13 gennaio 2017

Due referendum su tre sul Jobs Act

La Corte Costituzionale ha deciso di bocciare uno dei tre quesiti referendari proposti dalla CGIL lo scorso luglio, ammettendo invece gli altri due. La Corte ha deciso di non ammettere il quesito relativo all’abolizione dell modifiche all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori introdotte dal “Jobs Act” del governo Renzi, mentre sono stati ammessi gli altri due quesiti: quello che propone di eliminare completamente i voucher, lo strumento per pagare prestazioni saltuarie di lavoro; e quello che riguarda la reintroduzione di maggiori tutele nei confronti dei lavoratori esternalizzati da società che stanno lavorando in appalto. Questi ultimi due quesiti riguardano in maniera soltanto molto marginale il Job Act e di fatto puntano ad abrogare o modificare normative molto più vecchie.
Nel luglio del 2016 la CGIL – che è il principale sindacato italiano – aveva raccolto circa 3,3 milioni di firme a sostegno dei tre quesiti referendari. Lo scorso dicembre i quesiti erano stati dichiarati conformi alla legge dalla Cassazione. A differenza del referendum costituzionale del 4 dicembre, i referendum proposti sono abrogativi e quindi prevedono un quorum: il risultato sarà valido soltanto se voterà il 50 per cento più uno degli aventi diritto. I due quesiti referendari approvati dalla Corte dovranno essere sottoposti al voto tra il prossimo 15 aprile e il prossimo 15 giugno.
Se però nei prossimi mesi si andrà a elezioni anticipate – e una delle ipotesi che circola di più è che si possa votare in coincidenza con le elezioni amministrative della prossima primavera – i referendum saranno automaticamente sospesi. Inoltre, il Parlamento potrebbe evitare il voto popolare legiferando in tempo per modificare le parti della riforma che i referendum chiedono di abrogare: già oggi la commissione Lavoro della Camera dei Deputati ha messo all’ordine del giorno l’esame di cinque proposte di riforma dei voucher.
I giudici costituzionali che hanno svolto il ruolo di relatori per le tre proposte sono Silvana Sciarra, giuslavorista eletta dal Parlamento nel novembre 2014 e considerata in quota PD, Mario Morelli, presidente di sezione della Cassazione, eletto nel 2011, e Giulio Prosperetti, giuslavorista eletto dal Parlamento nel 2015 considerato vicino ai partiti di centro. Dopo che lo scorso novembre, per motivi di salute, si era dimesso Giuseppe Frigo, il collegio della Consulta è rimasto di 14 giudici invece che 15.
I quesiti referendari della CGIL sono accompagnati da una proposta di legge d’iniziativa popolare che vorrebbe introdurre un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori.

Voucher
Il primo quesito ha lo scopo di abolire i voucher, uno strumento che serve a permettere la remunerazione legale di “mini-lavori”: dalle ripetizioni scolastiche alle pulizie, passando per i lavori agricoli stagionali e quelli nel settore turistico. I voucher vengono acquistati dal datore di lavoro (si possono comprare anche in tabaccheria) che poi li consegna al lavoratore. Oggi il taglio più piccolo vale 10 euro e corrisponde a un compenso netto per il lavoratore di 7,5 euro. Il resto viene incassato dall’INAIL e dall’INPS, che in cambio forniscono una copertura contributiva e assicurativa.
I voucher sono stati introdotti per la prima nel 2003 e nel corso degli anni la possibilità di utilizzarli è stata molto ampliata. Inizialmente erano uno strumento circoscritto a pochi settori e poche categorie di lavoratori, come disoccupati da oltre un anno, pensionati e studenti; oggi possono essere utilizzati da molte più persone e in quasi tutti i settori lavorativi. Dopo alcune “liberalizzazioni” degli anni precedenti, il Jobs Act del governo Renzi è intervenuto alzando da 5 a 7 mila euro netti la cifra massima che è possibile guadagnare tramite voucher in un anno. Durante il governo Renzi il ricorso ai voucher ha avuto un incremento rapidissimo: è aumentato del 32 per cento nei primi dieci mesi del 2016 e del 67 per cento nei primi dieci mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014.
Le modifiche ai voucher previste dal Job Act sono considerate leggere e poco rilevanti, ma la legge che le ha introdotto ha riscritto completamente la normativa che li regolava in precedenza. Di fatto, quindi, abolendo alcuni articoli del Job Act è possibile cancellare completamente questo strumento, anche se di fatto è stato introdotto da un’altra legge più di dieci anni prima. Di fatto, quindi, questo quesito ha poco a che fare con il Job Act.
Secondo i critici, e secondo la CGIL, i voucher si prestano a diverse forme di abuso. Una delle più evidenti consiste nell’utilizzare il voucher per “mascherare” un lavoratore stabile pagato in nero. Per altri, al di là delle irregolarità che possono essere commesse nel loro utilizzo, il voucher favorisce l’aumento del precariato. Secondo il governo i voucher hanno invece favorito l’emersione del lavoro nero, e così spiega l’aumento del loro utilizzo. Nelle ultime settimane si è parlato molto del fatto che la CGIL abbia usato i voucher – che vorrebbe abolire – in molte occasioni per pagare alcuni dei propri attivisti (la CGIL l’anno scorso ha investito 750.000 euro in voucher, ha detto il presidente dell’INPS Tito Boeri).

Articolo 18
Il secondo quesito, quello respinto dalla Corte, riguardava l’articolo 18, una parte di quello che comunemente viene chiamato Statuto dei Lavoratori, e cioè della legge del 20 maggio 1970, numero 300, che contiene l’insieme delle norme «sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro». Sono le regole più importanti contro illeciti e ingiustizie quando si parla di lavoro in Italia, e sono organizzate, nella legge, in diversi “titoli” dedicati a vari temi. L’articolo 18 rientra nel “Titolo II – Della libertà sindacale” e si occupa dei licenziamenti che avvengono senza giusta causa per certe categorie di lavoratori e lavoratrici. Ha subìto una sostanziale modifica nel 2012 con la riforma dell’allora ministra del Lavoro Elsa Fornero ed è stato di fatto superato dal Jobs Act.
Attualmente un licenziamento ingiustificato, senza cioè giusta causa, prevede il pagamento di un indennizzo economico che aumenta con l’anzianità di servizio e che va da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità. Con il referendum, la CGIL chiedeva di eliminare le norme che prevedono un’indennità e di ripristinare la possibilità, in caso di licenziamento illegittimo, di essere reintegrati nel posto di lavoro. Il quesito chiedeva anche che l’obbligo di reintegro venga esteso per tutte le aziende con almeno 5 dipendenti. Nelle aziende con meno di 5 addetti il reintegro non sarebbe invece automatico ma a discrezione del giudice. In caso di reintegro, sarà il lavoratore a scegliere il risarcimento congruo o il rientro.
Fra i tre quesiti proposti, quello sull’articolo 18 era il più complicato. All’inizio di gennaio l’avvocatura dello Stato, che assiste lo Stato nei procedimenti giudiziari, aveva depositato tre memorie per conto della presidenza del Consiglio sui tre referendum e il parere sul quesito per abrogare le modifiche apportate con il Jobs Act all’articolo 18 era il più netto: secondo l’avvocatura il quesito ha «carattere surrettiziamente propositivo e manipolativo» perché va oltre il semplice ripristino delle regole che c’erano prima del Jobs Act e oltre la semplice abrogazione. La Costituzione non prevede referendum propositivi ma solo abrogativi, che cioè chiedono di cancellare leggi già approvate. Il quesito della CGIL, invece, vorrebbe estendere il diritto al reintegro ai dipendenti delle aziende con un numero di dipendenti tra 5 e 15, ma prima della riforma di Renzi il diritto a riavere il proprio lavoro spettava solamente ai lavoratori di imprese con più di 15 dipendenti. D’altra parte, però, alcuni ricordano che nel 2003 la Corte ammise un referendum sull’articolo 18 che estendeva le tutele a tutte le imprese: il referendum, poi, non riuscì a raggiungere il quorum.

