06 ottobre 2014

Call center, dopo Acea scoppia il caso 060606: a rischio altri 700 lavoratori

di Federica Meta
La crisi dei call center investe la Capitale. Oltre ai 400 lavoratori di E-Care addetti al customer care di Acea ora a vedere vacillare il posti di lavoro sono anche i 700 che operano al centralino dello 060606, servizio informativo del Comune di Roma.
 A lanciare l’allarme la Slc Cgil. "Nei giorni scorsi sono state aperte le buste di due importanti gare di appalto del Comune di Roma, ora in fase di aggiudicazione, una per il servizio 060606, l'altra per i servizi e il centralino di Acea, azienda controllata al 51% dal Comune – spiega Fabrizio Micarelli, segretario della Slc Cgil di Roma e del Lazio -  Per entrambe le gare si prospetta un cambio dell'azienda appaltatrice e per circa 700 lavoratori, da anni impiegati su tali commesse, si profila lo spettro del licenziamento".
I sindacati non hanno nulla da dire sul cambio dell’ente appaltatrice, ma puntano il dito sull’assenza di regole che garantiscano la continuità occupazionale come avviene in altri settori e nel resto d’Europa. “Ci troviamo invece di fronte a un cambio del fornitore da parte del Comune di Roma, solo ed esclusivamente per abbattere i costi dell'appalto senza tener conto della qualità e della professionalità che le lavoratrici e i lavoratori possono ancora offrire alla cittadinanza, considerandoli di fatto una variabile indipendente dell'appalto – evidenzia Micarelli - Questo per noi è inaccettabile".
Per la Slc sarebbe sufficiente che il sindaco Marino applicasse la clausola sociale per garantire la continuità occupazionale per salvarli dal licenziamento . “Sono mesi che come sindacato abbiamo denunciato al Comune di Roma il rischio licenziamenti qualora non si fosse intervenuti a modifica dei capitolati di appalto, da mesi continuiamo a ricevere rassicurazioni e solidarietà da singoli rappresentanti politici locali – sottolinea il sindacalista - È arrivato il momento che Marino intervenga con un atto concreto e chiuda positivamente la vicenda per le lavoratrici e i lavoratori. Se si vuol salvare il mondo dei call center in Italia, basta modificare la legge sugli appalti evitando il massimo ribasso, inserendo clausole sociali e recependo correttamente le direttive europee in materia. Altro che articolo 18 e job act".
I sindacati hanno chiesto l’applicazione della clausola sociale anche per l’altra vertenza che scuote i call center romani. Quella che investe i 420 addetti al customer care di Acea, finora gestito da E-Care, che si trovano in una situazione del tutto simile a quella dei colleghi dello 060606.
A preoccupare le sorti del comparto non solo le rappresentanze dei lavoratori, ma anche le stesse imprese. Nei giorni scorsi si è levato l’appello del presidente di Assocontact, Umberto Costamagna, che ha chiesto al governo regole certe per rilanciare il settore, puntando il sito contro la politica degli annunci.
 “Eravamo stati facili profeti quando, nel luglio scorso - ha sottolineato Costamagna - dopo gli incontri dei tavoli ministeriali sui call center, per cercare di interrompere questa spirale continua di crisi aziendali che sembrava aggravarsi sempre più, chiedevamo con forza che ‘le convergenze dichiarate a parole si concretizzino velocemente per dare al settore una politica industriale che consenta alle imprese di sopravvivere e ai lavoratori di mantenere il posto di lavoro, in un contesto di libero mercato e di competitività basata sulla qualità’”.
Costamagna ha ricordato come l’associazione, che riunisce i contact center in outsourcing, avesse chiesto alle istituzioni interventi per una riduzione della pressione fiscale in un settore in cui il costo del personale si avvicina all’80 per cento del fatturato, la regolazione delle gare al massimo ribasso, e una discussione approfondita sui passaggi di appalto.
“Oggi, a distanza di due mesi e ancora in attesa della convocazione della ripresa del Tavolo Ministeriale, non possiamo non denunciare che le cose non si sono mosse e che, al contrario, stiamo registrando comportamenti che sembrano andare in direzione ostinata e contraria a quanto dichiarato e promesso nei mesi scorsi”.
“Un’ultima indicazione relativa ai contratti a progetto dei lavoratori che svolgono le attività di outbound. Insieme alle roganizzazioni sindacali – ha concluso Costamagna - siamo stati il primo e forse unico esempio in Italia ad aver regolamentato la disposizione legislativa della legge Fornero sui lavoratori a progetto: con l’accordo del 1° agosto 2013 sono stati definiti compensi minimi retributivi e diritti dei lavoratori. Nell’imminenza di procedere secondo le scadenze previste da quell’accordo, ascoltiamo annunci legati al Jobs Act del Governo Renzi che dovrebbe prevedere la revisione o l’eliminazione di questa forma contrattuale: come facciamo, come imprese, a pianificare una politica di sviluppo con questa incertezza, che coinvolge più di 35.000 lavoratori, con il rischio di una delocalizzazione massiva dell’intero settore? Questa incertezza, questa attesa, unita a quella della politica governativa sul regime della tassazione Irap, deve finire. Le imprese e i lavoratori hanno bisogno di certezze e di concretezza per poter impostare il proprio futuro e cercare di risolvere i problemi che ci attanagliano”.


Vodafone apre le porte a 80 neolaureati


Ottanta contratti a tempo indeterminato destinati a neolaureati “dotati di spirito imprenditoriale, passione per l’innovazione e determinazione al successo”. E’ il “Vodafone discover program”, al quale è possibile candidarsi dal secondo semestre del secondo anno di università fino a un anno dopo la laurea. Si tratta di un percorso di job rotation di due anni che dopo un percorso interfunzionale per primi 12 mesi prevede l’assegnazione di una “start position” da cui iniziare il proprio percorso di crescita in azienda. Le candidature vengono accettate attraverso il siti dell'azienda, nella sezione "lavora con noi", tra i progetti per studenti e neolaureati.

Grazie alla rotazione tra le diverse funzioni all’interno dell’azienda i neo assunti potranno entrare in contatto con i principali ambiti lavorativi e imparare dei leader del settore, utilizzando tecnologie avanzate e acquisendo una visione d’insieme dell’azienda e del mercato. La prima settimana sarà dedicata alla formazione in aula, in cui il management illustrerà la struttura organizzativa, le priorità di business e il brand. Poi il primo assignment, nel settore del sales e customer experience, che prevede un impiego temporaneo da addetto alla vendita in un negozio Vodafone, prima di trascorrere due mesi nel call center della società.

