21 marzo 2013

Congedo per cure invalidi e trattamento economico di malattia

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro aveva presentato istanza di interpello al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per conoscere il parere del Dicastero in ordine alla corretta interpretazione dell’art. 7 del d.lgs. n. 119/2011, concernente la disciplina del congedo per cure riconosciuto in favore dei lavoratori mutilati ed invalidi civili.

L’Ordine dei Consulenti chiedeva se l’indennità contemplata in caso di fruizione dei suddetti congedi dovesse essere posta a carico del datore di lavoro oppure dell’INPS, in quanto computata secondo il regime economico delle assenze per malattia e se fosse possibile considerare, per la fruizione frazionata dei permessi di cui sopra, le giornate di assenza dal lavoro come unico episodio morboso di carattere continuativo ai fini della corretta determinazione del trattamento economico corrispondente.

Il Ministero, nell’atto qui commentato, in primis sottolinea che l’art. 7 del d.lgs. n. 119/2011 stabilisce che, fermo restando quanto previsto dall’art. 3, comma 42, della legge n. 537/1993 e successive modificazioni (che abroga le disposizioni in materia di congedo straordinario per cure termali dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni), i lavoratori mutilati ed invalidi civili ai quali sia stata riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa superiore al 50% possono fruire, nel corso di ogni anno, anche in maniera frazionata, di un congedo per cure per un periodo non superiore a 30 giorni. La stessa disposizione chiarisce che il suddetto congedo non rientra nel periodo di comporto, che è concesso dal datore di lavoro a seguito di domanda del dipendente interessato, accompagnata da idonea documentazione comprovante la necessità delle cure connesse alla specifica infermità invalidante, e stabilisce, altresì, che durante la fruizione del congedo “il dipendente ha diritto a percepire il trattamento calcolato secondo il regime economico delle assenze per malattia”. Tale ultima previsione costituisce, sottolinea il Ministero, una novità rispetto alla disciplina dettata dalla normativa previgente (art. 26 della legge n. 118/1971; art. 10 del d.lgs.n. 509/1988).

Il Ministero ricorda, per altro, che antecedentemente alla entrata in vigore del d.lgs.n. 119/2011, la Corte di Cassazione aveva già riconosciuto la sussistenza di un nesso eziologico tra l’assenza del lavoratore e la presenza di uno stato patologico in atto, quest’ultimo subordinato al relativo accertamento da parte di un medico della struttura sanitaria pubblica ritenendo, pertanto, che l’assenza per la fruizione del congedo fosse riconducibile all’ipotesi di malattia ex art. 2110 c.c., con conseguente diritto al corrispondente trattamento economico (Cass. civ., sez. lav., n. 3500/1984; Cass. civ., sez. lav., n. 827/1991).

Secondo il Ministero il recepimento normativo del suddetto orientamento giurisprudenziale, in virtù del quale l’indennità per congedo per cure va calcolata secondo il regime economico delle assenze per malattia, afferisce esclusivamente al meccanismo del computo dell’indennità, la quale comunque continua ad essere sostenuta dal datore di lavoro e non dall’Istituto previdenziale.

Nell’atto di interpello viene evidenziato in particolare che l’art. 23 della legge n. 183/2010, che ha delegato il Governo alla emanazione del d.lgs. n. 119/2011, aveva espresso l’esigenza di non gravare di ulteriori oneri il bilancio pubblico, questo secondo il Ministero rafforzerebbe l’ipotesi interpretativa esposta nella risposta all’istanza di interpello.

In ordine, infine, al secondo quesito posto dall’Ordine dei Consulenti, il Ministero ritiene possibile intendere la fruizione frazionata dei permessi come un solo episodio morboso di carattere continuativo, ai fini della corretta determinazione del trattamento economico corrispondente, in quanto connesso alla medesima infermità invalidante riconosciuta.
Avvocato Sabrina Cestari

Congedo obbligatorio e facoltativo: così la riforma Fornero tutela il diritto del padre lavoratore

Confermato il "no" al beneficio per i dipendenti pubblici. Sì ai permessi anche durante l'indennità di disoccupazione Aspi e mini Aspi
Sì al congedo obbligatorio e facoltativo per il papà lavoratore, che potrà usufruirne entro e non oltre il quinto mese di vita del figlio. La riforma Fornero (legge 92/2012) ha introdotto alcune importanti novità sul diritto del padre al congedo, riprese dalla circolare 40/2013 dell'Inps. Confermata l'esclusione dai benefici per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Analogamente al congedo di maternità obbligatorio, la durata del congedo obbligatorio e facoltativo del padre non subisce variazioni nei casi di parto plurimo.

Congedo obbligatorio e facoltativo
Il congedo obbligatorio dà la possibilità al padre lavoratore di usufruire di un giorno per stare con il figlio e si configura come un diritto autonomo, aggiuntivo al diritto della madre. Il congedo facoltativo, invece, permette al lavoratore dipendente di disporre di uno o due giorni, anche continuativi. In quest'ultimo caso, però, la fruizione è condizionata dalla scelta della madre lavoratrice di non fruire di altrettanti giorni del proprio congedo di maternità, con conseguente anticipazione del termine finale del congedo post partum della madre per un numero di giorni pari al numero di giorni fruiti dal padre.

Trattamento economico e normativo
Il padre lavoratore dipendente ha diritto, per i giorni di congedo obbligatorio e facoltativo ad un'indennità giornaliera a carico dell'Inps, pari al 100 per cento della retribuzione. L'indennità è anticipata dal datore di lavoro.

Come beneficiarne
Per poter usufruire dei giorni di congedo, il padre deve comunicare al datore di lavoro le date in cui intende fruirne, con un anticipo di almeno quindici giorni, e sulla base della data presunta del parto. Sarà compito del datore di lavoro comunicare all'Inps le giornate di congedo fruite. Nel caso di domanda di congedo facoltativo, il padre lavoratore allega alla richiesta una dichiarazione della madre di non fruizione del congedo di maternità per un numero di giorni equivalente a quelli richiesti dal padre, con conseguente riduzione del congedo di maternità. La dichiarazione di non fruizione va presentata anche al datore di lavoro della madre. I congedi possono essere richiesti anche durante l'indennità di disoccupazione Aspi e mini Aspi, nel periodo transitorio durante la percezione dell'indennità di mobilità e del trattamento di integrazione salariale a carico della cassa integrazione guadagni.
di Emiliana Sabia

Telecom Italia, Impresa Semplice: LOCALIZZ@

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Banda ultralarga: ecco i piani di copertura delle telco

Da qui al 2015, il 28% degli italiani sarà connesso a reti a banda ultralarga grazie agli investimenti effettuati dagli operatori privati.

È quanto emerge dai risultati della Consultazione pubblica annuale sulla copertura NGA (Next Generation Access) attuata dal Ministero dello Sviluppo Economico - Dipartimento per le Comunicazioni per monitorare i piani impegnativi di copertura del territorio nazionale – realizzati sino al 2012 o da realizzare nel prossimo triennio 2013 – 2015 da parte degli operatori privati.

Dalla consultazione emerge che i piani degli operatori si concentrano naturalmente nelle città più redditizie, situate per lo più al Centro-Nord e che grazie a questi progetti, da qui al 2015 potranno essere abilitati a connessioni a banda ultralarga circa 17 milioni di cittadini italiani.
I Piani degli operatori lasciano prevedere che verranno coperte in banda ultralarga circa 8,6 milioni di unità immobiliari in 378 Comuni. Gli investimenti si concentreranno nelle cosiddette aree ‘grigie’, ovvero oggetto di Piani strutturali di un solo operatore (poco più di 300 sono Comuni) o ‘nere’, ovvero oggetto di Piani strutturali di almeno due operatori (circa 50 i Comuni).

