
Editore: Slc Cgil Catania - Direzione: Salvo Moschetto


Io credo che un accordo tra il mondo delle imprese, tutto il sindacato e il governo sulla riforma del mercato del lavoro abbia un doppio valore. Il primo è quello di merito: disciplinare diversamente, in maniera condivisa, il mercato del lavoro per creare nuove opportunità economiche e tutelare i lavoratori che si trovano in una condizione di difficoltà. Ma l'altro valore è quello di assicurare la coesione sociale nel Paese, che è per me è essenziale: si tratta, oggi, in una situazione di emergenza e di crisi economica, di un fattore importantissimo per la ripresa italiana. E per questo che occorre puntare tutto sull'accordo: credo che il governo debba fare uno sforzo massimo perché questa intesa si trovi. Rinunciare all'accordo sul lavoro da parte del governo sarebbe un errore grave perché una ritrovata coesione sociale sarebbe il volano fondamentale per lo sviluppo e la crescita del Paese. Io penso che questo il governo debba avvertirlo e che debba avvertirlo come una necessità utile.
Anna Finocchiaro

”Penso che anche il Pd possa votare una buona riforma, ma se ci sara’ accordo solo su una riforma che il Governo non giudica buona, il Governo si assumera’ la responsabilita’ di andare avanti e il Parlamento si assumera’ la responsabnilita’ di appoggiarlo o meno”.
Lo ha dichiarato parlando dell’articolo 18 il ministro del Welfare, Elsa Fornero. ”Non ho sentito altola’ secchi di nessun tipo, ho incontrato diverse volte esponenti del Pd e ho illustrato con chiarezza le linee del Governo, come ho fatto con i sindacati” ha spiegato Fornero parlando dell’articolo 18.
”Sono temi in discussione da molto tempo – ha precisato – si possono discutere e, anche se ci sono posizioni diverse, non credo che ci siano aut aut”.
Linea dura anche sull’articolo 18. ‘Non ho mai sostenuto che l’art.18 venga per primo, c’èmolto lavoro da fare ma e’ un tema cha saràposto nel confronto con i sindacati”. Cosi’ il ministro del Welfare, Elsa Fornero, intervenendo in video conferenza alla presentazione del libro ‘Giovani senza futuro?’. ”Nulla che e’ sociale e’ fuori dalla discussione – dice – faremo aperture, guarderemo i problemi per risolverli senza il desiderio di mettere in difficolta’ nessuno, e’ un obiettivo ambizioso ma serve per ridare fiducia ai giovani nel loro paese”.

E le parole di Confindustria non potevano passare inosservate. La Cgil affida la sua reazione, come prassi negli ultimi tempi, a Twitter: ”Dire, come fa Marcegaglia, di volere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e chi non fa il proprio lavoro è davvero troppo”.
Sono ”affermazioni non vere che offendono il ruolo del sindacato confederale. Le smentisca”. ”Dire ‘vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro’ – afferma il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni – sottointendendo l’idea che il sindacato difendendo l’art.18 farebbe esattamente il contrario, come ha affermato oggi la leader di Confindustria, Emma Marcegaglia, è davvero troppo.
Si possono avere e sostenere tesi e idee diverse, anche in modo forte,ha aggiunto, ma così si dicono cose non vere che offendono e mettono in discussione il ruolo del sindacato confederale italiano. La presidente di Confindustria – conclude – deve smentire queste affermazioni”.

E’ notizia di ieri che SLP CISL, UIL Poste, CONFSAL Comunicazioni e UGL Comunicazioni hanno perso il "ricorso ex art. 28 Statuto dei lavoratori" (comportamento antisindacale) contro Poste Italiane S.p.A.
L’oggetto della condotta antisindacale consisteva, a loro giudizio, nella mancata concessione da
parte aziendale della separazione dei tavoli di trattativa.
Abbiamo già detto che le regole per l’esercizio delle relazioni sindacali, fissate unitariamente nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, non possono a nostro avviso valere o meno, a seconda delle convenienze/opportunità politiche di qualcuno dei soggetti firmatari.
Così come abbiamo definito surreale il fatto che l’eventuale, legittimo e democratico dissenso su qualunque argomento in discussione possa giustificare il tentativo di isolamento di una organizzazione sindacale.
Questo sostanzialmente è quanto viene fuori dalla sentenza del giudice.
Qualcuno potrebbe dire che ha “vinto” l’azienda e, come è ovvio, quando vince l’azienda in uno scontro con le OO.SS. non si può mai essere contenti.
La verità però in questo caso è un’altra: ha vinto il Contratto, con i suoi contenuti unitari; hanno vinto le regole, perché quando si stabiliscono insieme, queste poi valgono per tutti.
Rimane una certa amarezza per il fatto che l’unico soggetto a difendere il valore e i contenuti del CCNL sottoscritto anche da SLP CISL e gli altri sia stata l’azienda, così come dispiace dover evidenziare che qualunque posizione dovessero assumere da adesso le 4 OO.SS. al tavolo unitario, avrebbero potuto assumerla anche 8 mesi fa. Nel frattempo l’azienda non avrebbe potuto dare il via indisturbatamente all’ennesima riorganizzazione di mercato privati, e neppure forse immaginare una nuova riorganizzazione dei servizi postali.
