23 febbraio 2015

Cococo e Cocopro, il licenziamento è servito?

Matteo Buzzurro:
Sono state approvate dal C.d.m. le nuove norme del famosissimo Jobs Act che tra le tante normative ha portato l'abrogazione, dal 2016, dei contratti atipici Co.co.pro. e Co.co.co.. Ma come il governo li sostituirà? Innanzitutto c'è da essere scettici sul fatto che le eliminazioni dei contratti atipici portino ad un assorbimento a tempo indeterminato, molte aziende che puntano sulla quantità si vedrebbero lievitare le tasse per tale assorbimento costringendole a non riconfermare i contratti in scadenza.

Matteo Renzi ha tenuto a precisare gli incentivi a tale passaggio che però non sarà considerato da quelle aziende del calibro dei call center che vedono nel reclutamento massivo una ragione di vita. Ma quali sono i contratti che andranno a morire dal 2016? Come sono nati? I contratti di collaborazione coordinata e continuativa rappresentano la prima forma di contrattazione cosiddetta atipica. I collaboratori coordinati e continuativi sono dei lavoratori parasubordinati e rappresentano una forma ibrida tra lavoratori autonomi e dipendenti con la prerogativa importante dell'autonomia nell'operatività e un contatto diretto con il committente entrando nel tessuto connettivo della produttività. Il committente è anche il coordinatore produttivo quindi detta le regole aziendali solo nella produzione svincolando il collaboratore da un obbligo sull'orario di lavoro. I contratti di collaborazione a progetto (Co.co.pro.) sono invece dei contratti nati come potenziamento dei Co.co.co..

Introdotti dagli albori del pacchetto Treu e fiore all'occhiello della legge Biagi, economista e consulente del Ministero del Welfare ucciso nel 2002 a Bologna. Il contratto a progetto nasce con un programma fisso denominato progetto con un'autonomia del collaboratore come nel Co.co.co. con una determinabilità nel tempo ma senza vincolo di continuità collaborativa, ovvero il committente può in qualsiasi momento fare a meno del collaboratore. L'assenza di subordinazione rendeva questo contratto debole e incline alla soluzione della collaborazione (per entrambi non si può parlare di licenziamento perché non vi è la subordinazione).

L'eliminazione di questi contratti maturati dal Jobs Act fa sorgere una domanda, come le aziende prenderanno questa legge? Saranno veramente modificati i contratti dei collaboratori? E infine, non c'è pericolo di grandi fughe di massa per l'est europeo delle aziende che fino ad oggi hanno usato questa forma contrattuale? A queste domande solo il tempo potrà rispondere esaustivamente, certamente tra le migliaia di collaboratori queste domande sorgono forti e potenti come un fiume in piena, perché il pericolo di nuove forme di disoccupazione è evidente e quando c'è in ballo la dignità del lavoratore è giusto porsi delle domande al quale la storia e i governanti sono tenuti a rispondere.


TELECOM – PIANO STRATEGICO 2015-2017

Milano, 20 feb. (LaPresse) - I conti della svolta non sono arrivati per Telecom Italia: nel 2014 calano fatturato ed Ebitda, anche se meno del passato, mentre il debito rimane oltre i 26 miliardi. Il piano industriale 2015-2017, presentato oggi a Londra poco dopo il consuntivo preliminare 2014, nonostante tutto ciò, passa ancora per forti investimenti: ben 14,5 miliardi tra Italia e Brasile. L'obiettivo del profitto è lontano, ma se tutti gli investimenti daranno i frutti sperati si arriverà ad una gestione in nero tra tre anni: l'Ebitda sarà infatti negativo quest'anno, piatto nel 2016 e in crescita nel 2017. In questo scenario, evidentemente complesso, l'a.d. Marco Patuano, esclude però un'integrazione con l'operatore di rete fissa leader in Brasile, quella Oi che si era detta interessata ad un merger con Tim Brasil: "Sulla mia scrivania non c'è posto per Oi" ha detto parlando agli analisti a Londra. Brasile che quindi andrà avanti da solo, e non sarà un cammino semplice viste le crescenti difficoltà dell'economia locale. L'unico asset in uscita è quindi la rete italiana di 1.500 torri di telecomunicazione, che saranno scorporate e quotate in Borsa tramite Inwit. Un'operazione analoga l'hanno già fatta anche: Mediaset creando Ei Towers, la Rai con RaiWay e recentemente Wind che ha ceduto le sue torri ad Abertis.

Acque ancora molto mosse attorno a Metroweb, la società di Cdp che detiene delle reti in fibra ottica a Milano e Roma, che molti vedono come soggetto aggregatore per la rete ultrabroad band coinvolgendo non solo Telecom ma anche Fastweb e Vodafone. Una convivenza difficile, specie se l'operatore 'incumbent', Telecom, chiede il controllo del nuovo soggetto. Patuano è stato chiaro: "C'è spazio per andare avanti - ha spiegato agli analisti - abbiamo detto da subito, che a certe condizioni saremmo stati interessati, fare un investimento nelle aree metropolitane è una priorità che si distribuirà nel tempo in modo corretto".

LA VERA SORPRESA DEL PIANO SONO LE 4MILA ASSUNZIONI CHE TELECOM INTENDE PORTARE AVANTI NEI PROSSIMI ANNI, SFRUTTANDO, È SCRITTO NERO SU BIANCO NEI COMUNICATI, LE AGEVOLAZIONI DEL JOBS ACT, PONENDOSI COME OBIETTIVO DI QUASI TRIPLICARE I SUOI DIPENDENTI TRA I 20 ED I 30 ANNI, CHE PASSERANNO DAL 3% ALL'8% NEL 2018. COSÌ SI FACENDO CI SI ASPETTA UN RISPARMIO SUI COSTI DI PERSONALE DEL GRUPPO, GRAZIE ALLE AGEVOLAZIONI PER I NEOASSUNTI, DI CIRCA 100 MILIONI, NONOSTANTE I LAVORATORI TELECOM SIANO IN SOLIDARIETÀ DA ORAMAI 4 ANNI.

Più in generale il piano 2015-2017 prevede attività di efficientamento delle spese con un risparmio di circa 1 miliardo cumulato nel triennio.

Tornando ai numeri del bilancio 2014, Telecom Italia chiude con ricavi consolidati a 21,573 miliardi di euro (-5,4% in termini organici rispetto al 2013) ed un Ebitda consolidato a 8,786 miliardi di euro (-6,8% in termini organici rispetto al 2013). L'indebitamento finanziario netto rettificato di Telecom Italia, stando a quanto riportato nella nota sui risultati preliminari del 2014, cala a 26,651 miliardi di euro, in diminuzione di soli 156 milioni.

I ricavi dei servizi domestici hanno registrato nel quarto trimestre 2014 una variazione anno su anno del -4,4%, in recupero di 4,7 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2013. Una situazione che potrebbe cambiare ora che l'80% della popolazione è raggiunta dalla tecnologia Lte (Long Term Evolution), mentre il 28% della popolazione è già raggiunto dalla fibra ottica. Per l'Italia sono previsti in tutto 5 miliardi di investimenti, per incrementare di circa 1 milione i clienti attivi. Oltre agli investimenti poi Telecom da aprile potrà contare anche sulla possibilità di offrire i contenuti di Sky via web, l'accordo è dell'aprile 2014, ma diventerà operativo sono da aprile di quest'ano: "Avremo gli stessi contenuti di Sky sul satellite - ha spiegato Patuano - l'accordo prevede l'accesso alla base dei clienti di entrambi, i profitti saranno suddivisi". Infine un cambiamento di forma, più che di sostanza: l'intera offerta commerciale di Telecom Italia rientrerà d'ora in poi sotto le insegne 'Tim', brand ritenuto più internazionale ed identificabile. In Borsa il titolo è stato molto volatile, con andamento da montagne russe sopra e sotto la parità, al momento viaggia a 1,01 a -1,27%. Restando in tema di Borsa, nessun accenno alla fusione di Telecom Italia Media (-1,43% a 1,03 euro).