Le aree ‘bianche’, ossia dove i servizi a banda larga (con velocità di almeno 30 Mbps) non sono presenti e non ne è prevista l’introduzione da parte di investitori privati nei successivi tre anni, sono concentrate prevalentemente al Centro-Sud: con riferimento alla percentuale di unità immobiliari che saranno coperte grazie ai piani autonomi degli operatori, si passa infatti dal 40% dell’Emilia Romagna, al 57% del Lazio al 10% della Calabria.

Ai piani degli operatori privati, per fortuna, occorre aggiungere il primo intervento attuativo del progetto strategico banda ultralarga del Ministero dello Sviluppo Economico che interesserà le Regioni: Campania, Basilicata, Calabria , Molise e Sicilia.
Il progetto – nel quale confluiranno più di 383 milioni di euro di fondi pubblici (Fondi Europei per lo Sviluppo Regionale) a cui dovranno corrispondere finanziamenti privati pari ad almeno il 30 per cento dell’investimento per la realizzazione delle reti – prevede la copertura con tecnologie ultrabroadband di 4 milioni di cittadini residenti in 180 comuni del Sud Italia, pari al 29% della popolazione delle 5 regioni coinvolte.


Telecom Italia , accordo tra i soci sul debito

C'è l'accordo tra i soci di Telco, azionista di riferimento di Telecom Italia, sul debito. Lo scrive Il Sole 24 Ore, indicando che il veicolo che detiene il 22,4% del gruppo di Tlc è pronto a rinnovare il bond da 1,7 miliardi in scadenza fino al 2015, quando scadrà il patto di sindacato che lega Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Generali e Telefonica. Tutto - si legge - potrà essere formalizzato in una riunione del Cda che dovrebbe essere convocata ad inizio aprile. A novembre la finanziaria deve anche rimborsare una linea bancaria da 1,05 miliardi, una tappa, secondo il quotidiano, che potrebbe rivelarsi l'occasione per un riassetto di più ampio respiro: a settembre c'è infatti la prima finestra per la disdetta del patto.

Secondo il Sole 24 Ore, tra debito da rifinanziare e patti in scadenza, la struttura di controllo di Telecom Italia sembra essere destinata a un prossimo ripensamento. Tra l'altro, la decisione del board di Telecom di tagliare il dividendo potrebbe aggravare la situazione. Per Telco significa che incasserà dalla partecipata al massimo 60 milioni di euro l'anno che sarebbero sufficienti a coprire gli oneri sulla linea di credito da 1,05 miliardi di euro, ma non tutti gli interessi sul prestito soci.

In più, l'intero pacchetto di azioni nella compagnia telefonica è in garanzia alle banche creditrici e secondo i contratti se il titolo Telecom dovesse scendere, e restare per un lungo periodo di tempo, sotto la soglia di 0,6 euro, potrebbe scattare la richiesta di reintegro del pegno. Negli ambienti vicini ai soci Telco si fa notare che le attuali garanzie coprono ampiamente il debito bancario.




20 marzo 2013

Licenziamenti, si concilia nel 50% dei casi

I primi numeri sulla procedura di conciliazione preventiva, introdotta dalla riforma Fornero per i licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo (cosidetti licenziamenti economici), danno utili indicazioni per valutare se e come sta funzionando l'istituto.
Secondo i dati del ministero del Lavoro, aggiornati al 31 gennaio 2013, emerge un primo fatto positivo: le direzioni territoriali stanno rispettando i termini, molto stretti, che fissa la legge per svolgere la procedura. In gran parte dei casi, le parti sono convocate entro sette giorni dalla formulazione della richiesta di conciliazione, e la procedura si conclude entro i 20 giorni successivi. Non si tratta di un dato banale, se si considerano le croniche difficoltà della Pa quando deve gestire termini così stretti.
Il dato risulta ancora più positivo se si considera che i tentativi di conciliazione richiesti alla data del 31 gennaio sono molti: sono state, infatti, presentate 12.563 richieste, con alcuni picchi nelle città più popolose (1.042 a Roma, 1.180 a Milano, addirittura 1.450 a Napoli).
Risulta utile analizzare gli esiti di queste richieste: alla data di osservazione 1.124 procedimenti risultavano ancora pendenti, mentre 1.831 si sono estinti per mancata comparizione delle parti. Le procedure concluse con un accordo tra le parti sono state 3.958, e il numero di quelle concluse con un mancato accordo è quasi identico, 3.638. Sommando le liti concluse con un accordo ai procedimenti abbandonati spontaneamente dalle parti, si scopre che quasi metà dei licenziamenti sono stati abbandonati o conciliati grazie alla procedura (il 46%), presumibilmente in cambio di una transazione economica oppure, in alternativa o in aggiunta, di un servizio di outplacement.
Si tratta di un risultato sorprendente, ma è ancora presto per cantare vittoria. L'esperienza ci consegna esempi di successo delle procedure di conciliazione, ma anche storie di fallimenti strutturali, come quello del tentativo obbligatorio di conciliazione che, fino al 2010, doveva precedere tutte le cause di lavoro.
Il grande numero di conciliazioni raggiunte potrebbe essere legato, almeno in parte, all'incertezza che aleggia intorno alla nuova disciplina dei licenziamenti: ancora non ci sono sentenze che hanno definito i contorni del nuovo regime sanzionatorio e la procedura accelerata introdotta dalla legge Fornero mostra delle crepe interpretative che ne stanno depotenziando l'efficacia (si pensi solo che, da un Tribunale all'altro, cambiano le interpretazioni su quali controversie sono soggette al rito, e quali sono le conseguenze per chi non applica correttamente le sue regole).
Un altro fattore, meno episodico e più strutturale, che può aver aumentato il numero delle conciliazioni può essere la regola, introdotta dalla riforma, che consente l'accesso all'Aspi alle persone che risolvono, nell'ambito della procedura obbligatoria, il proprio rapporto di lavoro. In passato le persone che risolvevano il rapporto di lavoro doveva escogitare gli stratagemmi più spericolati per accedere al trattamento di disoccupazione, in quanto questo spetta solo a chi ha perso il lavoro contro la propria volontà.
Con la novità della legge Fornero, viene meno questo problema per chi risolve il rapporto all'esito della nuova procedura.

L’accordo sindacale per individuare i lavoratori in esubero e` unico e vale per tutti

La Corte di Cassazione – sentenza n. 5143 del 1° marzo 2013 – ha specificato che in caso di accordo tra un’azienda e i sindacati per individuare i lavoratori in eccesso da poter licenziare non vi può essere alcun margine di discrezionalità da parte del datore di lavoro. In altri termini, nel caso in cui si adotti un progetto imprenditoriale finalizzato alla riduzione dell’organico, per consentire una riduzione del costo del lavoro, l’accordo sindacale deve limitarsi ad indicare il numero totale dei lavoratori eccedenti, suddiviso tra le varie figure professionali, senza indicare anche gli uffici/reparti in cui esiste realmente l’eccedenza. Ciò soprattutto nel caso in cui l’accordo sindacale abbia come fine ultimo la riduzione del personale con il minore impatto sociale e lo stesso fissi, per tale scopo, anche i requisiti per l’accesso alla pensione.
Pertanto - concludono i Supremi giudici - l’accordo di riduzione del personale si deve estendere a tutti i lavoratori e non solo a quelli dei reparti in cui vi è esubero. Far ricadere, poi, la scelta verso il personale prossimo alla pensione può essere considerato un criterio legittimo dato che, così facendo, si ha una maggiore capacità di mitigare la ricaduta degli effetti negativi del licenziamento.
Infine, il controllo del giudice in tale ambito deve limitarsi ad attestare la correttezza della procedura adottata, verificando l’equità e l’obiettività dell’operato del datore di lavoro e l’assenza di intenti discriminatori

La localizzazione dei mezzi di una azienda utilizzati dai dipendenti

La materia è quella della tutela della privacy in ambito lavorativo: in sostanza, si tratta di stabilire quanto e a quali condizioni si possa spingere l’autonomia organizzativa del datore di lavoro quando vengono coinvolti i diritti primari del lavoratore.