Adesso è necessario tornare con i piedi per terra e chiudere definitivamente questa brutta pagina sindacale.
Roma,21 febbraio 2012
La Segreteria Nazionale SLC CGIL

"È inaccettabile l'idea che l'azienda di servizio pubblico, pagata con le tasse degli italiani e con un Direttore Generale donna, prosegua nell'utilizzo di una clausola che consente di licenziare le donne in maternità." Così una nota della Slc Cgil sulla questione della "licenziabilità" delle lavoratrici per maternità e di lavoratrici e lavoratori in partita IVA per malattia.
"Questo è l'effetto prodotto dalla deregolamentazione del mercato del lavoro di questi anni, dall'utilizzo improprio di contratti atipici e dal superamento forzoso dei diritti enunciati nello statuto dei lavoratori, articolo 18 compreso. Pochi anni fa sarebbe stato inimmaginabile ipotizzare discriminazioni simili: la condizione del mercato del lavoro somiglia a ciò che è ha accaduto nella fiscalità generale.
E' necessario che il Governo intervenga, come ha fatto per l'evasione fiscale, inaugurando una stagione di controlli anche sull'utilizzo di contratti impropri, questo prima di proporre modelli ancora più flessibili."
"Come Slc insieme a Nidil Cgil - prosegue la nota di Slc Cgil - abbiamo tentato di avviare una discussione per regolamentare il mare di contratti atipici presenti in Rai, ponendo anche la questione della clausola sulla maternità: argomento fino ad ora difficile, proprio per le caratteristiche dei contratti adottati e le resistenze dell'azienda. A luglio, in un Accordo sulla stabilizzazione dei tempi determinati, siamo solo riusciti a citare l'argomento, senza però affrontarlo."
"Ben venga dunque l'azione di questi lavoratori che hanno trovato il coraggio di ribellarsi accendendo l'attenzione sul tema dei diritti fondamentali, soprattutto se questo ci aiuta a sollevare con più forza la questione della precarietà delle donne e degli uomini che lavorano in azienda."

- www.cgil.it -
Si terrà il 23 febbraio alle ore 11.30 presso la sala Stampa della Camera dei Deputati una conferenza stampa delle 14 firmatarie dell'appello '188 firme per la legge 188' promosso per chiedere norme efficaci contro le dimissioni in bianco.
Nel corso della conferenza stampa sarà presentata la raccolta delle firme di donne che in brevissimo tempo hanno risposto all'appello delle 14 promotrici: si tratta di donne di tutti i mondi del lavoro, delle professioni, dell'università, della ricerca, del sindacato, del giornalismo, della politica, dei movimenti, dei partiti, della scienza e della scuola.
Nella conferenza stampa - dicono le promotrici - verrà presentata la lettera inviata al Presidente del Consiglio, ai Presidenti di Camera e Senato, alla Ministra Elsa Fornero, alle parlamentari di Camera e Senato con la quale viene richiesto un intervento legislativo urgente ed efficace contro il fenomeno delle dimissioni in bianco. La lettera verrà consegnata da una delegazione di donne a tutte le Prefetture d'Italia il 23 febbraio.
Saranno presenti, oltre alle promotrici dell'appello, alcune delle firmatarie e le Parlamentari di Camera e Senato.
Nota operativa per la mobilitazione del 23 febbraio
Care Tutte, come gia' preannunciato nelle scorse comunicazioni, il prossimo 23 febbraio in tutta Italia avra' luogo una mobilitazione per il sostegno all'appello "188 donne per la 188".
Per rafforzare il carattere d'urgenza riferito all'approvazione di provvedimenti contro l'abuso delle dimissioni in bianco, sarebbe opportuno che, contestualmente alla Conferenza Stampa Nazionale che si terrà il 23 febbraio alle ore 11,30, delegazioni di donne delle reti che hanno sostenuto l'appello per il ripristino della legge 188 e tutti i soggetti che potranno essere coinvolti in tal senso, si rechino presso le Prefetture consegnando la lettera che vi alleghiamo.
Pertanto in queste ore vanno fatte le richieste di incontro ai prefetti per il giorno 23 mattina.
Tutte le province in cui si avra' conferma di incontro dovranno comunicarlo alle strutture nazionali entro lunedì di modo che nella Conferenza Stampa Nazionale si possa darne comunicazione. Unitamente a cio' tutti i comunicati locali vanno altresi' inoltrati al livello nazionale affinche' la copertura delle informazioni sia relativa a tutte le realta' in cui si incontreranno i Prefetti.