Nei quattro mesi successivi l’obiettivo sarà quello dell’esperienza cross functional, per conoscere i processi interfunzionali e analitici delle aree Hr, marketing analysis, finance o business tranformation. Il terzo assignment  sarà dedicato all’innovation, con  il neo assunto che sarà impegnato nei settori Marketing, online e sales. Trascorso così il primo anno, sarà il momento del primo ruolo in azienda, che durerà 12 mesi, per iniziare a costruirisi un profilo professionale e consolidare le competenze.


Nsn, Poletti: "Ritirare i 115 licenziamenti"

“Chiedo all'azienda di ritirare questo provvedimento. Si discute e vediamo cosa possiamo fare. Se una persona perde il posto di lavoro non è solo lei, ma è tutta la comunità che soffre. Il mio impegno c'è tutto. Molto del mio tempo lo passo a discutere di queste cose e abbiamo trovato modi per risolvere in maniera dignitosa molte situazioni”. Lo ha detto sabato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti dopo che si era diffussa la notizia delle 115 lettere di licenziamento per i lavoratori di Nokia Solutions and Networks. La raccomandata, inviata il 3 agosto e anticipata per posta elettronica, avvertiva 115 lavoratori di non presentarsi al lavoro questa mattina, e di riconsegnare al più presto, entro tre giorni dal ricevimento della raccomandata, il badge e i device aziendali.
Intanto dalle sette di questa mattina un presidio di lavoratori blocca le attività dello stabilimento Nsn di Cassina de’ Pecchi, in provincia di Milano. “Andremo avanti a oltranza - afferma un delegato della Rsu - finché la proprietà non ritirerà tutte le lettere di licenziamento”.
E' questa l'ultima tappa di una vertenza che ha coinvolto 154 esuberi di Nokia Solutions and Systems, la maggior parte impiegati dall’azienda finlandese in Lombardia, più quattro a Roma e due a Napoli, dopo che il 30 settembre si era chiusa senza raggiungere un accordo la contrattazione con i sindacati prima al Mise e poi al ministero del Lavoro.  
L’azienda, come aveva annunciato nei giorni scorsi, ha deciso unilateralmente di ridurre del 25% il numero degli esuberi inizialmente previsto, e ha così fatto recapitare la lettera di licenziamento a 115 persone anziché a 154. Per i 39 lavoratori che non hanno ricevuto la lettera di licenziamento l’azienda ha rinunciato di voler verificare ogni possibilità per il reinserimento in azienda, anche se non è ancora chiaro quale sarà la loro collocazione.
I sindacati si erano detti disposti a trattare finché non fosse partita la prima lettera di licenziamento, ma per una coda della negoziazione che si era conclusa senza esiti, nonostante l’appello del ministero del Lavoro all’azienda, non si sono create le possibilità.

Interrogazione Palma recapiti Poste

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE
Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico – per sapere, premesso che:
in data 2 luglio, la Società Palma srl di Catania ha comunicato, ai sensi e per gli effetti degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 91, la procedura di licenziamento collettivo per la cessazione dell'attività aziendale e conseguente risoluzione del rapporto di lavoro con tutti i 42 lavoratori occupati con contratto a tempo indeterminato;
dal 2000, l’Agenzia di recapito Palma S.r.l. ha svolto per conto delle Poste Italiane SpA il servizio di distribuzione di invii raccomandati e corrispondenza ordinaria, distribuendo mediamente circa 6.000 invii raccomandati al giorno. Il contratto con Poste Italiane ha finora rappresentato la quota ampiamente prevalente delle commesse di lavoro (pari a circa il 96 per cento dell'attività complessiva), tuttavia, tale contratto di affidamento è scaduto il 30 settembre 2014;
una crisi che non coinvolge solo l’azienda catanese, ma che coinvolge molte agenzie su tutto il territorio nazionale, e che si abbatte in un momento così delicato per l'occupazione nel nostro paese, e soprattutto per la Sicilia, conseguenza di una strategia adottata dalla più grande azienda italiana per numero di addetti, interamente di proprietà del Ministero del Tesoro;
da un’impresa pubblica ci si attenderebbe l’assunzione della piena responsabilità, anche sociale, nella gestione di certe strategie aziendali, soprattutto in considerazione dichiarata volontà di  procedere all’assunzione di 67 nuovi portalettere in Sicilia molti dei quali proprio a Catania -:
quali iniziative intendano assumere al fine di scongiurare che si determini un ulteriore aggravamento della crisi occupazionale nella città di Catania, a seguito delle disdetta del servizio di recapiti da parte di Poste S.p.A. nei confronti della società Palma srl, allo scopo eventualmente convocando le parti interessate, nel quadro di una trattativa più generale per il settore, anche nell’interesse del mantenimento degli standard qualitativi del servizio recapiti per i cittadini-utenti.

On. ALBANELLA

TFR in busta paga?



 TFR in busta paga? 
Non è un aumento salariale, né è una diminuzione delle tasse. 
Il Trattamento di Fine Rapporto (TFR), chiamato anche liquidazione, non è altro che “salario differito”, cioè una parte della retribuzione da lavoro dipendente che ogni anno viene messa da parte come risparmio per il futuro, circa una mensilità. 
I lavoratori possono scegliere – grazie al Sindacato – se lasciare il TFR in azienda o destinarlo alla previdenza complementare (fondi pensione), al termine del rapporto di lavoro. 
Mettere in busta paga il 50% del TFR maturato in un anno (mezzo stipendio) significa anticipare il salario, non aumentarlo! 
Anzi, si perderebbero i rendimenti e aumenterebbe la tassazione 
di quel reddito da lavoro!! 
NESSUNA RESTITUZIONE FISCALE 
Inoltre, non riguarda i lavoratori pubblici (con i contratti bloccati dal 2010), i pensionati, i disoccupati, le partite IVA, molti precari e molti giovani. 
E resta il dubbio sull’utilizzo del TFR destinato ai fondi pensione. 
NESSUNA EQUITÀ E NESSUNA GIUSTIZIA 
Per non colpire gli evasori, per non chiedere di più agli ultra-ricchi, per non liberare le risorse imprigionate e parassitarie, per non attaccare gli interessi finanziari, per non chiedere all’Europa di “cambiare verso”, per non cambiare il modello di sviluppo… 
…si vuole mettere mano ai redditi dei lavoratori dipendenti, ancora una volta. 
NESSUNA CRESCITA, NESSUNA RIPRESA 
Alcuni dati 
 Il flusso annuo complessivo di TFR è pari a circa 22-23 miliardi di euro. Di questi, circa la metà resta nelle disponibilità delle piccole e medie imprese (sotto i 50 dipendenti); circa 6 miliardi vengono gestiti dal Fondo Tesoreria presso l’INPS; circa 5,5 miliardi sono destinati alla previdenza complementare. 

