03 dicembre 2014

Almaviva: Azzola (Slc Cgil), passo in avanti al Mise - Call center, scattano i controlli a campione sulla gestione dei dati personali -


Scatteranno già nei prossimi giorni i controlli a campione sul rispetto, da parte dei call center, dell’articolo 24 bis del decreto n. 83 del 2012 che, tra le altre cose, disciplina il trattamento dei dati personali, del quale sono responsabili i committenti. Da gennaio, poi, scatteranno quelli a tappeto. Sono i risultati del tavolo su Almaviva Contact che si è tenuto ieri al ministero per lo Sviluppo economico. Contestualmente, si metterà in moto il meccanismo legislativo per arrivare a una norma che superi le gare al massimo ribasso a favore di quelle che privilegino non solo il prezzo ma anche l’innovazione e la qualità del servizio (ovvero, la cosiddetta offerta economicamente più vantaggiosa). In tale contesto, partirà inoltre un’operazione di "moral suasion" nei confronti delle pubbliche amministrazioni affinchè, in attesa della legge, aderiscano comunque alla filosofia dell’offerta economicamente più vantaggiosa.
A fronte di questi impegni, assunti dal viceministro allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, a conclusione della riunione di ieri pomeriggio del tavolo Almaviva Contact, l'Ad di Almaviva Marco Tripi, si è detto disponibile a non procedere ad alcuna delocalizzazione (che investirebbe circa tremila addetti) in attesa dell’esito delle verifiche promosse dal Mise.
L’incontro, al quale hanno preso parte l’assessore alle Attività Produttive della Regione Siciliana, Linda Vancheri, Confindustria, sindacati nazionali e territoriali di categoria (Tlc) e Rsu, è servito anche a ribadire l’impegno del governo a sostegno di un comparto che occupa circa 80.000 addetti e muove un giro di affari di oltre un miliardo di euro. Il 19 dicembre si riunirà il tavolo di settore.
Soddisfazione è stata espressa anche dal sindacato. "L’incontro sulla situazione del call center Almaviva - dice Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil - registra finalmente alcuni passi in avanti . Il viceministro De Vincenti si è infatti impegnato a riconvocare il tavolo generale sul settore il prossimo 19 dicembre e ha nel contempo annunciato che gli approfondimenti realizzati in tema di delocalizzazioni hanno consentito di riscontrare che la responsabilità oggettiva sul rispetto della normativa di legge è in capo al committente e pertanto partiranno controlli a campione entro la fine dell’anno e complessivi già dal prossimo mese di gennaio”.
“E’ il primo segno tangibile da parte del governo - ha detto - di introdurre anche in Italia regole che possano contribuire a migliorare la qualità del servizio ai cittadini/clienti e nel contempo l’occupazione. Resta ora da sciogliere il nodo sulla successione dei cambi d’appalto. Il governo non può limitarsi a un invito generico alle parti a definire le clausole sociali, ma deve diventare protagonista nel rimuovere le resistenze sino a ora messe in campo dalla committenza".
"Se il viceministro manterrà questi impegni, i benefici in termini di ricadute sui cittadini e di tutele nei confronti dei lavoratori occupati permetteranno al paese di fare un passo in avanti”, ha concluso.
Sulla stessa lunghezza d'onda la Uilcom. “ Personalmente ritengo importante l'esito di questa riunione, finalmente inizia a muoversi anche da parte delle istituzioni quel meccanismo per provare a mettere regole certe nel nostro settore, un piccolo passo verso l'obiettivo che da sempre, come Uilcom, abbiamo cercato, quello di eliminare "il marcio" che esiste nel nostro settore – sottolinea il segretario generale Salvo Ugliarolo -  Abbiamo il dovere di continuare a fare il massimo, abbiamo il dovere di salvaguardare la buona occupazione all'interno di Almaviva così come nelle varie aziende del nostro settore".

Almaviva: Azzola (Slc Cgil), passo in avanti al Mise

L’incontro svoltosi oggi al Mise sulla situazione del call center Almaviva registra finalmente alcuni passi in avanti – dichiara Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil. Il Vice Ministro De Vincenti si è infatti impegnato a riconvocare il tavolo generale sul settore il prossimo 19 dicembre ed ha nel contempo annunciato che gli approfondimenti realizzati in tema di delocalizzazioni hanno consentito di riscontrare che la responsabilità oggettiva sul rispetto della normativa di legge, è in capo al committente e pertanto partiranno controlli a campione entro la fine dell’anno e complessivi già dal prossimo mese di gennaio.”
“E’ il primo segno tangibile da parte del Governo di introdurre anche in Italia regole che possano contribuire a migliorare la qualità del servizio ai cittadini/clienti e nel contempo l’occupazione.”
“Resta ora da sciogliere il nodo sulla successione dei cambi d’appalto – conclude il sindacalista. Il governo non può limitarsi ad un invito generico alle parti a definire le clausole sociali ma deve diventare protagonista nel rimuovere le resistenze sino a ora messe in campo dalla committenza.
Se il Vice Ministro manterrà questi impegni, i benefici in termini di ricadute sui cittadini e di tutele nei confronti dei lavoratori occupati permetteranno al paese di fare un passo in avanti.”

