascun dipendente svolge il proprio lavoro in quanto espressione e attuazione concreta dell’assetto organizzativo adottato dall’imprenditore con le proprie direttive e disposizioni interne. Tutti gli accertamenti compiuti dal giudice di merito comprovavano che la oggettiva gravosità ed esorbitanza dai limiti della normale tollerabilità non erano in alcun modo riconducibili a iniziative volontarie del dipendente, quadro aziendale, di addossarsi compiti non richiesti o di svolgere incarichi o assumersi responsabilità di propria iniziativa.
Altro art. di riferimento è il 2104 c.c. primo comma, in base al quale «il prestatore di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse della impresa e da quello superiore della produzione nazionale».
Nel caso di specie l’azienda ha anche sostenuto che vi è stato eccesso di diligenza da parte del prestatore di lavoro. La diligenza è un valore richiesto e non può diventare una colpa, né può attenuare l’obbligo da parte del datore di tutelare la salute dei propri dipendenti.

Questa triste e dolorosa vicenda è sicuramente per le aziende un monito affinchè abbiano sempre la massima attenzione alla salute e integrità dei propri dipendenti, ma deve anche fare riflettere questi ultimi affinchè rispettino con il necessario zelo contratto e norme, non trascurando però la propria salute e famiglia. 

02 novembre 2014

La Cassazione dà ragione al dipendente della Provincia del Vco che si prostituiva via Internet

Non solo le abitudini sessuali sono in tutto e per tutto “cosa nostra”, ma possiamo anche pubblicizzarle come e dove vogliamo senza problema. E vale anche per chi è dipendente pubblico o privato che sia, senza che si possa configurare un qualsivoglia danno al datore di lavoro. A stabilirlo non sono sciolte anime libertine, bensì i giudici della Suprema Corte di Cassazione, che hanno bacchettato i (bacchettoni?) giudici verbanesi che viceversa la pensavano ben diversamente, concordando con i vertici della Provincia del Vco che avevano licenziato un dipendente che sostanzialmente si offriva al mercato del sesso su Internet. Una sibillina sentenza, una vicenda che ha fatto rumore a livello nazionale, e che ricostruiamo con l’aiuto dell’Adnkronos. Dunque, primo punto fermo: le abitudini sessuali devono rimanere un fatto privato e come “dati sensibili” meritano una “tutela rafforzata”. Così secondo i giudici romani, che hanno appunto affrontato il caso di un dipendente della Provincia del Vco che, finito sotto procedimento disciplinare, era stato rimosso «per avere inserito sui siti per escort annunci contenenti l’offerta di prestazioni sessuali a pagamento, in danno dell’immagine della Provincia». Alle abitudini sessuali del dipendente-prostituto in questione, ricostruisce la sentenza 21107 della Prima Sezione civile della Cassazione, si era arrivati in seguito ad una comunicazione anonima con cui si segnalava l’esercizio dell’attività di escort da parte di un dipendente. L’Amministrazione provinciale – si parla di qualche anno fa – aveva quindi effettuato controlli accedendo ai siti web indicati, ed era così scattato il procedimento disciplinare. Il Tribunale di Verbania, nel giugno 2012, aveva escluso che la raccolta di informazioni in rete fosse avvenuta «in difetto delle condizioni richieste dal decreto legislativo del 30 giugno 2003» che regola il trattamento dei dati sensibili finalizzati alla gestione del rapporto di lavoro, come sostenuto dalla difesa. Secondo il Tribunale, dunque, non c’era stata lesione della privacy del dipendente perchè la raccolta dei dati «era volta ad acquisire non già elementi relativi all’orientamento sessuale del dipendente, ma la prova della denunciata pubblicizzazione dell’attività di prostituzione ritenuta lesiva dell’immagine dell’Ente».
La Cassazione è stata di diverso avviso e ha accolto il ricorso del Garante della Privacy che ha insistito sulla necessità di una tutela rafforzata per i dati che riguardano «la parte più intima della persona», come i costumi sessuali. Nel dettaglio, la Suprema Corte, riscontrando «l’illegittimità dell’operazione posta in essere dall’Amministrazione attraverso l’acquisizione dei dati informatici», ha osservato che «non possono condividersi le conclusioni cui è pervenuta la sentenza impugnata, la quale ha escluso l’applicabilità della disciplina in esame, in virtù dell’osservazione che l’attività posta in essere dall’Amministrazione non era finalizzata alla raccolta di dati inerenti alla vita sessuale del dipendente, ma alla verifica dell’avvenuta pubblicizzazione dell’attività di meretricio da quest’ultimo svolta». La Cassazione in proposito ricorda che «portata decisiva deve riconoscersi al dato oggettivo dell’acquisizione di informazioni attinenti alla vita sessuale del dipendente, di per sè sufficiente a rendere configurabile un trattamento di dati sensibili» meritevoli di «tutela rafforzata».
Giusto? Sbagliato? Il dato di fatto, al di là del caso specifico, è che la sentenza fa giurisprudenza. E inevitabilmente abbatte confini forse nemmeno immaginabili.


Per la cessione del ramo d’azienda occorre l’organizzazione autonoma e funzionale

Affinché si possa parlare di trasferimento di ramo d’azienda, deve preesistere un’autonomia funzionale e organizzativa dell’area ceduta. Tale principio è espresso dall’articolo 2112 del Codice Civile, che definisce la disciplina applicabile in caso di trasferimento di un ramo d’azienda. La particolarità di tale disciplina è rappresentata dal fatto che è possibile il mutamento del datore di lavoro, anche senza il consenso del lavoratore, in deroga alla disciplina generale in tema di contratti.
Nel caso in esame, cinque lavoratori ricorrevano in giudizio per accertare la insussistenza della cessione del ramo d’azienda, a norma dell’articolo 2112 del Codice Civile, che ne aveva mutato la titolarità della controparte contrattuale nel rapporto lavorativo, denunciando anche un avvenuto demansionamento e chiedendo il risarcimento del relativo danno.
In seguito al rigetto della domanda in primo grado per difetto di interesse e all’accoglimento della domanda attorea in Appello, la questione passa al vaglio dei giudici di legittimità, su ricorso dell’azienda, i quali ripropongono un principio di diritto ormai ampiamente confermato da copiosa giurisprudenza e cioè che per “ramo d’azienda”, ai sensi dell’articolo 2112 Codice Civile, come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità, il che presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente, e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza del rapporti di lavoro ad un ramo di azienda già costituito.
Per la Cassazione, il datore di lavoro aveva camuffato, nella veste di una cessione di ramo d’azienda e dunque di una ristrutturazione aziendale, un licenziamento collettivo ingiustificato e come tale illegittimo.
La disciplina prevista dall’articolo 2112 si giustifica solo in presenza di un organizzazione autonoma e funzionale, finalizzata allo svolgimento di un’attività produttiva, esistente ex ante il trasferimento e non in un insieme eterogeneo di uffici e reparti, privi di tale caratteristiche.
La Corte ha, dunque, confermato la sentenza appellata, dichiarando l’illegittimità del trasferimento eseguito.