 La retribuzione media annua lorda di un lavoratore dipendente (mediamente in 13 mensilità) viene tassata con aliquote progressive secondo gli scaglioni IRPEF, a cui si aggiungono le detrazioni per lavoro dipendente (fino a 55mila euro). Per il TFR, attualmente, è prevista una tassazione separata applicando l’aliquota media effettiva degli ultimi 5 anni di lavoro e vengono applicate detrazioni ulteriori a quelle già previste per i redditi fino a 30mila euro. Al TFR non si applicano le addizionali locali IRPEF. Portando il 50% del TFR annuo in tassazione ordinaria si perderebbe il beneficio fiscale da tassazione agevolata e aumenterebbe l’imposizione IRPEF per effetto del possibile aumento dell’aliquota marginale, della diminuzione della detrazione da lavoro dipendente e delle addizionali locali. 

 Il TFR lasciato in azienda o al Fondo Tesoreria INPS matura rendimenti fissi (1,5% + 75% dell’inflazione; tassati dal 2001 all’11%). Se il 50% del TFR annuo viene spostato in busta paga, non matura rendimenti e, in fasi recessive, di bassa inflazione o deflazione, quindi, perde ancora di più. 

Esempio 1: un lavoratore con retribuzione media annua di 20mila euro, con un anticipo del 50% TFR maturato in un anno, avrebbe a disposizione 38 euro netti mensili in più, non un euro in più di aumento del reddito da lavoro, ma circa 30 euro annui in meno tra minori rendimenti e maggiori tasse. 
Esempio 2: un lavoratore con retribuzione media annua di 30mila euro, con un anticipo del 50% TFR maturato in un anno, avrebbe a disposizione 50 euro netti mensili in più, non un euro in più di aumento del reddito da lavoro, ma circa 28 euro annui in meno tra minori rendimenti e maggiori tasse. 
N.B.: nell’Esempio 2 si conterebbe una perdita inferiore a causa dell’azzeramento delle ulteriori detrazioni previste per il TFR fino a 30mila euro. 

Va poi 

Telecom Sicilia: Comunicato spendibilità Buoni Pasto "QUI! TICKET"

Ci siamo e ci risiamo…. ad ogni cambio del gestore dei buoni pasto accade lo stesso fenomeno, i ticket non vengono accettati dagli esercenti che risultano convenzionati e per qualche mese bisogna penare per poter spendere i buoni.
Ci eravamo illusi che l'attenzione verso il dipendete, la cosiddetta  "People Strategy" tanto sbandierata in telecom dalla linea "PeopleValue"  potesse evitare il ripetersi di tali situazioni incresciose, ma purtroppo non è così, nessuna particolare attenzione verso il dipendente è dimostrata NEI FATTI tutto va esattamente come sempre.
Con l'entrata vigore e la consegna dei nuovi buoni pasto "QUI! TICKET" ci sono giunte molte segnalazioni da parte dei colleghi riguardo la spendibilità degli stessi.
Infatti, da quanto riferitoci, molti degli esercizi convenzionati riportati nell'elenco da voi inviatoci  dichiara di non avere attiva alcuna convenzione in particolare riguardo ai buoni " Telecom Italia".
Tenuto conto che non sta a noi entrare nel merito degli accordi commerciali tra gestore dei Buoni Pasto ed esercenti, ci preme ricordare la natura del detto istituto previsto dagli Accordi Aziendali (contratto di 2° livello) per cui l'azienda si impegna a rendere spendibili gli stessi.
Le scriventi OO.SS. unitamente alle RSU chiedono all'Azienda di affrontare immediatamente tale problema che sta generando confusione e disorientamento tra i lavoratori costringendoli a pagare di tasca propria il pranzo giornaliero, in un momento economico così difficile per tutte le famiglie.
Le Segreterie Regionali e le  RSU Telecom Italia
SLC CGIL    FISTEL-CISL    UILCOM-UIL

04 ottobre 2014

Spiati, come nel Grande Fratello, e licenziati, i lavoratori adesso passano all’attacco

www.tarantobuonasera.it
Lavorare in un call center come in una scatola del Grande Fratello, non chiedere mai spiegazioni, accettare di essere spiati e controllati in ogni momento della giornata, esseri sospesi e poi allontanati dall’azienda perché in stato di gravidanza, non chiedere mai informazioni sui propri diritti o il proprio contratto pena il licenziamento.
Sono le storie di un gruppo di lavoratori di un call center tarantino che di fronte alla rivendicazione di dignità e diritti da parte dei suoi dipendenti ha risposto con una chiara lettera di licenziamento.
Saranno loro, a volto coperto, i protagonisti della conferenza stampa che si terrà mercoledì 8 ottobre alle ore 10 nella sede della Cgil di Taranto in via Dionisio.
Parleranno a volto coperto perché per alcuni di loro c’è ancora una possibilità di tornare a lavorare. Possibilità che rischia di svanire del tutto se si renderanno riconoscibili in questa denuncia che suona giustizia – spiega Andrea Lumino, segretario generale della Slc, il sindacato che si occupa appunto dei lavoratori del mondo delle telecomunicazioni.
Questi lavoratori, figli-fantasma della deregulation che negli anni ha interessato il mercato del lavoro in Italia – spiega Giuseppe Massafra, segretario generale della Cgil di Taranto – non sarebbero comunque finiti sotto l’influenza della riforma che questo Governo vuole mettere in atto sull’art. 18, ma sono l’emblema di un rischio perenne e ricorrente che ogni lavoratore vive sul suo posto di lavoro.

L’esempio lampante di un modello che si potrebbe replicare ovunque senza quel baluardo di diritto che qualcuno oggi vuol  derubricare al rango di mero totem ideologico.

02 ottobre 2014

Call center, il Garante Privacy stoppa le telefonate mute


I call center dovranno rispettare le regole fissate dal Garante della privacy per combattere il fenomeno delle cosiddette "telefonate mute", una forma di grave disturbo degli utenti. E' scaduto infatti il termine di 6 mesi concesso alle società di telemarketing per adottare tutti gli accorgimenti tecnici e organizzativi prescritti con un provvedimento generale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 aprile scorso.

Sono numerosi - ricorda l'Autorità - gli abbonati che hanno protestato per la ricezione di telefonate nelle quali, una volta risposto, non si viene messi in contatto con alcun interlocutore. Per eliminare tempi morti tra una telefonata e l'altra, infatti, i sistemi automatizzati di chiamata possono generare un numero di telefonate superiore agli operatori disponibili: una pratica commerciale che, in alcuni casi, ha comportato il disturbo degli utenti anche per 10-15 volte di seguito e che e' stata spesso vissuta addirittura come una forma di stalking. Da oggi i parametri delle impostazioni di tali sistemi non saranno piu' decisi arbitrariamente dai call center, ma dovranno attenersi alle prescrizioni del Garante.