02 dicembre 2014

TELECOM ITALIA: ROTTURA DELLA CGIL SULLA VERIFICA DELLA DIVISIONE CARING

Si è conclusa oggi, primo dicembre, dopo un lungo confronto, la trattativa sulla verifica del Caring.
Purtroppo, nonostante SLC-Cgil abbia partecipato da protagonista con le proposte della piattaforma per trovare un punto di equilibrio sostenibile,
fistel-cisl e uilcom-uil hanno condiviso la posizione aziendale.
Telecom ha comunicato che il testo consegnato il giorno 25 novembre non era modificabile nella sostanza e quindi SLC-Cgil ha espresso la propria contrarietà. Rigettata ogni provocazione sulla societarizzazione come alternativa all'accordo.
In particolare il punto centrale di contestazione da parte della SLC Cgil è il modello del CLOUD (CARING PERFORMANCE MANAGEMENT) che prevede un costante monitoraggio delle performance individuali e contraddizioni evidenti con la reale situazione aziendale nel CARING.
Come sarà possibile da parte di Fistel e soprattutto di Uilcom Uil (che sciopererà con la Cgil il 12 dicembre proprio sugli stessi argomenti):
1)consentire una sostanziale deroga all'art. 57 del contratto di settore TLC, dove si parla di estrapolazione dei dati a livello di modulo/gruppo/aggregato, con il rischio di coinvolgere le altre società di TLC ?
2)consentire il rischio di produrre conseguenze su OPEN ACCESS e altre aziende del settore dove il dato è ancora aggregato e dove ad esempio in commissione controllo a distanza, Fistel-cisl e Uilcom-UIL hanno convenuto con SLC-Cgil di impedire di vedere all' AOT (assistente) i dati del singolo lavoratore ?
3)consentire la sostanziale modifica degli accordi del Caring dal CRM del 2003 in avanti che prevedono che i dati siano in forma aggregata ovvero di modulo ?
4)spiegare che i centri di governo (non solo la Regia) potranno vedere i dati del singolo legittimamente in tempo praticamente reale ?
5)spiegare ai lavoratori che negli incontri periodici mensili non potrà chiedere la presenza di un sindacalista che non sia di Fistel-cisl o di Uilcom-UIL tra l'altro come sanzionato dalla cassazione nel caso FIAT-FIOM ?
6) difendere le lavoratrici dalle "mascherate e velate" pressioni che si eserciteranno sui propri risultati individuali quotidianamente al di fuori degli incontri mensili ufficiali ?
7)spiegare che alcune sedi chiudono inspiegabilmente pur essendo a costo zero ed altre restano aperte nonostante i costi ? (vedi Pesaro)
8)spiegare che Telecom voglia incontrare mensilmente i lavoratori del Caring per fare formazione se fino ad oggi non se ne è fatta mai ?
9)spiegare che telecom non riassorbirà il canvass nel premio di risultato ma che tali obiettivi rimarranno con aumentando di fatto le conseguenti pressioni fino a livello di singolo ?
10)spiegare che sulle ferie le percentuali non solo non miglioreranno ma in alcuni periodi peggioreranno ?
Ora Telecom ha dato tempo ai sindacati fino al 20 di dicembre per fare il referendum, come ha lei stesso ha indicato !!!
SLC CGIL spiegherà con queste ed altre obiezioni che non è credibile un nuovo modello che parte da atti UNILATERALI, ad esempio facendosi lo skill inventory tutto da soli, senza farlo conoscere, o chiedendo una svolta culturale ai singoli con un forte contributo personale di prestazione, se proprio l'azienda non è disponibile a cambiare la SUA cultura del "bastone e la carota".
Cgil ha lavorato a lungo nella trattativa per un sistema più produttivo, ma NON è possibile scaricare sui singoli lavoratori, le disorganizzazioni, le diseconomie, i malfunzionamenti, la mancata erogazione di formazione, i sistemi informatici inefficienti, le politiche commerciali contorte e tutto il peso degli obiettivi dei responsabili.
Se il CONTROLLO DEL SINGOLO viene contrapposto al RICATTO della SOCIETARIZZAZIONE il referendum è FALSATO, non si parla più di MERITO ma di RICATTO. E' questa la modernità tanto evocata ?
Le lavoratrici e i lavoratori saranno direttamente interessate e avranno loro le conseguenze quotidiane, ma aspettiamo fiduciosi e vigileremo affinché tutto si svolga regolarmente.