(Corte di Cassazione - Sezione Lavoro, Sentenza 4 settembre 2014, n. 18675)

Compenso fisso, orario di lavoro e ferie non bastano per riconoscere l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato

Quando un lavoratore, formalmente inquadrato come autonomo o con altra tipologia contrattuale, può far valere in giudizio le proprie ragioni e pretendere il riconoscimento, di fatto, della natura subordinata del rapporto di lavoro di cui è titolare?
La Suprema corte, nella sentenza in oggetto, ricorda che la qualificazione come subordinato di un rapporto di lavoro non può avvenire in maniera automatica per il solo fatto che viene osservato un orario di lavoro e che è previsto anche un compenso fisso mensile così come non basta l'accertamento di altri elementi cd. "sussidiari" rispetto alla vera e propria subordinazione.
Il vincolo di subordinazione deve essere inteso come “vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dall'emanazione di ordini specifici, oltre che dall'esercizio di un'assidua attività di vigilanza e controllo dell'esecuzione delle prestazioni lavorative”.
E' ipotizzabile anche nell'ambito del lavoro autonomo una forma di potere di indicazione, esercitato dal datore o dal lavoratore nei confronti dei colleghi, ma questo "diventa segnale di subordinazione solo ove il suo potere si eserciti quale subordinata esecuzione dell'assoggettamento a specifiche direttive che il datore gli abbia impartito”.
Secondo la Cassazione è anche possibile che il lavoratore abbia un suo staff nei cui confronti propone assunzioni, promozioni, aumenti di stipendio e ferie ma anche in tal caso tutto ciò non può esprimere di per sé subordinazione potendo essere anche attuazione di un rapporto di lavoro autonomo.
La corte esclude anche la possibilità di riconoscere il rapporto subordinato sulla base del solo elemento della continuità (per diversi anni) del rapporto di lavoro.
Già in precedenza la stessa Corte di Cassazione aveva bocciato una sentenza dei giudici d'appello rinviandola per un nuovo esame alla corte d'appello dell'Aquila.
Inizialmente infatti i giudici di merito avevano riconosciuto un rapporto di subordinazione sulla base dei soli elementi "sussidiari, senza valutare in concreto l'assoggettamento del lavoratore al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro, e senza attribuire alcun rilievo all'iniziale volontà delle parti quale risultante dagli atti negoziali in atti".
Anche la corte d'appello dell'Aquila rigettava il ricorso e a questo punto la Cassazione ha ricordato che il giudizio di rinvio "per il suo carattere "chiuso", è necessariamente vincolato all'osservanza del principio di diritto affermato dalla pronuncia rescindente"
In tale pronuncia la cassazione aveva chiarito che era necessario valutare l'esistenza o meno del requisito fondamentale del rapporto di lavoro subordinato "costituito proprio dalla "subordinazione", "ID EST" dal vincolo di soggezione del del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dall'emanazione di ordini specifici, oltre che dall'esercizio di una simile attività di vigilanza e controllo nell'esecuzione delle prestazioni lavorative, occorre decisivamente osservare che la corte aquilana non ha svolto alcuna indagine o esame delle risultanze istruttorie al fine di accertare la subordinazione".
Insomma, secondo la Corte i giudici di merito non hanno valorizzato la chiara volontà negoziale delle parti che era indirizzata proprio nel senso della autonomia ed hanno dato rilievo solo ad elementi sussidiari della subordinazione come compenso fisso, l'osservanza dell'orario, la presenza del ricorrente nel piano ferie eccetera, senza considerare "che il potere di indicazione che il lavoratore eserciti eventualmente nei confronti di altri lavoratori, non costituisce, di per sé una manifestazione della sua subordinazione al datore, dato che è ipotizzabile anche nell'ambito di un rapporto di lavoro autonomo, mentre diventa segnali subordinazione solo ove il suo potere si eserciti quale subordinata esecuzione all'assoggettamento specifiche direttive che il datore gli abbia impartito".



Accenture e British Telecom licenziano i 262 dipendenti di Palermo

Dichiarazione Stampa di Michele Azzola
E’ arrivata la procedura per il licenziamento dei 262 lavoratori di Accenture a Palermo, dedicati alla commessa British Telecom. Questo dopo le tranquillizzanti affermazioni del Ministro Guidi che a seguito
dell’incontro dello scorso 7 ottobre al Mise aveva dichiarato che “il Governo ha tutelato tutti i lavoratori”. Invece il Ministero non ha ritenuto di dover proporre soluzioni alternative ai licenziamenti limitandosi a prendere atto dell’indisponibilità di
British Telecom di mantenere l’occupazione nel sito, che nel frattempo ha già spostato le commesse su altri territori che le gestiscono con personale precario e al di fuori delle previsioni di legge.
Il Governo continua a latitare anche su una vertenza che trae le sue origini dal mancato recepimento delle tutele dei diritti dei lavoratori garantito dalla direttiva europea 23 del 2001, mancanza che consente alle imprese attraverso il meccanismo della
successione di appalti di licenziare il proprio personale sostituendolo con personale precario e sottopagato e di scaricare la competizione presente sul mercato solo sulle spalle dei lavoratori.
Il recepimento dei contenuti della direttiva, che è stato chiesto a gran voce anche dall’associazione di rappresentanza dei Call Center e dalla quasi totalità delle imprese coinvolte, non viene effettuato per un incomprensibile contrarietà di alcun esponenti
del Governo. Questo in uno scenario in cui lo Stato si troverà a spendere oltre 500 milioni di euro nel triennio 2012 – 2014, in ammortizzatori sociali e incentivi alle assunzioni, per non creare neanche un posto di lavoro nuovo ma semplicemente per
spostare sul territorio quello già esistente.
Nei prossimi giorni saranno assunte tutte le forme di mobilitazione a sostegno della vertenza, a partire dal presidio di lavoratori il giorno della ripresa del confronto in sede di Ministero del Lavoro l’11 novembre. Ai vertici delle due aziende un ultimo appello:
sedetevi intorno a un tavolo e aprite a una soluzione accettabile per tutti gli attori coinvolti. La Responsabilità sociale nei confronti di un territorio come Palermo in una condizione di crisi come quella che il nostro Paese sta attraversando richiede
responsabilità.