Queste, in sintesi, le principali prescrizioni: i call center devono tenere precisa traccia delle chiamate "mute", che devono comunque essere interrotte trascorsi 3 secondi dalla risposta dell'utente; non possono verificarsi più di 3 telefonate "mute" ogni 100 andate "a buon fine". Tale rapporto deve essere rispettato nell'ambito di ogni singola campagna di telemarketing; l'utente non può più essere messo in attesa silenziosa, ma il sistema deve generare una sorta di rumore ambientale, il cosiddetto "comfort noise" (voci di sottofondo, squilli di telefono, brusio), per dare la sensazione che la chiamata provenga da un call center e non da un eventuale molestatore; l'utente disturbato da una chiamata muta non può essere ricontattato per 5 giorni e, al contatto successivo, deve essere garantita la presenza di un operatore; i call center sono tenuti a conservare per almeno due anni i report statistici delle telefonate "mute" effettuate per ciascuna campagna, così da consentire eventuali controlli. Gli operatori che non rispetteranno queste prescrizioni dell'Autorita' "incorreranno nelle sanzioni previste".






Comunicato ai Lavoratori Gruppo Telecom Italia S.p.A. Solidarietà espansiva e assunzioni.

L’accordo del 27 marzo 2013 ha definito le premesse per un definitivo riassorbimento di tutti gli esuberi denunciati dall’azienda nel 2013. Tale obbiettivo, fortemente voluto dal sindacato e basato sulla politica delle internalizzazioni di attività prima gestite all’esterno per saturare le prestazioni dei dipendenti del gruppo Telecom, è stato raggiunto.
L’azienda, infatti, ha più volte illustrato i risultati conseguiti che sono, già in questa fase, in linea con le previsioni dell’accordo.
Si apre ora una nuova stagione per l’azienda.
Le riforme volute dal ministro Fornero sugli ammortizzatori sociali e, soprattutto, sulle pensioni hanno determinato l’azzeramento di fatto delle uscite per pensionamento dall’azienda con conseguente impossibilità di procedere all’assunzione di nuovo personale.
Le assunzioni sono indispensabili per un’azienda tecnologica in cui la trasmissione delle conoscenze tra “anziani e giovani” e l’immissione di nuove figure professionali con le competenze sviluppatesi negli ultimi anni, sono condizione fondamentale per lo sviluppo e la continuità dell’azienda.
Inoltre, crisi economica e la forte concorrenza del settore hanno determinato un ingente calo dei fatturati, il settore ha perso 1/3 del fatturato negli ultimi 5 anni, con conseguente impossibilità di aumentare la struttura dei costi.
Con queste premesse le parti si sono incontrate per individuare eventuali soluzioni che contemperassero l’esigenza di assumere nuovi lavoratori, senza aumentare il costo complessivo, permettendo in questo modo di traguardare gli anni, dal 2017 in poi, in cui il ricambio tra uscite per pensionamento e assunzione di nuovo personale tornerà a diventare una condizione normale e fisiologica.
In questo quadro si è riscontrato che l’attuale struttura degli ammortizzatori sociali presenti è tutta strutturata per difendere l’occupazione esistente mentre nulla è finalizzato a sviluppare un ricambio generazionale non traumatico.
In quest’ambito le parti hanno condiviso l’opportunità di proporre al Governo una modifica legislativa alla cd “solidarietà espansiva” strumento previsto dalla legislazione italiana, ma del tutto inadeguato perché i costi ricadono totalmente o sulle spalle dei lavoratori o sui conti aziendali.
La proposta di modifica punta a garantire ai lavoratori lo stesso trattamento previsto dalla “solidarietà difensiva” (quella oggi applicata in Telecom) per quanto riguarda l’integrazione economica e i versamenti contributivi con il vincolo per l’azienda di utilizzare tutte le somme risparmiate per fare nuove assunzioni stabili e a tempo indeterminato.
Il Governo, che ha mostrato interesse per uno strumento che consentirebbe alle grandi imprese di riprendere ad assumere personale (proprio in quelle fasce di giovani che oggi pagano pesantemente la crisi con una disoccupazione che supera il 40%) ha introdotto un emendamento nella legge delega di riforma del mercato del lavoro.
Questo non è, però, sufficiente perché il provvedimento vero e proprio è rinviato a un decreto attuativo che dovrà essere definito dopo l’approvazione della legge delega. E’ evidente che in assenza della modifica legislativa sopra descritta non sarà possibile applicare la norma perché i costi a carico dei lavoratori (mancata integrazione e contribuzione) sarebbero elevatissimi andando anche a incidere sul futuro della pensione.
Ovvio, infine, che un eventuale accordo (la norma non prevede automatismi o atti unilaterali dell’azienda) sarà illustrato e discusso con i lavoratori e pertanto le ipotesi fantasiose che circolano in questi giorni sono destituite di ogni fondamento perché nessun approfondimento riguardante tale strumento sarà ipotizzabile prima della modifica legislativa. Interessante e totalmente condiviso resta il cambio di passo accettato da Telecom.
Si è chiusa dopo decenni la fase di riorganizzazione che ha ridotto gli organici complessivi e si riprende a parlare di assunzioni e sviluppo. Questo, associato anche all’attivismo sui mercati internazionali svolto da Telecom, non può che permetterci di guardare al futuro con un barlume di ottimismo in più rispetto a quanto fatto nel recente passato.
La Segreteria Nazionale SLC CGIL


30 settembre 2014

CALL CENTER: BELLANOVA, CLAUSOLA SOCIALE PER SALVAGUARDARE OCCUPAZIONE

(AGENPARL) – Roma, 30 set – “Priorità all’introduzione della clausola sociale quale garanzia concreta di salvaguardia dei livelli occupazionali nel settore dei call center”.

Questa la proposta da applicare con più urgenza secondo la Sottosegretaria al Lavoro Teresa Bellanova che oggi ha esposto criticità e soluzioni percorribili, durante l’audizione sulle forme contrattuali nel settore dei call center, in commissione Lavoro alla Camera.

“Questo è un momento senza dubbio delicato e il governo ha tutta l’intenzione di svolgere un ruolo attivo – ha precisato Bellanova – e sulle numerose e delicate vertenze che interessano il comparto dei call center il Ministero del lavoro quotidianamente si adopera al fine di arginare il più possibile le conseguenze dannose provocate dalla crisi”.

“Nei call center– spiega l’onorevole – la continuità dei rapporti di lavoro è messa in continua discussione dal succedersi di aziende nell’erogazione del servizio allo stesso cliente, oltre che dalle ricorrenti pratiche di dislocazione degli appalti in territori extracomunitari. Tenendo conto di questi aspetti, nonché delle istanze che parti sociali e datoriali avanzano alle istituzioni, ritengo sia necessario percorrere nuove strade, che portino a soluzioni possibili”.