20 febbraio 2015

COMUNICATO UNITARIO ALMAVIVA

Si è svolto a Roma l’incontro fra la dirigenza di Almaviva Contact, le Segreterie Nazionali, Territoriali e le RSU aziendali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL e UGL Telecomunicazioni.
Il Presidente di Almaviva Contact ha confermato il perdurare di tutti quegli effetti distorsivi del mercato che stanno, ormai da tempo, portando l’intero settore, ed Almaviva in particolare, verso una crisi che rischia di essere irreversibile.
In questo scenario l’azienda ha dichiarato come la questione dell’assegnazione della commessa Wind, ancora in attesa di attribuzione, ha assunto ormai uno snodo fondamentale per la vita dell’Azienda. L’eventuale perdita dell’intera commessa, sia il pezzo di Milano che quello di Palermo e Catania, porterà l’azienda all’apertura immediata di una procedura di licenziamenti collettivi per 1500 persone, ai quali si deve aggiungere il mancato rinnovo di 200 contratti a progetto per l’outbound, e la successiva trasformazione dei Contratti di Solidarietà in Cassa Integrazione Straordinaria.
Come OO.SS. abbiamo ribadito il massimo impegno ad arrivare ad una regolamentazione del settore che superi questi elementi distorsivi. Sulla questione della commessa Wind l’attenzione del sindacato è massima. L’assegnazione del lotto precedentemente lavorato da Infocontact non lascia spazio all’ottimismo. Le condizioni poste dal nuovo fornitore per assumere i lavoratori vanno nella direzione dell’ennesima forte contrazione di salario, pienamente in linea con quella tendenza, non solo di Wind, a scaricare sugli appalti tutte le tensioni derivanti dalla crisi che sta attraversando il Paese. Qui non è in discussione il libero mercato, quello che è in discussione è che un mercato è veramente libero se si rispettano le regole e non si cercano scorciatoie che finiscono per scaricare i loro effetti solo sui lavoratori.
Pur comprendendo l’estrema delicatezza del momento il sindacato tutto ha invitato l’azienda ad evitare azioni che rischierebbero di innescare un meccanismo “distruttivo” che rischia di travolgere l’intera azienda. Nello stesso tempo le Segreterie Nazionali, congiuntamente alle strutture territoriali ed alle RSU hanno valutato come la gravità della situazione imponga di iniziare da subito un percorso di mobilitazione che responsabilizzi tutti i committenti, da quelli privati come Wind a quelli Istituzionali come i Comuni di Roma e Milano, di fronte agli effetti nefasti che le loro decisioni, in assenza di veri interventi di salvaguardia occupazionale, possono avere sull’occupazione di migliaia di donne e uomini di questo Paese. Nelle prossime ore verranno attivate delle assemblee unitarie su tutti i territori, contemporaneamente si metteranno in campo iniziative di sensibilizzazione che diano piena visibilità alle conseguenze che le azioni della committenza possono avere sull’occupazione. Oltre alla dichiarazione dello stato di agitazione in tutte le sedi di Almaviva, in assenza di precisi segnali che, ad iniziare dal confronto su Infocontact, esprimano chiaramente la volontà della committenza di farsi carico veramente della questione occupazionale, si deciderà un pacchetto articolato di scioperi con manifestazioni territoriali.
Roma, 20 febbraio 2015
Le Segreterie Nazionali

SLC-CGIL FISTel-CISL UILCOM-UIL UGL-Telecomunicazioni

19 febbraio 2015

LAVORATORI ALMAVIVA RISCHIANO 1500 LICENZIAMENTI

Si aggrava ulteriormente la situazione di Almaviva Contact: la prossima assegnazione della commessa Wind ad altro fornitore, in assenza di reali misure di salvaguardia occupazionale, apre le porte ad uno scenario terribile con 1500 licenziamenti e lo
spettro della Cassa Integrazione Straordinaria.
L’assegnazione della commessa Wind gestita sino ad oggi da Infocontact in Calabria ad altro fornitore non è tranquillizzante. L’offerta del nuovo aggiudicatario per l’assunzione dei lavoratori prevede condizioni pesantissime, per le persone e per il settore, che dimezzano le ore lavorate e azzerano gli scatti di anzianità.
Se a questo si aggiungono i recenti provvedimenti governativi, a partire dalla decontribuzione per le start up e la totale assenza di incentivi per facilitare la continuità occupazionale in caso di cambio di appalto, è evidente come lo scenario che si delinea è terribile.
Wind, da un lato, si sta assumendo una responsabilità enorme con l’assegnazione di una commessa che, a giudicare da quanto sta accadendo su Infocontact, finisce per aggravare la situazione dell’intero settore. Il Governo, dall’altro, deve prendere atto
di quanto i recenti provvedimenti in materia di occupazione stanno avendo, per ilsettore dei call center, un effetto micidiale che rischia di tradursi in ulteriore perdita di posti di lavoro.

Roma, 19 febbraio 2015

18 febbraio 2015

Congedi di lavoro: quando serve il permesso dell’azienda?


Con la sentenza n. 2803/2015 la Corte di Cassazione ha stabilito che è legittimo il licenziamento in caso di assenze ingiustificate per permessi fruiti dal lavoratore senza il consenso del datore di lavoro. In sostanza il congedo dal lavoro può essere fruito solo con il permesso del datore di lavoro, tranne alcune eccezioni, e solo per gravi motivi. Si tratta dei tre giorni di permesso retribuiti che spettano di diritto ogni anno ai lavoratori subordinati.
Congedo automatico
Il congedo, tuttavia, scatta in modo automatico solo in caso di decesso o di infermità grave e documentata (la documentazione deve essere presentata entro 5 giorni):

   1. del coniuge, anche se legalmente separato;
   2. di un parente entro il secondo grado, anche non convivente;
   3. di un soggetto componente la famiglia anagrafica.

Congedo con consenso dell’azienda
In tutti gli altri casi è necessario il permesso dell’azienda: il lavoratore deve comunicare preventivamente, al datore di lavoro, l’evento per il quale richiede il permesso e i giorni nei quali intende utilizzarlo. Il datore di lavoro dovrà fornire entro 10 giorni dalla richiesta di congedo le sue valutazioni, comunicando l’esito al dipendente. Il datore di lavoro può negare il congedo per motivazioni organizzative o produttive che non consentono di sostituire il dipendente. Eventualmente l’azienda può proporre il rinvio del congedo ad un periodo successivo.

Licenziamento legittimo
Se il lavoratore ricorre ai permessi, senza preventiva comunicazione il licenziamento è legittimo, per assenza ingiustificata dal lavoro. In sostanza, a parte i casi in cui il congedo scatta in automatico, negli altri casi il lavoratore non può assentarsi senza che il datore sia messo nella condizione di verificare l’effettiva sussistenza delle giustificazioni ed eventualmente di negare il permesso o proporre il differimento del congedo o di fruirlo in modo parziale. Il motivo è che la fruizione dei congedi lasciata al mero arbitrio del lavoratore impedirebbe l’esercizio del potere di direzione e di organizzazione dell’impresa, che spetta al datore di lavoro, con pregiudizio anche per gli altri lavoratori. (Fonte: sentenza n. 2803/2015 della Corte di Cassazione).