Roma, 31 Ottobre 2014

Revisione dell’auto in ritardo? La multa scatta in automatico

Come previsto dalla norma entrata in vigore lo scorso luglio, le procedure di prenotazione e aggiornamento della carta di circolazione sono diventate totalmente informatizzate: tutti i dati relativi a ciascun veicolo e relativa scadenza del controllo periodico sono registrati nel sistema gestito dalla Motorizzazione Civile. La mancata revisione entro i termini previsti verrà immediatamente evidenziata sui terminali del Ministero che provvederà a recapitare la sanzione prevista per omessa o ritardata revisione oltre a sospendere la carta di circolazione fino all’avvenuta revisione.
Mancata o tardiva revisione: la multa scatta in automatico
La revisione dell’auto non ha quindi scappatoie: con l’informatizzazione delle procedure di controllo e aggiornamento della carta di circolazione, la multa per la mancata revisione del veicolo scatta in automatico. Chi non provvederà nel mese di scadenza della revisione a sottoporre l’auto a controllo si vedrà recapitare una multa di 155 euro oltre alla sospensione della carta di circolazione, sino all’avvenuta revisione. In caso di mancata o tardiva revisione, l’auto potrà essere utilizzata solo per recarsi in officina, altresì si rischia di essere nuovamente multati e le sanzioni amministrative previste in questo caso vanno dai 159 euro ai 639 euro oltre al fermo amministrativo del veicolo.
Quando fare la revisione?
Le scadenze per la revisione obbligatoria dei veicoli sono diverse: per valutare quando il proprio veicolo dovrà essere sottoposto a visita di revisione è necessario verificare sulla carta di circolazione la categoria del veicolo, il mese e l’anno di immatricolazione. Per gli autoveicoli con massa complessiva inferiore o uguale a 3,5 tonnellate, la revisione periodica è obbligatoria entro il mese di rilascio della carta di circolazione a partire dal quarto anno successivo a quello di prima immatricolazione; successivamente alla prima revisione, il controllo periodico dovrà essere effettuato ogni 2 anni entro il mese corrispondente a quello in cui è stata effettuata l’ultima revisione. Sono invece chiamati a revisione ogni anno i veicoli per il trasporto di persone con più di nove posti, gli autocarri e rimorchi con massa a pieno carico superiore a 3,5 tonnellate, i veicoli in servizio pubblico di piazza e ambulanze, veicoli atipici. Per effettuare la revisione è necessario prenotare il controllo periodico presso una delle officine autorizzate oppure presso l’ufficio di zona della Motorizzazione Civile.


30 ottobre 2014

Camusso: "Renzi abbassi i manganelli"

Il presidente del Consiglio dovrebbe provare ad abbassare i manganelli dell'ordine pubblico". E' quanto ha affermato oggi (30 ottobre) Susanna Camusso, segretario Cgil, intervenendo a Radio Anch'io su Radio1, il segretario generale della Cgil commentando gli scontri di ieri alla manifestazione dei lavoratori Ast.
“Non capisco questo riferimento ad abbassare i toni" - ha continuato - perché "se c'è qualcuno che ha alzato i toni sono quelli che non sanno leggere gli articoli e che usano i titoli per fare polemica. Direi che questo appello il presidente del Consiglio lo deve rivolgere in casa sua". Secondo Camusso poi, gli episodi di ieri riguardanti Ast sono "un segnale pericoloso per una situazione economica e sociale molto difficile".
La leader sindacale ha inoltre esortato il Governo ad intervenire sulla vertenza parlando direttamente con Berlino. "Il governo - ha detto infatti - invece di fare ping pong tra le parti, dovrebbe sentire direttamente il governo tedesco e muoversi sulla multinazionale". Piazza San Giovanni, ha detto - "ha molto innervosito il governo: quella piazza parla dell'emergenza sociale non di tessere di partito".
“Questo governo - ha concluso Camusso - ha fatto cose importanti ma non coglie il tema fondamentale di come si crea lavoro: noi vorremmo aiutarlo questo governo. Il nostro obiettivo non è creare muri ma trovare soluzioni migliori. Cominciamo a sospettare che il governo abbia paura di misurarsi con altre proposte mentre c'è proprio bisogno di aiutarsi per trovare insieme le soluzioni migliori".


Cgil denuncia cariche polizia, solidarietà a lavoratori coinvolti

“La Cgil denuncia con forza e sdegno le cariche della polizia sugli operai della Ast e di diversi dirigenti sindacali, avvenute oggi a Roma nel corso di una pacifica protesta dei lavoratori delle acciaierie ternane, coinvolti in una difficile vertenza, ed esprime piena vicinanza e solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori in piazza, specie nei confronti di coloro che sono stati violentemente caricati dalle forze dell’ordine”. E' quanto si legge in una nota del sindacato di corso d'Italia.
“Per accertarsi dello stato di salute dei lavoratori e dirigenti colpiti oggi - prosegue la nota -, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, si è recata in queste ore nell’ospedale Policlino Umberto I di Roma dove sono stati ricoverati. Allo stesso tempo il segretario generale ha telefonato al ministro degli Interni, Angelino Alfano, per chiedere conto di quanto avvenuto oggi. Il governo, infatti, deve rispondere pubblicamente dei fatti di oggi e convocare il Comitato permanente per l'ordine e la sicurezza pubblica per dare esplicite indicazioni di attenzione e rispetto”.