Come sapete i Prefetti su esplicita richiesta dovranno inoltrare gli atti depositati al Governo, il nostro intento, infatti, e' quello di esercitare una pressione positiva sul Governo, sul Parlamento ed in particolare sul Ministro Fornero che sta predisponendo alcune misure di contrasto agli abusi ma di cui i contorni non sono noti. Ribadiremo pertanto la necessita' che i principi della legge e le procedure di tutela siano recepite non soltanto in tempi celeri ma con le stesse finalita' della legge contro le dimissioni in bianco.
A tal fine vi sollecitiamo oggi stesso a scrivere ai Prefetti chiedendo di predisporre un incontro per il 23 p.v. e una volta avuta conferma di cio' comunicarlo a mezzo stampa inviandocene copia. Buon lavoro a tutte.


Il canone Rai è l’imposta più odiata dagli italiani. Su Twitter migliaia di post contro la nuova tassa sui Pc nelle aziende è definita dal tag “#raimerda”. “Un servizio che non è pubblico, un canone impopolare e format medievali” o ancora “Arrivo in ufficio e trovo la segretaria ridere di fronte al canone Rai per l’ufficio. 412 euro! #fatevoi”. Questi i tweet di protesta della rete. Non solo gli utenti del web, ma anche il Pd, il Pdl e la Lega Nord si sono schierati contro la nuova tassa. I consumatori denunciano: “Viale Mazzini vuole 1 miliardo di euro da 5 milioni di imprese e partite iva”.
Perché la Rai chiede anche alle aziende che posseggono un pc di pagare il canone? A chiederlo è il senatore del Pd Giancarlo Sangalli che su questo annuncia la presentazione di un’interrogazione a Monti, in qualità di ministro dell’Economia. “Si sta veramente esagerando – osserva il parlamentare – negli ultimi mesi moltissime aziende e altrettanti lavoratori autonomi si son visti recapitare i bollettini per il pagamento del canone Rai perché possessori di un pc”.
Ovviamente il pc, per aziende e autonomi, è uno strumento di lavoro, utilizzato per tenere la contabilità, per scrivere, per ricercare on line documenti e informazioni di vario genere, ecc… In più la richiesta di pagamento è, a mio avviso, illegittima poiché il canone Rai è un’imposta sul possesso del televisore. Non altro”. “In un momento di così grave difficoltà per numerose imprese – sottolinea Sangalli – l’imposizione dell’ennesima tassa è del tutto fuori luogo. Mi auguro che Monti voglia al più presto intervenire sulla questione tenendo ben presente che imprese ed autonomi vanno, ora più che mai, favoriti e sostenuti non certo penalizzati con nuove e assurde vessazioni”.
“Così come hanno fatto le associazioni dei consumatori e quelle di categoria abbiamo chiesto al ministro Passera di chiarire se il nuovo canone Rai chiesto alle imprese è una tassa sulla modernità e sullo sviluppo che colpisce indiscriminatamente qualsiasi possessore di un personal computer collegato alla rete. Fino a che non arriverà una risposta chiarificatrice il nuovo canone preteso da Monti nel decreto Salva Italia non deve essere pagato”. Lo dichiara Davide Caparini, responsabile della comunicazione per la Lega Nord e presidente della commissione per le Questioni regionali. ”E non certo un caso che sia in corso – prosegue Caparini – da parte del ministero dello sviluppo economico l’individuazione della tipologia di apparecchi che determinano l’obbligo del pagamento del canone Rai e anche l’Agenzia delle Entrate sostiene che spetta al Ministero delle comunicazioni procedere a tale individuazione”.
“La Rai, facendo leva sul nuovo obbligo per le imprese introdotto dall’art. 17 del decreto ‘Salva Italià si sostituisce al legislatore nel tradurre in regola concreta una norma che, per quanto astrusa, evidentemente non ha come scopo quello di obbligare al pagamento del canone chi utilizza personal computer come strumento di lavoro e, a volte, addirittura per effetto di norme che obbligano l’impresa a dotarsene. Basti pensare – spiega Caparini – all’obbligo per le società di dotarsi di posta elettronica certificata e la previsione che i contatti tra imprese e pubblica amministrazione debbano avvenire esclusivamente in forma telematica”.
“La Rai si comporta come un qualsiasi truffatore su internet – aggiunge Caparini – che cerca di ingannare la vittima con le mail “phishing” spedite nella speranza che qualcuno ci abbocchi. Quella richiesta di pagamento inoltrata a tutte le imprese, senza un riscontro delle reali situazioni operative, è un maldestro tentativo “di far cassa” colpendo nel mucchio. Una pratica a cui l’ufficio abbonamenti della Rai è da tempo abituato e su questo chiederemo l’immediata audizione dei suoi rappresentanti in vigilanza”. ”Sono sicuro – conclude il deputato del Carroccio – che Passera al più presto chiarirà che il canone Rai non può essere chiesto per il mero possesso di apparecchi di lavoro per le aziende, quali computer, telefoni cellulari e strumenti similari”.