Incontro Telecom Italia 18 febbraio 2015


Nella giornata odierna Telecom ha fornito alle Segreterie Nazionali le seguenti informative:

a)      Venerdi 20 febbraio sarà avviata formalmente la procedura di cessione del  ramo d’azienda torri alla società Inwit;
b)      Il 15 marzo avrà inizio un percorso per la chiusura delle sedi di cui all’allegato;
c)      Viene confermato il percorso di societarizzazione, anche nelle tempistiche già comunicate, con una ipotesi di delibera del CDA nel mese di maggio, l’avvio della procedura di legge a settembre e il trasferimento delle attività e del personale dal 1 ottobre.

Come Segreteria Nazionale abbiamo sottolineato i seguenti aspetti:
Sulla procedura di cessione dell’attività delle Torri abbiamo rivendicato l’esigenza di definire un accordo che preveda clausole di riassunzione in Telecom del personale trasferito in caso di particolari avvenimenti (fallimento, crisi ecc.) oppure come diritto d’opzione del singolo lavoratore nel caso in cui telecom perda il controllo della società.

Analogamente si è rivendicato un comportamento coerente sull’annunciato progetto di reinternalizzazione di personale da TIIT a Telecom che con le decisioni unilateralmente assunte dall’azienda rischia di ingenerare un clima di profonda sfiducia sul futuro di TIIT.

L’azienda, ha confermato che nella procedura di legge sarà affrontato il tema delle tutele per il personale coinvolto nel trasferimento delle torri e che aprirà una riflessione su TIIT per quanto attiene una maggior coinvolgimento del personale nei progetti aziendali che confermano un ruolo primario di TIIT.

Per quanto attiene la chiusura delle sedi si sottolinea che in gran parte la chiusura coinvolgerà le stesse sedi individuate dall’ipotesi sottoscritta in data 18 dicembre, alle quali ne vengono aggiunte alcune con poche unità coinvolte.

Si è ribadita la totale contrarietà al progetto di societarizzazione per il quale SLC CGIL attiverà tutte le iniziative di contrasto necessarie invitando l’azienda a riaprire il tavolo negoziale per trovare un nuovo e condiviso punto di equilibrio.


Su tale tematica l’azienda ha dichiarato la sua indisponibilità.

16 febbraio 2015

Entro il 2016 TIM sarà l'unico brand per telefonia fissa e mobile di Telecom

www.repubblica.it/economia
Profonda trasformazione commerciale in vista per Telecom Italia. A cominciare dal nome che la identifica: di qui al 2016, Tim diventerà l'unico marchio commerciale per l'intera offerta fissa, mobile e Internet della compagnia telefonica. La conferma arriva dal gruppo telefonico che, con l'amministratore delegato Marco Patuano, ha illustrato alle Associazioni dei consumatori le strategie commerciali dell'azienda.

L'ex monopolista lancerà da maggio una semplificazione tariffaria con un'offerta di tipo 'flat', comprendente chiamate illimitate verso i telefoni fissi e i cellulari nazionali a fronte di un'unica voce di spesa, superando quindi la distinzione tra canone e chiamate. La soluzione 'Tutto compreso' costerà 29 euro al mese. "Analogamente, per tutti coloro che oltre alla linea telefonica di base utilizzano anche il servizio Adsl, la linea evolverà verso l'offerta 'Tutto' che aggiunge alla connessione illimitata anche tutte le chiamate verso i telefoni fissi e i cellulari nazionali, a fronte di un prezzo unico di 44,90 euro al mese", spiega ancora la compagnia. A partire dal mese di luglio inoltre la bolletta avrà cadenza mensile.

L'iniziativa dell'introduzione della tariffa 'flat' ha l'obiettivo di diffondere maggiormente l'utilizzo delle connessioni a banda larga e ultrabroadband, e riguarderà i clienti che hanno scelto Telecom Italia da più di 10 anni: coloro che hanno soltanto la linea telefonica di base, avranno la possibilità di usufruire gratuitamente per un anno del servizio Adsl 'flat', mentre chi ha già l'Adsl potrà passare alla fibra ottica mantenendo lo stesso prezzo.

I clienti, si specifica, possono sempre scegliere altre soluzioni di offerta, in base alle proprie esigenze di comunicazione, compresa la possibilità di mantenere un'offerta con traffico voce a consumo che prevede un costo di abbonamento di 19 euro al mese. I nuovi prezzi non riguarderanno i clienti che già utilizzano specifiche offerte a 'pacchetto' che includono servizi voce, dati e la linea telefonica, coloro che beneficiano delle condizioni agevolate e i titolari della carta acquisti (cosiddetta 'social card').


Patuano ha poi garantito che Telecom continuerà a impegnarsi nello sviluppo delle infrastrutture ultrabroadband fissa e mobile per rispondere alle sempre più crescenti sfide tecnologiche e competitive del paese. "Abbiamo superato in maniera significativa i target annuali previsti nel piano industriale 2014-2016 - ha spiegato - e ad oggi con il 4G sono stati coperti più di 3.500 comuni, pari ad oltre l'80% della popolazione, mentre con la fibra ottica abbiamo raggiunto circa il 30% del territorio nazionale e lanciato i servizi ultrabroadband in oltre 130 città. Stiamo facendo molto per dotare il Paese di reti di nuova generazione e continueremo a farlo sempre di piu".

Sicurezza: Stress, il rapporto con i clienti è la prima causa


www.rassegna.it
Le relazioni con persone esterne, che siano clienti, pazienti, alunni o gente in fila allo sportello, questa è la prima causa di stress e rischio psico-sociale in Europa. A dirlo sono i primissimi risultati della seconda “European Survey of Enterprises on New and Emerging Risks” (Esener-2) (scarica il pdf), ossia la ricerca europea sui rischi nuovi ed emergenti, realizzata nell’estate-autunno scorso dall’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (Eu-Osha) di Bilbao, con particolare attenzione all’individuazione di rischi psicosociali, stress lavoro correlato, molestie e violenze. Lo studio è stato effettuato in oltre 49 mila imprese (con minimo cinque dipendenti) presenti in 36 paesi europei. I risultati completi saranno pubblicati nel corso del 2015, mentre una nuova tornata di dati è prevista per il 2017.

In generale, i primi rischi segnalati sono le relazioni con clienti (58 per cento degli intervistati), l’assunzione di posture faticose o dolorose, compreso lo stare seduti per lunghi periodi (56), i movimenti ripetitivi di braccia e mani (52). Seguono, con quote minori, il rischio di incidenti con macchine e utensili manuali, la movimentazione di carichi pesanti, il rischio di incidenti con veicoli e la pressione data dai ritmi incalzanti.

I fattori di rischio psicosociali sono percepiti come più impegnativi di altri rischi, eppure nel 20 per cento delle imprese europee mancano le informazioni adeguate e gli strumenti per affrontarli. Solo il 55 per cento delle aziende che impiegano 20 o più lavoratori riferiscono di avere una procedura per gestire eventuali casi di minacce, abuso o aggressioni da parte di clienti o altri soggetti esterni, una quota che sale al 72 per gli istituti che si occupano di istruzione, salute e assistenza sociale. In questo senso l’Italia è il paese messo meglio, almeno “formalmente”, visto che nel 94 per cento delle imprese viene svolta con regolarità la valutazione dei rischi psico-sociali.