Appalti
L’ultimo quesito è molto tecnico e riguarda una modifica alla responsabilità di committenti, appaltatori e sub-appaltatori nei confronti dei lavoratori impiegati negli appalti. Semplificando, la legge attuale stabilisce che, in caso di irregolarità nei pagamenti di stipendio e contributi, il dipendente di una società che ha ricevuto un appalto o un subappalto può rivalersi su chi ha commissionato l’appalto, ma soltanto se non è riuscito a ottenere quanto gli era dovuto da chi ha ricevuto l’appalto, cioè il suo datore di lavoro. Se il referendum dovesse passare il dipendente potrà decidere di chiedere direttamente il denaro che gli è dovuto al committente dell’appalto (che di solito ha molto più risorse della società a cui è stato commissionato l’appalto). Quest’ultimo sarà tenuto a sborsare subito gli stipendi e i contributi dovuti al lavoratore, senza attendere le verifiche sulla disponibilità di denaro dell’appaltatore.


Roma, Almaviva. Zingaretti a Governo: “Attiviamoci per aiutare i lavoratori”

ALMAVIVA, ZINGARETTI A GOVERNO: ‘ATTIVIAMOCI PER NON LASCIARE SOLI I LAVORATORI’

DA REGIONE LAZIO MASSIMA DISPONIBILITA’
“La Regione Lazio, come ha ripetutamente affermato durante la vertenza, è pronta a finanziare piani di riqualificazione e formazione professionale e a mettere a disposizione le proprie competenze e le risorse per far fronte al disagio sociale che l’esito negativo della vertenza ha determinato per i nostri territori”.
E’ quanto si legge nella lettera che il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha inviato al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, al presidente dell’ANPAL , Maurizio Del Conte, al Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda e al Vice Ministro Teresa Bellanova. Un appello che arriva dopo mesi di intense trattative per evitare il pericolo di licenziamenti da parte dell’azienda Almaviva.
“Nei mesi scorsi – scrive Zingaretti – abbiamo lavorato duramente al fine di scongiurare i licenziamenti annunciati dalla società Almaviva Contact e garantire la continuità occupazionale e la tenuta del reddito dei lavoratori in essa impiegati. Tuttavia l’esito della vertenza, come è noto, ha comportato la chiusura di Almaviva Contact  s.p.a. nella sede di Roma e il conseguente licenziamento di 1.666 lavoratori. Tale esito negativo impone di pianificare un programma di politiche attive per il lavoro dedicato ai lavoratori ora disoccupati della regione Lazio”.
“Grande è stato lo sforzo del Governo, che ringrazio fermamente – continua il Presidente – per aver messo in campo misure utili per combattere il fenomeno delle delocalizzazioni che da anni insiste nel settore del call center e per finanziare ammortizzatori sociali. Non possiamo rassegnarci e lasciare sole centinaia di persone che hanno perso il lavoro e se davvero la vicenda è chiusa occorre attivarsi per aprire un’altra fase. Da noi massima disponibilità”. “Faccio appello  – conclude Zingaretti – allo spirito di leale collaborazione che negli ultimi anni ha contraddistinto il rapporto tra lo Stato e le Regioni per chiedere di elaborare insieme le migliori politiche di accompagnamento attivo nel mercato del lavoro anche attraverso l’utilizzo in via sperimentale dell’assegno di ricollocazione dedicato al bacino dei lavoratori dipendenti dalla suddetta società”.


Almaviva, assegno di ricollocazione per 1.600 disoccupati (adnkronos)

Arriva l'assegno 'Almaviva': un assegno di ricollocazione ad hoc che potranno richiedere gli oltre 1.600 lavoratori licenziati del gruppo di call center. Un intervento che nasce da un'azione coordinata tra il ministero del Lavoro, l'Agenzia per le Politiche attive Anpal, il Mise e la Regione Lazio, segno dell'importanza della collaborazione Stato-regioni per il contrastare alla disoccupazione.
A sollecitare un intervento a fronte dei licenziamenti di Almaviva Contact è stato il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti in una lettera al ministro del Lavoro Giuliano Poletti, al presidente dell'Anpal Maurizio Del Conte, al ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda e al vice ministro al Mise Teresa Bellanova.
La soluzione individuata dai tecnici del governo è stata quella di finanziare l'assegno attraverso i fondi Ue per la globalizzazione mirati a quelle aziende messe in ginocchio dalle delocalizzazioni selvagge, nella fattispecie Almaviva che ha subito la concorrenza dei call center albanesi. "Possiamo sperimentare da subito questo assegno", spiega Del Conte.
Inoltre potrà partire da subito visto che la fase sperimentale dell'assegno è già stata avviata. Inoltre Anpal e Regione pensano anche alla possibilità di un lavoro coordinato ricollocazione-formazione, fornendo alla regione il servizio di profilatura del richiedente lavoro e un quadro della domanda sul mercato del lavoro.

10 gennaio 2017

Andare in pausa senza timbrare il cartellino non consente di sapere se si è presenti sul luogo di lavoro

La cassazione, con sentenza n. 25750/2016 dichiara legittimo il licenziamento intimato al lavoratore che va in pausa senza timbrare il cartellino, allontanandosi dal luogo di lavoro, senza alcuna autorizzazione.
Il lavoratore in questione veniva licenziato per violazione dell’art. 55 quater del D. Lgs. 165/2001 (ante riforma Madia) per aver “tratto in inganno il datore di lavoro in ordine all’orario di servizio prestato per essersi allontanato, con inganno, senza alcuna autorizzazione dall’ufficio”, ovvero andando in pausa senza timbrare il cartellino marcatempo.Gli Ermellini precisano che la violazione della suddetta norma, non si verifica solo nel caso di uso fraudolento del timbracartellino, come ad esempio facendo timbrare il cartellino dai colleghi, ma anche per omessa registrazione dell’uscita dal luogo di lavoro e nella attestazione non veritiera sulla effettiva presenza sul luogo di lavoro.
Per la Cassazione, la ratio della normativa in questione, consente di affermare che “la registrazione effettuata attraverso l’utilizzo del sistema di rilevazione della presenza sul luogo di lavoro è corretta e non falsa solo se, nell’intervallo compreso tra le timbrature in entrata ed in uscita, il lavoratore è effettivamente presente in ufficio, mentre è falsa e fraudolentemente attestata nei casi in cui miri a far emergere, in contrasto con il vero, che il lavoratore è presente in ufficio dal momento della timbratura in entrata a quello della timbratura in uscita”.
In pratica, la condotta consistente nell’allontanamento dal luogo di lavoro senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza economicamente apprezzabili è idonea oggettivamente ad indurre in errore l’amministrazione di appartenenza circa la presenza su luogo di lavoro e costituisce, ad un tempo, condotta penalmente rilevante ai sensi del c. 1 dell’art. 55 quinquies del D. Lgs n. 165 del 2001 causa giustificatrice del licenziamento.
La condotta posta in essere dal lavoratore rientra appieno nella fattispecie prevista dall’art,55, nella parte in cui, appunto punisce con il licenziamento la “falsa attestazione della presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente”.
Non aver timbrato la pausa ha consentito di far ritenere vera una circostanza non tale, ossia, la presenza in servizio del lavoratore. E’ un tale comportamento è indubbiamente passibile di licenziamento.