Intanto SLC CGIL sciopererà contro il JOBS ACT che inevitabilmente s'intreccerà con questi accordi.

01 dicembre 2014

Nuovo Isee: Cgil, prestazioni a rischio per ritardi e inadempienze

"La legge che prevede il nuovo ISEE è una norma importante, nata per garantire equità e giustizia nell'accesso alle prestazioni e ai servizi gratuiti e/o agevolati. Ma questi obiettivi rischiano di essere traditi a causa delle inadempienze e dei ritardi del Governo nella predisposizione degli atti e delle condizioni che ne devono consentire un corretto utilizzo". Così Vera Lamonica, segretaria confederale della Cgil, in merito alla riforma dell'indicatore della situazione economica delle famiglie che entrerà in vigore il 1° gennaio 2015.

"Ad oggi non è stato predisposto il sistema dei controlli previsto dalla legge per accertare la veridicità della situazione economica dichiarata: molti contribuenti onesti - spiega Lamonica - continueranno ad essere esclusi dai servizi cui avrebbero diritto a vantaggio degli evasori fiscali".

"La legge prevede cambiamenti significativi nel metodo di calcolo dell'indicatore e gli effetti concreti di questa modifica debbono essere valutati attentamente e affrontati con i regolamenti degli enti che erogano servizi e prestazioni”. “Ma - sottolinea la dirigente sindacale - i tempi  brevi previsti per l'adeguamento di questi ultimi alle nuove soglie (30 giorni), l'assenza di un periodo di sperimentazione nonostante la ripetuta e vana richiesta del sindacato, e i diversi punti ancora non chiariti (ad esempio come i vari enti interessati possano dialogare tra loro) ci fanno temere che il 'nuovo' ISEE partirà con i 'vecchi' regolamenti".

Per Lamonica "l'incrocio tra vecchi e nuovi criteri, l'approssimazione con cui si avvia il percorso, metteranno ancora una volta in difficoltà i cittadini, in particolare quelli più deboli, che più di altri hanno diritto e bisogno a che le sempre più scarse risorse per il welfare vengano impiegate bene ed equamente".

"Il nuovo ISEE - continua la segretaria - non può diventare un'altra occasione di complicazione della vita degli italiani, né tanto meno una modalità surrettizia per ridurre e limitare l'accesso ai servizi e alle prestazioni. Per essere il segno di una svolta positiva è necessario che parta correttamente e che, in tempi e modi chiari e certi, se ne possano valutare gli effetti e correggere eventuali criticità". "Per questo - conclude Lamonica - la Cgil chiede l'immediata convocazione del tavolo di monitoraggio composto da tutti i soggetti interessati, istituzioni, Enti Locali e parti sociali, previsto dalla normativa e mai convocato".


Isee, cambia tutto: ecco le novità da gennaio 2015

Con l' Indicatore della situazione economica equivalente, per tutti "Isee", si calcola la situazione economica di coloro che richiedono prestazioni sociali agevolate. Da gennaio 2015 per l'indicatore calcolato con riferimento al nucleo familiare del richiedente e che tiene conto del reddito e del patrimonio, cambia tutto. Queste le novità.

IL NUOVO ISEE - Il nuovo Isee darà più peso al patrimonio, terrà conto dei redditi esenti da Irpef (come pensioni di invalidità o assegni di accompagnamento) e della giacenza media annua dei conti correnti.

COMUNI E REGIONI - I Comuni sono chiamati a ridefinire le soglie di accesso alle prestazioni sociali agevolate che erogano (contributi per ricoveri per gli anziani o sconti per le rette degli asili nido). Anche le Regioni dovranno adeguare i regolamenti in alcune materie su cui hanno competenza (edilizia residenziale o campo socio-sanitario).

BONUS BEBE' - Con l'Isee si calcolano sussidi comunali per il sostegno al reddito, assegni al nucleo familiare con tre figli minori, tariffe agevolate per gas ed energia, carta acquisti. Dovrebbe essere legato all'Isee, dal 2015, anche il bonus bebé.

TARES - Per la Tares, il tributo per la gestione dei rifiuti, i regolamenti di diversi Comuni prevedono sconti o esenzioni sugli importi da versare (più salati rispetto alla vecchia Tarsu) in base alla situazione economica della famiglia.