A muovere le aziende a svolgere questa valutazione è anzitutto l’obbligo giuridico (85 per cento), poi la necessità di rispondere alle aspettative di dipendenti e sindacati, voler evitare le multe comminate dagli ispettorati del lavoro e voler mantenere una buona reputazione dell’azienda. L’indagine Esener-2 rileva, comunque, una certa “riluttanza a parlare apertamente di questi problemi”, che viene indicata come il principale ostacolo per la soluzione dei rischi psico-sociali. Una riluttanza che si riverbera anche sullo scarso utilizzo degli psicologi (sia in-house sia esterni), consultati solo dal 16 per cento delle imprese: in Italia si avvale di queste figure solo 10 per cento delle aziende, la punta massima (circa il 60 per cento) è in Svezia e Finlandia.

Per quanto riguarda la partecipazione dei dipendenti, la ricerca constata che nel 63 per cento delle aziende questi hanno avuto un ruolo nella progettazione e nella messa a punto di misure preventive. Un coinvolgimento giudicato comunque non sufficiente, proprio in virtù della particolare natura di questi rischi. L’ultima annotazione è sulle forme di rappresentanza dei lavoratori: il rappresentante per salute e sicurezza è coinvolto nel 58 per cento delle imprese, con punta massima del 67 per quelle che si occupano di istruzione, sanità e assistenza sociale.





Caso Nicole, per la Cgil di Catania, le "Responsabilità politiche sono della Regione

“La Cgil crede che le responsabilità politiche sul caso della piccola Nicole, gravissime, siano del governo regionale siciliano, sia quello passato retto da Lombardo così come quello attuale presieduto da Crocetta. Lo stucchevole rimpallo di responsabilità al quale stiamo assistendo non serve a nulla. La magistratura ha aperto un’inchiesta. Aspettiamo gli esiti con rispetto ed attenzione, ma abbiamo molti dubbi, molte domande alle quali urge risposta”.
Il caso della piccola Nicole, la neonata deceduta in ambulanza dopo non avere trovato posto negli ospedali pubblici, colpisce anche il sindacato catanese che da anni punta al confronto sulle carenze del sistema sanitario.

Sul caso, stamattina sono intervenuti il segretario generale della Camera del lavoro, Giacomo Rota, la segretaria confederale Nicoletta Gatto, la responsabile del Dipartimento confederale Pubblico impiego, Rosaria Leonardi, il responsabile del Dipartimento Sanità Turi Cubito, il segretario generale della Fp Cgil, Gaetano Agliozzo. Presenti anche Carmelo Calvagna e Renato Scifo della Cgil medici.
Per la Cgil, insomma, il governo regionale non avrebbe dato seguito alle promesse degli ultimi anni, né avrebbe mai curato un vero confronto con i sindacati proprio a proposito di un tema molto delicato come quello della rete ospedaliera.

“Ci chiediamo per quale motivo non sia più disponibile il servizio di elisoccorso che, probabilmente, sarebbe servito alla bambina. – dice Giacomo Rota- Purtroppo i tagli sconsiderati alla Sanità non permettono al servizio di essere disponibile nelle ore notturne. Vorremmo poi capire se 38 posti di UTIN (la terapia intensiva neonatale) sono da ritenersi sufficienti per la popolazione della provincia di Catania, se cioè sono sufficienti a soccorrere i nostri piccoli nel caso dovessero averne bisogno. La Cgil vuole poi sapere come mai ospedali importanti come il Policlinico, il Vittorio Emanuele e il Cannizzaro, si ritrovano ancora oggi senza direttori generali. La conseguenza di questa mancanza è sotto gli occhi di tutti: impedisce una programmazione a lungo periodo; inoltre, purtroppo, la rete delle ambulanze neonatali non è coordinata e non è stato nominato il direttore generale del servizio 118. Riteniamo in ultima analisi, che la sanità pubblica non possa subire alcun taglio a scapito di quella privata. Il servizio sanitario pubblico è la risposta centrale al diritto alla salute dei cittadini. E a proposito di questo, resta infine da chiedersi come mai la Regione ritiene sia giusto chiudere i reparti con meno di 500 parti all'anno, quando la stessa regola non verrebbe invece applicata alle strutture private “.

A fornire qualche numero sui parti a Catania è stata Rosaria Leonardi: nella provincia sono 12 mila, in media, in un anno, e di questi 1000 sono statisticamente collegate a nascite di prematuri. “Non si può non tenere conto di questo dato, e della realtà anche sociale della madri, che oramai – anche se non ci riferiamo al caso specifico di Nicole- partoriscono in età sempre più matura a causa di una crisi economica e di una mala occupazione che permette loro di fare una famiglia quando vorrebbero”. E aggiungono Turi Cubito, Gaetano Agliozzo e Nicoletta Gatto: “Sarà compito della magistratura rintracciare i responsabili , ma è nostro dovere individuare responsabilità politiche per la scelta fatta in materia di posti letto ed emergenza. I tagli effettuati hanno ridotto del 10% i posti letto ma è mancato il contemporaneo potenziamento del territorio. La rete del sistema di rianimazione è carente sia di posti che di personale, le assunzioni di medici restano nell’albo delle promesse mai mantenute. La procedura STEN, il sistema che dovrebbe garantire l’assistenza proprio nella neonatologia, è carente sia di mezzi che di personale”.

NOTA DI REDAZIONE:
Nella foto il Segretario Generale della Camera del lavoro Giacomo Rota


Pause videoterminale

Il datore di lavoro può sostituire le pause dal videoterminale, obbligatorie per i dipendenti che trascorrono continuativamente tempo davanti al PC, con mansioni differenti che non prevedano l’uso del computer: lo ha stabilito una sentenza di Cassazione, la numero 2679 dell’11 febbraio 2015, riferita al caso di una dipendente di Telecom Italia. Il punto è il rispetto delle normative sulla sicurezza sul lavoro, che prescrivono una pausa di un quarto d’ora ogni 120 minuti (due ore) passati davanti al PC.
L’azienda non aveva riconosciuto queste pause, perché di fatto la dipendente oltre alle mansioni che prevedevano la permanenza davanti al videoterminale, aveva anche compiti di back-office, di tipo amministrativo, che non richiedevano l’utilizzo del PC. La sentenza di primo grado aveva dato ragione alla lavoratrice, stabilendo un indennizzo di circa 4mila euro, così l’azienda ha presentato ricorso. Va segnalato che la vicenda si riferisce alla fine degli anni ’90 e, dunque, la legge di riferimento per quanto riguarda i lavori davanti al videoterminale è l’articolo 54 del Dlgs 626/1994 (oggi sostituito dall’articolo 175 del Dlgs, decreto legislativo, 81/2008). Ebbene, la “vecchia” 626, prevedeva che il lavoratore che svolgeva la sua attività al PC per almeno quattro ore consecutive avesse diritto a un’interruzione «mediante pause ovvero cambiamento di attività». Modalità da stabilire dalla contrattazione collettiva o aziendale. In mancanza di accordi contrattuali, la norma prescriveva una pausa di 15 minuti ogni 120 trascorsi al videoterminale (come prevede anche la nuova legge). Comunque sia, il punto fondamentale è l’esplicito riferimento alla possibilità di sostituire le pause con diverse mansioni, che rappresentassero un cambiamento di attività.
La Corte, si legge nella sentenza:
«Ha accertato che nella fattispecie non sussisteva la continuità dell’applicazione al videoterminale e che, peraltro, lo svolgimento, seppur in maniera minore, dell’attività amministrativa nella stessa giornata comportava un cambiamento di attività, idonea a integrare la prevista interruzione».
Risultato: la Corte di Cassazione ha dato ragione all’azienda. Il precedente è importante, perché sancisce appunto che una diversa mansione, che non preveda l’uso del PC, possa essere considerata alla stregua delle pause.
Normativa
Si tratta di un punto sul quale la vecchia e la nuova normativa sono relativamente simili, nel senso che anche il copra citato articolo 175 della legge 81/2008 prevede per il lavoratore il diritto «ad una interruzione della sua attività mediante pause ovvero cambiamento di attività». Le modalità delle interruzioni devono essere stabilite dai contratti di lavoro e in caso contrario vale la pausa di 15 minuti ogni due ore davanti al PC. Sottolineiamo che nei tempi di interruzione non sono compresi quelli di attesa della risposta da parte del sistema elettronico (considerati, a tutti gli effetti, tempo di lavoro) e che la pausa è considerata parte integrante dell’orario di lavoro e, come tale, non è riassorbibile all’interno di accordi che prevedono la riduzione dell’orario complessivo di lavoro.