09 gennaio 2017

Nasce Wind Tre

La novità era stata preannunciata da tempo, con il 2017 arriva anche un importante cambiamento nel mondo della telefonia. Nasce infatti Wind Tre, dalla fusione delle due società (Wind e H3g), formalizzata ad agosto del 2015 e diventata ufficiale dal 31 dicembre 2016.  Wind Tre è dal 31 dicembre 2016, l'operatore più grande in Italia in termini di volumi, grazie ai 31 milioni di clienti nel mobile e i 2,7 milioni nel fisso.
Sono quindi tre (Tim- Vodafone- Wind tre), adesso, gli operatori principali nel nostro paese, ad essi si aggiungerà a breve anche Iliad, che in Francia ha recentemente spopolato con le tariffe economiche di Free Mobile. Il panorama delle telecomunicazioni italiano sarà molto interessante e da seguire attentamente nel 2017, soprattutto con l'ingresso dei nomi nuovi e la fusione di quelli meno nuovi.
Per ora le tariffe non cambiano Riguardo alla clientela fissa e mobile l’operatività non subirà (almeno al momento) alcuna variazione”, fanno sapere dalla Wind Tre che aggiungono anche che “le tariffe resteranno le stesse”.
“I tre brand (Wind, 3 e Infostrada) continueranno a operare autonomamente dal punto di vista della relazione con il cliente attraverso i rispettivi servizi” di assistenza clienti è rispettivi punti vendita operanti sul territorio”.
Wind Tre “realizzerà importanti efficienze e investirà, nei prossimi anni, 7 miliardi di euro in infrastrutture digitali”, si evidenzia nella nota del gruppo. “La nuova capacità finanziaria e industriale permetterà a Wind Tre di fornire servizi innovativi, di elevata qualità e una maggiore velocità di rete in linea con la crescente domanda di connettività e con le aspettative di consumo di famiglie e imprese”. 

Orari visite fiscali 2017 e nuova sentenza Cassazione del 4 gennaio in materia malattia

La malattia per i lavoratori è sempre materia interessante per via di una normativa che spesso non è chiara e per le numerose sentenze che di fatto regolano la materia. Il lavoratore che si ammala ha diritto alla malattia indennizzata ed ha l’obbligo di restare reperibile per determinate ore giornaliere. Ecco gli orari di reperibilità per il 2017 e cosa ha sancito con una nuova pronuncia la Cassazione.


Cosa cambia con l'anno nuovo
Va ricordato che la malattia indennizzata parte dal 4° giorno, perché i primi 3 giorni vengono considerati di carenza. In questo caso, se previsto dal contratto di lavoro, le giornate di assenza per malattia sono a completo carico dell’azienda. Dal 1° gennaio 2017, la visita e quindi la reperibilità del lavoratore può essere attivata fin dal primo giorno di malattia. Questo nel caso in cui l’assenza ricada nella giornata immediatamente precedente o successiva ad una non lavorativa. In definitiva, il datore di lavoro ha il diritto di chiedere all’Inps di andare a controllare lo stato di salute del dipendente in malattia, tramite procedura telematica da attivare in tempo reale. La giornata non lavorativa di cui parliamo, non si riduce al sabato o la domenica, ma anche a giornate di riposo, ferie o permessi. In pratica, una stretta a coloro che magari usano la malattia per allungare periodi di riposo o di ferie. Per i lavoratori pubblici, le fasce orarie di reperibilità sono dalle 09:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00 per 7 giorni su 7. Per i lavoratori dipendenti del settore privato invece, 10:00-12:00 e 17:00-19:00.

La Cassazione riduce l’obbligo di stare a casa
Esistono casi coperti dalla Legge, in cui il lavoratore può mancare una visita fiscale. Patologie gravi e accertate sono motivi validi che però devono essere confermati da strutture sanitarie nazionali. Per il settore Pubblico poi, esistono delle malattie professionali riconosciute dall’#inail che eliminano l’obbligo per il lavoratore. La Cassazione, con la sentenza n°64 del 4 gennaio 2017, ha sottolineato come l’obbligo di reperibilità cessi nel momento in cui il medico, visitando il lavoratore, confermi lo stato di malattia. In parole povere, dopo che il medico ha trovato a casa il lavoratore e lo ha visitato trovandolo davvero ammalato, l’obbligo di essere reperibile decade. Questo a condizione che l’uscita di casa o l’attività che si va a svolgere renda la guarigione più complicata. Resta sempre giustificabile una assenza alla visita, purché comunicata preventivamente agli organi di controllo. Per casi di omessa o ritardata comunicazione, il lavoratore sarà tenuto, in un eventuale contenzioso, a dimostrare il motivo per il quale ha omesso di comunicare all’INPS che sarebbe stato assente alla visita di controllo. Sempre per quanto riguarda eventuali contenziosi col datore di lavoro, il lavoratore resta tenuto a dimostrare che le eventuali uscite durante le ore in cui doveva essere reperibile, non ne abbiano pregiudicato la guarigione, questo perché lo svolgimento del lavoro da parte del lavoratore è un diritto del datore di lavoro.


Licenziare per aumentare i profitti dell’impresa

Il tema affrontato dalla Suprema Corte con la pronuncia in esame, come noto, è caldissimo: il mercato del lavoro italiano, infatti, soffre di patologie molto gravi e ormai radicate. D’altra parte, però, è opportuno sottolineare – a parere dello scrivente – che le fondamentali aspettative di riforma di questo settore devono essere necessariamente soddisfatte dal potere politico, con iniziative a tutela dell’occupazione ed eventualmente dal Legislatore, con riforme strutturali ben realizzate e coerenti con la situazione italiana. Al contrario, richiedere alla magistratura di stravolgere – o comunque forzare – le norme vigenti per ottenere risultati incoerenti con esse, non rende giustizia al fondamentale ruolo del giudice, che è quello di verificare il rispetto delle regole ad opera dei consorziati e non, al contrario, quello di crearle.

Ciò detto, come noto, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo (ai sensi dell’art. 3 della L. n. 604/1966) è quello che può essere disposto dal datore di lavoro per ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa. Con riferimento a questa tipologia di licenziamento, nella giurisprudenza della Corte di Cassazione si sono formati due opposti orientamenti: il primo più tradizionale e – probabilmente – più consistente sotto il profilo numerico, mentre il secondo più innovativo.

Secondo il primo orientamento il licenziamento per motivo oggettivo deve essere giustificato dalla necessità di fare fronte a sfavorevoli situazioni economiche dell’impresa - non meramente contingenti - influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva oppure da quella di sostenere notevoli spese di carattere straordinario, mentre non potrebbe venire disposto dal datore di lavoro esclusivamente al fine di aumentare la redditività dell’attività e quindi i profitti dell’impresa.

A detta del secondo orientamento, invece, il licenziamento per motivo oggettivo può essere giustificato anche da riorganizzazioni o ristrutturazioni dell’azienda, a prescindere dalle loro finalità e - quindi - anche nel caso in cui siano dirette al risparmio dei costi o all'incremento dei profitti; a detta di tale orientamento, infatti, ritenere illegittimo un licenziamento irrogato per ridefinire la struttura dell’azienda e incrementare i profitti significherebbe affermare il principio, contrastante con quello sancito dall'art. 41 Cost., per il quale l'organizzazione aziendale, una volta delineata, costituirebbe un dato non modificabile se non in presenza di un andamento negativo e non anche nell’ottica di una più proficua configurazione dell'apparato produttivo, del quale il datore di lavoro ha il naturale interesse ad ottimizzare l'efficienza e la competitività.