“Con la clausola di salvaguardia – precisa l’onorevole Bellanova – l’obiettivo è di estendere le tutele previste dal codice civile (art. 2112) in caso di trasferimento d’azienda anche alla categoria dei lavoratori dei call center, come avviene, ad esempio, nel settore delle pulizie. L’applicazione di questo istituto comporta la prosecuzione del rapporto di lavoro con il nuovo appaltatore, con tutte le garanzie che ne derivano”.

“Peraltro il settore degli appalti – ha voluto sottolineare Bellanova – è quello che forse più di altri alimenta il contenzioso giudiziario, e un intervento che individui come criterio di selezione l’offerta “economicamente più vantaggiosa” invece che l’offerta del “prezzo più basso” cambierebbe significativamente le cose”.

“Dal punto di vista giuridico – continua la sottosegretaria – una difficoltà oggettiva di intervento è determinata dal fatto che molti paesi in cui le società decidono di delocalizzare il servizio sono extraeuropei, e ciò, per adesso, comporta l’impossibilità di appellarsi al rispetto di regole o direttive europee. Prima di trovare soluzioni anche a questo aspetto, è bene conoscere l’esistenza di una norma che prevede che il cittadino italiano che effettua o riceve una chiamata sia informato preliminarmente sul paese estero da cui parla l’operatore, e può chiedere di parlare con un operatore collocato sul territorio nazionale”.

“Certo, gli aspetti su cui si deve intervenire sono diversi, e anche a questo serve l’Osservatorio attivato dal governo per individuare gli interventi urgenti, e questi – conclude l’onorevole – devono intanto riuscire a evitare la giungla nei rapporti di lavoro.”

Nsn, fumata nera: in 154 verso il licenziamento

Si è chiusa con la firma del “non accordo” la trattativa tra sindacati e Nokia Solutions and Networks, di cui l’ultima riunione si è tenuta questa mattina al ministero del Lavoro. In ballo c’era la mobilità per 154 dipendenti dell’azienda, che da domani potrebbero vedersi recapitare le lettere di licenziamento.
Dopo l’extra time deciso il 24 settembre, quando le parti si erano accordate per concedersi un’ulteriore settimana di tempo dopo la scadenza dei termini della procedura, che pure aveva ingenerato qualche speranza per una soluzione positiva per i lavoratori coinvolti, la riunione di oggi non è servita a un avvicinamento che consentisse di trovare una soluzione.
Dal canto suo l’azienda, sottolinea come l’incontro fosse convocato sugli “esuberi residuali dal piano di ristrutturazione annunciato nel maggio del 2012”, aggiunge che durante la trattativa “l’azienda si è dichiarata disponibile a ridurre del 25% l’impatto della ristrutturazione residuale, diminuendolo a 113 unità”.
Una disponibilità che però, non offrendo una soluzione complessiva per la vertenza, non ha trovato la disponibilità dei sindacati.
“Da questo momento dovremo procedere nella direzione della mobilitazione e del buon senso - afferma Luca Maria Colonna, segretario nazionale della Uilm - mobilitazione per i lavoratori e buon senso da parte dell’azienda”.
“Nsn si è presentata senza avere la disponibilità a trattare né sull’incentivazione né per recuperare attività in Italia, senza cioè modificare in nulla la sua impostazione originaria - afferma Andrea Bellisai, coordinatore nazionale Nsn per Fim Cisl - Anche la disponibilità a ridurre gli esuberi non era circostanziata dai fatti, e in mancanza dell'indicazione di un percorso concreto e complessivo è irricevibile. Si è addirittura fatto un passo indietro rispetto alla riunione precedente, perché ci hanno detto di non avere la disponibilità economica per incentivare i lavoratori che volevano uscire. Noi come sindacato li abbiamo invitati a farsi dare qualche mandato: ora Nsn avrà 120 giorni di tempo per poter operare sui licenziamenti, ma in teoria tutto potrebbe essere ancora possibile, purché quelle lettere non partano. Domani mattina abbiamo l’assemblea con i lavoratori a Milano, riporteremo l’esito negativo dell’incontro, e nel momento in cui dovessero partire i primi licenziamenti le proteste saranno forti”.
“E’ un momento di grande tristezza, per due motivi - afferma Roberto Zanotto, coordinatore della vertenza Nsn per Fiom – In primo luogo per la mortificazione di questo gruppo dirigente, che ha dimostrato di non avere mandato, autonomia, spazio per fare nulla. Perché i finlandesi non glielo danno, ma anche perché non se lo prendono. L’altro motivo - continua - è legato al fatto che questa storia non segna soltanto i problemi per 154 persone, ma per quello che resta di Nokia Italia. Le attività che rimangono in Italia sono estremamente fragili, e non ci sono garanzie per il futuro. Anche la disponibilità dell'azienda a ridurre l’impatto della ristrutturazione è stata molto teorica, piena di condizionali, senza che ci fosse nulla nero su bianco. In ogni caso - conclude Zanotto - se Nsn dovesse ritenere di avere mandato per trovare una soluzione noi siamo disponibili, purchè non inizino i licenziamenti. Ma se partirà la prima lettera faremo scelte estreme”.
Tra le proposte sul tavolo, sulle quali non si è arrivati a un’intesa, e di cui al ministero del Lavoro si era discusso già il 18 settembre, c’erano in particolare due questioni: un incentivo alle persone che decidessero volontariamente di lasciare il posto di lavoro, partendo dalla base delle 42 mensilità, rispetto al quale si era parlato dell'eventualità che un centinaio di lavoratori potessero essere disponibili ad accettare l'offerta, e la possibilità di estendere ancora per un anno la Cigs, purché effettuata a rotazione.

Terminata la fase di mediazione obbligatoria, i sindacati sperano ancora che si possa arrivare a una soluzione in extremis, con una coda della trattativa che possa portare a un finale di partita meno doloroso per i lavoratori coinvolti. Un eventuale sviluppo che dovrà essere verificato nei prossimi giorni, se sarà tenuta in considerazione la “moral suasion” del ministero.