Almaviva: Lettere ai Sindaci Marino e Pisapia


Egregio Sindaco,
come Ella saprà, a seguito della definitiva assegnazione dell’appalto del servizio “060606” alla società Abramo Customer Care, il prossimo 31 marzo 2015 scadrà la proroga concessa alla società Almaviva Contact, attuale assegnataria del servizio. A quella data 270 lavoratrici e lavoratori rimarranno di fatto senza lavoro.
Prendendo atto delle dichiarazioni dell’Amministrazione comunale secondo le quali il bando di gara , e la relativa aggiudicazione, non sono stati gestiti perseguendo la logica del massimo ribasso ma secondo criteri più complessivi di efficienza e qualità, riteniamo indispensabile che il Comune di Roma si faccia parte attiva nel costruire le condizioni affinché il nuovo aggiudicatario possa assumere i 270 lavoratori che sino ad oggi hanno risposto a nome e per conto della’Amministrazione cittadina, garantendo loro la continuità occupazionale e salariale. Tutto questo nell’ottica di evitare, da un lato, che la vostra legittima decisione di cambiare fornitore finisca per esser pagata da lavoratori che, riteniamo, fino ad oggi hanno fornito un servizio alla cittadinanza di Roma con professionalità riconosciuta ed apprezzata; dall’altro che venga disperso un patrimonio di competenze acquisite con anni di lavoro. E con il primario obiettivo che delle persone, spesso non più giovanissime, finiscano per ritrovarsi senza occupazione in un Paese privo di grandi opportunità lavorative.
Certi che Ella vorrà avere una parte attiva nel salvaguardare l’occupazione, garantendo nel contempo, una continuità negli standard qualitativi del servizio, Le chiediamo di voler, in tempi rapidissimi, favorire la convocazione di un tavolo di confronto sindacale con il nuovo aggiudicatario della commessa affinché si possa arrivare a definire le condizioni per garantire a 270 cittadine e cittadini di questo Paese il proprio posto di lavoro.
In mancanza di un segnale da della Vostra Amministrazione le scriventi Organizzazioni Sindacali metteranno in campo tutte le iniziative che riterranno più opportune ed efficaci alla tutela di questi lavoratori.
Distinti saluti.

Le Segreterie Nazionali di SLC‐CGIL, FISTEL‐CISL e UILCOM‐UIL

12 febbraio 2015

Jobs Act: Demansionamento libero...

Premessa: come può un demansionamento migliorare la produttività e competitività di un'azienda? Non c'è manuale di organizzazione del lavoro, per quanto cervellotico, che osi sostenere una stupidaggine del genere. Quindi "demansionare" uno o più lavoratori - ovvero affibbiargli una qualifica e uno stipendio inferiori - è una possibilità che serve sicuramente ad un altro scopo.

E non ci sembra difficile da capire, se si è mai lavorato da qualche parte (pubblico o privato, non fa molta differenza, in questo caso).

La ragione può essere soltanto una: minacciare i dipendenti, colpendo nella dignità professionale e nel salario quelli che all'occhio del padrone rappresetano "un problema". Può accadere perché sei un sindacalista, o uno che cerca di far rispettare alcuni diritti. O magari perché, lavorando, se stato spremuto tanto da diventare "inidoneo" (come accade in certe fabbriche metalmeccaniche, dove letteralmente ci si spezza la schiena).

Con le leggi attuali, l'imprenditore non può fare molto. Con l'abolizione dell'art. 18 può licenziarli, certo. Ma se la competenza del dipendente è difficile da sostituire è obbligato - per motivi banalmente "produttivi" - a tenerselo. Quindi, hanno pensato gli "esperti" che bisogna dare all'impresa qualche altro strumento di pressione concreta. Cosa c'è di meglio, allora, del "demansionamento libero"? Li paghi meno e fai capire che al prossimo giro potrebbero anche finire per strada.

di Davide Colombo e Claudio Tucci
Possibilità di modificare le mansioni unilateralmente da parte del datore di lavoro nei casi di riorganizzazione o ristrutturazione aziendale, quando cioè sussistono ragioni tecniche-produttive oggettive, o per inidoneità sopravvenuta a ricoprire una mansione superiore (e ciò potrebbe incidere sull’inquadramento, come previsto dalla legge delega - l’ipotesi è di non scendere sotto 1 o 2 livelli, ma il punto è ancora in discussione).

Inoltre si amplierebbe la possibilità di modificare le mansioni per via pattizia, cioè con accordi in sede sindacale o presso la direzione provinciale del lavoro, oppure con accordo certificato. Qui il “demansionamento” potrebbe avvenire per ragioni di salute, per evitare il licenziamento, per conciliare vita-lavoro, per inidoneità sopravvenuta a ricoprire una mansione superiore, e tutte le volte che lo richiederebbe espressamente il lavoratore per un proprio interesse (per esempio quando, in caso di trasferimento per riavvicinarsi a casa o alla famiglia, si accetta una mansione inferiore).

Entra nel vivo il lavorio dei tecnici di palazzo Chigi e ministero del Lavoro nell’attuazione del Jobs act, in vista del Consiglio dei ministri del 20 febbraio dove dovrebbero arrivare - per il via libera definitivo - i primi due Dlgs su contratto a tutele crescenti e nuova Aspi, e - per il primo esame - il Dlgs con il riordino dei contratti, le norme attuative sulle modifiche a mansioni e controlli a distanza, e il Dlgs con la nuova agenzia unica per le attività ispettive.

Sul fronte mansioni, iniziano a circolare le prime ipotesi di intervento, dopo l’accelerazione chiesta dal premier, Renzi. Oggi è possibile modificare le mansioni di un lavoratore solo nei limiti dell’equivalenza professionale. Non si può demansionare, salvo ipotesi particolari ammesse dalla giurisprudenza (in sostanza per evitare un licenziamento o per ragioni di salute). La previsione è tassativa visto che si prevede la nullità di ogni patto contrario.

Seguendo la strada tracciata nella legge delega, il Governo starebbe pensando di ampliare il potere unilaterale del datore di lavoro nel modificare, anche in pejus, le mansioni. Ciò però sarebbe ammesso solo in caso di riorganizzazione o ristrutturazione aziendale, quando cioè sussiste una causale oggettiva: le «comprovate esigenze tecniche, organizzative, produttive» (si mutuerebbe la disciplina, oggi vigente, sul trasferimento geografico di un lavoratore). Si amplierebbe anche il campo d’azione delle modifiche per via pattizia, pur sempre assistita, ricomprendendovi anche altre ipotesi (dai motivi di salute, alle varie esigenze di conciliazione vita-lavoro).