Il caso sottoposto al giudizio della Suprema Corte ha proprio ad oggetto un licenziamento irrogato dal datore di lavoro nell’ambito di una ristrutturazione dell’organizzazione della propria azienda, tesa ad incrementare gli utili dell’impresa. Il lavoratore impugnava il licenziamento avanti al competente tribunale, che rigettava però la domanda giudiziale; la corte d’appello, invece, accoglieva le richieste del lavoratore e dichiarava nullo il licenziamento. Il datore di lavoro, perciò, ricorreva per Cassazione.

La Corte, investita della questione, ha premesso un completo esame dei due orientamenti sopra descritti, per poi individuare quale delle due ricostruzioni adottare per decidere il caso oggetto del ricorso. La Cassazione, ha esordito rilevando che entrambi gli orientamenti richiedono un controllo giudiziale sull'effettività del ridimensionamento della struttura aziendale (che non sussiste qualora il datore di lavoro si limiti a sostituire un lavoratore con un altro) e sul nesso causale tra la ragione posta alla base del licenziamento e la soppressione del posto di lavoro del dipendente licenziato. Un ulteriore limite al potere datoriale costantemente affermato dalla giurisprudenza viene identificato nella non pretestuosità della scelta organizzativa operata dall’imprenditore.

Ciò premesso, la Suprema Corte ha sottolineato che l'interpretazione letterale dell’art. 3 della L. n. 604/1966 esclude che per ritenere giustificato il licenziamento per motivo oggettivo debbano necessariamente sussistere situazioni sfavorevoli oppure la necessità di fare fronte a spese notevoli di carattere straordinario. Al contrario, sarebbe sufficiente che il licenziamento sia determinato da ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa, tra le quali non possono essere aprioristicamente escluse quelle che attengono ad una migliore efficienza gestionale o produttiva, nonché quelle dirette ad un aumento della redditività d'impresa.

La Corte ha proseguito affermando che pare perciò legittimo anche l'obiettivo aziendale di salvaguardare la competitività nel settore nel quale si svolge l'attività dell'impresa attraverso le modalità, e quindi la combinazione dei fattori della produzione, ritenute più opportune dall’imprenditore. Considerato che – nella lettera dell’art. 3 della L. n. 604/1966 – non si rinviene alcuna limitazione tra le ragioni idonee a fondare un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, la tutela del lavoro garantita dalla Costituzione non consente di riempire di contenuto tale disposizione sino al punto da ritenere imposto che l'imprenditore possa ridimensionare la propria struttura imprenditoriale solo a condizione che debba fare fronte a sfavorevoli e non contingenti situazioni di crisi.

La Cassazione ha proseguito affermando che, fermo restando il vincolo invalicabile per cui l'iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, essa è libera (come sancito dall’art. 41 Cost., co. I), nei limiti stabiliti dal Legislatore; a quest’ultimo, però, non può sostituirsi il giudice.

Spetta all'imprenditore stabilire la dimensione occupazionale dell'azienda, evidentemente al fine di perseguire il profitto che è lo scopo lecito per il quale svolge la propria attività: tale scelta è sicuramente libera nel momento in cui nasce l'azienda e si instaurano i rapporti di lavoro in misura ritenuta funzionale allo scopo. Al contempo, anche durante la vita dell'azienda l’individuazione del livello occupazionale dell'impresa rimane libera e non può essere sindacata al di fuori dei confini stabiliti dal Legislatore, non essendo affidato al giudice il compito di contemperare interessi confliggenti stabilendo quello ritenuto prevalente se un tale potere non trova riscontro nella Legge.

La Cassazione ha perciò concluso che, pur se ipoteticamente la Legge potrebbe stabilire che il licenziamento per motivo oggettivo possa ritenersi giustificato solo in presenza di una accertata crisi d'impresa, è anche vero che ove ciò non sia previsto espressamente, come nel caso dell’art. 3 della L. n. 604/1966, tale condizione non è ricavabile semplicemente in via interpretativa. A riprova di quanto affermato la Corte ha anche sottolineato che l’art. 30 co. I della L. n. 183/2010, in tutti i casi nei quali le disposizioni di legge nella materie del lavoro privato e pubblico contengano clausole generali, ivi comprese le norme in tema di recesso, impone che il controllo giudiziale sia limitato esclusivamente, in conformità ai principi generali dell'ordinamento, all'accertamento del presupposto di legittimità e non possa essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro.

La Suprema Corte, perciò, non ravvisando nella formulazione dell’art. 3 della L. n. 604/1966 o in altre norme di Legge una preclusione alla irrogazione del licenziamento per motivo oggettivo al fine di conseguire un miglioramento della redditività dell’impresa e, quindi, dei suoi profitti, ha accolto il ricorso del datore di lavoro, dichiarando legittimo il licenziamento.


Avv. Mattia Tacchini

Almaviva: rabbia e paura a Palermo, "Noi forzati a emigrare"


(AGI) - Palermo, 9 gen. - Paura e rabbia stamattina davanti ai cancelli di via Marcellini, a Palermo, nel giorno della protesta dei 60 operatori palermitani di Almaviva che non sono stati assorbiti da Exprivia, la societa' che si e' fatta carico della commessa Enel, e ora destinati alla sede di Rende. In sciopero dal 19 dicembre, i lavoratori - che nonostante il freddo manifestano mostrando cartelli con le scritte "Noi non ci si arRende" e "Chi si arRende e' perduto" - mercoledi' dovrebbero prendere servizio nella nuova sede in Calabria: la mancata presentazione per i dipendenti si tradurrebbe in un immediato licenziamento. Per questo motivo i lavoratori, che non intendono partire ne' sottostare a un destino di "emigranti per forza", si sono riunti stamane in presidio spontaneo sotto la sede, a pochi passi da corso Calatafimi. Chiedono che il Governo nazionale, Almaviva ed Exprivia trovino insieme una soluzione.
"Io e mi moglie lavoriamo entrambi per Almaviva e oggi avremmo dovuto prendere servizio a Rende - racconta Franz Bonomo - abbiamo una bimba di 4 anni e paghiamo ancora il mutuo della casa in cui abitiamo a Palermo. Se non si troveranno altre soluzioni - aggiunge - non avremo scelta, ma non sara' un passo indolore". Per Loredana Lucchese, lavoratrice part time che avrebbe dovuto cominciare anche lei oggi, "e' inspiegabile che non sia stato rispettato l'accordo siglato a Roma lo scorso 8 novembre. In quella occasione ci era stato assicurato che Exprivia avrebbe acquisito tutti i 297 lavoratori, invece ne ha selezionato solo 236 creando di fatto questa situazione".
"Abbiamo chiesto un incontro al Governo nazionale per fare chiarezza sua questa vicenda, ma non abbiamo ricevuto ancora risposta - dice Rosalba Vella Rsu Cgil - i lavoratori sono in sciopero da prima di Natale e per loro ogni giorno di protesta rappresenta un grave danno economico: occorre trovare al piu' presto una soluzione evitando il loro licenziamento. In caso contrario, la nostra intenzione e' di proseguire la protesta finche' i trasferimenti non verranno bloccati, in attesa di essere riconvocati al Mise. Non escludiamo ulteriori azioni di lotta - conclude - perche' i lavoratori sono disperati". (AGI)