Per la Cgil, conclude la nota, “molteplici sono le vertenze aperte senza soluzioni e in una situazione così drammatica, in un paese che non riesce a interrompere la caduta in una spirale di crisi, quanto registrato oggi in piazza è di una gravità inaudita. Il governo faccia al più presto chiarezza”.

27 ottobre 2014

"BELLINI": LAVORATORE TENTA DI DARSI FUOCO


l segretario generale della Camera del lavoro, Giacomo Rota, il segretario della Slc Cgil Davide Foti e il segretario confederale della Cgil, Giovanni Pistorio commentano la notizia del lavoratore del teatro "Bellini" che poco fa ha tentato di darsi fuoco.
"La situazione è drammatica, i lavoratori sono allo stremo e non è più tempo che le istituzioni rimandino soluzioni e dialogo con chi negli anni ha fatto grande il Teatro Massimo "Bellini" di Catania. Una situazione purtroppo aggravata anche da una delle gestioni commissariali che  ha penalizzato la prosecuzione dei rapporti di lavoro.
Ci rivolgiamo però al presidente della Regione, Crocetta, ricordandogli che fino ad oggi la Regione non ha progettato alcuna soluzione concreta per il salvataggio di un ente di caratura internazionale, importante per il territorio, per la cultura (che non è un peso ma una risorsa per lo sviluppo, se compresa e trattata nel modo giusto)   e per la sopravvivenza di centinaia di famiglie. Siamo certi che esistono sempre spazi di manovra e soluzioni, anche nella più difficile delle circostanze. Girarsi dall'altra parte e perdere altro tempo non è un atteggiamento utile, e meno che mai democratico".   

www.ienesiciliane.it
NOTA SI REDAZIONE
Nella foto il segretario generale della Camera del lavoro, Giacomo Rota

26 ottobre 2014

La Piazza della Cgil


di Guido Iocca
Che non sarebbe stata un’ordinaria giornata di mobilitazione, lo si era capito fin dalle prime ore dell’alba, con l’arrivo nella capitale dei treni speciali e delle migliaia di pullman stracolmi di uomini e donne provenienti da tutta Italia per riempire la Piazza della Cgil. Tanti. Tantissimi. Molti più del previsto. A colpo d’occhio, quei coloratissimi cortei improvvisati diretti dai più diversi angoli della città nei luoghi stabiliti per i concentramenti, avevano fatto pensare già di buon mattino a una cifra sicuramente eccedente le 150.000 unità di partecipanti “organizzati” indicati alla vigilia dell’evento.

Sensazioni confermate appieno alla vista dei giganteschi serpentoni umani che, procedenti da piazza della Repubblica e da piazzale dei Partigiani, sarebbero sfilati più tardi pieni di vita, di musica, di creatività, e anche di rabbia, per le vie di Roma, con moltissimi che avrebbero fatto addirittura fatica a trovar posto già alle 11 nella stracolma piazza San Giovanni. Una manifestazione imponente come non la si vedeva da anni. Quasi una competizione a chi riusciva a rendersi più visibile: gli operai dell’edilizia – uno dei settori più colpiti dalla crisi – con i loro tradizionali cappelli di carta calcati sulla testa, i giovani (riuscitissimo il loro flash mob, con la scritta fatta dei corpi di ragazze e ragazzi a comporre il titolo della campagna “X Tutti”) e gli studenti (con i loro slogan e gli striscioni in favore del diritto all’istruzione, rimesso in discussione dalle scelte del governo), i lavoratori delle aziende in crisi, i “nonni per il lavoro”.

Sotto il tiepido sole di un ottobre alle ultime battute, in quella che è stata una splendida giornata di festa all’insegna della protesta, ma soprattutto della proposta (non di sola Leopolda, evidentemente, si nutre la pars costruens di un’Italia sempre più interessata – e nel modo giusto – a cambiare verso), da tutti è arrivato lo stesso messaggio: il mondo del lavoro, i pensionati, le nuove generazioni, gli atipici e le partite Iva – insomma, il paese reale – hanno uno straordinario bisogno di voltare pagina. Non si arrendono alla deriva di un’Italia dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 20-30 anni molto di più che in altre economie occidentali e dove la linea di confine tra chi è povero e chi non lo è appare sempre più labile.

E non si rassegnano nemmeno all’idea che la riduzione dei diritti e delle tutele possa far bene al paese, perché – non c’è bisogno di un Nobel per l’economia per comprenderlo –, oltre a rappresentare un’insopportabile forma di ingiustizia, non serve a migliorare le condizioni di lavoro, né può costituire una prospettiva per la crescita dell’occupazione. Ma soprattutto una missiva le persone che hanno affollato stamane la storica piazza romana dei raduni sindacali – e con loro, sicuramente, un pezzo importante di Italia stremata da 7 anni di recessione – hanno voluto far pervenire alla classe dirigente del paese: non ne possono più di annunci, promesse e proclami, poi puntualmente smentiti dai fatti, a cominciare dal caso della legge delega sul lavoro (quasi in bianco) accompagnata da affermazioni sulla fine dell’articolo 18 e da improbabili (e irraggiungibili) modelli europei cui ispirarsi.

Che senso ha, si chiedono a questo punto in molti, sostenere di voler creare buona occupazione e poi non intervenire per ridurre le ingiustizie sociali e le storture del mercato del lavoro, insistendo su un modello di paese che compete al ribasso e non scommette sull’innovazione e la ricerca? Al centro della piattaforma alla base della manifestazione nazionale di oggi, la Cgil ha inserito un pacchetto di proposte “semplici, ma efficaci, in grado di restituire – ha scandito dal palco di piazza San Giovanni Susanna Camusso – dignità a chi lavora e ripristinare il principio indispensabile dell’uguaglianza”: un piano straordinario per l’occupazione finanziato da uno spostamento della tassazione sulle grandi ricchezze, la riforma per ammortizzatori sociali universali, l’estensione a tutti dei diritti e delle tutele garantiti dallo Statuto dei lavoratori, un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.

Nulla di tutto questo è presente in nessuno dei provvedimenti messi a punto dal governo. C’è poco da stupirsene, naturalmente: è noto che il confronto con il mondo del lavoro e con le sue rappresentanze non ha mai rappresentato una priorità per Matteo Renzi, impegnato con pervicacia – praticamente fin dal giorno del suo insediamento a Palazzo Chigi – nella messa in soffitta di ogni forma di dialogo sociale. Ciononostante, il sindacato (la Cgil sicuramente) continua a perseguire con convinzione l’obiettivo di migliorare il testo del Jobs Act.