Sempre più spesso l’esigenza di ottimizzare il lavoro aziendale spinge l’imprenditore a far uso di tutte quelle tecnologie che consentono di monitorare in tempo reale la dislocazione dei propri mezzi e dei dipendenti sul territorio. D’altro canto tali esigenze non possono violare i diritti inviolabili del lavoratore, il quale, nell’espletamento degli incarichi affidati, ha il pieno diritto a non veder violata la propria privacy.
In tal senso, nel presente articolo ci è sembrato utile e opportuno, non solo illustrare il caso concreto sottoposto all’Autorià Garante per la tutela dei dati personali, ma anche inserire in calce un piccolo vademecum degli adempimenti da rispettare.

Ci sia consentita un’ultima notazione di carattere generale (per altro di estrema attualità): al di là del rispetto formale della normativa – che deve essere un adempimento ineludibile, necessario e preliminare in ipotesi di tal genere – è sempre importante coinvolgere fattivamente i lavoratori nell’attività produttiva dell’azienda. Tale coinvolgimento può essere raggiunto solo attraverso una reale e adeguata comunicazione delle esigenze e delle strategie aziendali.
Casi, come quello di seguito descritto, costituiscono, a volte e al di là del rispetto formale della normativa, l’indice di un malessere lavorativo che le norme, da sole, non possono eliminare.

Il caso trae origine da una segnalazione effettuata da un dipendente di una azienda telefonica al Garante per la Privacy, in merito all’installazione, a bordo di alcuni autoveicoli in dotazione al personale della stessa, di un sistema di localizzazione satellitare a tecnologia gps.

In particolar modo il dipendente evidenziava il fatto che tale installazione “sarebbe avvenuta in assenza di preventiva informativa ai lavoratori e senza spiegarne le funzioni né lo scopo del suo utilizzo. Peraltro, soltanto dopo diversi giorni la società avrebbe messo a conoscenza i dipendenti dell’avvenuta installazione dei dispositivi in esame, giustificandone l’utilizzo solo per scopi produttivi”.

L’azienda – che in relazione alla segnalazione effettuata aveva presentato le proprie controdeduzioni all’Authority circa la correttezza del proprio operato – aveva commissionato ad una società esterna di installare dei dispositivi che avrebbero consentito:

di localizzare i veicoli in dotazione in tempo reale  su mappa cartografica (con possibilità, tra le altre, di ricerca dei mezzi più vicini ad un determinato indirizzo);
di verificare il percorso effettuato (con possibilità anche di controllare la velocità sostenuta, la percorrenza chilometrica del mezzo, i tempi di guida e le soste effettuate);
di controllare gli “eventi” verificatisi lungo il percorso (soste o spostamenti in orari non previsti, arrivo in aree predeterminate, ecc.), con eventuale ricezione di una comunicazione di avviso via sms;
di comunicare costantemente con il conducente;
di gestire i c.d. “punti di interesse” (indirizzi riferiti alla clientela, ai magazzini, agli impianti, ecc.), con possibilità di verificare mediante report sintetici le soste ivi effettuate e i relativi tempi di fermata;
di gestire la manutenzione ordinaria e straordinaria del veicolo.
Il caso in oggetto presenta diversi aspetti rilevanti sotto il profilo della materia giuslavoristica, commerciale e di tutela dei dati personali.

In questa sede riteniamo di soprassedere dalle, pur interessanti, considerazioni concernenti il diritto dell’imprenditore di gestire la propria impresa come meglio ritiene opportuno, e ciò  anche con riferimento alla materiale organizzazione del lavoro dei propri dipendenti (artt. 2082, 2086, 2104  c.c.). Tale diritto, comunque, deve essere pur sempre contemperato con il rispetto dell’art. 4 della Legge 300/1970 (c.d. Statuto dei Lavoratori) il quale prevede che:

“È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dei lavoratori.
Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi al possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’ispettorato del lavoro, dettando ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti”.

Nel caso di specie distinguiamo, quindi:

  • Aspetti relativi all’organizzazione produttiva dell’impresa;
  • Aspetti relativi all’attività di controllo del lavoro espletato dai dipendenti;
  • Aspetti relativi al diritto dei lavoratori a non essere lesi nella propria dignità, libertà e riservatezza.

Questi elementi sono stati sempre oggetto di un ampio dibattito legislativo e dottrinale.
Varia, numerosa e copiosa, nel corso del tempo, è stata la produzione giurisprudenziale circa la valutazione della liceità o meno del comportamento del datore di lavoro con riferimento al controllo aziendale relativo: all’installazione di apparecchi audiovisivi sui posti di lavoro, al monitoraggio delle connessioni internet sui pc aziendali,  all’installazione di apparecchi di rilevazione delle telefonate ingiustificate, alla localizzazione dei propri dipendenti.

In generale possiamo dire che l’orientamento della Corte di Cassazione, cui sono giunti in ultimo grado i vari ricorsi, è stato quello di distinguere tra controlli offensivi e controlli difensivi.
Offensivo è il controllo atto ad una sorveglianza del dipendente che lede i diritti primari dell’individuo;  lecito, invece, sarebbe il c.d. controllo difensivo. All’interno di quest’ultima categoria la giurisprudenza ha distinto – con varie ed oscillanti pronunce -tra:

  • controlli diretti ad accertare possibili comportamenti illeciti dei lavoratori in relazione all’esatto adempimento delle obbligazioni lavorative;
  • controlli che riguardano la tutela di beni estranei al rapporto lavorativo.

Tuttavia il caso in questione si muove su una linea di confine tra l’ottimizzazione del lavoro ed il controllo dei lavoratori.
Infatti, come sopra evidenziato, i dispositivi gps in questione non solo erano montati sui veicoli aziendali e non sulla persona dei lavoratori, ma, inoltre, le finalità di tale installazione era quella di una migliore e più efficiente organizzazione del lavoro.

Per completezza espositiva, riportiamo le conclusioni del Garante (il cui provvedimento – doc. web n. 1763071 – è reperibile qui), il quale ha censurato il comportamento dell’azienda solo in relazione al non corretto rispetto dell’iter procedimentale atto alla installazione dei suddetti dispositivi gps, ritenendo, invece legittime le finalità del montaggio di tali apparecchiature sui veicoli aziendali.
Tale precisazione è dovuta a fronte di titoli delle rassegne giornalistiche e dei blog più o meno specializzati, del tenore: “bloccata la localizzazione dei dipendenti con GPS”.
 di Gerlando Gibilaro 