Oggi al ministero del Lavoro è prevista una nuova riunione tecnica. Ma è chiaro «che una maggiore flessibilità per l’impresa è fondamentale - spiega Arturo Maresca (Sapienza, Roma) - soprattutto per accompagnare percorsi di riorganizzazione che comunque garantiscono l’occupazione del lavoratore».

Sulla stessa lunghezza d’onda Pietro Ichino (Pd): «Una maggiore flessibilità funzionale interna al rapporto di lavoro, e in particolare quella relativa al mutamento di mansioni, è imposta dall’accelerazione del ritmo di obsolescenza delle tecniche applicate: in questo nuovo contesto, negare la flessibilità funzionale significherebbe esporre i lavoratori a un maggiore rischio di perdita del posto».

Come detto sarebbe in dirittura di arrivo anche il decreto legislativo che darà vita all’agenzia unica per le ispezioni del lavoro. In linea con i criteri previsti dalla delega la nuova Agenzia nazionale raccoglierà sotto un unico organismo i corpi ispettivi del ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail, per un totale di circa 6mila addetti, e perseguirà la mission di assicurare un sistema di controlli certi e ben coordinati presso le imprese evitando visite spot, ripetitive e magari mal assortite in calendario. Il personale ispettivo delle Asl (circa 1.700 addetti) resterebbe per il momento fuori dall’Agenzia in attesa delle modifiche costituzionali in materia di politiche attive e sicurezza sul lavoro.


Fortemente voluta dal ministro Giuliano Poletti, la nuova Agenzia che nascerà in piena spending review e sarà attivata «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». La struttura di governance dovrebbe essere quella prevista dal Dlgs 300 del 1999 per le agenzie, cui è riconosciuta la piena autonomia contabile e di bilancio: a capo ci sarà un direttore generale affiancato da un comitato direttivo di non più di quattro membri e un collegio di revisori di 3 membri.

Assenza dal lavoro per malattia

Il datore di lavoro non deve poter indagare sulla malattia del proprio dipendente: deve fidarsi solo di quanto gli viene attestato nel certificato medico rilasciato dalla struttura pubblica. Così, nelle certificazioni rilasciate ai pazienti (o ai loro accompagnatori), per attestare la presenza in ospedale e giustificare l’assenza dal lavoro, non devono risultare:
né informazioni sullo stato di salute del paziente stesso;
né elementi della struttura ospedaliera presso la quale è stata erogata la prestazione, onde evitare che il datore di lavoro possa risalire al dettaglio dello stato di salute del dipendente.
Il principio è stato ribadito dal Garante della privacy  a seguito della segnalazione di un paziente che ha rilevato una violazione della privacy nella presenza di informazioni sulla sua salute. La vicenda Un paziente era stato ricoverato presso un policlinico e, all’atto delle dimissioni, il certificato indicava il reparto di ricovero e il timbro con la specializzazione del medico che lo aveva avuto in cura: dati, questi ultimi, dai quali era facilmente intuibile la patologia sofferta. Solo attestazioni generiche Il Garante raccomanda alle strutture ospedaliere di rilasciare attestazioni di carattere generico.

Già nel 2005, l’Authority aveva emesso un provvedimento generale con le prescrizioni per l’adozione di specifiche procedure per prevenire la conoscenza, da parte di estranei, dello stato di salute di un paziente attraverso la semplice correlazione tra la sua identità e l’indicazione della struttura o del reparto in cui è stato visitato o ricoverato.

Comunicato stampa sulla campagna a difesa del pluralismo dell’informazione e dell'occupazione

L'obiettivo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sia sul tema della difesa del lavoro ma più in generale sugli strumenti della democrazia stessa, che devono vedere in una reale riforma dell'editoria il loro ancoraggio. La campagna parte oggi e proseguirà fino ad aprile, articolandosi in comunicati stampa e lanci sui social networks (vedi sotto i link ufficiali). Vi invitiamo pertanto a diffondere quanto più possibile tramite i vostri canali (mail, canali social, siti ecc) i temi e i materiali della campagna stessa.
A presto.
Barbara Apuzzo
Segretaria nazionale Slc Cgil
                                                          Area Produzione Multimediale

Comunicato stampa "MENO GIORNALI MENO LIBERI"
Duecento testate, 3.000 posti di lavoro di giornalisti, grafici e poligrafici, 300 milioni di copie  in meno: se Governo e Parlamento non ripristineranno i contributi per l’editoria 2013 (tagliati retroattivamente a bilanci già chiusi) e 2014 sono questi i numeri del disastro che si abbatterà sull’editoria non profit italiana, con costi per lo Stato più alti del valore del fondo. Nel 2014 chiuse 30 testate storiche, hanno perso la propria occupazione circa 800 giornalisti. Espulsi dal mondo del lavoro anche mille grafici e poligrafici. ACI Comunicazione, Mediacoop, FILE, FISC, FNSI, Articolo 21, SLC-CGIL, ANSO e USPI lanciano oggi la campagna “Meno Giornali = Meno Liberi”.
Una palla di giornali malamente accartocciati: è il simbolo della campagna di comunicazione “Meno Giornali = Meno Liberi” lanciata oggi da 9 associazioni e sindacati del settore (Alleanza delle Cooperative Italiane Comunicazione, Mediacoop, Federazione Italiana Liberi Editori, Federazione Italiana Settimanali Cattolici, Federazione Nazionale Stampa Italiana, Articolo 21, Sindacato Lavoratori Comunicazione CGIL, Associazione Nazionale Stampa Online, Unione Stampa Periodica Italiana) per salvaguardare il pluralismo dell’informazione e per una riforma urgente dell’editoria.
Il primo atto è una petizione, pubblicata sul sito www.menogiornalimenoliberi.it e su tutti i social network con l’hashtag #menogiornalimenoliberi, con cui si chiede di mettere mano ai tagli immotivati del contributo diretto all’editoria e di avviare subito un Tavolo di confronto sull’indispensabile riforma dell’intero sistema dell’informazione (giornali, radio, tv, internet).
Sono oltre 200 le testate non profit che rischiano di chiudere sul territorio nazionale, lasciando sul campo 3.000 posti di lavoro tra giornalisti, grafici e poligrafici. Quotidiani locali, riviste di idee, periodici di comunità, settimanali cattolici, organi di informazione delle minoranze linguistiche, ma anche giornali nazionali di opinione.
È questo il mondo messo in crisi dal taglio dei contributi 2013 (dimezzati retroattivamente a bilanci già chiusi) e 2014. Sono 300 milioni di copie distribuite in meno ogni anno, 500mila pagine di informazione che verranno a mancare, con danni gravissimi per l’indotto (tipografie, trasporti, distributori, edicole) e le economie locali. I promotori calcolano che i costi per lo Stato saranno largamente superiori al valore del Fondo per il contributo diretto all’Editoria, individuabile, per il 2015, in circa 90 milioni di euro.
Nel corso dell’ultimo anno hanno chiuso una trentina di testate, tra cui alcune storiche come “Il Salvagente”, e hanno perso la propria occupazione circa 800 giornalisti. Duramente colpita anche la categoria dei grafici e poligrafici, più di mille dei quali sono stati espulsi dal mondo del lavoro.
Il paradosso è che in questo modo le cooperative e le realtà editoriali senza scopo di lucro pagheranno due volte gli abusi che si sono verificati in passato e che giustamente sono stati denunciati a più riprese: prima perché c’erano soggetti che ricevevano indebitamente i contributi, ora perché la battaglia per l’abolizione dei finanziamenti pubblici portata avanti da alcune forze politiche rischia di farle scomparire per sempre.
I promotori ricordano invece che la Carta fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea impegna ogni Paese a promuovere e garantire la libertà di espressione e di informazione, mentre lo Stato italiano è agli ultimi posti in Europa per l’investimento pro capite a sostegno del pluralismo dell’informazione. Un richiamo, quest’ultimo, fatto proprio anche dal Presidente Mattarella, che nel suo discorso di insediamento ha ricordato come garantire la Costituzione significhi «garantire l’autonomia ed il pluralismo dell’informazione, presidio di democrazia».
«Senza questi giornali – scrivono i promotori nell’appello – l’informazione italiana sarebbe in mano a pochi grandi gruppi editoriali e in molte regioni e comuni rimarrebbe un unico soggetto, monopolista di fatto, dell’informazione locale e regionale. Senza questi giornali, impegnati da sempre a narrare e confrontare con voce indipendente  testimonianze e  inchieste connesse a specifiche aree di aggregazione sociale e culturale e ad affrontare con coraggio tematiche di particolare rilevanza a livello nazionale, l’informazione italiana perderebbe una parte indispensabile delle proprie esperienze».
Sito ufficiale campagna: http://www.menogiornalimenoliberi.it/