15 dicembre 2016

GRUPPO TIM: SCIOPERO - ADESIONE OLTRE IL 70%


Grandissima adesione da parte delle lavoratrici e dei lavoratori del Gruppo TIM allo sciopero nazionale del 13 dicembre indetto da SLC CGIL - FISTEL CISL - UILCOM UIL.
Un’adesione allo sciopero di oltre il 70%, con punte diffuse del 90% in alcuni settori e sedi, con una vasta e significativa partecipazione alle numerose manifestazioni regionali che si sono tenute.
Mai a memoria d’uomo si ricorda prima in SIP, poi in Telecom Italia adesso in TIM una presenza così massiccia nelle decine di piazze delle città e regioni d’Italia invase dalle lavoratrici e lavoratori del gruppo TIM che hanno protestato e dimostrato il loro fortissimo dissenso contro una gestione dell’azienda completamente da rivedere.
Una giornata caratterizzata nel complesso da una forte unità di intenti tra i lavoratori, l’orgoglio di appartenere ad una azienda centrale per lo sviluppo del Paese ma, in questi anni, troppo spesso penalizzata di volta in volta da proprietà tese solo a massimizzare i ritorni finanziari a scapito dello sviluppo industriale dell’azienda e dalla colpevole assenza di precise ed adeguate scelte di politica industriale del settore da parte dei vari Governi succedutisi.
Dalle piazze si è alzato un fortissimo NO ad una politica aziendale che vede i lavoratori solo come un costo da comprimere e non i primari attori dai quali può partire una importante svolta per dare una positiva discontinuità con il passato.
Il messaggio che esce dalle piazze e dalle sedi “vuote” è chiaro: Vogliamo lavorare meglio e bene, la maggiore produttività non è una finalità che spaventa se esiste una solida, chiara e coerente logica produttiva ed organizzativa che veda la internalizzazione delle attività, a partire da quelle ad alto valore aggiunto, e redistribuisca la ricchezza a TUTTI e non ai soliti noti.
Telecom cessi la politica degli atti unilaterali che oltre a non risolvere i problemi dell’azienda generano un forte senso di rabbia e disaffezione tra i lavoratori, l’esatto contrario di ciò che servirebbe ancor più alla luce dei possibili pesanti risvolti conseguenti alle imminenti decisioni regolatorie dell’AGCOM cui, giova ricordare, hanno contribuito scelte manageriale non avvedute.
Con questo chiaro ed inequivocabile “messaggio” di protesta che plasticamente ha attraversato il nostro Paese dal NORD al SUD i lavoratori hanno indicato la strada, auspicando che l’azienda lo raccolga!
Le Segreterie Nazionali
SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL


Protesta ex lavoratori Qè

Transcom gestisce dal 2010 la commessa per conto di Inps-Inail ed Equitalia.
La commessa attualmente prorogata a Transcom, verrà aggiudicata definitivamente solo a fine procedura.

L'approvazione della clausola sociale, prevista nel Nuovo codice degli Appalti, impegna le aziende che subentrano nei nuovi appalti ad assorbire lo stesso personale già in servizio.
Il comma 10 ex art 35 della legge di Bilancio, già approvata, mira invece a limitare la possibilità di delocalizzazione dei servizi di call center e a scongiurare la logica del massimo ribasso del costo del lavoro, per chi partecipa ad una gara.

Il 23 novembre l'Inps ha comunicato di voler dare maggiori chance alle aziende che favoriscono il ribasso del costo del lavoro, rispetto alla qualità del servizio offerto.
A fronte di una simile condizione verrebbero favorite le aziende più spregiudicate, a svantaggio della professionalità e del servizio di qualità.

Il combinato disposto di clausola sociale e art 35 della legge di Bilancio tende a scongiurare questa ipotesi.

Occorre pertanto convincere l'Inps a riscrivere il bando CHE NOI RITENIAMO ILLEGALE prima della pubblicazione, adeguando i criteri per il bando alle norme vigenti al fine di salvare tutti i lavoratori in appalto e subappalto, chiunque sia il vincitore della gara.

Il call center Qé di Paternò (CT), tra i primi call center in Italia a gestire la commessa Inps, vanta un'esperienza decennale.
I lavoratori hanno un grado di professionalità e competenze pari a quello di molti funzionari dell'istituto.
La CLAUSOLA SOCIALE permetterebbe pertanto il mantenimento degli standard qualitativi del servizio pubblico, un’attività che richiede una notevole preparazione ed esperienza professionale, per la quale lo stesso Inps ha speso ingenti risorse economiche in formazione continua e certificata degli addetti.

A causa della triste vicenda che ha interessato il call center QÉ, i lavoratori adibiti  nella commessa Inps, sospesa dal 15 settembre per via del DURC irregolare e licenziati per chiusura attività dal 28 novembre, rischiano di essere tagliati fuori dal perimetro occupazionale.
Ciò non "DEVE" essere assolutamente permesso perché questi lavoratori hanno gli "stessi identici diritti" di tutti coloro che in questi anni hanno svolto con diligenza e professionalità il servizio INPS.

"Domani manifesteremo dinanzi la sede INPS di Paternò dalle ore 10:30 alle ore 12:30 per sollecitare le istituzioni ed il mondo politico"


#ILLAVORONONSITOCCA

05 ottobre 2016

Slc Cgil Catania: Davide Foti su chiusura sedi Almaviva di Roma e Napoli

"Oggi da Segretario Generale della Slc Cgil di Catania ho assistito all'apertura della procedura di licenziamento per 2511 lavoratrici e lavoratori di AlmavivA con chiusura delle sedi di Roma e Napoli. Nessun esubero su Catania, Rende, Milano e su Palermo una procedura di trasferimento coatto verso la Calabria che sa tanto di istigazione al licenziamento. Oltre le motivazioni economiche e di stortura delle regole del settore l'AD strumentalizza il mancato impegno del Sindacato a fare accordi di invasività e controlli mirati individuali. Mi domando, dove si trova il coraggio di scrivere che la delocalizzazione non permette di mantenere il lavoro in Italia mentre AlmavivA apre due sedi in Romania? Inoltre come si può affermare che un accordo sul controllo poteva assorbire 3000 esuberi? Finiamola di dire fandonie, finiamola di tenere in ostaggio i lavoratori e le loro famiglie, iniziate a fare del bene a voi stessi licenziando chi amministra questa azienda e chi sceglie le politiche organizzative, avete fallito e scaricato la colpa alla parte debole della filiera. Alle istituzioni dico vergognatevi, la vostra subalternità ai poteri forti mi fa veramente schifo! Solidarietà alle lavoratrici ed ai lavoratori AlmavivA di Roma, Napoli e Palermo, non siete soli"
  #siamotuttialmaviva




Comunicato Almaviva chiusura delle sedi di Roma e di Napoli

È di poco fa la notizia che Almaviva ha comunicato ufficialmente la chiusura delle sedi di Roma e di Napoli, con il conseguente licenziamento di 2511 lavoratori.

 Una decisione aziendale scellerata, palesemente in violazione dell’accordo sottoscritto il 31 maggio scorso con l’assistenza del Ministero dello Sviluppo Economico.

Le motivazioni addotte dall’azienda sono palesemente pretestuose e strumentali: è evidente l’assoluta inconsistenza delle presunte inadempienze sindacali quali causa della spregiudicata determinazione aziendale. Siamo di fronte a un’autentica provocazione nei confronti delle Organizzazioni Sindacali e del Governo, nonché di una volgare forma di intimidazione nei confronti dei lavoratori. 

Respingiamo con fermezza tale decisione, ribadendo che i lavoratori hanno già pagato un prezzo altissimo. Per questo motivo chiediamo un intervento immediato del Governo. La soluzione all’ennesima crisi di questa azienda non può essere trovata continuando a giocare sulla pelle dei lavoratori. 