Microchip ai dipendenti dell’autogrill

Un microchip in tasca, al collo o al polso per controllare dove si trovano i dipendenti che lavorano all’autogrill. Un dispositivo che entra in funzione dopo appena 90 secondi. Dovrebbe segnalare il dipendente fermo in terra in caso di rapina, ma si attiva anche semplicemente quando si va in bagno. Il moderno “Grande Fratello” è MyChef, la catena di bar e ristoranti francese che si trova in aeroporti, autostrade e stazioni. Se il barista o il cassiere si allontana dal luogo di lavoro, il microchip invia un segnale satellitare ad un centrale operativa collegata alla sicurezza. Il controllo Gps ha scatenato le polemiche di dipendenti e sindacati: “Un modo per controllarli, è una cosa gravissima”. Ma MyChef  replica: “Lo facciamo per la sicurezza dei lavoratori”.
Testimoni del nuovo sistema di sicurezza sono i dipendenti dell’area di servizio di Bologna “Pioppa Ovest”, che intervistati da Repubblica parlano del proprio “braccialetto elettronico”:
Questa struttura è molto grande e l’azienda vuole risparmiare sul personale, così la notte siamo solo in due. Il microchip che indossiamo rileva la nostra posizione ed è attivo fino alle 6 di mattina. Se rimango sdraiata per più di 90 secondi, ad esempio in caso di rapina, viene inviato un segnale alla centrale operativa, che interviene”.
Una questione di sicurezza, continua a ripetere l’azienda, che è stato pensato per il bene dei lavoratori. Una spiegazione che non ha convinto tutti, spiega Repubblica:
“Questo aggeggio suona anche se io sono ferma dietro al bancone per un paio di minuti, in piedi. In quel caso la centrale chiama per chiederti se va tutto bene. Basta stare alla cassa: se in fila ci sono molte persone e io sono ferma, dopo un po’ suona l’allarme”. E alcuni casi, continua la cassiera, sono persino imbarazzanti: “A una mia collega è successo di andare in bagno: il microchip ha cominciato a suonare. Ci sentiamo controllati ma di certo non più sicuri. E non abbiamo firmato alcuna liberatoria”.
Sergio Castelli, amministratore delegato di MyChef, spiega che il braccialetto è costruito dalla ditta Micrologic di Verbania e il funzionamento è simile al “sistema salva-vita”:
“Si attiva solo se il lavoratore schiaccia il pulsante oppure se rimane fermo per 90 secondi sdraiato per terra, come quando è in atto una rapina. Lo abbiamo scelto perché nell’ultimo anno e mezzo nelle nostre aree di servizio di rapine ne abbiamo avute ben sette, di cui una proprio alla Pioppa, dove abbiamo deciso poco più di un mese fa di avviare un test di un anno con questo sistema. Tra un anno valuteremo costi e benefici. E, soprattutto i lavoratori hanno firmato, hanno ricevuto le istruzioni e abbiamo le firme del medico competente e del rappresentante della sicurezza. L’abbiamo fatto per loro”.
Malgara Cappelli, del sindacato Fisascat- Cisl, non si lascia convincere da Castelli e accusa:
“È un fatto gravissimo: l’azienda ha in organico un lavoratore in meno e mette in atto un sistema di videosorveglianza a distanza che non può essere utilizzato senza un accordo sindacale”:
Il dispositivo poi, spiega Fabio Fois di Cgil a Repubblica, non risolve i problemi in caso di rapina:
“È troppo pericoloso lasciare da soli i dipendenti, specie se sono donne. E quel dispositivo non garantisce un intervento tempestivo in caso di pericolo”.

Pensioni, vuoi sapere quanto andrai a prendere?

Arriva il simulatore che calcola quanto ti spetta di pensione. E arriva sul sito del Ministero del Lavoro e dell’Inps.  Basterà mettere alcuni dati e avremo, entro qualche minuto, l’importo dell’assegno con cui dovremo cavarcela.
Estratto conto integrato, calcolatore della pensione e simulatore della pensione sono infatti i tre nuovi servizi che saranno attivati (nelle prossime settimane) per una maggiore trasparenza e una più completa informazione sul futuro previdenziale dei lavoratori italiani.
A lanciarli il ministero del Lavoro, l’Inps e l’Adepp, l’Associazione delle Casse previdenziali che gestiscono la previdenza obbligatoria dei liberi professionisti. Si tratta – precisa una nota del ministero – di un ”percorso di conoscenza del proprio conto pensionistico, necessario per porre le basi per la consapevolezza della prestazione previdenziale e delle variabili che rendono possibile il calcolo o la proiezione”.
Il percorso è scandito da un calendario preciso, articolato in tre distinte fasi: la prima riguarda l’operazione ‘Estratto Conto Integrato’; la seconda è il rilascio del servizio ‘Calcolatore della pensione’; la terza sarà la definizione del servizio ‘Simulatore della pensione’.

Celltel: Incendio ex Olivetti, 600 lavoratori a rischio

Nessun ferito, ma danni per almeno 3 milioni di euro nel gravissimo incendio divampato ieri pomeriggio nei magazzini e laboratori della Celltel, azienda di telefonia che occupa parte dell'ex stabilimento Olivetti di Scarmagno nel canavese. L’incendio è stato domato in nottata, dopo l’intervento di 4 squadre di vigili del fuoco, del nucleo Nbcr e dell'Arpa, che hanno effettuato i rilievi per scongiurare i pericoli ambientali. Da accertare le cause del rogo, per il quale sono stati fatti evacuare circa 500 operai, quelli della Celltel e di alcune aziende vicine, in particolare Comdata, Innovis (Gruppo Comdata) e Wirelab.

"C'è ancora del fumo che sale dal capannone - ha detto oggi in mattinata al Corriere delle Comunicazioni Rita Castelnuovo, responsabile Cgil di Ivrea - i lavoratori coinvolti che rischiano il posto sono fra 500 e 600. Oggi avremo un incontro con Confindustria, per decidere come procedere e verificare la disponibilità ad un periodo di della cassa integrazione per i lavoratori. E' una botta per l'area industriale del Canavese, che sconta già diversi problemi dopo le crisi di aziende metalmeccaniche  come l'ex Sandretto e la Romi. Inoltre, ci sono anche problemi con il pubblico, per la raccolta rifiuti".

Nel pomeriggio, il Gruppo Comdata, società di customer care che nel complesso industriale di Scarmagno occupa 170 dipendenti della società Innovis, parte del Gruppo, e 230 risorse di Comdata Spa, "comunica di aver avviato tutte le misure indispensabili per ripristinare la situazione antecedente l’incendio nel più breve tempo possibile - si legge in una nota - In particolare, il gruppo Comdata ha operato per riavviare le attività nelle sue sedi del Canavese dove lavorano 900 persone. In data odierna, 20 marzo, sono già pienamente operativi oltre 100 dipendenti addetti al front end di un importante cliente ed entro lunedì 25 marzo riprenderanno il lavoro altre 150 persone".

"Per le restanti persone il piano approntato prevede il rientro al più tardi entro fine aprile - prosegue la nota -  in considerazione dell'impossibilità di reperire immediatamente nuovi spazi e le postazioni  necessarie allo svolgimento del lavoro, oltre che della necessità di allestire tutte le infrastrutture tecnologiche nei nuovi locali. L’insieme degli interventi predisposti ha permesso di garantire la continuità del servizio verso i clienti e la ripresa progressiva del lavoro".

"Comdata chiederà per i periodi di sospensione dal lavoro - chiude la nota - come previsto dalla legislazione vigente, l'intervento della cassa integrazione ordinaria per evento catastrofico imprevedibile".

Nel magazzino in fiamme della Celltel, sono andati a fuoco cartone, materiale elettrico e telefonini. A preoccupare i vigili del fuoco la vicinanza dell'Interchimica, azienda chimica dove qualche mese fa i vigili del fuoco avevano spento un principio d'incendio.

Tra i rischi, al di là dei danni ambientali, c'è anche quello che l'incendio provochi danni irreparabili all'azienda, con eventuali ripercussioni sull'occupazione. “La Celltel – ha detto il sindaco di Scarmagno, Pierluigi Bot Sartor - è una delle pochissime realtà industriali sopravvissute alla crisi. Se i danni fossero irreparabili, sarebbe un vero dramma”. Celltel ha commesse con Telecom, Olivetti, Mediaset e Fastweb.

Secondo la Fiom torinese, l'incendio rischia di essere il colpo di grazia per il distretto delle comunicazioni di Ivrea.