09 febbraio 2015

Slc Cgil: Comunicato ai Lavoratori Telecom Italia incontro 6 febbraio 2015


Caring Services: i lavoratori si sono pronunciati, si ascoltino e, soprattutto, si rispetti il loro giudizio

Venerdì 6 febbraio u.s., l’amministratore delegato, Marco Patuano, ha illustrato alle Segreterie Nazionali le decisioni aziendali scaturite a seguito della bocciatura dell’ipotesi di accordo, sottoscritta in data 18 dicembre 2014, di riorganizzazione del settore caring.
L’azienda, preso atto del risultato del voto dei lavoratori, ha comunicato di aver riavviato il progetto originario, accantonato a seguito degli accordi sottoscritti in data 27 marzo 2013, per “societarizzare” del perimetro di attività ricomprese nell’odierna divisione.
L’operazione prevede la costituzione di una nuova società, di completa proprietà di Telecom Italia, cui conferire le attività. Il tempo necessario per completare il processo è stato indicato in 4/5 mesi. In tale periodo, l’azienda ha affermato che per quanto attiene la chiusura delle sedi, si muoverà nell’ambito di quanto definito dagli accordi sottoscritti nel 2013, decidendo unilateralmente tempi e modalità.
In tale modo, i vertici aziendali hanno inteso leggere il risultato del referendum come se la decisione assunta rappresentasse il rispetto della volontà dei lavoratori.
Come Segreteria Nazionale abbiamo evidenziato che tale interpretazione è forzata perché in nessun modo il lavoratore ha inteso scegliere tra la riorganizzazione o la societarizzazione. Il voto dei lavoratori ha solo manifestato un dissenso rispetto i contenuti di un’ipotesi di accordo, i cui termini, evidentemente, non sono stati accettati.
Gli accordi sottoscritti in data 27 marzo 2013 hanno dimostrato che in questo ambito aziendale ci sono stati importanti risparmi, grazie ai sacrifici e all’impegno dei lavoratori e, nonostante quell’accordo intervenisse in maniera molto più rilevante, si è raggiunto un accordo che ha visto un’importante condivisione della delegazione trattante.
Su questo elemento sarebbe necessario riflettere e ripartire.
Societarizzare Caring Services sarebbe controproducente per la motivazione delle persone che continuano a svolgere con dignità il loro lavoro, alla scrivania e in cuffia da anni e anni, e sono riusciti a mantenere ritmi e tempi di lavoro invidiabili con una professionalità unica nel mondo delle TLC
I lavoratori vogliono un’azienda che insieme a loro costruisca un futuro, che sappia rilanciarsi sul mercato con tutte le professionalità che la compongono. All’azienda non deve sfuggire che quanto sta accadendo in Caring Services è sotto l’occhio attento di tutti i lavoratori di Telecom Italia.
Non si può e non si deve avviare un processo di societarizzazione scaricandone la responsabilità sul voto dei lavoratori. Andrebbe analizzato, invece, il metodo con cui l’azienda ha scelto di confrontarsi con le rappresentanze dei lavoratori. Un metodo anomalo, fatto di forzature e minacce che non hanno consentito alla delegazione di vivere il progetto di riorganizzazione e potersi confrontare sui risvolti che lo stesso avrebbe prodotto.
Contrariamente a quanto fatto con gli accordi sottoscritti in data 27 marzo, si è scelto di non far partecipare all’insieme della trattativa il coordinamento delle RSU, ma di comunicargli solamente gli esiti, modificando radicalmente quanto avvenuto in tutte le difficili trattative svolte negli ultimi anni nell’intero settore delle TLC.
Inoltre, qualcuno ha pensato possibile mettere in campo una prova muscolare, facendo una forzatura al tavolo che ha prodotto risultati nefasti che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Aver scelto di non voler provare a condividere e convincere le delegazioni territoriali ma di forzare loro la mano è la vera responsabilità del risultato del voto: da li è necessario ripartire.
Telecom Italia non può fare l’errore di societarizzare il Caring, sarebbe un errore fatale nel percorso di rilancio intrapreso dall’Amministratore Delegato. Infatti, per un’azienda di servizi il fattore umano rappresenta la vera leva sui cui poggiarsi per il successo nei mercati.
Come già fatto in altre occasioni, chiediamo ai vertici aziendali di riflettere sugli errori commessi dal tavolo negoziale, evitando che questi inducano a compiere errori anche più gravi. Per questo, sarebbe opportuno concedersi una pausa di riflessione, fare un’analisi profonda di quanto accaduto, avviare tutto quello che accumuna lavoratori e azienda e rimandare la discussione sui punti che hanno diviso le parti a un secondo momento, dopo che il confronto con le rappresentanze dei lavoratori abbia avuto modo di condividere tutto il progetto riorganizzativo.
Se, invece, l’azienda deciderà di procedere sulla strada della societarizzazione deve sapere che SLC CGIl sarà con i lavoratori a contrastare un progetto che rischia di essere un clamoroso autogol per il futuro dell’azienda.