VALIDITA' - Cambia anhe la durata di validità della dichiarazione sostitutiva che non sarà più annuale, ma sarà valida solo nel periodo compreso tra la data della presentazione al 15 gennaio dell’anno successivo. Ad esempio, se si richiede l’ISEE a gennaio 2015 questo sarà valido un anno, ma se si richiede a giugno, la validità sarà solo di 6 mesi.


Art.18 e Jobs Act: “Possibile ricorso all’Ue”


La Cgil non molla nella battaglia contro il Jobs act e si dice pronta anche a presentare ricorso in sede europea, alla Corte di giustizia, sulla base della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, la cosiddetta Carta di Nizza del 2000. Dopo aver già presentato, ad agosto scorso, un ricorso contro il cosiddetto ‘decreto Polettì sui contratti a termine senza causale (sostenendone il contrasto con la disciplina europea perchè «scardina» la prevalenza del contratto a tempo indeterminato), il leader Susanna Camusso, nel giorno della sentenza della Corte di giustizia europea sui precari della scuola (contro il rinnovo «illimitato» dei contratti a tempo determinato), preannuncia la strategia sindacale. «Non è l’approvazione della delega in Parlamento che ci ferma rispetto alla scelta di cambiare norme che riteniamo sbagliate», dice Camusso, facendo sapere che «valuteremo tutte le strade». Compresa quella, appunto, di un ricorso all’Ue, a partire dalla volontà di «contrastare il tentativo di abrogare l’articolo 18» dello Statuto dei lavoratori «che è in corso con la delega» sul lavoro. Perchè, sostiene, «siamo di fronte ad una manomissione violenta dello Statuto dei lavoratori» e ad un provvedimento che «tende ad espellere i diritti dal lavoro». Questa la strada che si percorrerebbe nel ricorso basato sulla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, a cui nel 2009 con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, viene sottolineato, è stato conferito lo stesso effetto giuridico vincolante dei trattati. «La lettura degli articoli 30 e 31 della Carta di Nizza dice che è possibile, ci penseremo, ci proveremo», afferma Camusso spiegando che, intanto, «abbiamo bisogno di capire come vengono scritti i decreti delegati, se si decidono nel chiuso delle stanze o se si apre un confronto. Ci sono ancora cose da valutare». Se tra le iniziative possibili ci sarà anche quella del referendum abrogativo, Camusso replica che «c’è tanta strada prima di porsi il tema del referendum». L’articolo 30 della Carta di Nizza riguarda proprio la «tutela in caso di licenziamento ingiustificato», affermando che «ogni lavoratore ha il diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali». Mentre l’articolo 31 si riferisce alle «condizioni di lavoro giuste ed eque», stabilendo che «ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose» e che «ogni lavoratore ha diritto a una limitazione della durata massima del lavoro, a periodi di riposo giornalieri e settimanali e a ferie annuali retribuite

Visite fiscali per malattia: quante è possibile riceverne?

L’art. 2 del D.M. n.206/2009 prescrive che sono esclusi dalla visita fiscale tutti i dipendenti nei confronti dei quali è stata già effettuata la visita fiscale per il periodo di prognosi indicato nel certificato. Secondo tale assunto, quindi, la visita fiscale non può essere prevista per due volte per lo stesso evento morboso.
Es. Se per una prognosi di 10 giorni il medico fiscale dovesse effettuare il controllo già il primo giorno, per i restanti 9 il dipendente potrebbe allontanarsi dal proprio domicilio senza più l’obbligo di reperibilità. È dunque possibile una sola visita medica di controllo. Ogni prolungamento della malattia può invece prevedere una successiva visita medica di controllo.
Si invitano pertanto tutti i lavoratori a segnalare, qualora si presentasse il caso sopra citato, tale abuso in modo da poter inoltrare regolare denuncia alle autorità competenti.

Pensioni donne. 57 anni e 35 contributi, Inps riapre i termini delle domande

Pensioni donne. 57 anni e 35 contributi, Inps riapre i termini delle domande. E’ attesa per oggi la circolare dell’Inps (fonte Corriere della Sera) che estende i termini delle domande per accedere all’opzione donna, cioè la possibilità di andare in pensione a 57 anni (58 le autonome) con 35 di contributi, ma con un assegno più leggero di circa il 20% perché calcolato interamente con il sistema contributivo.
I termini della domanda per opzione donna sarebbero scaduti (30 novembre 2014), sebbene la sua sperimentazione finisca il 31 dicembre 2015: questo perché, un po’ come succedeva per le vecchie pensioni di anzianità (e così l’ha intesa l’Inps), tra la maturazione dei requisiti e la decorrenza effettiva della pensione si applicava la cosiddetta finestra di un anno. Considerando che la domanda va presentata un mese prima ecco che arriviamo al 30 novembre di quest’anno.
L’applicazione di questa finestra era stata contestata al punto che le associazioni di riferimento avevano ingaggiato una class action contro l’Inps, mentre in Parlamento crescevano le pressioni perché la lettura della scadenza termini fosse più estensiva.