Call Center: Azzola (Slc Cgil), nuovi licenziamenti a Milano. Responsabilità è nella assenza delle istituzioni

“Una nuova crisi occupazionale nei call center con 152 lavoratori di Milano che perderanno il lavoro presso E Care – dichiara Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil. “La tragedia che sta investendo il settore dei call center non ha fine e nelle prossime settimane la situazione peggiorerà.”
“E’ paradossale che tutte le crisi occupazionali non sono riferibili alla crisi economica ma unicamente all’assenza di regole sui cambi di appalto che consente ai clienti di cambiare continuamente fornitore con l’unico scopo di abbassare il costo del servizio e aumentare i margini di guadagno delle imprese.”
“E’ da mesi che ripetiamo che in nessun Paese europeo sta avvenendo quanto accade in Italia – prosegue il sindacalista. La Spagna ha introdotto clausole sociali che impongono alle imprese che cambiano fornitore di servizi, di assumere tutto il personale già occupato in quella attività. Solo da noi le resistenze adottate da un pezzo di mondo imprenditoriale impediscono di definire una norma di assoluta civiltà.”
“Sconcerta l’assenza del Governo che si era impegnato a riconvocare il tavolo per la prima settimana di settembre, proprio per affrontare i temi della clausola sociale, e invece ha dimostrato tutta la sua inaffidabilità rispetto gli impegni assunti. Migliaia di lavoratori stanno perdendo in tutta Italia il posto di lavoro, con veri e propri drammi sociali determinati unicamente dalla volontà della politica di non recepire le normative europee che tutelano l’occupazione. E oltre al danno ci sarà la beffa. Perché i costi sociali causati dall’assenza di regole li pagheranno gli italiani con il ricorso agli ammortizzatori in deroga mentre il lavoro si sposterà in Paesi a più basso costo.”
“Invitiamo Renzi e il Governo – conclude Azzola - a venire a conoscere direttamente questi lavoratori e a toccare con mano le tragedie causate dalla mancata volontà di governare.”

“E’ evidente che il livello di barbarie raggiunto dal mercato non potrà che costringere i lavoratori e le lavoratrici del settore, insieme alle loro rappresentanze sindacali, a mobilitarsi nuovamente e riportare in piazza, in una nuova manifestazione nazionale, le giuste ragioni della protesta.”

29 settembre 2014

"Il teatro Bellini rilanci le attività"

Nota unitaria dei sindacati
"La politica dei tagli alle attività teatrali operata dalla Regione Siciliana, l’incertezza rispetto ai tempi di erogazione dei contributi assegnati, così come l’incapacità di sciogliere alcuni nodi che ne impediscono il corretto e pieno funzionamento, sta mettendo a repentaglio la sopravvivenza del Teatro Massimo "V.Bellini". 
Lo scrivono in una nota i rappresentanti sindacali di Slc Cgil Davide Foti, Fistel Cisl Antonio D'Amico, Uilcom Uil Giovanni Nicotra, Fials Aldo Ferrente, Libersind Salvatore Todaro, Ugl Massimo Ruta.
"Gli stanziamenti previsti per il “Bellini” dalla Regione, sono infatti appena sufficienti al pagamento delle retribuzioni dei dipendenti con grave pregiudizio della normale programmazione/gestione delle attività artistiche che comunque viene messa a rischio a causa della mancata soluzione di alcuni impedimenti ereditati da una delle recenti gestioni commissariali. Gestioni che, interpretando in maniera rigidamente burocratica e restrittiva il proprio ruolo, hanno reso complesso il reintegro delle figure professionali, artistiche e tecniche, necessarie alla normale attività.
Bisogna mettere in condizione il nostro Teatro di poter finalmente rilanciare le proprie attività e per farlo bisogna avviare un confronto con i sindacati rispetto alle soluzioni realmente praticabili per la piena occupazione dei lavoratori precari del bacino artistico, di quello tecnico e di quello amministrativo.
Non è più il tempo delle pacche sulle spalle che spesso, alla fine dei conti, si risolvono con lo scaricabarile delle responsabilità.
Inoltre, i recenti successi artistici che ha riscosso il Bellini nel corso della tournée in Cina e la magnifica Boheme al Teatro Grande di Pompei con la quale, sotto l’Alto Patrocinio del MIBAC e della Presidenza della Repubblica, il nostro gioiello artistico è stato chiamato ad inaugurare la prima edizione del Pompei Festival, con la riapertura, alla grande lirica degli storici scavi, nonché la scenografica Aida al Teatro Greco di Siracusa, confermano tutto il valore di una prestigiosa istituzione culturale che non merita, a causa di una sonnolenta gestione, di rimanere inattiva per lunghi periodi di tempo e in ogni caso l’attività dell’Ente non può risolversi nella sola esibizione esterna.
I lavoratori e le masse artistiche del Bellini chiedono di poter essere messi nelle condizioni di lavorare e produrre proprio all’interno del Massimo Teatro, consapevoli che l'istituzione non può svilita al ruolo di merce a disposizione dei diversi, spesso folkloristici, impresari di turno. Si chiede quindi a viva voce alle istituzione di scongiurare il vuoto di produzione che determina il mancato utilizzo delle maestranze, accolgano in fretta questo grido di allarme, una prestigiosa e centenaria realtà artistica come l’Ente Regionale Teatro Massimo Bellini non può e non deve morire per disinteresse pubblico o per incuria gestionale; sarebbe un delitto imperdonabile, e i catanesi, il mondo culturale non lo dimenticherebbe mai.
Per quanto riguarda infine la condizione amministrativa dell’Ente, con un organico di impiegati e funzionari ormai decimato, la nostra organizzazione ritiene indispensabile che si approntino tutti i mezzi tecnici e di supporto affinché vengano definitivamente approntati ed approvati il bilancio consuntivo 2013 e quello preventivo 2014 ed anche in questo caso bisogna fare in fretta perché altrimenti si rischia la paralisi dell’ente".



Rai: Sindacati, domani presidio al Mise su vendita Rai Way


Slc Cgil, Uilcom Uil, Ugl Telecomunicazioni, Snater e Libersind-Confsal hanno organizzato per il 30 settembre, dalle ore 11.00 alle ore 14.00, il presidio dei lavoratori Rai Way e Rai sotto la sede del Ministero dello Sviluppo Economico (Via Molise). L’iniziativa è indetta per protestare contro la vendita di Rai Way, società che detiene gli impianti trasmittenti (la rete digitale) ed il personale che li gestisce.
“I sindacati sono contrari alla vendita parziale o totale dell’azienda, giudicata asset strategico  per diffondere i contenuti televisivi e radiofonici e per vedersi assegnata nel 2016 la concessione di servizio pubblico radiotelevisivo.” Annuncia una nota unitaria.
“Sono settimane che abbiamo chiesto al Ministero, ed in particolare modo al sottosegretario alle comunicazioni, l’On. Giacomelli, un confronto alla presenza dell’azienda, ma in pieno stile del Governo Renzi non vi è stata nessuna disponibilità in tal senso.
“In gran fretta, si sta procedendo alla cessione dell’assetto, senza che le parti sociali siano state informate sulla percentuale di azioni collocabili in borsa e senza che siano state chiarite le modalità di tale collocazione. Sul forte dubbio di legittimità dell’operazione, le organizzazioni sindacali hanno scritto alle autorità competenti CONSOB, Corte dei Conti, Agcom e AGCM.”