Certo, non sarà affatto semplice, considerando che – dopo il passaggio in Senato – la legge delega sul lavoro verrà con ogni probabilità blindata anche alla Camera. Lo sanno bene a corso d’Italia. E allora? Come portare l’affondo in direzione di una modifica ritenuta, anche in taluni ambienti accademici e del mondo della ricerca, indispensabile? È stata ancora la segretaria della Cgil, dal palco di Roma, a indicare quella che a molti, anche all’interno della sua organizzazione, appare come la risposta più logica da mettere in campo. “Nessuno, neanche il governo, può cancellare la voce del lavoro. Ci vedremo ancora, in piazza e negli scioperi che faremo. La nostra vertenza è solo l'inizio di un cammino”.

Manifestazione Cgil 25 ottobre 2014


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"Oggi c'è una straordinaria piazza colorata. Questi sono i colori del lavoro, sventoliamo le nostre bandiere e i nostri abiti da lavoro. Siamo qui a dire al paese e al suo governo che il lavoro è l'unico centro importante. Se vogliamo un futuro dobbiamo costruirlo, per questo abbiamo sfilato nelle strade di Roma: per dire che il futuro ce l'abbiamo in testa". Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha aperto il suo intervento dal palco di San Giovanni a Roma, concludendo la manifestazione nazionale della Cgil.

"Sul lavoro si giocano i nostri destini personali - ha spiegato - Siamo un paese bellissimo, con tanti pregi e problemi: se vogliamo pensare al futuro dobbiamo metterci in gioco, l'unica possibilità è creare lavoro". Camusso ha poi criticato il presidente del Consiglio: "Renzi con toni irrispettosi verso questa piazza, ha detto che è la Leopolda a creare lavoro. Ma noi sul lavoro non deleghiamo nessuno. Non siamo ossessionati dal numero 'ottanta', ma dalle cifre della disoccupazione, dai ragazzi che non hanno futuro. Il volto del cambiamento è nei lavoratori davanti alle fabbriche che proteggono il loro posto di lavoro. La preoccupazione vera - invece - è quella degli studenti che si chiedono se il loro studio avrà risultati, dei giovani che preparano la valigia e si sentono costretti a diventare migranti, come i loro nonni. Per tutti loro vogliamo cambiare verso. L'unico modo per farlo è creare lavoro, che riconosca dignità alla persone".

LA LEGGE DI STABILITA' NON CAMBIA VERSO
“La crisi e l’austerità mantengono e manterranno questo paese nella stagnazione e nella recessione. La legge di stabilità non cambia verso: è costruita con qualche taglio in più e qualche bonus in più, ma questo non basta per cambiare strada, per ricostruire giustizia e uguaglianza”. “La piazza di oggi – ha continuato – sa che senza lavoro non si cambia, bensì si arretra. E questa piazza non è la ‘passerella’ di qualcuno: è la piazza del lavoro organizzato di questo paese, che chiede e rivendica risposte”.

Camusso ha poi aggiunto che la Cgil porterà avanti in ogni sede le sue proposte sul lavoro, “costruendo alleanze, sperimentando tutte le forme di lotta possibili”, e se necessario continuerà “anche con lo sciopero generale, ma con il passo giusto, quello che usa la giusta forza e la fa valere”. Intanto, ha continuato, “saremo con i pensionati in piazza il 5 novembre prossimo, mentre l’8 novembre saremo con i lavoratori pubblici, e continueremo a proporre anche alle altre confederazioni le nostre proposte”.

L'ARTICOLO 18 E' TUTELA CONCRETA, VA ESTESO A TUTTI
Per Susanna Camusso "il governo è incoerente. E' assillato dai bonus, dall'articolo 18, ma questa è un'idea regressiva della funzione del governo sull'economia. C'è l'idea di una delega in bianco. Non si esce dalla crisi rendendo il lavoro più povero. Si ha davvero un'idea di come portare il paese fuori dalla crisi? Forse nella sua idea di futuro, al governo manca una memoria del passato. Il diritto del lavoro serve a riequilibrare un rapporto dispari tra il datore e il lavoratore. La nostra Costituzione dice chiaramente che il governo deve stare dalla parte dei più deboli, non di chi è già forte. Quando si tolgono le regole si dà l'idea che il lavoratore è una macchina: invece è una persona, ha i propri diritti dentro e fuori i luoghi di lavoro".

"Nessuno in buona fede può dire davvero che togliere l'articolo 18 e controllare i lavoratori con le telecamere possa servire per la crescita - prosegue il segretario -. L'articolo 18 difende la libertà del lavoratore e il suo essere cittadino, sono tutele vere e non ideologie, va esteso a tutti. Non sono i lavoratori che bloccano il paese. E' giusto fare la riforma della giustizia, ma che riforma è senza falso in bilancio e lotta alla corruzione? Sulla riforma della pubblica amministrazione, abbiamo la nostra proposta per un'amministrazione moderna".

DALLA PATRIMONIALE RISORSE PER LO SVILUPPO
"È troppo facile per il governo contrapporre cittadini e pezzi del mondo del lavoro anziché guardare dove si annida la corruzione, a chi gaudagna su caporalato, lavoro nero, o sulle gare al massimo ribasso - questo un altro passaggio dell'intervento -. Chiediamo al governo di fare come in Europa, perché l'Italia è l'unico paese a non avere una tassa sulle grandi ricchezze che va fatta". Proprio attrverso una patrimoniale, secondo Camusso, si avrebbero le risorse "per un Piano del lavoro  che determini posti di lavoro qualificati, che curano il paese, producono innovazione, mettano in sicurezza le scuole, gli argini dei nostri fiumi". Servono, insomma, scelte di politica industriale che "facciano davvero misurare il paese con un'innovazione rispettosa di ambiente e diritto lavoro".