25 novembre 2014

VIOLENZA DONNE: ALBANELLA E RAIA (PD)

ON. LUISA ALBANELLA
CAMERA DEI DEPUTATI
ON. CONCETTA RAIA
ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA
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COMUNICATO STAMPA
25 NOVEMBRE: GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE.
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ALBANELLA E RAIA (PD): “PUNTARE SULLA FORMAZIONE IN SINERGIA CON LE ISTITUZIONI SCOLASTICHE ”
“Quattordici nel 2013, sei nei primi nove mesi del 2014. Sono le donne siciliane uccise per mano di uomini violenti vittime, che fanno balzare la Sicilia al primo posto tra le regioni italiane per numero di femminicidi nel 2013, e quarta in questo 2014. Ed è ora dei dire basta di contare le morte ammazzate per mano di mariti, ex compagni, fidanzati o conviventi. Dobbiamo cambiare rotta e mettere in campo strumenti e investimenti di prevenzione e contrasto di lungo periodo che agiscano culturalmente, nel profondo, per evitare che queste violenze possano moltiplicarsi e permanere. Un‘azione che si sviluppi in dodici mesi l’anno, che non diventi occasione di appelli nel giorno della Giornata internazionale, perché il femminicidio non è un problema di parte”. E’ l’appello delle deputate democratiche Luisa Albanella, Camera dei Deputati, e Concetta Raia, Assemblea regionale Siciliana in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale contro ogni forma di volenza alle donne.
“A livello regionale bisogna istituire un tavolo di lavoro operativo attorno al quale i due assessorati di riferimento Famiglia e Istruzione, da oggi e per il futuro, riuniscano i rappresentati degli ex provveditorati agli Studi, gli enti locali e le Università – spiega la deputata Concetta Raia – per creare sinergie e ottimizzare risorse e strumenti e predisporre un programma di formazione che parta dalle scuole primarie e arrivi all’università”.
“E’ fondamentale abbattere sin dai banchi di scuola i luoghi comuni e gli stereotipi culturali – sottolinea la parlamentare Luisa Albanella – perché nessuna forma di violenza e prevaricazione all’interno delle mura domestiche può coesistere con le parole “amore” e “famiglia” o essere accettata o percepita come qualcosa di normale che rientri nel ménage coniugale e relazionale. La legge nazionale (119/2013) tra le prime ad avere recepito la convenzione di Istanbul è un ottimo strumento – prosegue Luisa Albanella – gli articoli 5 e 5bis riservano esplicitamente alla formazione scolastica un ruolo fondamentale, ma le leggi non bastano se non cambia la mentalità. Ma c’è di più”. “Che in Italia si conti una donna ammazzata ogni tre giorni, è una piaga sociale – aggiunge Albanella – significa che crescono aggressività latenti, conflitti sociali, decadimento morale, tutti sintomi di una società malata, che non trova altro sfogo alla propria rabbia e insoddisfazione che scagliarsi con la persona più vicina e più debole, sia fisicamente che psicologicamente, perché non è mai inutile sottolineare come le vittima di violenza siano donne legate al loro carnefice da un rapporto sentimentale e sempre più spesso dalla presenza di figli”.
“Come evidenziato dall’Istat e dai centri antiviolenza che operano da anni in Sicilia, il 23 per cento delle donne isolane ha subito violenza ma impiega cinque o sei anni prima di denunciarle– evidenzia la deputata Concetta Raia –oggi i tempi si sono dimezzati rispetto a ciò che accadeva diversi anni fa, il che significa che l’opinione pubblica sta cambiando, così come le legislazioni”. “La legge regionale sulla violenza alle donne 3/21012, da me proposta e portata avanti fino alla sua approvazione all’Ars – ricorda Raia – ha permesso la istituzione di un forum per mantenete e la creazione di una rete come i centri che operano, ma ci dispiace ammettere, che tanto bisogna ancora fare, purtroppo la situazione finanziaria della Regione che non permette di poter contare su una adeguata e necessaria copertura economica”.
“La violenza di genere non è un raptus né la manifestazione di una patologia, bisogna essere coscienti del fenomeno, senza cadere nell'errore di sminuirlo – concludono Albanella e Raia – Spesso quando le cronache riportano un femminicidio, se opera di italiano si parla di raptus o patologia, se straniero di barbarie culturale, come se ammazzare non fosse comunque una barbarie. Le ricerche sulla violenza di genere ci dicono invece che questa si esprime con una escalation di episodi sempre più gravi, non è quasi mai episodica e spessissimo i suoi autori sono lucidissimi”.