La denuncia di questo “assurdo balzello” sulle imprese arriva dalla ‘Rete Imprese Italia’ che ha calcolato un esborso da parte delle aziende di circa 980 milioni di euro visto che verrebbe chiesto, a seconda della tipologia dell’impresa, una cifra che va dalle 200 euro ai 6.000 l’anno. E questo, si legge nella denuncia dell’associazione ripresa dal senatore del Pd, in virtù “di un Regio Decreto del 1938″. La ‘ratio’, si spiega, è che la Rai vorrebbe imporre il pagamento del tributo non solo sui televisori, ma anche su “qualsiasi dispositivo atto o adattabile a ricevere il segnale tv, inclusi monitor per il Pc, videofonini, videoregistratori, Ipad, addirittura sistemi di videosorveglianza”.
Nel mirino ci sono tutti, dal casaro all’autotrasportatore. Stanno fioccano su milioni di imprenditori e lavoratori autonomi – segnala Rete Imprese Italia – le richieste della Rai che esigono il pagamento del canone per il possesso di apparecchi come pc e simili, persino smartphone, normalmente non finalizzati alla ricezione di programmi tv. Si tratta di un canone speciale dovuto in virtù di un Regio Decreto del 1938. “Un balzello assurdo – dice Rete Imprese – le aziende che dovranno sborsare 980 milioni”. A far scattare la protesta di Rete Imprese Italia (Casartigiani, Confartigianato, Cna, Confcommercio, Confesercenti), l’imposizione del tributo sul possesso non solo di televisori ma anche di qualsiasi dispositivo atto o adattabile a ricevere il segnale tv, inclusi monitor per il Pc, videofonini, videoregistratori, Ipad, addirittura sistemi di videosorveglianza. “Come dire che basta avere un computer per essere costretti a pagare una somma che, a seconda della tipologia di impresa, va da un minimo di 200 euro fino a 6.000 euro l’anno”.
E così Rete Imprese ha calcolato che quasi 5 milioni di aziende italiane dovranno sborsare 980 milioni di euro. Chi non paga è soggetto a pesanti sanzioni e a controlli da parte degli organi di vigilanza. Secondo Rete Imprese Italia, “quella del canone speciale Rai è una richiesta assurda perché vengono ‘tassati’ strumenti come i computer che gli imprenditori utilizzano per lavorare e non certo per guardare i programmi Rai. Tanto più se si considera che il Governo spinge proprio sull’informatizzazione per semplificare il rapporto tra imprese e Pubblica amministrazione. In questo momento di gravi difficoltà per i nostri imprenditori, di tutto abbiamo bisogno tranne che di un altro onere così pesante e ingiustificato”.
A far scattare le richieste della rai, segnala l’organizzazione delle Pmi, una norma contenuta nel decreto salva Italia che obbliga le aziende a inserire nella dichiarazione dei redditi i canoni cui sono tenute. Si qui la richiesta a Governo e Parlamento di “esonerare le aziende dal pagamento del canone tv”. In una lettera inviata al presidente del Consiglio Mario Monti e al ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, Rete Imprese sollecita l’esclusione da qualsiasi obbligo di corrispondere il canone in relazione al possesso di apparecchi che fungono da strumenti di lavoro per le aziende, quali computer, telefoni cellulari e strumenti similari.

Secondo il sito del ‘Popolo Viola’, nel contratto Rai per i collaboratori esterni a partita Iva (quindi, precari) ci sarebbe una “clausola di gravidanza”: ovvero ci sarebbe un punto 10 secondo cui l’azienda si riserva, in caso di gravidanza della dipendente, di licenziare senza nessun indennizzo.
La denuncia del Popolo viola parte da una segnalazione arrivata da Valeria Calicchio, responsabile del collettivo dei giornalisti precari “Errori di Stampa”. La cosiddetta “clausola di gravidanza”, si legge sul sito del Popolo viola, sarebbe “imposta alle lavoratrici precarie all’atto della firma del contratto”. E dovrebbe prevedere che “se una donna rimane incinta la Rai potrà valutare l’incidenza della gravidanza sulla produttività della lavoratrice e, se questa ne risultasse compromessa, si riserva sostanzialmente di risolvere il contratto senza alcun indennizzo a favore della lavoratrice”.
Scrive Errori di Stampa al dg Lorenza Lei: “Sull’interpretazione di quel punto non ci sono dubbi: se una donna rimane incinta la Rai potrà valutare l’incidenza della gravidanza sulla produttività della lavoratrice e, se questa ne risultasse compromessa, si riserva sostanzialmente di risolvere il contratto. In Rai, quindi, l’azienda editoriale che lei dirige, non solo i giornalisti sono “consulenti”, pagati a cottimo e costretti a versare Inps o Enpals al posto dell’Inpgi. Ma hanno anche l’umiliazione di sapere che scegliere un figlio potrebbe implicare la rinuncia coatta al lavoro. Noi riteniamo che quella clausola sia retrograda e illegale. È un ostacolo formale e vergognoso al raggiungimento di condizioni di reale eguaglianza fra lavoratori (precari) e lavoratrici (precarie): una palese violazione dell’articolo 3 della Costituzione”.