  "Per noi – ha detto la leader Cgil – non c’è una via di uscita dalla crisi se non si crea buon lavoro, mentre il governo pensa sempre a una via bassa allo sviluppo che non cerca investimenti e non compete su ricerca". Quanto all'Europa, non è sufficiente battersi sui decimali del deficit, occorre che Renzi dica chiaramente "che bisogna cambiare i trattati che, pensati per un'Europa in crescita, ma che ora non vanno più bene, non funzionano. Bisogna tornare all'Europa dei popoli, della Carta di Nizza, dei diritti".

LEGGE DELEGA SUL LAVORO NON VA BENE
“La delega sul lavoro non va bene. Non va bene per come interviene sullo Statuto dei lavoratori, perché non offre soluzioni sulla precarietà, perché vuole aggiungere il contratto a tutele crescenti alle già tante forme precarie esistenti”. Camusso ha aggiunto che se “davvero si vuole intervenire sulla precarietà occorre partire dall’abolizione di tutte le forme precarie, dalla riduzione della dualità, dal porre ed estendere le tutele, dall’affermazione del principio fondamentale che se due lavoratori svolgono lo stesso lavoro devono avere la stessa retribuzione”.

Il segretario si è poi concentrata sulla necessità di riformare e rendere universali gli ammortizzatori sociali: “ma questo nella delega non c’è, mentre invece ci sono meno risorse e una sostanziale riduzione, senza dimenticare che le norme sulla cassa integrazione rimangono quelle stabilite dalla Fornero”. Come fa il governo, ha continuato, a “sostenere che l’indennità di disoccupazione sarà per tutti, quando il conto è fatto per settimane, escludendo così tanti lavoratori, come quelli a chiamata o a termine?”. Ha poi aggiunto, riferendosi all’ipotesi del governo di inserire il Tfr dei lavoratori direttamente in busta paga, che questo viene proposto “per ricavare due miliardi di nuove tasse, oltre al fatto che in questo modo si sfasciano i fondi di previdenza complementare”.

INIZIA LA BATTAGLIA PER IL LAVORO
"Sappiamo che tante idee della legge delega sul lavoro vengono da Confindustria. E pensiamo che gli scioperi e le lotte vanno collegate all'azione sindacale in azienda, dove bisogna contrattare affinché la produttivitè si costruisca con la qualità degli investimenti, mentre puntare sulla precarietà non rappresenta un investimento sul futuro". "Qualcuno – ha aggiunto – ci dice che i lavoratori che rappresentiamo noi sono quelli forti e tutelati: bene vorrà dire che metteremo la forza e l'esperienza che abbiamo acquisito in tanti anni di lotta a disposizione dei lavoratori più deboli o addiriittura invisibili".

Camusso si è rivolta anche a Confindustria: "Gli industriali dicono che dobbiamo stare insieme. Ma perché non dicono una parola quando le industrie vanno all'estero? Perché rifiutano le clasuole sociali nei cambi di appalto? Probabilmente perché hanno sposato l'idea che basta intervenire sull'articolo 18...". Poi, rivolta a Renzi, la leader Cgil ha detto: "Al presidente del Consiglio, che vedremo lunedì, dico che noi non abbiamo nostagia della concertazione, perché questa si può esercitare quando si condividono obiettivi e finalità. Non è così: la nostra idea del paese è diversa da quella di questo governo. La nostra si fonda sui diritti e sul lavoro e su questo chiediamo confronto e contrattazione".


"Sappiamo – ha concluso –, che la situazione non è semplice, ma la nostra vertenza è solo l'inizio di un cammino. Nessuno, neanche il governo, può cancellare la voce del lavoro. Ci vedremo ancora, in piazza e negli scioperi che faremo. Al lavoro e alla lotta, dunque".

25 ottobre 2014

Insieme contro la violenza sulle donne


Sabato 24 novembre, dalle ore 10, ci ritroveremo in piazza Università per una grande iniziativa contro la violenza sulle donne. Questi gli eventi previsti:
- microfono aperto, letture di poesie e interventi
- flash mob/installazione, deporremo scarpe femminili tra piazza università e piazza duomo, chi ha scarpe vecchie le porti
- biciclettata: un gruppo di ciclisti girerà tra piazza Duomo e piazza Università con dei cartelli contro la violenza sulle donne. Se volete potete venire in bicicletta
All'iniziativa, promossa da Cgil, Udi e Arci hanno aderito decine di associazioni e forze politiche catanesi. Vi aspettiamo

23 ottobre 2014

Teatro Stabile di Catania: "Il Fichera stia sereno"


Per quanto ci riguarda,  in quanto tirati in ballo,   con lo scopo di tranquillizzare il Fichera e chi attentamente lo legge  rispetto alle nostre azioni così come sulle nostre intenzioni vi chiediamo di pubblicare le seguenti note.
Non siamo stupiti per quanto dichiarato da Cosimo Fichera, rappresentante UGL Spettacolo, la cui adamantina figura si potrebbe prendere ad esempio.
Infatti, “La via d’imparare è lunga se si va per regole, breve ed efficace se si procede per esempi” e quale migliore esempio ci può essere dato da seguire se non quello che ci viene da Fichera, uomo certamente da non seguire per la lunga via delle regole ma di grande esempio nella condotta pubblica, e di …corta memoria.
C’era forse, infatti, anche lui tra noi quando nel 2012 in un paio di giorni il Governo Lombardo tagliò a tutti i Teatri siciliani, e a stagione avviata quindi con impegni già assunti, il 17% dei contributi che però nel caso dello Stabile salirono al 34% cosicché fu avviata una lunga infruttuosa battaglia con il governo di allora per il recupero dei contributi tagliati.  Ma se ci fosse stato anche lui allora e se ne fosse dimenticato questo potrebbe essere imputabile forse solo alla sua corta memoria
Chissà?
E se invece, in quello e nei precedenti periodi, fosse stato affaccendato in altre importanti questioni e perciò per questo non ha potuto prendere parte attiva nel tentativo di difendere il Teatro Stabile nella giusta battaglia per la riassegnazione delle risorse “scippate”?
Per quanto ci è dato ricordare la questione di allora fu talmente delicata che si rischiò, a causa del taglio di alcune attività, di poter perdere quota parte del contributo del Fus ed è quasi per miracolo, che il Teatro Stabile si salvò dal collasso.
Ma a tal punto ci viene da chiederci quale possa essere stata, nel periodo, l’alta ragione di un altro così tanto alto impegno di lotta tale da costringere all’ affaccendamento l’esemplare Fichera?
Su tante cose non siamo stati in grado di seguire l’esempio del Fichera. 
Per quanto ci riguarda, lo rassicuriamo, in nessun incontro pubblico o privato siamo mai stati gli artefici delle fortune nostre o delle altrui carriere né siamo stati promotori, attraverso azioni nei consigli di amministrazione, di delicate e fortunate beneficenze elargite nei confronti di società sportive all’interno delle quali hanno operato parenti ed amici.
E a noi che viviamo, perlopiù, di regole la memoria non difetta.
Quindi del Fichera, che sibillinamente afferma che ci siano stati incontri preventivi tra i sottoscritti ed il Teatro Stabile di Catania, purtroppo ancora non ne comprendiamo il genio.
Infatti, anche a voler seguire il suo esempio avremmo delle grandi difficoltà a non seguire le regole che ci impone il ruolo.
Davide Foti - Segr Gen Slc Cgil Catania
Giovanni Nicotra -  Seg Gen Uilcom Catania