Il Capannone C di Scarmagno (30mila metri quadri di superficie) ospitava oltre 650 lavoratori: la maggior parte di Comdata e Innovis, oltre a quelli di Celltel e Wirelab. Ora per loro si apre un periodo di assoluta incertezza: "Occorrerà valutare al più presto ciascuna delle quattro realtà – spiegava ieri sera Alberto Mancino della Uilm al sito Localport.it - un periodo di cassa integrazione sembra inevitabile, vista la situazione dello stabile, ma ci preoccupa maggiormente il futuro meno immediato, perché oltre a ricollocare il personale, almeno due di queste aziende (Celltel e Wirelab, ndr) dovranno trovare anche una nuova sede. Diverso il discorso per Comdata e per la sua controllata Innovis, che hanno già altre realtà sul territorio e, quindi, possono valutare altre ipotesi".
di Paolo Anastasio

La7, giornalisti contro maxi liquidazione

"Grande sconcerto e sdegno per la superliquidazione all’ex amministratore delegato (Giovanni Stella ndr) e per i premi economici corrisposti ai manager (fra cui il presidente Severino Salvemini e il direttore generale Marco Ghigliani ndr) in seguito alla cessione de La7 a Urbano Cairo". Li esprime l’assemblea dei giornalisti de La7 all’unanimità riunitasi dopo le notizie, diffuse la scorsa settimana, sulla liquidazione per l’ex ad di La7, Giovanni Stella, che ha ricevuto nel 2012 compensi per 2,25 milioni di euro, di cui 558mila a titolo di retribuzione e 1,691 milioni come buonuscita.

La cessione di La7 - si legge nella nota dell’assemblea - è "un’operazione che si fatica a definire vendita, condotta attraverso il ricorso improprio allo strumento della cessione di ramo d’azienda e incomprensibile con logiche industriali e finanziarie. Un’operazione su cui saranno chiamate a pronunciarsi le autorità competenti. I bonus e le buonuscite assegnati ai vertici aziendali - a fronte di pessimi risultati economici - equivalgono peraltro a quanto sottratto negli scorsi anni ai giornalisti attraverso un contratto di solidarietà basato su presupposti illegittimi. A tutt’oggi la richiesta di incontro con il nuovo editore, avanzata attraverso la Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi), è rimasta inascoltata mentre i segnali che arrivano dall’attuale azienda non sono incoraggianti".

"I giornalisti de La7 infatti - prosegue la nota - sono preoccupati per l’intenzione di trasferire 60 lavoratori non giornalisti ad aziende del gruppo Telecom e per il mancato rinnovo dei contratti di lavoro a tempo determinato, una scelta che provoca l’impoverimento della struttura tecnica e incide sulla qualità e l’organizzazione del lavoro giornalistico".

L’assemblea "prende atto con soddisfazione delle dichiarazioni di Urbano Cairo sulla centralità dell’informazione e sulla conferma dell’attuale linea editoriale e gli chiede di illustrare al più presto un piano industriale. Al nuovo editore de La7 alla ricerca di ‘rubinetti da chiudere’ - per citare un’espressione dello stesso Cairo - consiglia di guardare innanzitutto agli appalti a prezzi spesso fuori mercato a ditte esterne per attività che poco o nulla hanno a che fare con l’attività televisiva". L’assemblea dei giornalisti de La7 "vista l’indisponibilità dell’azienda a risolvere le annose questioni relative al non giustificato contratto di solidarietà, alla non corretta applicazione del contratto nazionale di lavoro giornalistico e degli accordi aziendali, assegna al Comitato di redazione ampio mandato per avviare immediatamente le azioni legali necessarie al rispetto delle regole e al recupero delle somme non corrisposte, a cominciare dal Trattamento di fine rapporto non correttamente accantonato".


19 marzo 2013

Almaviva e delocalizzazioni: Dichiarazione a firma congiunta Giovanni Pistorio ed Angelo Villari

Adesso la lotta contro le delocalizzazioni e' diventata patrimonio di una intera comunità che ne ha preso consapevolezza. Ora  ed ancora una volta tocca a noi non fermarsi e rilanciare. Se ci si ferma qualcuno potrebbe pensare che la lotta era finalizzata solo alla salvaguardia dell occupazione in Almaviva Catania . L obiettivo immediato era questo, la salvaguardia del lavoro per la nostra migliore gioventù,  ma non ci su e' battuti solo per questo . È stata una lotta che ha appassionato e che appassionerà nel corso della quale è stata solidarmente attiva una intera comunità perché insieme si è lottato per il diritto , contro le delocalizzazioni, contro le discriminazioni territoriali e sociali  e contro la precarizzazione dei rapporti di lavoro ed il baratto. Ed indicato la direzione di marcia senza tentennamenti bisogna continuare a lottare.