“Sappiamo che più della metà dei “precaRAI” sono giornalisti, ma è impossibile conoscere il numero esatto. La politica di via Mazzini, infatti, da anni, è quella di assumere i giornalisti che lavorano per i programmi di rete e non di testata con contratti-truffa come quelli da “consulente”, “presentatore-regista” o “programmista-regista”. Etichette dietro alle quali, nella gran parte dei casi, si celano redattori che svolgono attività puramente giornalistica. Assunti però senza uno straccio di tutela, pagati a partita iva e a puntata, a fronte di fatture in cui è vietata inserire la voce Inpgi, l’istituto di previdenza sociale giornalistica. Non dimentichiamo la sua firma sull’accordo sindacale che stabiizza i bacini A e B di precari interni, segnale in sè positivo e rivoluzionario rispetto al passato. Ma crediamo che per parlare davvero di miglioramento nel servizio pubblico nazionale qualcosa in più debba essere fatto. Per questo le chiediamo di porre fine al proliferare di contratti “ultraleggeri”, di sostituirli con scritture più’ serie, realisticamente rispondenti alle mansioni del lavoratore. E di stralciare dal testo la penosa “clausola gravidanza” contenuta al punto 10 del contratto di consulenza”.
”Il coordinamento dei giornalisti precari ‘Errori di stampa’ ha chiesto alla Rai se risponda al vero la notizia seconda la quale una collaboratrice precaria possa essere mandata a casa in caso di gravidanza, quasi fosse una malattia o una colpa grave”. Lo dice Giuseppe Giulietti portavoce di Articolo 21. ”Purtroppo una simile prassi è già stata adottata da molte aziende – continua Giulietti -, non a caso tra i primi provvedimenti del governo Berlusconi ci fu proprio la abrogazione della Legge Nicchi che metteva un freno ad eventuali forme di arbitrio. In ogni caso dalla Rai ci attendiamo una risposta argomentata e tempestiva alla denuncia della associazione ‘Errori di stampa”’.


"Dire che siamo vicini e' un po' presto". Cosi' il segretario della Cgil, Susanna Camusso, sulla possibilita' che il confronto sul mercato del lavoro, tra parti sociali e governo, possa concludersi entro fine marzo.
Domani ci sara' un nuovo incontro governo-parti sociali al ministero del Lavoro. Durante un'intervista alla trasmissione televisiva 'Che tempo che fa', Camusso ha spiegato: "E' necessario che il Paese abbia un intervento sul mercato del lavoro e trovo sia necessario farlo con il contributo parti sociali, ma dire che siamo vicini e' un po' presto".
ART.18 NORMA DI CIVILTA'; NON SI PUO' INDEBOLIRE
L'articolo 18 "e' una norma di civilta'" ed "e' esistito per tanti anni, anche di crescita, e nessuno l'aveva mai sollevato". A dirlo e' il segretario generale Cgil, Susanna Camusso che spiega: "Che ci sia stato un carico del tutto ideologico non c'e' dubbio", ma "non si puo' cambiare l'articolo 18 nella sua sostanza, perche' non si puo' licenziare se non c'e' un giustificato motivo". Secondo il segretario Cgil si tratta di "una norma di civilta' ma soprattutto una norma deterrente, perche' il contenzioso giudiziario su l'articolo 18 e' basso, non ha numeri infiniti". Una norma che "non si puo' indebolire, perche' il messaggio che verrebbe ricavato non e' di una maggiore efficacia economica ma e' 'potete fare quello che volete'", insomma "diventa una forma di servitu'".
SOPRA CERTA SOGLIA RETRIBUZIONI IN TITOLI STATO
"Penso che le pensioni e le retribuzioni sopra un certo reddito, per una quota, dovrebbero essere pagati in titoli di Stato". La proposta arriva dal segretario generale della Cgil, Susanna, Camusso.
"Questo vuol dire riportare il debito nel nostro Paese, non darlo alla speculazione e dire alle banche di investire i soldi che hanno nell'economia reale", ha continuato Camusso. Per il segretario, infine, "c'e' un problema che e' sollecitare le banche a dare credito a imprese e famiglie". .

Tasse ridotte per i redditi fino a 15mila euro l’anno, conti correnti gratis per i pensionati, studi di settore più “elastici”. Queste alcune delle misure allo studio del governo Monti e che dovrebbero essere contenute nella Legge delega per la riforma fiscale (verrà presentata venerdì) e nel decreto liberalizzazioni.
Riduzione tasse per redditi bassi. Alle somme che saranno recuperate all’evasione fiscale dovranno essere destinate alla riduzione delle aliquote Irpef, a cominciare da quella che grava sul primo scaglione di reddito, portandola dal 23 al 20%. L’obiettivo è quello di vincolare in qualche modo le somme recuperate all’evasione alla riduzione della pressione tributaria, a partire dalla riduzione della prima aliquota Irpef, quella del 23% che si applica ai redditi compresi tra i 7 e i 15 mila euro.