Cgil, Flai Cgil, Fiom Cgil e Filctem Cgil: "Lavoro, dignità, uguaglianza"

(di Fabio Patanè) - Si è tenuta mercoledì 22 ottobre una nuova iniziativa dedicata alla preparazione del 25 ottobre organizzata da Cgil, Flai Cgil, Fiom Cgil e Filctem Cgil dal titolo: "Lavoro, dignità, uguaglianza. Le aziende non muoiono di articolo 18. Verso il 25 ottobre". L'appuntamento è avvenuto alle ore 11 davanti i locali della St Microelectronics (Statale Primosole 20) : Erano presenti il segretario generale della Camera del lavoro, Giacomo Rota, con la segretaria confederale Pina Palella per le aziende confiscate alle mafie, Fabrizio Potetti della Fiom nazionale. Ha concluso il segretario regionale della Cgil Sicilia, Michele Pagliaro.


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20 ottobre 2014

Roma Calling, i diritti non arretrano 25 ottobre 2014


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 Un videospot di pochi secondi, un piccolo thriller sindacale, interamente interpretato da attori non professionisti - lavoratori, precari e pensionati - dedicato alla manifestazione nazionale del 25 ottobre a Roma.Il video è prodotto dalla Camera del Lavoro di Catania. La regia del video è firmata da Riccardo Napoli, lo stesso regista del riuscitissimo videospot "Buongiorno, sono Lucia" dedicato alla grande mobilitazione dei lavoratori dei call center che impazzò sul web e sui media lo scorso giugno.

18 ottobre 2014

Almaviva: Dichiarazione Stampa di Michele Azzola

Confronto presso Ministero Sviluppo Economico
Presso il Ministero dello Sviluppo Economico, alla presenza del Vice Ministro Claudio De Vincenti, è ripreso il confronto con Almaviva Contact per analizzare le ricadute sull’azienda rispetto alla competizione di mercato ed alla forte riduzione dei margini di profitto del settore che stanno ingenerando forti perdite anche per l’azienda in questione.
In apertura l’azienda ha ricordato come la mancata definizione del decreto attuativo per erogare le risorse previste per le stabilizzazioni effettuate nel 2007, l’incertezza sulla possibilità di accedere alla decontribuzione per i contratti di solidarietà, l’assoluta inadempienza rispetto all’applicazione dell’art. 24 bis del Decreto 83/2012 in materia di delocalizzazione e i diversi regimi contributivi cui le aziende sono sottoposte, stanno creando una distorsione del mercato che avrà conseguenze rilevanti per Almaviva Contact. In assenza degli interventi richiesti, i 2500 esuberi, oggi gestiti con la solidarietà in scadenza a maggio del prossimo anno, diventeranno strutturali con la conseguenza che sarà inevitabile avviare la riduzione dei costi.
Il Vice Ministro ha ricordato che il Governo intende agire sulle gare al massimo ribasso, per via di direttiva o legislativa, e che è in corso una indagine conoscitiva sullo stato di applicazione dell’art. 24 bis al termine della quale il Governo assumerà le determinazioni del caso.
Al Vice Ministro abbiamo espresso preoccupazione per i continui rinvii attuati dal Governo sulle regole per il settore, rinvii che hanno determinato l’esplodere di diverse crisi occupazionali, con procedure di licenziamento già avviate e che si moltiplicheranno nelle prossime settimane. Il Governo non si è attivato su nessuna richiesta e su quella che rappresenta il vero nodo del settore in Italia, il mancato recepimento della Direttiva Europea 2001/23 che tutela i lavoratori nel caso di successione di appalti, ha dichiarato di avere forti perplessità.
Abbiamo invitato De Vincenti ad un confronto aperto e trasparente su quali siano le perplessità anche analizzando la situazione della committenza rispetto ai competitor europei, che invece operano garantendo il diritto al lavoro e alla dignità delle persone.
Il Governo si sta assumendo la grave responsabilità di gettare nella disperazione migliaia di giovani lavoratrici e lavoratori che, figli di una generazione cui il Paese non ha dato alcuna possibilità, sono oggi nelle condizioni di perdere anche l’unico lavoro che gli è stato offerto.