Il Segretario Generale Cgil Catania
Angelo Villari

Il Segretario Confederale Cgil Catania
Giovanni Pistorio

ASSEMBLEA NAZIONALE DELLE DONNE SLC – 19 MARZO 2013

- Barbara Apuzzo Segretaria Nazionale Slc Cgil -
Le donne SLC cambiano…insieme a tutte le altre donne della CGIL, perché insieme siamo in cammino.
Con l’Assemblea di oggi, facciamo infatti non “il primo passo”, ma un ulteriore “pezzetto di strada” in direzione di quanto discusso ed elaborato durante l'Assemblea delle donne della CGIL di Giugno ed i tre Seminari di Dicembre 2012, e lo facciamo portando il contributo della nostra categoria, in cui le esperienze - e le donne - non mancano.
Parlo di un cammino già da tempo intrapreso, perché l’SLC ha già tracciato un percorso, a partire dall’assemblea nazionale delle donne del 2008 e la successiva Conferenza d’Organizzazione, nel corso delle quali sono stati assunti impegni ed orientamenti ben precisi, votati all’unanimità dal nostro CD.
Oggi si tratta di provare a riannodare tutti questi fili, partendo da un assunto che, per noi, donne e sindacaliste, deve rappresentare il punto fermo dell’ azione politica e rivendicativa: “il lavoro produttivo e riproduttivo delle donne crea valore per tutti, motivo per cui, per uscire dalla crisi, l’Italia e l’Europa devono necessariamente investire sul lavoro delle donne”.
Con questa introduzione, a me tocca l’arduo compito di provare a sintetizzare l’enorme lavoro già fatto…non riuscirò ad essere totalmente esaustiva, quantomeno sui temi generali, perché tante sono le elaborazioni, le analisi e le proposte avanzate, che troverete in maniera più completa nelle cartelline distribuite all’ingresso.
Ai temi generali, ascoltando gli interventi che seguiranno, vorremmo provare ad affiancare quelli specifici della nostra categoria, per comprendere i problemi e trovare soluzioni che vedano nella contrattazione, a tutti i livelli, lo strumento indispensabile per avanzare sul terreno del riconoscimento della diversità di genere e l’affermazione dei diritti. A partire da quello al lavoro.
In quest’ultimo periodo, complice il gesto disperato compiuto da un compagno siciliano che insieme al lavoro sentiva di aver perso la dignità e che quindi ha deciso di togliersi dallo “stato di disoccupazione” uccidendosi, il valore della parola lavoro ha riacquistato forza e vigore.
“Fondata sul lavoro”, così sta scritto sulle tessere della CGIL, perché così deve essere.
Il lavoro non dà solo la possibilità di pagare un affitto e di fare la spesa, il lavoro è dignità, identità; è libertà, fisica e psicologica.
Dico questo perché voglio sottolineare quanto pesi la mancanza o l’insufficienza di un lavoro anche sull’insidioso e dilagante fenomeno del femminicidio, che in Italia ha fatto registrare nel 2012 ben 124 uccisioni di donne, molte delle quali ad opera di mariti, fidanzati o conviventi dai quali era difficile affrancarsi, talvolta, per problemi culturali, ma più spesso, forse, per la mancanza di autonomia.
Quante di queste donne erano e quante sono costrette a sopportare umiliazioni e violenze perché prive di una via di fuga?
Immaginare di sfuggire al proprio aguzzino è già difficile per i condizionamenti psicologici subiti, per paura, ma diventa impensabile o addirittura impossibile se non si è materialmente in condizione di sopravvivere.
E allora è anche tenendo a mente questo che dobbiamo continuare a lottare affinchè si creino le condizioni per riportare “il lavoro prima di tutto” e per far si che questo garantisca alle donne condizioni migliori di quelle attuali.
Il lunghissimo periodo di crisi in cui ci troviamo e in cui ci troveremo ancora per un bel po’, rappresenta infatti lo scenario peggiore anche per tante donne occupate, costrette a subire ricatti sessuali, mobbing, vessazioni e discriminazioni pur di mantenere il proprio posto di lavoro, vero e proprio miraggio in un paese privo di prospettive di sviluppo  come l’Italia.
Sul tema Elena ha fornito alcuni dati agghiaccianti, partecipando alla 57^ sessione della Commissione sulla condizione delle donne dell’ONU, che si è tenuta a New York nei giorni scorsi.
Approfondendo il tema della “violenza di genere nel mondo del lavoro” ha infatti ricordato che sono 347.000 i casi rilevati in Italia negli ultimi 3 anni. Ma questa cifra coincide con le denunce fatte, il che fa ipotizzare che il fenomeno sia ben più ampio e che ci sia un numero enorme di donne che si sentano costrette a tacere perché convinte di non avere alternative. La crisi ha portato via anche la speranza.
Come potrebbe essere altrimenti in un paese come il nostro, in cui è entrata nel linguaggio comune la parola esodati, per indicare un esercito di persone catapultate fuori dal mercato del lavoro precocemente, precipitate in un limbo in cui, per effetto della riforma Fornero, hanno visto allontanarsi di molti anni l’accesso alla pensione.
Persone che di contro, in un contesto economico e produttivo così disastrato, trovano impensabile ottenere una ricollocazione professionale, complice il fatto che per uno striminzito e asfittico mercato del lavoro risultano invece essere troppo vecchi.
L’attacco alla contrattazione collettiva e al contratto nazionale, ma anche un’idea distorta su come si crea la produttività, stanno dando il colpo di grazia, contribuendo alla svalorizzazione del lavoro; mentre disoccupazione di lunga durata e precarietà rappresentano ormai la quotidianità.
Inutile sottolineare il fatto che, ancora una volta, le donne sono le principali vittime di questo sistema.
Eppure qualsiasi ricerca, qualsiasi approfondimento dimostrano che le donne rappresentano una straordinaria risorsa per rimettere in moto l’economia del paese.
La Banca d'Italia ha quantificato nel 7 per cento l'aumento del Pil se l'occupazione femminile raggiungesse il 60 per cento a fronte dell’attuale  47,2% (58,6% è il dato europeo).
Forti di questa convinzione, noi donne della CGIL, siamo chiamate dunque a ragionare per capire quali azioni si possano e si debbano compiere per agevolare questo percorso.
Quando ho iniziato a fare sindacato, ero molto più giovane ed ingenua, ricordo quanto mi affascinasse l’idea che nel 2010 avremmo raggiunto gli obiettivi di Lisbona, mi dava la sensazione che ci fosse un percorso chiaro, che marciassimo decisi in quella direzione…beh, tre anni dopo il totale fallimento di quegli obiettivi noi ci troviamo in una condizione in cui la disoccupazione giovanile e femminile sfiora il 50 per cento al Sud e viviamo in un paese in cui 800.000 donne lasciano il lavoro per effetto delle dimissioni in bianco.
E allora è evidente che decenni di conquiste legislative, culturali, sindacali sono state via via sgretolate anziché alimentate.
Il tema vero è dunque quello di tenere tutto insieme, costruttivamente e saldamente e contrastare l'emarginazione delle donne dal lavoro, ma anche dal discorso pubblico e dalle classi dirigenti.
In caso contrario, il diritto al lavoro delle donne non potrà pienamente affermarsi.
Questo percorso però, per essere efficace ed esigibile deve andare di pari passo con il cambiamento dell’intero ordine sociale ed economico, che non può avere nell’Italia il suo unico ancoraggio.
E’ infatti alla costruzione di una coscienza europea che bisogna guardare, attraverso politiche e percorsi comuni.
Questa è la nuova cornice di riferimento. Una cornice in cui il cambiamento del Fiscal compact rappresenti la  priorità.
“Ce lo chiede l’Europa” è la frase che continuiamo a sentire per giustificare rigore ed austerità.
Ebbene, questa politica è profondamente sbagliata, iniqua e recessiva e fa sì che siano le donne a pagare due volte la crisi. Non è questo il concetto di Europa che abbiamo in mente.
E’ ad un diverso modello d’Europa che dobbiamo guardare, un’ Europa che prima di tutto consideri e valorizzi il concetto di unità nella diversità dei paesi membri, in cui venga rilanciata  la discussione sulla Convenzione europea per una vera Costituzione.
Un’Europa in cui possa esistere un Manifesto europeo dei diritti sociali, del lavoro e delle libertà delle donne.
Per fare questo, bisogna innanzitutto coinvolgere la CES, affinchè il tema del diritto al lavoro e alla continuità di reddito delle donne vengano messi al centro dell’azione rivendicativa.
In questa direzione la CES ha già fatto alcuni passi, ma lo iato profondo che ancora registriamo tra buoni propositi e realtà ci impone di dare più slancio alle iniziative da intraprendere, per scongiurare il rischio di subire, come sempre accade nei periodi di crisi, dinamiche in cui il corporativismo, la chiusura e le logiche di difesa portino ad una competizione anche tra i paesi, fatta sul dumping e sul costo del lavoro, il che avrebbe ulteriori effetti devastanti sul genere femminile.
Ma per rivendicare il diritto al lavoro e alla continuità di reddito delle donne è necessario prima di tutto porre un freno ai tagli indiscriminati alla spesa pubblica, portatori delle conseguenze che conosciamo bene in materia di contrazione dei servizi offerti, del welfare e quindi causa di una inevitabile espulsione dal mercato del lavoro di tutte quelle donne costrette a caricare su di sé il peso dell’assenza di reti di supporto sociale.
Se non si parte da lì, infatti, la crescita dell’occupazione femminile continuerà ad essere un miraggio, soprattutto per quelle donne che continuano a sperare di poter mettere su famiglia.
Il capitolo maternità infatti è particolarmente drammatico, soprattutto in Italia, dove il fatto di generare una vita non è considerato una risorsa per il paese, al contrario l’argomento viene trattato come se si trattasse di un problema della gestante, al pari delle smagliature e del fisiologico aumento di peso.
Sarà allora per questo, per un problema estetico, che molte donne occupate, specie se precarie nascondono il pancione?
Noi crediamo invece che la pancia debba essere mostrata con serenità e orgoglio, sempre!
E allora, è indispensabile avviare un percorso che renda finalmente riconosciuto ed esigibile il diritto alla maternità per tutte le lavoratrici, considerando la maternità come diritto di cittadinanza, a carico della fiscalità generale e modulando l'indennità a seconda dell'esistenza del rapporto di lavoro.
Troppe sono ancora infatti le donne che  non hanno accesso alla maternità con tutti i diritti previsti dalla legge così come sono assolutamente insufficienti i provvedimenti messi in atto fino ad oggi per affrontare l’argomento.
Fa infatti amaramente sorridere l’ultima trovata del Ministro Fornero: il cosiddetto “bonus bebè”, previsto da un decreto dello scorso dicembre  per consentire alle neo-mamme di rientrare al lavoro dopo la nascita dei bimbi.
Prima di tutto per le risorse a disposizione: 20 milioni di euro nei prossimi tre anni, che potrebbero coprire poco più di 11mila richieste, a fronte di 500mila nuovi nati ogni anno.
Inoltre, vista l’esiguità della somma a disposizione, 300 euro al mese, (erogabili per un massimo di sei mesi, nel primo anno di vita del bambino), che dovrebbero servire per coprire parte delle spese dell’asilo nido o per la baby sitter, difficilmente si riuscirà  ad arginare il fiume di lavoratrici che lasciano l’occupazione dopo la nascita di un figlio: ben il 27% del totale.
Oltretutto, accettando il bonus, le lavoratrici dovranno rinunciare, per i mesi in cui viene percepito, ad usufruire del periodo di astensione facoltativa.
Non infierisco parlando delle lavoratrici part time, o di quelle iscritte alla gestione separata, per le quali l’erogazione si riduce a briciole.
Insomma, l’ennesimo provvedimento tampone, che mette un cerotto dove è in corso un’emorragia.
Non è di questo (o quanto meno solo di questo) che c’è bisogno!
Non è così (ed è dimostrato) che si incentiva l’occupazione femminile.
L’atavica posizione di svantaggio che hanno le donne va superata con azioni mirate, strutturali, che mettano le donne in condizione di avere le stesse possibilità di partecipare alla vita lavorativa, sociale e politica di un paese, azioni che rendano realmente conciliabile il diritto al lavoro e il diritto ad una famiglia, in primis, ma anche il diritto a veder riconosciute qualità e competenze, dal punto di vista della progressione di carriera e del salario.