Inoltre un emendamento al decreto legge sulle liberalizzazioni renderà gratuito per legge il conto corrente bancario per i pensionati con gli assegni più bassi, fino a 1.500 euro.
Nella nuova delega che il governo sta mettendo a punto potrebbe trovare spazio anche la riforma del catasto dove, a livello locale, esistono sperequazioni macroscopiche, tornate ad accentuarsi con la reintroduzione della tassazione patrimoniale della prima casa.
Nel frattempo, prosegue la messa a punto del decreto sulle semplificazioni fiscali, anch’esso atteso venerdì prossimo. E in questo provvedimento potrebbe trovare spazio anche un ammorbidimento delle norme sugli studi di settore, così da renderle applicabili già per le dichiarazioni 2011. Dovrebbe aumentare, in buona sostanza, la soglia di “tolleranza” dell’amministrazione fiscale tra il reddito dichiarato negli studi di settore dai contribuenti e quello accertato.
Altre misure serviranno a rendere più semplice la vita ai contribuenti. Il Fisco, ad esempio, sarà un po’ più tollerante nell’accoglimento delle domande di accesso delle imprese ai regimi agevolati, così come nei confronti di quelle che, pur risultando morose con il Fisco, hanno concordato e stanno onorando il pagamento rateizzato. Fino a oggi queste imprese sono escluse dagli appalti pubblici, ma con le modifiche previste dal decreto potranno rientrare in ballo a pieno titolo. Dovrebbe salire da 16 a 30 euro anche la soglia dei debiti fiscali al di sotto della quale l’Agenzia delle entrate non procederà ad effettuare accertamenti, purché l’infrazione, anche se piccola, non sia ripetuta sistematicamente nel tempo.

Una nuova piattaforma web per denunciare disservizi, disagi ed ingiustizie quotidiane, utilizzando la rete come mezzo privilegiato per far interagire e comunicare tra loro gli utenti cittadini, le aziende e la Pubblica Amministrazione che erogano servizi e ne devono gestire i problemi eventuali. I reclami che i membri di www.uribu.com postano ogni giorno, infatti, sono tra i più vari: da quelli relativi al trasporto pubblico a quelli delle poste, dalla pessima manutenzione delle strade al problema dei rifiuti e del loro smaltimento. Insomma, la una nuova start up italiana, nata per volontà di 5 ragazzi appassionati di comunicazione e di web, cerca di funzionare come bacheca di denuncia e microfono per gli utenti, attraverso cui rendere noto a tutti ciò che non va nelle nostre città e non solo.
Registrarsi al sito non è obbligatorio, ma lo status di membro garantisce l’accesso a più funzionalità. Uribu, il cui logo graficamente è rappresentato da un simpatico gufo, è una via di mezzo tra un social network e un blog, con spazi riservati alla pubblicazione di contenuti multimediali (foto e video), molto vicini ai siti di citizen journalism più conosciuti, e la possibilità di interagire con gli altri utenti della community. I canali attraverso cui scoprire la piattaforma sono disponibili in ordine sparso nell’home page del sito. Per effettuare una ‘Segnalazione’ si può procedere sia come esterno, sia come utente registrato. Si sceglie una categoria dal menù predisposto, si compila un form relativo alla denuncia, con tanto di testo descrittivo, mappa interattiva, immagine e video, si pubblica il tutto direttamente nel proprio profilo o nella pagina generale del sito (‘Ultime inserite’).
Tra le voci selezionabili ci sono i ‘Più popolari’, ‘Le ultime foto’, ‘Ultime inserite’, la lista delle ‘Categorie’ di protesta e il motore di ricerca interno. Esse sono disposte lungo il lato destro del sito e al centro della prima pagina. I titoli sono ben visibili grazie all’uso di colori accessi che contrastano con lo sfondo chiaro delle pagine. In tal modo il visitatore riesce ad orientarsi nel migliore dei modi e velocemente.
Scendendo verso il basso, invece, ci sono tutta una serie di dati sulle ‘Città’ più segnalate, sui dati relativi al sito stesso, in termini di visualizzazioni, voti totali dati, i feedback registrati, per finire con le ‘Regioni’ più coinvolte dalle denuncie e quindi la lista dei ‘Tags’ più utilizzati. Funzionando in maniera simile ad una rete sociale, Uribu mette a disposizione dell’utente un gran numero di link e di plug in per evidenziare a chiunque i tanti commenti su Twitter relativi al sito, ciò che si dice su Facebook e Google+, offrendosi al web come piattaforme di cross-social networking.
L’accesso ai contenuti e alle applicazioni è semplice ed immediato, mentre la resa grafica è evidente soprattutto in termini di facilità di orientamento del visitatore tra i documenti pubblicati e di user experience. Elevato, infine, è il grado di interazione tra questi e le pagine del sito, ottenuto grazie ad interfacce molto funzionali alla migliore navigazione della strutture di rete.
di Flavio Fabbri

L’Imu è appena entrata in vigore, ma già si cambia: ogni nucleo familiare potrà godere degli sconti solo su una abitazione e ci sarà l’esenzione della tassa sugli immobili comunali. Queste le modifiche che dovrebbero essere contenute nella bozza del decreto sulle semplificazioni fiscali atteso in Consiglio dei ministri la prossima settimana.