A chi spettano il bonus 80 euro, il bonus bebè e la detrazione per baby sitter e badanti?


Il Governo quest’anno ha deciso di riconoscere un bonus 80 euro ai lavoratori dipendenti e assimilati direttamente in busta paga, che è stato stabilizzato nella Legge di Stabilità ad ottobre, prevedendo inoltre l’estensione del bonus alle neomamme a partire da gennaio 2015, ovvero un bonus bebè.
Tuttavia, non è facile capire i criteri e le soglie all’interno delle quali bisogna rientrare per avere diritto a queste ed altre agevolazioni fiscali. Ad esempio, per il bonus bebè c’è una soglia di 90mila euro, mentre per la detrazione Irpef c’è un tetto di 2.840,51 euro, al di sotto di cui si è considerati a carico di un proprio familiare, e così vengono riconosciuti a questi ultimi le detrazioni Irpef.
Secondo gli analisti di IlSole24Ore,  queste misure, decise in anni diversi e senza coordinamento tra loro, hanno stabilito soglie di “povertà fiscale” in base alle “esigenze di gettito che si aveva nel momento in cui sono state approvate, quando invece un sistema tributario dovrebbe stabilire degli scaglioni di reddito, anche ampi, al crescere dei quali diminuiscono tutti gli sconti fiscali“.

Bonus bebè: a chi spetta e come riceverlo
Secondo la Legge Stabilità 2015, approvata dal Governo il mese scorso e attualmente in discussione in Parlamento, il bonus bebè spetta ai genitori che, nell’anno solare precedente alla nascita o adozione del figlio, hanno avuto un reddito del nucleo familiare assoggettabile a Irpef (articolo 2, comma 9, decreto legge 13 marzo 1988, n. 69) complessivamente non superiore a 90mila euro.
Non c’è limite di reddito se il figlio, nato o adottato, è il «quinto o ulteriore per ordine di nascita o ingresso nel nucleo familiare».
Il bonus bebè verrà riconosciuto per ogni figlio nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017. Consiste in un assegno di 960 euro annui, erogato sotto la forma di 80 euro al mese a decorrere dal mese di nascita o adozione, e fino al compimento del terzo anno d’età ovvero del terzo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione.
Per ricevere il bonus sarà necessario fare domanda all’Inps.

Detrazione baby sitter e badanti: come fare
C’è un’altra agevolazione fiscale riguardante l’infanzia: la deduzione dal reddito complessivo, nel limite annuale di 1.549,37 euro, dei contributi previdenziali pagati per le baby sitter (articolo 10, comma 2, Tuir).
Non c’è alcun limite di reddito per questa deduzione, che spetta anche agli «addetti ai servizi domestici», ovvero le colf, e a quelli per «l’assistenza personale o familiare», quindi le badanti. Per queste ultime, d’altronde, “è possibile detrarre anche il 19% delle relative spese sostenute, ma solo se il reddito complessivo (di chi sostiene la spesa) non supera i 40mila euro (articolo 15, comma 1, lettera i-septies, Tuir)“.
Così, per detrarre i contributi delle badanti non c’è limite di reddito, mentre per detrarne i costi al 19% non si possono superare i 40mila euro di reddito annuo.

Bonus 80 euro: a chi spetta?
E’ prevista nella Legge Stabilità 2015 la stabilizzazione del bonus 80 euro nelle buste paghe dei lavoratori dipendenti con reddito non oltre i 24mila euro. Si tratta di un credito d’imposta annuale pari a 960 euro (80 euro al mese) ed è rapportato al periodo di lavoro nell’anno.
Per redditi tra i 24mila e i 26mila euro, il bonus scende, in quanto spetta in base al rapporto tra i 26mila euro, calati del reddito complessivo effettivo, e i 2mila euro.
Sopra i 26mila non si ha diritto al bonus 80 euro (articolo 13, comma 1-bis, Tuir, in vigore dal 2015, che rispecchia le regole in vigore per il periodo da maggio a dicembre 2014).
Come spiegato dagli specialisti di IlSole24Ore, si è scelto di dare 80 euro al mese con l’obiettivo di individuare chiaramente in busta paga il c.d bonus Renzi, anziché incrementare le detrazioni Irpef di lavoro dipendente, già presenti nel nostro ordinamento e con un meccanismo di calcolo consolidato (articolo 13, Tuir), poiché questa modifica non avrebbe comportato un aumento fisso nelle buste paga dei dipendenti con reddito da 8mila euro a 24mila euro, ma un incremento variabile e inversamente proporzionale all’accrescere del reddito da 8mila a 55mila euro.
Attualmente, in effetti, le detrazioni Irpef per il lavoro dipendente sono massime (1.880 euro) se il reddito complessivo non oltrepassa gli 8mila euro e diminuiscono proporzionalmente fino allo zero, se supera i 55mila euro.
di Natalia Pezzone