“Va detto – conclude la nota – che siamo in assenza di un Piano Industriale di Rai o Rai Way, condizione che impedisce ogni certezza rispetto al futuro industriale ed occupazionale della più grande azienda culturale del paese.”

28 settembre 2014

CGIL, il 25 ottobre in piazza San Giovanni per il cambiamento

da www.cgil.it
Una giornata di mobilitazione nazionale il 25 ottobre a Roma in Piazza San Giovanni è stata decisa dal Comitato direttivo della CGIL con solo quattro voti contrari. Al centro della manifestazione le proposte del sindacato sul lavoro ed in particolare sull'estensione dei diritti a tutte le lavoratrici ed i lavoratori affinché non ci siano più dipendenti di serie A e di serie B. La manifestazione, inoltre, cadrà nei giorni in cui il Parlamento discuterà la legge di stabilità, dunque in piazza San Giovanni non mancheranno precise rivendicazione su nuove politiche economiche che contrastino la recessione, favorendo una vera ripresa del Paese.

Sarà una "grande manifestazione della CGIL all'insegna del cambiamento del nostro Paese, a partire dalla libertà e dall'uguaglianza del lavoro". Ha dichiarato Susanna Camusso, Segretario Generale della CGIL, al termine della riunione del direttivo. Con l'appuntamento del 25 ottobre "inizia una stagione, per noi, di conquista di un cambiamento della politica economica del Paese", ha aggiunto Camusso. 

La scelta di convocare la manifestazione del 25 ottobre, come spiega la CGIL nel documento "non è, né può essere intesa come una scelta di separazione da CISL e UIL. La nostra piattaforma che tiene in valore quella unitaria su fisco e previdenza, è aperta al confronto e al contributo di tutti, come ferma è la volontà di confermare tutte le iniziative unitarie e di categoria, già programmate, a partire dalla manifestazione dei lavoratori pubblici dell'8 novembre, convinti che sia da tutti sentita la necessità di riprendere e consolidare un cammino unitario".

26 settembre 2014

Davide Foti Slc Cgil Catania: Vogliono definitivamente cambiare lo stato sociale nel mondo del lavoro.

Stiamo rischiando di cadere in una sterile polemica che quattro incompetenti del Governo insieme al suo Presidente stanno architettando. Non si tratta solo di art.18 dentro questo provvedimento si mettono in discussione altri due articoli fondamentali: art.4 e art.15. Il primo garantisce che il lavoratore non venga controllato in maniera invasiva ed il secondo garantisce al lavoratore di non essere demansionato ne professionalmente ne economicamente.
 Oggi la lotta contro questo governo ė evitare di fare diventare il lavoro "servile".
Compagne e compagni vogliono definitivamente cambiare lo stato sociale nel mondo del lavoro. IO NON CI STO!

Cassazione: spetta sempre al lavoratore dimostrare il mobbing


La Cassazione, con la sentenza n. 19782 dello scorso 19 settembre, torna a pronunciarsi sull’annosa questione del mobbing e al connesso diritto del lavoratore al risarcimento morale, biologico ed assistenziale.
Con questa pronuncia gli Ermellini, confermano l’orientamento giurisprudenziale avanzato dalla Corte Costituzionale e, recepito dalla stessa giurisprudenza della Cassazione, circa i presupposti per la configurabilità del mobbing e, circa l’onere della prova che incombe sul lavoratore.
Nella specie, un lavoratore ricorreva in giudizio avverso la società datrice di lavoro e, chiedeva l’accertamento della sussistenza della condotta persecutoria tenuta dal datore di lavoro nei propri confronti e del nesso causale tra tale condotta e le patologie contratte, nonche’ la condanna al risarcimento del danno (biologico, morale, esistenziale) subito dal ricorrente, pari a complessivi euro 105.000,00.
Il Tribunale di primo grado e la Corte d’Appello, rigettavano tale domanda, escludendo che nella fattispecie “si potesse configurare il c.d. terrorismo psicologico e, comunque, l’elemento dequalificante e discriminatorio dell’asserito mobbing, difettando l’esistenza degli elementi strutturali sia sotto il profilo oggettivo, costituito dalla frequenza e ripetitivita’ nel tempo dei comportamenti del datore comportanti abusi nei confronti del lavoratore, sia sotto il profilo soggettivo, rappresentato dalla coscienza ed intenzione del primo di causare danni”.
Il lavoratore ricorreva dunque in Cassazione.  La Suprema Corte, nel richiamare giurisprudenza consolidata in materia (da ultimo, Cass., n. 18927 del 2012), afferma che “nella disciplina del rapporto di lavoro…, il datore di lavoro non solo è contrattualmente obbligato a prestare una particolare protezione rivolta ad assicurare l’integrità fisica e psichica del lavoratore dipendente (ai sensi dell’articolo 2087 c.c.), ma deve altresì rispettare il generale obbligo di neminem laedere e non deve tenere comportamenti che possano cagionare danni di natura non patrimoniale, configurabili ogni qual volta la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato, in modo grave, i suddetti diritti”.
Alla base della responsabilita’ per mobbing lavorativo si pone dunque l’articolo 2087 cod. civ., che obbliga il datore di lavoro ad adottare le misure necessarie a tutelare l’integrita’ psico-fisica e la personalita’ morale del lavoratore, per garantirne la salute, la dignita’ e i diritti fondamentali, di cui agli articoli 2, 3 e 32 Cost..
Fra le situazioni potenzialmente dannose e non normativamente tipizzate rientra il mobbing che, designa
un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui e’ inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo”.
Per aversi mobbing devono dunque sussistere:
- una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano stati posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi;
- l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente;
- il nesso eziologico tra la descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità;
- il suindicato elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi (vedi: Cass. 21 maggio 2011 n. 12048; Cass. 26 marzo 2010 n. 7382).
E’ onere del lavoratore provare l’esistenza degli elementi caratterizzanti la condotta di mobbing mentre, è onere del datore provare l’adozione di tutte le cautele impostegli dall’art. 2087 c.c.  a tutela della salute e integrità psico fisica del lavoratore.
Onere della prova che nel caso di specie non è avvenuto da parte del lavoratore. E ciò perchè, a detta del Giudice di secondo grado, “i fatti dedotti dall’appellante non sarebbero stati di per se’ soli sufficienti a configurare al sussistenza di una condotta mobbizzante da parte del datore di lavoro, dovendosi provare l’esistenza di comportamenti, protratti nel tempo, che rivelassero, in modo univoco, un’esplicita volonta’ di quest’ultimo di emarginazione del primo”.