VODAFONE Comunicato Unitario 17 ottobre 2014


COMUNICATO NAZIONALE
Cari lavoratori come OO.SS. Nazionali riteniamo doveroso fare chiarezza su diversi importanti argomenti.
PIANIFICAZIONE FERIE E FA/ROL
I residui pregressi hanno come termine ultimo di esigibilità il 30 Aprile 2015, così come prevede l’accordo di Maggio 2013 e così come ricordato nelle comunicazioni ultime dell’Azienda, che invita si i Lavoratori a programmare tutto entro il 31 dicembre 2014, ma ricorda anche che il termine ultimo per l’esigibilità dei residui pregressi è il 30 Aprile 2015.
Se l’azienda continuerà nella “forzatura” di non abilitare il tool ad una programmazione anche per il periodo Gennaio-Aprile 2015, i lavoratori sono invitati a programmare i loro residui, che volontariamente volessero portare nel primo quadrimestre 2015, avendo cura di scrivere una mail al loro responsabile diretto e specificando le loro desiderate.
Ai responsabili di linea l’invito è a non fare affermazioni del tipo “qualora non si programmino i residui entro il 2014 si perde la possibilità di usufruirne”, perché si genera confusione inutile e si affermano cose non vere.
RESTITUZIONE FORZOSA ANTICIPO DI CASSA PERMANENTE
In questi giorni molti Lavoratori hanno ricevuto una comunicazione dal dipartimento “Finance Operation” per la restituzione dell’anticipo permanente ad personam delle spese rimborsabili. La parola “permanente” lascerebbe intendere che tale quota messa a disposizione del Lavoratore debba cessare solo ed esclusivamente al termine del rapporto di lavoro tra le due parti o in un cambio di mansione dove non si determini la necessità di tale anticipo, ci lascia perlomeno perplessi che questa azienda decida a distanza di 15 anni di recuperarlo stile Equitalia.
A noi invece preme sottolineare alcuni aspetti di natura operativa che consigliamo di seguire ai Lavoratori che hanno ricevuto richiesta di restituzione anticipo:
1. Il lavoratore deve fare richiesta a chi ha generato la comunicazione di avere evidenza del cedolino dove risulta l’accredito (o più accrediti) dell’anticipo permanente.
2. Una seconda comunicazione in cui il Lavoratore scrivendo al proprio responsabile e per conoscenza ad HR e FINANCE evidenzia che all’estinzione del debito non potrà, suo malgrado, procedere in attività di trasferta, pagamento pedaggi, acquisto
marche da bollo, etc… dato che in quel momento non avrà più nessuna somma a sua disposizione per pagare spese vive.
3. Solo ed esclusivamente DOPO che sarà stato appurato l’evidenza dell’accredito consigliamo di procedere, se si ritiene necessario, a chiedere uno rateizzazione maggiore rispetto alle sei comunicate dall’azienda.
Confidiamo nel fatto che l’azienda riveda la sua posizione e tenga conto che si potrebbero generare contenziosi, che certo non gioverebbero all’organizzazione lavorativa, tanto più che fino ad ora a nessun Lavoratore Vodafone che usufruiva dell’anticipo permanente e che sia uscito dall’azienda E’ MAI STATO CHIESTO di restituire codesto anticipo.
POLITICHE MERITOCRATICHE
Contrariamente a quanto pattuito negli accordi 2013, l’azienda ha ricominciato una politica di elargizioni unilaterali. Siamo contrari perché è in netto contrasto con quanto convenuto in materia di contenimento dei costi. Si richiede all’azienda un passo indietro altrimenti dovremo riaprire una stagione di rivendicazioni economiche.
Roma, 17 Ottobre 2014
LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC CGIL FISTEL CISL UILCOM UIL






Call center: Sindacati, sciopero nazionale e notte bianca dei call center il 21 novembre

Le Segreterie Nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno deciso di dichiarare la seconda giornata di sciopero nazionale del settore con manifestazione da tenersi a Roma il prossimo 21 novembre, nell’ambito di un evento più ampio, una vera e propria NOTTE BIANCA DEI CALL CENTER In cui le organizzazioni sindacali inviteranno mondo della cultura, dello spettacolo, della società civile e della politica ad incontrare e confrontarsi con i lavoratori del settore e a solidarizzare con loro nella dura vertenza che li contrappone al Governo.

Mentre la vertenza che vede contrapposte British Telecom e Accenture con 262 licenziamenti non ha ancora trovato una soluzione, oggi E-Care ha annunciato la volontà di procedere alla chiusura della sede Milanese con il licenziamento di oltre 500 persone. Nelle prossime settimane la chiusura delle gare di Enel, Comune di Roma e il continuo ribasso delle tariffe praticato dai clienti porterà all’avvio di ulteriori centinaia di dipendenti.

Quanto sta accadendo era stato previsto e preannunciato tanto che il Governo aveva avviato, nel mese di giugno, un tavolo di crisi per il settore. In tale occasione le Organizzazioni Sindacali avevano evidenziato come, l’errata trasposizione della Direttiva Europea 2001/23 sulla tutela dei lavoratori, con la mancata estensione delle tutele previste dall’articolo 2112 del c.c. in occasione della successione o cambio di appalti ha creato in Italia un vuoto normativo che consente di creare crisi occupazionali esclusivamente per ridurre il salario dei lavoratori e ridurne i livelli di diritti.

A ciò si aggiungono gli incentivi per le nuove assunzioni già oggi previsti dalla legislazione, legge 407/90, per le regioni del sud che prevedono il mancato versamento contributivo per i primi tre anni.

Il combinato disposto delle due norme crea le crisi occupazionali odierne, che non sono determinate da un calo dell’attività lavorativa, ma unicamente dall’opportunità concessa al committente di cambiare liberamente il fornitore del servizio senza essere tenuto a garantire la continuità occupazionale a quei lavoratori che già prestavano la propria attività.

In questo modo il committente mantiene basso il costo con gli sgravi contributivi permanenti e le retribuzioni dei lavoratori ai minimi contrattuali e senza anzianità mentre lo Stato paga due volte, gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e gli incentivi per le nuove assunzioni, senza creare nemmeno un posto di lavoro nuovo.

In nessun Paese Europeo ciò è possibile in quanto il recepimento della direttiva su citata ha portato al varo di leggi che direttamente, come nel caso della TUPE inglese, o con rimandi ai contratti di lavoro, come nel caso spagnolo, impone di garantire continuità occupazionale in caso di successione di appalti per le stesse attività. In questo modo quei mercati hanno deciso di premiare le aziende che investono in tecnologia e che riescono ad essere efficaci sviluppando ed investendo in IT e ricerca.

In Italia no! L’Italia premia l’imprenditore più spregiudicato che viola regole e leggi e in questo modo comprime il costo del lavoro, chi invece prova a competere nel rispetto delle regole viene messo fuori mercato con la conseguenza che i lavoratori saranno licenziati.

Il Governo, in una prima fase, aveva  ritenuto giuste le rivendicazioni sindacali nonchè doveroso provare a dare una risposta ai lavoratori. Dopodiché, le pressioni esercitate dalla committenza che immaginiamo non esser mai state effettuate alla luce del sole, hanno portato il Governo a ritirarsi e non convocare più il tavolo sui Call Center che invece viene sbandierato nelle risposte alle interrogazioni parlamentari dal ministro di turno.