Giovanni Pistorio è il nuovo Segretario Generale della Fillea, il sindacato degli edili

Giovanni Pistorio, in Cgil dal 1990, è il nuovo segretario generale della Fillea Cgil di Catania, il sindacato dei lavoratori edili. Pistorio è stato eletto all'unanimità e succede a Claudio Longo, che nella categoria ha trascorso 24 lunghi anni di militanza sindacale.

"Inizio quest'incarico con grande entusiasmo e ricco delle esperienze che in questi anni mi hanno fatto crescere come sindacalista e come cittadino. - ha detto Pistorio, che negli anni scorsi ha lavorato in Filcams, Fillea ed Slc, di cui è stato segretario generale provinciale e coordinatore regionale- Occuparmi della comunicazione e della cultura in questi anni, mi ha consentito di comprendere il valore dell'innovazione, che non è solo una bella parola ma un aspetto concreto dello sviluppo che verrà o che è già tra noi. Se ripenso a settori chiave come la green economy e le human city, non posso non pensare ai risvolti che essi potranno avere anche nel mondo delle costruzioni. Abbiamo importanti strumenti a nostra disposizione e adesso sono i cantieri utili e urgenti che dovranno ripartire in questa città per ricreare opportunità di lavoro".

Sinceramente commosso il saluto di Claudio Longo. "Sono nato e cresciuto in Fillea e concludere questo percorso significa chiudere un capitolo della mia vita lungo e carico di significato umano e professionale. - dice Longo - La mia più grande soddisfazione? Avere conquistato il tavolo prefettizio per l'attività di monitoraggio delle stazioni appaltanti con incontri mensili e la conseguente conferma delle opere che partiranno presto: Perla Jonica e le due stazioni di metropolitana. Questo è il nodo cruciale per la ripartenza di Catania".

 Sia Pistorio che Longo restano segretari confederali della Cgil di Catania.
All' elezione di stamattina, tenutasi nella Sala Russo di via Crociferi, erano presenti anche il segretario generale Giacomo Rota, il segretario nazionale Fillea Walter Schiavella , il segretario generale Fillea Sicilia, Francesco Tarantino.


24 novembre 2014

GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE


Tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica in quel giorno.

L'Assemblea Generale dell'ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell'Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l'impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell'arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.

In Italia solo dal 2005 alcuni centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata. Ma negli ultimi anni anche istituzioni e vari enti come Amnesty International festeggiano questa giornata attraverso iniziative politiche e culturali. Nel 2007 100.000 donne (40.000 secondo la questura) hanno manifestato a Roma "Contro la violenza sulle donne", senza alcun patrocinio politico. È stata la prima manifestazione su questo argomento che ha ricevuto una forte attenzione mediatica, anche per le contestazioni che si sono verificate a danno di alcuni ministri e di due deputate.[1]

Dal 2006 la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna promuove annualmente il Festival La Violenza Illustrata, unico festival nel panorama internazionale interamente dedicato alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ormai centinaia di iniziative in tutta Italia vengono organizzate in occasione del 25 novembre per dire no alla violenza di genere in tutte le sue forme.

Il 2013 è stato un anno nero per i femminicidi, con 179 donne uccise, in pratica una vittima ogni due giorni. Rispetto alle 157 del 2012, le donne ammazzate sono aumentate del 14%. A rilevarlo è l'Eures nel secondo rapporto sul femminicidio in Italia, che elenca le statistiche degli omicidi volontari in cui le vittime sono donne.

    Aumentano quelli in ambito familiare, +16,2%, passando da 105 a 122, così come pure nei contesti di prossimità, rapporti di vicinato, amicizia o lavoro, da 14 a 22. Rientrano nel computo anche le donne uccise dalla criminalità, 28 lo scorso anno: in particolare si tratta di omicidi a seguito di rapina, dei quali sono vittima soprattutto donne anziane.

    Anche nel 2013, in 7 casi su 10 (68,2%, pari a 122 in valori assoluti) i femminicidi si sono consumati all'interno del contesto familiare o affettivo, in linea con il dato relativo al periodo 2000-2013 (70,5%). Con questi numeri, il 2013 ha la più elevata percentuale di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia, pari al 35,7% dei morti ammazzati (179 sui 502), "consolidando - sottolinea il dossier - un processo di femminilizzazione nella vittimologia dell'omicidio particolarmente accelerato negli ultimi 25 anni, considerando che le donne rappresentavano nel 1990 appena l'11,1% delle vittime totali".