25 settembre 2014

Almaviva Contact: Dichiarazione di Davide Foti responsabile TLC Slc Cgil Sicilia

Anziché parlare del sesso degli angeli, la politica si occupi dei problemi veri del paese e della piena agibilità di chi opera nel mezzogiorno del paese e rischia in proprio per la sana occupazione.E' semplicemente spregevole che all'indomani dello spostamento delle attività in Sicilia,  Almaviva Contact che occupa 4500 lavoratori a Palermo e più di 1500 a Catania,  possa essere stata fatta oggetto di una così ignobile intimidazione.Il fatto che siano state imbrattate di nafta le pareti della sede di via Cordova a Palermo è disgustoso ed abietto.La viltà criminale di chi ha compiuto un simile gesto deve essere svelata ed i colpevoli devono essere assicurati alla giustizia.Al gruppo Almaviva (proprietà, management e  lavoratori) assicuriamo tutto il nostro pieno sostegno e la nostra solidarietà.   
Davide Foti
Coordinatore Regionale responsabileTlc Slc Cgil Sicilia

23 settembre 2014

Cassazione: Bastona Equitalia Prima casa non si può pignorare


Buone, anzi ottime notizie dalla Cassazione. Con la sentenza numero 19270/2014 del 12 settembre, gli Ermellini hanno stabilito che Equitalia non potrà più pignorare la prima casa. Già in passato si è parlato di pignoramento, da parte dell'Ente di riscossione crediti dell'Agenzia delle Entrate, della prima casa, che poteva avvenire solo in alcune situazioni. La novità introdotta dalla Corte di Cassazione stabilisce che, a prescindere dalla data di entrata in vigore del provvedimento, non vi potrà essere nessun pignoramento, nemmeno per quanto riguarda i casi precedenti. Un parere, quello della Suprema Corte, che si oppone all'opinione espressa a suo tempo dal Ministero dell'Economia e delle Finanze che aveva affermato che la norma entrata in vigore con il Decreto Legge 69/2013, il cosiddetto "decreto del fare", non potesse essere retroattiva e dunque non potesse essere applicata ai pignoramenti avviati prima del 21 giugno 2013. La Corte di Cassazione ha invece esteso la non pignorabilità a tutti gli immobili soggetti ai procedimenti di Equitalia ancora in corso, con esclusione delle abitazioni accatastate come di lusso. Questo pronunciamento della Suprema Corte riguarda, ovviamente, solo i procedimenti avviati dall'Ente di riscossione dell'Agenzia delle Entrate e non esclude i pignoramenti in tutte le situazioni.
La parte saliente della sentenza della Corte di Cassazione dice: "dal momento che la norma disciplina il processo esecutivo esattoriale immobiliare, e non introduce un’ipotesi di impignorabilità sopravvenuta del suo oggetto, la mancanza di una disposizione transitoria comporta che debba essere applicato il principio per il quale, nel caso di successione di leggi processuali nel tempo, la nuova norma disciplina non solo i processi iniziati successivamente alla sua entrata in vigore, ma anche i singoli atti di processi iniziati prima". Dunque ogni provvedimento di pignoramento relativo alle cartelle esattoriali di Equitalia non pagate dovrà essere annullato ad esclusione di quelli che riguardano le abitazioni considerate di lusso. Si fa riferimento, secondo quanto stabilito dalla Cassazione, ai cittadini che possiedono un solo immobile (lo stesso interessato dal pignoramento) e che per loro esso sia l'effettiva abitazione in cui risiedono abitualmente ed anagraficamente. Si tratta di una sentenza che farà tirare un sospiro di sollievo a molti contribuenti. È un provvedimento che riguarda solo gli interventi di Equitalia; quindi, ad esempio, i pignoramenti da parte delle banche a causa del mancato pagamento delle rate del mutuo, sono ancora attuabili, ma è comunque un passo avanti notevole e uno strumento per dare ossigeno ai cittadini oppressi dai debiti.

Call center, Riccardo Saccone(Slc Cgil): "L’assenza di regole crea la barbarie del mercato"


“Una ricerca condotta dall’Istat e dall’Isfol certifica come gli addetti ai call center siano, oggi nel mondo del lavoro italiano, i lavoratori che stanno attraversando la crisi con il maggior senso di insicurezza ed insoddisfazione” dichiara Riccardo Saccone di Slc Cgil nazionale.
“Un risultato che, purtroppo, non suscita alcuna sorpresa. Non per nulla stiamo conducendo da mesi una difficile battaglia per regolamentare gli appalti nel settore e per dare regole più certe a lavoratori che oggi sono alla totale mercé di un sistema che permette che le commesse vengano tolte ed assegnate su criteri che esulano totalmente dal fattore lavoro.”
“Come potrebbe sentirsi sicuro il lavoratore di un’azienda – prosegue il sindacalista – che si vede togliere il lavoro da un importante committente e che vede il proprio futuro legato a meccanismi di vero e proprio ricatto occupazionale? Perché dovrebbe sentirsi protetto un lavoratore che sa bene che la propria storia retributiva, la propria professionalità sono considerati un peso da eliminare dalla maggior parte degli uffici acquisti delle grandi committenze, che vedono nella compressione brutale del costo del lavoro e dei diritti la strada maestra per massimizzare i profitti.”
“Davvero qualcuno pensa che con questi presupposti il Paese possa anche solo immaginare una ripresa? Il Governo dovrebbe riflettere con attenzione su questi risultati. Dovrebbe riflettere ed agire perché questi dati non arrivano certo come un fulmine a ciel sereno dal momento che il sindacato ancora attende la nuova convocazione, annunciata dal Viceministro allo sviluppo Economico per i primi di settembre (se questo silenzio dovesse perdurare saremmo autorizzati a non annoverarne l’affidabilità fra le virtù maggiori), del tavolo ministeriale dove si sta discutendo proprio dei motivi che sono alla base di questa insicurezza. Ed invece da mesi quel tavolo è bloccato anche per le forti pressioni dei committenti. Tutto mentre nel Paese assistiamo al dibattito surreale sull’articolo 18 che fermerebbe lo sviluppo e la ripresa.”
“Siamo davvero curiosi di capire se qualcuno al Governo vorrà confrontarsi con le paure di queste migliaia di cittadine e cittadini, paure che non si possono risolvere con un hashtag o con un selfie – conclude Saccone. Per portare quel dato terrificante a livelli accettabili ci voglio fatti concreti e decisioni coraggiose in linea con quanto avvenuto nel resto d’Europa.  Altrimenti il declino del Paese sarà inevitabile e con esso anche la credibilità e l’affidabilità delle istituzioni.”