(59 sono i giorni che una donna dovrebbe lavorare in più per guadagnare quanto un uomo).

La giornata è fatta di 24h per gli uomini e per le donne, ma a queste ultime non bastano.
In assenza di una lettura di genere, viene infatti chiesto loro di competere su un modello e su una organizzazione del lavoro maschile, che snatura del tutto le caratteristiche femminili, tendenti ad esempio più alla cooperazione che alla competitività, mentre non viene chiesto agli uomini di partecipare adeguatamente alla gestione delle esigenze familiari.
Le donne, nel poco tempo rimanente (perché si sa, gli uomini sono presenzialisti, confondendo spesso la presenza con la sostanza del lavoro svolto e su quel terreno bisogna competere, per scongiurare il rischio di essere messe da parte), devono farsi carico della famiglia, dei figli, magari hanno anche un anziano da accudire.
In ognuna di queste circostanze, però, non ricevono alcun riconoscimento sociale, economico o previdenziale.
Il tutto perché viviamo un fantastico mix fatto di mancanza di cultura e di totale assenza di servizi.
Questo sistema non regge più. Non è più accettabile.
Per questo sosteniamo con forza, che per non continuare ad aggravare la condizione femminile, le cosiddette misure anticrisi devono leggere la realtà e soprattutto le diversità, prevedendo interventi volti a favorire politiche di conciliazione che devono necessariamente  agganciarsi ad una diversa idea dell’organizzazione del lavoro,  tema rilevante anche per il ruolo che deve avere la contrattazione, in particolare quella di 2° livello.
E allora, per superare la crisi bisogna prima saperla leggere nel suo insieme. Per questo motivo, il tema della presenza delle donne nelle istituzioni, in politica è così importante.
Eppure qualcuno cerca sempre, ancora, di ridurre la discussione sulla necessità delle quote ad un concetto di “occupazione” (che ha il sapore dell’abusivismo) da parte delle donne di spazi fino a ieri prevalentemente - ma sempre “meritatamente” - maschili.
Teresa Mattei, donna eccezionale, protagonista per tutta la sua vita di una lunga ed instancabile battaglia per i diritti delle donne diceva che 'lo sguardo verticale ce l’ha il potere maschile, che dirige le cose, fa tutto quello che vuole, comanda.
Noi non vogliamo comandare, vogliamo stare insieme e decidere delle nostre sorti, decidere della nostra vita e dei nostri figli e di quello che loro potranno fare meglio di noi”.
E’ esattamente così. Non sono le bandierine che ci interessano.
Ci interessa essere portatrici di visioni e valori diversi, e dal momento che in democrazia i numeri contano, per pesare devi esserci.
Le recenti elezioni politiche, al netto del disastro registrato e della condizione di totale ingovernabilità in cui versa ancora il paese, ci hanno consegnato una grande opportunità di cambiare le cose.
Parlamento e Senato hanno oggi rafforzato la presenza femminile che passa dal 21% al 32% alla Camera e dal 19% al 30% al Senato e il PD ha raggiunto nelle sue liste il 41% di presenza femminile.
Il segnale è incoraggiante. Bisognerà adesso tradurre  in azioni questi numeri, cercando di scuotere profondamente la nostra organizzazione sociale.
Siamo ad un bivio, con la possibilità di prendere diverse strade, ciascuna delle quali aprirà prospettive diametralmente opposte e oggi quello che accadrà potrebbe dipendere anche da quanto e come le donne interverranno sulla scena pubblica.
Come donne della CGIL faremo sentire la nostra voce, chiedendo risposte precise ai problemi che quotidianamente fronteggiamo, perché un piano del lavoro e una visione globale noi l’abbiamo.
Il nostro è un piano che deve necessariamente tenere insieme lavoro e welfare, ormai ridotto all’osso e orientato sempre più verso una logica individuale,  più assicurativa che solidale, con la conseguenza che sono i più deboli ad esserne esclusi: donne, giovani, immigrate, anziani.
Per non parlare delle pensioni, sempre più lontane oltre che più basse per le donne, a fronte di una mole di lavoro supplementare, quello di cura, che non viene neanche riconosciuto.
Su questo tema noi pensiamo che la riforma Fornero vada radicalmente rivista, prevedendo la rivalutazione delle pensioni e inserendo il principio di flessibilità dell'età di ritiro dal lavoro.
Inoltre, crediamo che utilizzando risorse provenienti dalla lotta all’evasione, andrebbe riconosciuto l’accredito della contribuzione figurativa in relazione ai lavori di cura prestati, per cominciare a ripristinare condizioni di equità, perché è impensabile continuare ad immaginare di allungare i tempi per accedere alla pensione, ritardare o peggio impedire l’accesso al lavoro per le donne, renderle precarie, e caricarle di tutto il peso dovuto all’assenza di welfare – GRATIS!
Queste dunque devono essere le prime rivendicazioni da avanzare.
Ma anche noi dobbiamo fare la nostra parte, con la contrattazione.
Su questo tema in particolare mi piacerebbe accendere il dibattito, avviando una discussione dalla quale tirar fuori i punti che dovranno contraddistinguere la nostra azione sindacale nei difficili mesi che abbiamo di fronte.
La discriminazione infatti è spesso, anche se non sempre, un fatto collettivo, per questo la contrattazione deve svolgere una decisa azione di contrasto, tenendo presente il fatto che è proprio la contrattazione sindacale che ha avuto il merito storico e politico di anticipare quanto la legislazione ha poi confermato ed esteso a livello di norme statuali.
Ma per avanzare su quel terreno, abbiamo la necessità di modificare il nostro approccio, di lavorare a tutti i livelli, con l’obiettivo di cambiare prima di tutto l'organizzazione del lavoro che, come dicevo prima è estremamente rigida, maschile (oltre che maschilista), nella quale qualità e competenza spesso soccombono di fronte ad un meglio codificato e più diffuso sistema fatto di soggezione e rispetto delle gerarchie.
E abbiamo allo stesso tempo bisogno di rendere la contrattazione più inclusiva, per far si che i diritti, soprattutto quelli universali, vengano riconosciuti a tutte le lavoratrici ed i lavoratori, richiamando anche il principio di responsabilità sociale delle imprese.
Il riferimento è a quel vergognoso accordo separato siglato lo scorso anno alle Poste da 4 OO.SS., caparbiamente recuperato dalla nostra organizzazione.
Un accordo che escludeva le donne in astensione obbligatoria per maternità dal riconoscimento del bonus presenza (140 euro), perché assenti esattamente nei termini previsti dalla Legge.
L’assenza non è tutta uguale. Considerare ai fini del calcolo della presenza nella stessa maniera un’assenza obbligatoria per maternità ed una per qualsiasi altro motivo, opera a monte una discriminazione, ed è inaccettabile.
Oggi quell’ingiustizia è stata sanata, e ne siamo ovviamente soddisfatti, ma non possiamo ignorare il fatto che quell’accordo sia stato siglato.
Il che ci deve dire due cose:
-      la prima è che l’arretramento, anche culturale è arrivato ad un punto tale da far sì che anche un’azienda come Poste, con 140 mila dipendenti, di cui il 53% è donna immagina oggi di poter passare sopra diritti inviolabili come quello alla maternità in nome del profitto a tutti i costi - il che la dice lunga su cosa accade ogni giorno nelle piccole e piccolissime aziende e a quali discriminazioni siano sottoposte le lavoratrici, soprattutto le più deboli, le precarie.