Massimo Cestaro 
Segretario Generale SLC-CGIL

02 ottobre 2016

Davide Foti, Segretario Generale SLC CATANIA, incita i lavoratori di Qè

 "Questa settimana è stata ricca di impegni istituzionali dal Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati Cesare Damiano all'Assessore alle attività produttive della Regione Siciliana Mariella Lo Bello. Qualche spiraglio positivo si sta intravedendo, partendo dal fatto che l'incontro al Ministero delle Attività Produttive viene richiesto non solo da noi ma da una buona parte di istituzioni e politici. Però non possiamo mollare la sfida e la protesta nel nostro territorio quindi a partire dalla prossima settimana partiremo con manifestazioni mirate atte a mantenere le commesse nel nostro territorio. Non può esistere stanchezza, bisogna abbandonare la delusione e concentrare la nostra rabbia verso un percorso di lotta e visibilità per tutelare la nostra dignità . La strada imboccata è quella giusta non abbandoniamola! "#Siamotuttiqe' #lalottacontinua  #vogliamoilmise

26 settembre 2016

Ex Human Power: Prosegue il sit-in permanente, di giorno e di notte, davanti all'azienda

Non ci sono buone notizie per i lavoratori del call center ex Human Power di Taranto, che sono in sit-in permanente, di giorno e di notte, davanti all'azienda. "Licenziati senza passare dalle procedure previste per legge, da un'azienda che aveva annunciato di chiudere il call center, per un'attività che invece non è mai smessa", denuncia oggi Giovanni D'Arcangelo, segretario generale della Filcams Cgil di Taranto. La sede è stata rilevata dal call center "Planet Group", riconducibile al gruppo Phonemedia, che secondo il sindacato avrebbe dovuto garantire la continuità occupazionale ai lavoratori impiegati nel call center precedente. E invece i 30 assunti a tempo indeterminato sono stati licenziati.
Di seguito un comunicato del sindacato Filcams-Cgil di Taranto:
La lotta paga, sempre. Il presidio dei lavoratori ex Human Power ha portato ad un primo risultato: un importante cliente dell’azienda, Mediaset, ha chiesto di essere presente all’incontro in Prefettura. La riunione, per questo, è stata rimandata al giorno 7 ottobre p.v..
Questa mattina c’è stata la conferenza stampa di Filcams Cgil e Slc Cgil, le due categorie che seguono la vicenda e rappresentano i lavoratori. Il sindacato cerca ancora il dialogo, nonostante le violazioni dell’azienda che nelle lettere di licenziamento individuale ha annunciato la cessazione delle attività, cosa che non è ancora avvenuta. Circa duecento persone, tra lavoratori a progetto e dipendenti con contratto a tempo determinato, risultano attualmente operativi. Anche questa mattina, nonostante fosse in corso il sit-in di protesta, nel call center continuava un andirivieni di aspiranti lavoratori a progetto convocati per nuovi colloqui.
Dialogo sì, ma non a prescindere, come conferma Mauro Palmatè, componente di segreteria della Filcams Cgil di Taranto: “Siamo disponibili ad ascoltare, a condizione che l’azienda revochi immediatamente tutti i licenziamenti, nel frattempo siamo pronti a procedere con ogni tipo di iniziativa per difendere i diritti di quei lavoratori che sono stati lasciati a casa”. “Andiamo avanti”, dichiara Andrea Lumino, segretario generale della SLC Cgil di Taranto.

Attendiamo anche l’evolversi della possibile ispezione come annunciato dall’onorevole Ludovico Vico, ma nel frattempo continuiamo l’azione di protesta davanti all’azienda. Una vicenda grave, che va chiarita, i cui toni sono ancora più scuri a causa del contesto in cui si inserisce: a Taranto ogni licenziamento, ogni lavoratore lasciato per strada aggrava le condizioni di un territorio già allo stremo.

Almaviva: Comunicato unitario incontro 22.09.2016

Nel pomeriggio di giovedì 22 u.s. si è svolto presso il Ministero dello Sviluppo Economico l'incontro mensile di monitoraggio dell'accordo di Almaviva, alla presenza del Vice Ministro Teresa Bellanova, dell'azienda, delle OO.SS. e delle RSU, dei rappresentanti delle Istituzioni locali.
L'azienda ha esposto l'andamento economico, paragonando i dati attuali a quelli forniti nell'incontro precedente e dichiarando un ulteriore progressivo peggioramento in particolare sui siti di Roma, Napoli e Palermo.
L'azienda ha poi proseguito con un report sull'andamento delle singole commesse e sulla situazione delle gare aperte, soffermandosi sulla situazione di Enel a Palermo, sulla quale ha dichiarato l'intenzione di avviare il phase out e di spostare il personale da Palermo ad altri siti entro novembre, a meno che non emerga la disponibilità di altre aziende di applicare la clausola sociale per quei lavoratori. A questo proposito, sia l'azienda che le OO.SS. hanno invitato il Ministero dello Sviluppo a sollecitare Enel affinché invii le comunicazioni necessarie all'avvio della procedura per la clausola sociale. L'azienda ha inoltre sottolineato che l'INPS non ha ancora provveduto a erogare la maggior parte dell'integrazione alla solidarietà già anticipata, contribuendo così al peggioramento del bilancio.
Per quanto riguarda la formazione, l'azienda ha dichiarato di aver inviato alle Regioni Lazio, Campania e Sicilia le proposte di piano formativo e di essere in attesa di riscontro. Partendo dall'analisi di alcuni dati sull'attività di call center in Albania, l'azienda ha poi sollecitato il Ministero sugli emendamenti all'art. 24bis attualmente al vaglio dei Parlamento.
Infine, l'azienda ha insistentemente sollecitato le OO.SS. ad aprire un tavolo per un accordo sul controllo sulle performance individuali, cosi come previsto nell’accordo dello scorso Maggio adducendo come principale motivo la necessità di avere un vantaggio competitivo rispetto alle altre aziende del settore. Il management ha ribadito che per Almaviva questo punto è determinante per la tenuta complessiva dell'accordo sottoscritto il 31 maggio e per questo, laddove non si addivenisse all'accordo sul controllo individuale, procederebbe a riaprire le procedure.
Le OO.SS. hanno ribadito che non è loro intenzione affrontare in sede aziendale il tema del controllo individuale, perché il vantaggio competitivo verrebbe vanificato in tempi brevissimi in quanto le altre aziende del settore chiederebbero un accordo identico. Proprio per questo motivo le OO.SS. si sono confrontate con ASSTEL con l'intento di definire un accordo quadro per il settore, confronto che si è concluso con un nulla di fatto a causa della differenza di interpretazione delle norme sul controllo a distanza e della normativa sulla privacy. Le OO.SS., sia in sede ASSTEL che nell'incontro di ieri, hanno ribadito la loro disponibilità a trattare l'argomento a valle di un preventivo chiarimento normativo. Infine, le OO.SS. hanno ricordato all'azienda quanto sia poco credibile la posizione secondo la quale questo accordo sul controllo a distanza sia l'elemento distintivo che può modificare radicalmente il destino di Almaviva, soprattutto considerando il quadro puntualmente esposto dall'azienda sulle commesse in essere, sulle gare aperte e sui criteri di assegnazione ancora legati in modo eccessivo all'offerta economica, sulle delocalizzazioni e sullo stato del settore in generale.
Tale situazione è stata poi drasticamente rivoluzionata da un atto unilaterale dell’azienda inappropriato, inopportuno ed oseremmo aggiungere non degno di una azienda normale.
Infatti nella tarda serata dello scorso Venerdì ci viene formalizzato in primis l’esubero strutturale di 397 persone di cui 11 staff, ed il conseguente trasferimento di una prima tranche di 150 addetti/operatori call center, 3 Team Leader, 1 Business Manager dalla attuale sede di Palermo alla sede di Rende appartenenti alla commesse Enel.
Riteniamo del tutto arbitrario tale atteggiamento, che interpretiamo come un vero sgarbo non solo alle OO.SS. ed alle RSU di Almaviva a tutti i livelli, ma anche alle stesse Istituzioni a cominciare dal Ministero dello Sviluppo Economico, ma ancor più ai tutti i lavoratori di Almaviva, che da anni vivono una situazione di disagio e precarietà divenuta ormai cronica.
Respingiamo al mittente l’accusa di non rispettare gli accordi sottoscritti, perché ci vorremmo sottrarre a quello sul controllo individuale, al contrario ribaltiamo tale parere in quanto i lavoratori che operano nella commessa Enel di Palermo sono già stati oggetto di confronto e inseriti tra i vari esuberi di Almaviva nell’accordo dello scorso Maggio, oltre che di verifiche continue anche nelle sedi istituzionali per la ricerca di una soluzione condivisa e non traumatica.
Invitiamo pertanto l’azienda a sospendere qualsiasi atto unilaterale ed a ripristinare al più presto un iter relazionale che porti ad un confronto serrato con il Governo e l’Enel Almaviva e le OO.SS. per ricercare un accordo che scongiuri i trasferimenti.
Invitiamo le strutture ed in particolare Palermo al confronto con i lavoratori utilizzando tutte le possibili iniziative di contrasto a salvaguardia dei trasferimenti e dell’occupazione di tutti i lavoratori di Almaviva.
Roma, 26 settembre 2016
LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