La prima novità interesserà le famiglie. Intervenendo sull’articolo 13 della manovra di Natale – che ha anticipato dal 2014 al 2012 l’arrivo del nuovo tributo sugli immobili e ne ha esteso l’ambito alla prima casa – le norme messe a punto dal governo precisano che, per abitazione principale, deve intendersi quella in cui non solo il proprietario ma anche il suo nucleo «dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente». Con il post scriptum che le agevolazioni applicabili – a cominciare quindi da quella di 200 euro più 50 per ogni figlio residente di età inferiore ai 26 anni sull’Imu prima casa – si applicano «per un solo immobile» anche se i singoli familiari hanno la dimora o la residenza in un altro stabile dello stesso Comune.
Altra novità, i municipi non dovranno versare l’imposta sugli immobili di cui hanno la proprietà o un altro diritto reale. Esenzione che riguarderà tutti gli stabili posseduti dall’amministrazione comunale per fini istituzionali, seppure ubicati nel territorio di un altro municipio.
Sempre in materia di comuni, ogni sindoca potrà aggiustare l’aliquota da chiedere ai propri cittadini in su o in giù e anche stabilire a quanto ammonta il bonus figli. Ogni comune, quindi, pagherà una tassa diversa. Ma per apportare queste variazioni dal 2013 i sindaci dovranno inviare la richiesta di modifiche per via telematica al sito internet del dipartimento Finanze dove sarà poi pubblicata. L’invio dovrà avvenire entro il 23 aprile e la pubblicazione entro il 30 dello stesso mese se i primi cittadini vorranno renderle applicabili retroattivamente da gennaio. Fermo restando che l’obbligo di utilizzare il web varrà per tutti gli interventi su tributi e tariffe comunali.
Per quest’anno invece ciò che è stato è stato. Ai fini dell’acconto di giugno i contribuenti dovranno calcolare, ovunque, il quantum da versare sulla base dell’aliquota di partenza dello 0,4% (0,76% dalla seconda abitazione in poi), senza tenere conto delle eventuali variazioni in su o in giù decise dai sindaci. E lo stesso varrà anche per la detrazione da 200 euro.

Siamo alle solite, questa volta a mettere a rischio la nostra privacy, non è la vicina impicciona, ma il nostro caro e amato amico" melafonino". Si avete capito bene, il cellulare più venduto nel mondo ha spiato milioni di utenti invadendo la vita privata, gli usi i costumi dei consumatori.
Questo è quanto denuncia il Wall Street Journal dove si legge che Google tramite il browser safari di Iphone e con speciali codici di programmazzione è riuscito a violare ogni tipo di sicurezza messa in campo da Apple e quindi a spiare ogni singola persona nel proprio privato.
Google ha disattivato la funzione e si è difesa affermando che nessun dato personale è stato memorizzato dal sistema.
“Il giornale ha mal rappresentato quanto accaduto. Abbiamo usato funzionalità Safari note per fornire funzioni che gli utenti avevano abilitato, ma è importante sottolineare che questi cookies non collezionano informazioni personali”, afferma la società di Mountain View.
Ricordo che Google non è nuovo a questi fatti e che da un paio di anni a questa parte molte sono state le denuncie e le polemiche sui vari quotidiani italiani e stranieri. Sarà questa l'ultima intrusione del colosso Americano... ???
Salvo Moschetto

- www.millecanali.it -
Anche nell’isola ci si prepara all’importante scadenza di primavera, che non è priva di spine ed ostacoli. Ecco cosa è emerso da un convegno Corecom svoltosi a Palermo…
Presso la sede dell'Assemblea Regionale Siciliana (Palazzo dei Normanni, Palermo) si è svolto lunedì un interessante convegno, organizzato dal Corecom Sicilia, intitolato “La Sicilia Verso il Digitale Terrestre”. Dall'incontro sono emersi dati incoraggianti per la Televisione siciliana che si avvicina alla fatidica data (giugno) dello switch off, il passaggio definitivo al digitale terrestre. Il presidente della Commissione Attività Produttive Salvino Caputo ha infatti dato la disponibilità a portare avanti una serie di iniziative volte al sostegno delle emittenti regionali che si trovano ad affrontare questa grande sfida: l'Onorevole ha anticipato la presentazione di una mozione che impegni il Governo ad utilizzare i fondi comunitari previsti per l'editoria, così come è già stato fatto nelle altre regioni della Penisola (in particolare in Piemonte, che ha impegnato per questo progetto 10 milioni di euro). Caputo, inoltre, ha reso noto che assicurerà una corsia preferenziale in commissione per l'esame di tale DDL sul digitale terrestre, in quanto, come lui stesso ha dichiarato "è una priorità del Governo Siciliano sostenere il lavoro delle emittenti siciliane che in questi anni hanno continuato la loro missione di comunicatori pur sostenendo notevoli difficoltà dovute alla crisi economica”.