-      la seconda, è che è necessario uscire da un’ottica che relega solo a specifici capitoli family friendly i temi delle pari opportunità, perché il terreno non è solo quello.
Avanzare nella contrattazione con una visione di genere significa esattamente questo. Significa capire e contrastare azioni che nascondono discriminazioni di genere su temi generali, apparentemente neutri, come quello dell’assenza o della presenza.
La differenza di genere diviene allora un’ottica per leggere la realtà, per meglio cogliere temi e problemi, limiti e potenzialità del nostro agire e questa può trasformarsi in uno straordinario strumento, utile alla modernizzazione dell’intero sistema contrattuale.
In questa direzione, va anche la proposta fatta dalla Confederazione nel corso dei seminari di dicembre, relativa al tentativo di dare vita ad un avviso comune tra OO.SS. e Confindustria, per impegnare tutte le aziende aderenti a non sottoscrivere accordi in cui il congedo obbligatorio per maternità venga considerato elemento penalizzante, in particolar modo per il riconoscimento del premio di produttività.
Queste cornici di riferimento sono indispensabili, oggi più che mai, perché supportano e rafforzano l’attività quotidiana di chi contratta, a tutti i livelli.
Ma, come dicevo prima, per contrattare bisogna saper leggere realtà diverse, e per farlo, ci vogliono occhi e sguardi diversi. Per questo motivo, lo accennavo in premessa, le donne e gli uomini dell’SLC hanno deciso che la differenza di genere deve essere adeguatamente rappresentata anche e soprattutto nei luoghi in cui si fa la contrattazione.
La norma antidiscriminatoria si applica infatti nella nostra Categoria anche nelle delegazioni trattanti e nei coordinamenti di settore. Perché è importante che le donne ci siano, ma se non hanno la possibilità di incidere concretamente, nel sindacato, come in altri luoghi, servono a poco.
Oggi, grazie agli interventi che seguiranno, proviamo dunque a fare il punto, annodando i fili di un’azione generale con quelli più specifici della nostra categoria, chiamata di continuo a difendere conquiste ormai non più scontate.
Migliaia sono infatti le difficoltà delle donne che rappresentiamo, dove il confine tra lavoro autonomo e precarietà è spesso labile, come nel caso del mondo dello spettacolo.
Donne e lavoratrici profondamente diverse, che vogliamo provare ad unire lavorando ad un’idea di contrattazione che tenga però alcuni punti fermi, in tutti i settori.
Le proposte scaturite dall’ assemblea di giugno e dai successivi seminari devono rappresentare il solco entro il quale muoverci.
A partire dalla formazione, quale strumento per qualificare e riqualificare lavoratrici e lavoratori e quindi elemento indispensabile per contribuire ad affermare la presenza e la professionalità delle donne nel mdl e a non penalizzarle dopo una assenza medio-lunga.
Con lo stesso spirito bisogna poi rilanciare, ma a dire il vero noi abbiamo buone pratiche in tal senso, il tema della bilateralità, per esercitare la nostra parte di controllo sulle azioni formative e assicurarci che vadano nella direzione di una reale qualificazione professionale.
Così come nei CCNL, il capitolo formazione andrebbe curato prevedendo ad esempio una specifica indicazione su come renderla fruibile in termini di tempi, sedi, orari e modalità.
Dal momento infatti che per le donne il fattore tempo non è ininfluente e che sono loro i soggetti portati più spesso ad interrompere per periodi medio-lunghi il proprio lavoro, per portare a termine una gravidanza, ma anche, purtroppo, per espulsione dal mercato del lavoro, bisogna porre un’attenzione maggiore al tema, definendo meglio le modalità di fruizione, al fine di creare le condizioni più idonee alla partecipazione femminile.
Su questo tema, uno sforzo in più, almeno nelle aziende più grandi, andrebbe compiuto dalla contrattazione di II livello, con il supporto delle Commissioni Pari Opportunità il cui ruolo, però, appare ancora debole.
La loro azione va invece rafforzata, a loro spetta il delicato compito di verificare l’esistenza di cambiamenti che gli eventuali accordi siglati abbiano prodotto nell'organizzazione delle imprese e nella vita professionale delle lavoratrici, ma anche il compito di effettuare un monitoraggio costante per evidenziare processi e progressioni di carriera, denunciando eventuali discriminazioni.
Diversamente il cerchio non si chiude, potremo anche scrivere meravigliosi accordi, ma non ci sarà nessuno in grado di garantirne la completa lettura e la corretta applicazione.
Sul tema della flessibilità, poi, bisogna cambiare approccio. Spezzare un’ottica rigida, maschile anche nei termini.
In Telecom è stato fatto un ottimo accordo, che consente ai lavoratori di avere turni agevolati, ma si chiamano “Turni mamma”, consolidando anche a casa nostra l’idea che la gestione di un figlio debba esclusivamente essere affidata alle donne.
Dovremmo invece incidere maggiormente per far sì che a partire dalla fruizione dei congedi parentali non si applichi una discriminazione a monte, né pratica, né tantomeno culturale.
Il diritto ad essere accudito è del bambino, non si capisce dunque perché ci debba essere un “turno mamma” e non un “turno genitore”.
Esperienze fatte, dimostrano che adottando modelli che fanno  incontrare le esigenze aziendali e quelle delle lavoratrici e dei lavoratori si riducono i fenomeni di assenteismo e si incrementa la produttività, su questo allora bisogna maggiormente spingere.
Non di voucher dunque c’è bisogno, ma di strumenti contrattuali che modulino il lavoro, a partire dagli orari, in maniera intelligente, rendendo la vita meno difficile alle lavoratrici che diversamente si vedranno relegate in una dimensione in cui il part time (quasi mai volontario) è l’unica condizione per sopravvivere, in un precario equilibrio tra la sfera lavorativa e quella familiare.
Ma il problema dell’orario non è purtroppo l’unico.
Abbiamo una responsabilità più grande e più urgente oggi, che è quella di mettere paletti precisi, soprattutto in una condizione drammatica come quella attuale, in cui siamo chiamati a gestire accordi tendenti alla difesa del maggior numero possibile di posti di lavoro.
Ma è proprio in questi casi che bisogna porre più attenzione.
Quando ad esempio si affrontano riorganizzazioni e viene posto il tema della mobilità interna, bisogna tenere presente che l’impatto della mobilità, specie quella nazionale non è uguale su un uomo e su una donna - magari madre - e stabilire priorità e confini.
In difetto di simili azioni, rischiamo di contribuire al già grave fenomeno delle dimissioni femminili.
Così come quando discutiamo di organizzazione del lavoro, dobbiamo considerare attentamente le differenze fisiche esistenti tra uomini e donne, portatori ognuno di condizioni di partenza diverse, di diverse modalità percettive e anche di differenti vulnerabilità. Differenze che si ripercuotono inevitabilmente anche sui rischi affrontati.
Anche in questo caso dunque la lettura di genere è indispensabile, per adottare un approccio che rispetti la tutela della salute e sicurezza sul lavoro partendo dal riconoscimento delle diversità che caratterizzano i due generi.
Concludo con una frase che mi diceva sempre mia nonna per aiutarmi quando cercavo qualcosa e non riuscivo a trovarla: “quattro occhi vedono meglio di due”, credo che si adatti al ragionamento che stiamo facendo oggi…