Comunicato: Ecare del 26 settembre 2016

ECARE:LAVORATORI SALVATI…MA DA COSA?!?

La “soluzione” trovata al ministero del Lavoro per la procedura di licenziamento aperta da Ecare è ingiusta e non fa l’interesse dei lavoratori. E’ sbagliata perché parte da un presupposto del tutto infondato: Ecare non ha problemi di esuberi legati ai volumi.
Ecare ha problemi di conti economici legati a vicende aziendali note da tempo (oggetto di ripetuti interventi negli anni condivisi unitariamente dal sindacato) e problemi legati alle dinamiche del mercato, alle politiche di forte contrazione dei costi delle commesse (politica alla quale Ecare ha partecipato per la sua quota parte, basta vedere l’offerta fatta dall’azienda per aggiudicarsi la gara Poste ad un prezzo che molto difficilmente copre il costo del lavoro).
Ecare, fortunatamente, ad oggi non ha problemi di volumi. E questo è un fatto palese a tutti i lavoratori dell’azienda.
Perché stiamo parlando di una realtà che ha più di 300 persone in staff leasing, impegnati sulle commesse in cosiddetto esubero, assunti dalle agenzie di somministrazione con gli sgravi massimi previsti dalla legge di stabilità del 2015, sgravi grazie ai quali Ecare ha preso la commessa poste ad un prezzo decisamente al di sotto del costo del lavoro!
Perché è un’azienda che, nelle varie sedi, conta ancora un forte ricorso al lavoro supplementare, anche su commesse impattate dalla procedura di licenziamento e, a quanto ci è dato sapere, sta procedendo in questi giorni al consolidamento orario di alcuni contratti part time.
Perche è un’azienda che, in piena procedura di licenziamento collettivo, davanti al ritiro di 147 lavoratori in staff leasing da parte di una delle agenzie fornitrici (per vicende sulle quali non vogliamo entrare), ha proceduto ad effettuare contratti mensili a tempo determinato a parte di queste persone e sta procedendo a favorire la cessione individuale di questi contratti verso un’altra agenzia, con buona pace dell’art. 32 del decreto 81, che vieta espressamente di inserire lavoratori in regime di somministrazione in realtà dove vigono accordi di riduzione oraria per ammortizzatore sociale, e degli esuberi certificati.
E’ incomprensibile quindi che si sia arrivati a penalizzare delle sedi piuttosto di altre dove, non occorre essere dei maghi, nelle prossime settimane continueranno le assunzioni con le tipologie contrattuali più varie a partire dal reinserimento prossimo dei lavoratori in staff leasing ritirati dal fornitore ad agosto.
Purtroppo a noi rimane molto forte l’impressione che questa vicenda sia un pasticcio fortemente legato all’altro pasticcio della commessa Poste oggetto della vertenza Gepin Contact. Una commessa vinta da Ecare fortemente sotto costo, difficilmente sostenibile e, allo stato attuale, in piena confusione di assegnazione visti gli esiti incerti delle varie impugnative. Non vorremmo che qualcuno in Ecare debba farsi carico di scelte aziendali sbagliate e di storture del mercato, di cui i lavoratori sono solo le vittime.
Storture che ormai non ha più molto senso continuare a favorire, anche involontariamente, con accordi che finiscono per alimentare la rincorsa a ribasso del settore senza creare occupazione stabile.
Come SLC-CGIL abbiamo sostenuto fin dall’inizio di questa vicenda triste che, dovendo rispondere ad un problema di conto economico e di costi (alcuni dei quali aggravati dalle scelte aziendali di partecipare a gare al massimo ribasso!) l’unica strada sostenibile poteva passare per un coinvolgimento di tutto il perimetro dell’azienda che non identificasse nessuna sede come “problematica” e incidesse il meno possibile sui lavoratori senza legittimare esuberi che i fatti dimostrano non essere il problema di Ecare.
Purtroppo si continua nella strada sbagliata di far pagare tutti i conti di un mercato folle ai soli lavoratori (in questo caso ad alcuni in particolare).
Tutto questo mentre il settore dei call center sta nuovamente entrando in una fase di crisi acuta (Almaviva, QE’ a Catania…di nuovo migliaia di lavoratori nuovamente in bilico se non nel baratro) e qualcuno sta provando ad ammazzare le clausole sociali, l’unica vera speranza per il settore.
Prendiamo atto con rammarico che il tavolo ha deciso di intraprendere altre strade che non ci vedono favorevoli e delle quali valuteremo con rigore la tenuta giuridica. Per entrare nel merito: siamo di fronte ad un accordo che non prevede uno straccio di impegno sul futuro dell’azienda, con un passaggio surreale sull’impegno dell’azienda a presentare un piano industriale… quando ci sarà (del resto anche il maresciallo De La Palice prima di morire era vivo!). Per non parlare della sbandierata fusione con la controllante Olisistem, presentata dai responsabili aziendali ai primi di luglio come operazione prossima in caso di accordo sulla Cassa Integrazione (dovrebbe essere la carta che rassicura i lavoratori di Ecare sulle buone intenzioni dei nuovi soci di maggioranza) e venerdì derubricata nel silenzio generale, sempre dai responsabili aziendali, come cosa che si farà…al raggiungimento del pareggio di bilancio di Ecare!! Così come l’impegno sui volumi è almeno aleatorio. Per come è scritto l’accordo a latere, di fatto, si cristallizza la situazione delle commesse con un impegno a non spostarne i volumi oggi presenti dalle sedi impattate dalla cassa ( e vorremmo anche vedere il contrario… che si spostassero volumi dalle sede in cassa verso le altre) con un generico auspicio di portare eventuali attività nuove ( quindi, di fatto, se commesse oggi presenti su siti non impattati dovessero continuare a crescere non sta scritto da nessuna parte che sarebbero prese in considerazione per saturare i siti in Cassa a discapito del quasi certo ulteriore ricorso a lavoro flessibile e precario che già si annuncia in alcune sedi aziendali) . Come dire: oggi certifico una precisa quantità di esuberi che si è deciso arbitrariamente dove dovessero insistere, come ne esco si vedrà. Per non parlare delle percentuali di cassa e delle modalità di applicazione. Così come è scritto l’accordo la percentuale massima sembra riferita al bacino di riferimento e non al singolo lavoratore e non si fa accenno alcuno alle modalità di programmazione dell’ammortizzatore.
La verifica di tutto questo sarà demandata ad un gruppo di lavoro nominato…dall’azienda! I firmatari, ai “vari livelli” (!) potranno richiedere degli incontri di approfondimento (la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire…che il sindacato, a prescindere dai livelli, possa chiedere degli incontri non lo deve concedere la dirigenza di Ecare. Abitualmente si prova invece a costruire commissioni di controllo e verifica congiunta in ogni sede che mese per mese provi a correggere eventuali storture. 
Evidentemente non è stata ritenuta una cosa utile in questo caso)
Probabilmente i lavoratori di Ecare avevano immaginato prospettive ben diverse con l’arrivo dei nuovi azionisti. Noi pensiamo che non si possa continuare a lasciare che la minaccia dei licenziamenti possa continuare ad essere brandita come una clava nei confronti dei lavoratori senza costruire alternative che andrebbero poi anche difese con convinzione.
L’accordo firmato venerdì è esattamente quello presentato dall’azienda alle RSU aziendali prima di iniziare il confronto al Ministero del Lavoro, verrebbe quasi da chiedersi se abbia senso fare incontri dall’esito abbastanza scontato.
Dopo anni di sacrifici fortissimi, nei quali le lavoratrici ed i lavoratori dei call center hanno pagato prezzi altissimi, occorre piuttosto ricostruire una mobilitazione credibile e respingere i ricatti occupazionali più volgari che hanno come unico effetto quello di conservare una situazione insostenibile che ogni giorno che passa spinge sempre di più migliaia dei lavoratori dei call center in un angolo cieco in nome della conservazione di un posto di lavoro che diventa ogni mese più povero e meno sicuro.
Roma, 26 settembre 2016