Al convegno ha partecipato, tra gli altri, anche la FRT, che ne ha parlato sul suo giornalino 'Radio & Tv Notizie':
«La Sicilia, che sarà l'ultima regione italiana a passare al digitale terrestre, presenta un quadro particolarmente complicato anche in considerazione dell'elevato numero di Tv locali presenti (circa 120). Con le attuali risorse disponibili (18 frequenze) e in virtù delle regole di assegnazione dei diritti d'uso (graduatorie regionali) molte di queste non avranno la possibilità di diventare operatori di rete. Il Presidente dell'Associazione Tv Locali federata nella FRT, Maurizio Giunco, nel suo intervento ha peraltro ribadito, relativamente alla paventata possibilità di un ulteriore esproprio di frequenze, proposta dal MSE nel corso dei lavori preparatori della conferenza di Ginevra (WRC 2012), che "se il Governo non si impegna a mantenere la destinazione delle frequenze della banda 700 MHz, (canali 49-60) che dovrà rimanere in uso ai servizi di diffusione radiotelevisiva digitale e non ai servizi telefonici, lo switch-off non si farà (proprio in queste ore si è appreso di una 'rassicuarazione' del Governo su questo punto; N.d.R.). Le risorse sono già inadeguate per numero e qualità, in quanto buona parte di esse non sono state coordinate con gli stati esteri confinanti. Pensare di sottrarre ulteriori canali alla Televisione locale è inaccettabile, anche in considerazione delle negative esperienze fatte nelle aree digitalizzate fino al 2010 (Sardegna, Lazio, Campania e Nord Italia) con le emittenti locali costrette ad effettuare investimenti su frequenze regolarmente assegnate e che oggi devono riconsegnare allo Stato senza ricevere adeguati indennizzi per l'esproprio" (canali 61-69; Nd.R.).
Giunco ha inoltre illustrato le problematiche che investono le aree di Messina e Reggio Calabria, dove emittenti siciliane utilizzano postazioni situate in Calabria e viceversa. Su questo punto Giunco ha chiesto all'Agcom di trovare i necessari accorgimenti al fine di salvaguardare le aree servite dalle emittenti. Tale problematica si potrà superare solo effettuando una pianificazione per area tecnica e non per regione e apportando sostanziali modifiche al bando di gara utilizzato nelle aree digitalizzate nel 2011».
“In Sicilia, con il passaggio dall'analogico al digitale terrestre, nel giugno 2012 alcune emittenti locali sono destinate a scomparire, purtroppo”. È invece questa l'infausta previsione di Ciro Di Vuolo, presidente del Corecom Sicilia - . In Sicilia le frequenze che saranno assegnate sono soltanto 18, mentre le emittenti sono circa 120. Le frequenze non saranno assolutamente sufficienti per tutte le emittenti televisive. Ecco perchè molte si stanno aggregando, perchè ogni frequenza permette di avere 4 o 5 canali disponibili. Le Tv devono convincersi che si devono mettere insieme.
Bisogna poi fare in modo di far uscire fuori il piano delle frequenze al più presto. Soltanto dopo il ministero potrà fare il bando per assegnare le frequenze”.
Le prime ad eseguire lo switch-off saranno le isole minori, dalle Eolie alle Egadi, da Lampedusa a Pantelleria. '“L'ultimo impianto che sarà spento - ha detto sempre Ciro Di Vuolo - sarà quello di Monte Pellegrino a Palermo. Le emittenti lamentano alcune situazioni di criticità e chiedono al governo regionale di sostenerle nel passaggio dall'analogico al digitale”.
E persino la Rai stavolta ha ammesso alcune difficoltà.
“Sarà difficile che la Sicilia entro il prossimo mese di giugno completi lo switch-off - ha affermato Stefano Ciccotti, amministratore delegato di Rai Way a Palermo - . Dopo quella data inoltre, possiamo attenderci che la sintonizzazione sul digitale terrestre presenterà alcune difficoltà legate a diversi fattori, problematiche relative agli impianti, alle antenne e al fatto che molti dei decoder in uso sono già superati rispetto alle innovazioni tecnologiche in atto. Di contro la situazione non sarà così difficile com'è stato in Sardegna, poichè è cresciuta nel frattempo la consapevolezza sulle problematiche del sistema”.
Nel corso del convegno, infine, il presidente dell'Ars Francesco Cascio, ha ipotizzato “la richiesta di una proroga dello switch-off in Sicilia”, che potrebbe essere sventata però se l'Ars approvasse entro marzo la proposta di legge che regola l'acccesso degli utenti alla piattaforma digitale terrestre e se la Regione garantisse l'uso dei fondi europei per facilitare il processo di avanzamento. Lo scorso 22 settembre il Corecom e la Presidenza della Regione siciliana hanno siglato una convenzione sul rapporto tra cittadini e imprese in materia di digitale terrestre.
Mauro Roffi e Giacomo Scuderi