La Segreteria Nazionale SLC‐CGIL

04 febbraio 2015

Telecom Italia, Marco Patuano: ‘1 miliardo per la fibra al Sud e 4 mila assunzioni’


Modernizzare il Paese e fare crescere il Pil, creare occupazione e contribuire alla ripresa di competitività: questi gli obiettivi della nuova tornata di investimenti da circa 1 miliardo che Telecom Italia concentrerà nel sud del Paese. Il Piano sarà presentato il 19 febbraio e l’Ad di Telecom in un’intervista al Messaggero ha anticipato proprio l’obiettivo di accelerare l’infrastrutturazione nelle 7 Regioni meridionali – Calabria, Basilicata, Molise, Puglia, Lazio, Sicilia e Campania – dove la società si è aggiudicata i bandi per lo sviluppo e la diffusione dell’ultrabroadband.
I progetti, cofinanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), porteranno la banda ultralarga a 10 milioni di cittadini situati nei piccoli centri o nelle aree rurali – che diventano 15,7 milioni se a questi interventi si sommano gli investimenti effettuati senza sovvenzioni pubbliche – e permetteranno di collegare anche  più di 5.200 le sedi istituzionali (uffici pubblici, scuole, ospedali, caserme polizia e carabinieri) con una velocità di oltre 100 mega.
Grazie alle nuove regole introdotte dal Jobs Act, ha sottolineato quindi Patuano, i progetti permetteranno di assumere, “4 mila lavoratori e altrettanti posti di lavoro saranno creati in maniera indiretta, e in gran parte nelle stesse regioni interessate dagli investimenti”.
Parole di apprezzamento sono arrivate da Patuano all’indirizzo del governo Renzi che “sta facendo molto bene” avendo puntato con forza allo sviluppo del digitale. l’esecutivo è inoltre “sulla buona strada” per quanto riguarda il tema degli incentivi fiscali alle imprese che investono in tecnologie innovative .
Da parte di Telecom – ha aggiunto – c’è la volontà di collaborare nell’interesse del sistema Paese: “Del resto, Telecom partecipando a questi bandi ha accettato di effettuare investimenti il cui ritorno (nonostante il contributo pubblico) è previsto in un arco temporale di 10 anni ben oltre quelle che sono le regole di finanza aziendale”, ha detto Patuano.
Un po’ meno entusiasmo, invece, riguardo al recente intervento dell’Agcom sulle tariffe di terminazione, “…le prime indicazioni che arrivano dall’Autorità relativamente ai listini per gli anni 2015-2017 effettivamente sono preoccupanti per il futuro sviluppo della fibra”.

Patuano ha insomma stigmatizzato ancora una volta lo ‘scollamento’ tra le varie istituzioni del Paese “sulla politica industriale in materia di sviluppo della banda ultralarga”. Nei mesi passati, l’ad aveva parlato infatti di “distonia” tra la decisione del Governo di accelerare sullo sviluppo della rete in fibra ottica puntando sull’FTTH, quindi avvicinando la fibra agli utenti, e la decisione dell’Agcom di agevolare la concorrenza sul versante FTTC, ossia una rete mista fibra-rame (rame dalle abitazioni all’armadietto stradale e fibra dall’armadietto, o cabinet, alla centrale).

Lavoro nero: 285 mila irregolari in Sicilia, 4 i miliardi evasi


 Lavoro nero:  285 mila irregolari in Sicilia, 4 i miliardi evasi. Secondo gli ultimi dati forniti dalla Cgia di Mestre, sono 285 mila i lavoratori impiegati nel lavoro sommerso, irregolari che incidono per l’11,2% sul Pil regionale. Scomparsi dai radar previdenziali e fiscali, questi irregolari producono un valore aggiunto ma sommerso di quasi 10 miliardi di euro l’anno: il gettito complessivo evaso vale 4 miliardi di euro (821 euro a testa).
A Palermo, dove si stima siano impiegati irregolarmente tra gli 85 e i 100mila lavoratori, un miliardo e mezzo circa il gettito evaso. L’allarme, sociale e di ordine pubblico, è al centro dell’iniziativa della Cgil “Viaggio della legalità”, un furgone itinerante che a Palermo è giunto all’ultima tappa del tour che, partito simbolicamente dall’Expo di Milano il 27 ottobre scorso, ha toccato Catania, Ragusa e Trapani.
Secondo i dati diffusi dalla Corte d’Appello all’inaugurazione dell’anno giudiziario nel 2013/2014 nel distretto di Palermo (che comprende anche Termini Imerese, Marsala, Sciacca Agrigento e Trapani) sono state iscritte 5.376 nuove cause civili che riguardano il lavoro mentre 5.885 sono i procedimenti civili definiti e 11.056 quelli pendenti. Nel settore della previdenza i procedimenti aperti nel corso dell’anno sono stati 20.428, 18.514 sono quelli definiti e 25.149 quelli pendenti. Sempre la Corte d’Appello ha reso noto che nel distretto di Palermo sono in significativa crescita dal 2013 al 2014 i reati di indebita percezione di contributi pubblici, da 42 a 156 (+ 271 per cento). (Repubblica.it Palermo)

La 7 Comunicato 4 Febbraio 2015

In data odierna l’azienda ha comunicato l’ennesimo rinvio dell’incontro fissato per giovedì 5 p.v.
Prosegue dunque la serie interminabile dei rinvii, sempre dovuti a imprevedibili circostanze sfavorevoli, che fatalmente determinano, ormai da troppo tempo, lo slittamento dell’avvio del confronto tra le OO.SS. e l’azienda.
Il sistematico ripetersi dei rinvii non può più ritenersi, a questo punto, né dovuto al caso né tantomeno a misteriose coincidenze. Quello che si sta determinando, nei fatti, è un rinvio del confronto, vissuto, evidentemente come il “momento della verità”.
Le Segreterie Nazionali non intendono certo sottostare a questo gioco e non concederanno alibi all’azienda per non corrispondere il Premio di Risultato per il terzo anno consecutivo e per tenere esclusi dagli istituti economici e normativi del secondo livello i Tempi determinati, i somministrati e i neo-assunti a Tempo Indeterminato.
E’ ingiustificabile, a parere delle Segreterie Nazionali, che il settore editoriale del Gruppo Cairo Communication, La7, chiuda il bilancio del 2014 – come si prevede - con significativi incrementi dei ricavi, dell’EBITDA e dell’EBIT, in linea con la performance del 2013 e, ciò nonostante, continui a sottrarsi al confronto per riconoscere alle lavoratrici e ai lavoratori un adeguato ritorno economico e normativo sui positivi risultati ottenuti.
La contrattazione di secondo livello, infatti, è stata bloccata con una decisione unilaterale mai formalizzata, ma imposta mediante questa tattica dilatoria.
Qualora non si giunga tempestivamente ad un superamento di questa ennesima fase di stallo, le Segreterie Nazionali, unitamente alle strutture territoriali ed alle Rsu valuteranno le iniziative più opportune da mettere in campo per tutelare e garantire i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

LE SEGRETERIE NAZIONALI

Comunicato SLC-CGIL 03-02-15 su esito referendum caring

Care Lavoratrici e Cari lavoratori del Caring Telecom Sicilia,
Il Referendum sull'ipotesi di accordo  Caring del 21 e 22 Gennaio ha segnato una grandissima partecipazione democratica al voto fortemente voluto dalla SLC CGIL e dalle nostre RSU.
L'esito del voto democratico mette in evidenza un grandissimo stato di disagio causato da Telecom con le varie riorganizzazioni che hanno messo in primo piano la mera linea politica del guadagno a discapito della dignità e della salute dei lavoratori.
Il diritto alla buona occupazione non deve passare da ricatti e sottomissioni e bisogna rendersi protagonisti di un vero cambio culturale in azienda.
La SLC CGIL Sicilia e le RSU si augurano una profonda riflessione di Telecom sul risultato del voto ed auspichiamo che prevalga il senso di responsabilità e si riapra al più presto un tavolo relazionale serio e proficuo per tutti.
È interesse comune trovare strumenti condivisi che garantiscano i livelli occupazionali, se Telecom Italia intenderà prendere iniziative di societarizzazioni o altro, sappia che La CGIL ed i lavoratori sono pronti alla mobilitazione, per tutelare i diritti e la dignità.
 Il Segretario Regionale della SLC-Cgil- Sicilia Marcello Cardella e del Cordinatore Regionale TLC SLC-Cgil Davide Foti