La Segreteria Nazionale di SLC-CGIL

23 settembre 2016

I lavoratori del call center Qè di Paternò in piazza a Catania

Da: lasiciliaweb.it
Sono seicento i lavoratori che rischiano di entrare nel tunnel della precarietà sociale ed economica con un conseguente impoverimento del nostro territorio. Per Davide Foti, segretario generale Slc Cgil e Antonio D'Amico, segretario generale Fistel Cisl, "è una giornata di protesta delle lavoratrici e dei lavoratori del call center per sollecitare le istituzioni locali, regionali e nazionali a una seria e netta presa di posizione".

"È infatti necessario che si arrivi all'apertura di un 'tavolo di crisi' al Ministero dello Sviluppo Economico - hanno continuato -. Invitiamo tutti i parlamentari nazionali e regionali, sindaci delle provincie catanesi e il sindaco della città metropolitana di Catania, a dare un segnale di vicinanza e solidarietà non solo partecipando alla manifestazione, ma anche impegnandosi in prima linea con atti concreti che portino soluzioni di continuità occupazionale".

"In una terra come la nostra non possono scomparire 600 posti di lavoro in silenzio. Potrebbero scomparire​,​ nel silenzio dei grandi media e della politica che conta​,​ solo se vi fosse una ​buona alternativa​ per garantire i livelli occupazionali ai lavoratori​", ha dichiarato il sindaco di Belpasso, Carlo Caputo, che sta partecipando in veste istituzionale alla manifestazione.

"Non è tollerabile che nella mente di alcuni questa nostra Sicilia sia solo una terra di consumo, dove venire a prendere quel che serve per poi lasciare un vuoto. Questi posti di lavoro hanno un valore molto più alto che nel resto d'Italia, vista la difficile situazione economica che vive il Sud. ​Dobbiamo affrontare il caso Qè cercando imprenditori disponibili a dare continuità all'attività aziendale. Ma dobbiamo anche pensare al futuro creando, ciascuno per le proprie competenze, meccanismi di stabilità che evitino il ripetersi di situazioni analoghe".

Caputo aveva già espresso nei giorni scorsi, come testimonial della campagna virale #IOSONOQÈ, ​la massima solidarietà​ ai lavoratori​, assicurando ​ogni possibile collaborazione per salvaguardare l'occupazione di quanti rischiano di uscire dal mercato del lavoro in seguito al fallimento della società, indebitata per circa 6,5 mln euro. 

NOTA A MARGINE:
Nella foto il Segretario Generale della Slc Cgil Catania Davide Foti 

Call Center.: Siamo noi i ragazzi del Qe' Manifestazione 23 settembre 2016


Siamo noi i ragazzi del Qe'
"Siamo noi che siamo stati privati del nostro amato lavoro. Il nostro è un sentimento di rabbia perché abbiamo subito un'ingiustizia. Un furto.
Le istituzioni locali e nazionali non possono permettere tutto questo.Noi non vogliamo un miracolo, vogliamo restituito ciò che ci appartiene: il nostro lavoro."
#SIAMOTUTTIQE'
"Fermezza, determinazione e coraggio: il lavoro non è una merce anonima, ma porta il nome di una persona, porta tutti i nostri nomi....noi i ragazzi del qè. Abbiamo diritto a non essere privati della nostra dignità, del nostro lavoro e noi lo grideremo a tutti a testa alta."
Perché combattendo si può anche perdere ma chi non lo fa ha già perso!


Viisiant: Lettera informativa su privacy consegnata ai lavoratori in data 22.9.16

Oggetto: Vostra lettera informativa su privacy consegnata ai lavoratori in data 22.9.16

Avendo appreso da Vs comunicazione che la lettera consegnata in oggetto tratta unicamenete il consenso alla privacy come da legislazione vigente, non possiamo non notare che impropriamente nella stessa informativa sono stati inseriti punti inerenti al controllo della produttività individuale per mezzo di sistemi informatici presso questa azienda utilizzati.
Fermo restando che è necessario alla Vs società accedere e trattare i dati sensibili dei lavoratori in forza presso la vs azienda, improprio ci pare l'inserimento del punto B nella Natura dei dati trattati, riferendosi a dati di produttività, l'assunzione dei quali non necessita nè ai fini previdenziali, ne' a quelli contributivi, e senza i quali sarebbe comunque possibile accettare l'informativa.
Utile il tentativo al punto B de Finalità del trattamento, dove si specifica che i dati di cui sopra non verranno utilizzati ai fini disciplinari, ma cio' non toglie che fraudolento ci appare l'inserimento nell'informativa sulla privacy l'informativa sul trattamento dei dati individuali di produttività, essendo questo ben regolamentato dall'art 23 del job's act.
Inoltre impropri ci sembrano il modo e i tempi in cui avete sottoposto tale informativa ai Vs lavoratori, durante l'attività lavorativa, in linea con il cliente, chiedendo di firmare la suddetta informativa senza dare la possibilità agli interessati di poter leggere il documento prima di apporre la propria firma.
In conclusione, Vi diffidiamo dal procedere con l'utilizzo del documento oggi diffuso tra i lavoratori perchè inteso promiscuo e fraudolento, e a restituire a coloro i quali in buona fede hanno firmato, copia annullata dello stesso, trattandosi di un diretto e indiretto controllo dei dati di produttività attraverso l'autorizzazione del trattamento dei dati sensibili e personali.
Si invita l'azienda a procedere con la redazione di un nuovo documento che tratti unicamente le informazioni dichiarate nell'oggetto fatta esclusione del riferimento al trattamento dei dati di produttività    individuale.
In attesa di evoluzione si invitano i lavoratori a non procedere ulteriormente alla firma del documento.
Catania 22/09/2016
La Segreteria Provinciale e

le RSU SLC CGIL