Per 10 anni quasi la metà dei femminicidi è avvenuto al Nord, dal 2013 c'è invece stata un'inversione di tendenza sotto il profilo territoriale, divenendo il Sud l'area a più alto rischio con 75 vittime ed una crescita del 27,1% sull'anno precedente, anche a causa del decremento registrato nelle regioni del Nord (-21% e 60 vittime). Lo indica il rapporto Eures sul femminicidio in Italia, dal quale risulta anche un raddoppio delle vittime al Centro Italia, dalle 22 nel 2012 a 44.

    Il Lazio e la Campania con 20 donne uccise presentano nel 2013 il più alto numero di femminicidi tra le regioni italiane, seguite da Lombardia (19) e Puglia (15). Ma è l'Umbria - come riporta il dossier - a registrare l'indice più alto (12,9 femminicidi per milione di donne residenti). Nella graduatoria provinciale ai primi posti Roma (con 11 femminicidi nel 2013), Torino (9 vittime) e Bari (8). Il femminicidio nelle regioni del Nord si configura essenzialmente come fenomeno familiare, con 46 vittime su 60, pari al 76,7% del totale; mentre sono il 68,2% dei casi al Centro e il 61,3% al Sud (con 46 donne uccise in famiglia sulle 75 vittime censite nell'area). Qui al contrario è più alta l'incidenza delle donne uccise all'interno di rapporti di lavoro o di vicinato (14,7% a fronte del 5% al Nord) e dalla criminalità (18,7% contro l'11,4% del Centro e l'11,7% del Nord).

Ottantuno donne, il 66,4% delle vittime dei femminicidi in ambito familiare, hanno trovato la morte per mano del coniuge, del partner o dell'ex partner; la maggior parte per mano del marito o convivente (55, pari al 45,1%), cui seguono gli ex coniugi/ex partner (18 vittime, pari al 14,8%) ed i partner non conviventi (8 vittime, pari al 6,6%).

    I dati relativi al 2013 - come rileva la ricerca Eures sui femminicidi in Italia - sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli complessivamente censiti a partire dall'anno 2000. Lo scorso anno si è avuto, "anche per effetto del perdurare della crisi", un forte aumento dei matricidi, spesso compiuti per ragioni di denaro o per una esasperazione dei rapporti derivanti da convivenze imposte dalla necessità: sono infatti 23 le madri uccise nell'ultimo anno, pari al 18,9% dei femminicidi familiari, a fronte del 15,2% rilevato nel 2012 e del 12,7% censito nell'intero periodo 2000-2013 (215 matricidi). Ad uccidere sono nel 91,7% dei casi i figli maschi e nell'8,3% le figlie femmine.

    Il 2013 rileva una significativa crescita dell'età media delle vittime di femminicidio, passata da 50 anni nel 2012 a 53,4 (da 46,5 a 51,5 anni nei soli femminicidi familiari).
    Diminuiscono le vittime con meno di 35 anni (da 48 a 37), e aumentano quelle nelle fasce 45-54 anni (+72,2% passando da 18 a 31) e 55-64 anni (+73,3%, da 15 a 26) e, in quella 35-44 anni (+26,1%, passando da 23 a 29 vittime) e tra le over 64 (da 51 a 56, pari a +9,8%).
  

A "mani nude", per le percosse, strangolamento o soffocamento: così nel 2013 è morta ammazzata una donna su tre. A rilevarlo è il rapporto Eures che mette in relazione tale modalità di esecuzione ad un "più alto grado di violenza e rancore".

    Se le armi da fuoco si confermano come strumento principale nei casi di femminicidio (45,1% dei casi, seguite, con il 25,1%, dalle armi da taglio), la gerarchia degli strumenti si va modificando: le "mani nude" sono il mezzo più ricorrente, 51 vittime, pari al 28,5% dei casi; in particolare le percosse hanno riguardato il 5,6% dei casi, lo strangolamento il 10,6% e il soffocamento per il 12,3%. Di poco inferiore la percentuale dei femminicidi con armi da fuoco (49, pari al 27,4% del totale) e con armi da taglio (45 vittime, pari al 25,1%).

    Collegato alla modalità di esecuzione è il movente. Quello 'passionale o del possesso' continua ad essere il più frequente (504 casi tra il 2000 e il 2013, il 31,7% del totale): "Generalmente - dice il dossier - è la reazione dell'uomo alla decisione della donna di interrompere/chiudere un legame, più o meno formalizzato, o comunque di non volerlo ricostruire". Il secondo gruppo riguarda la sfera del "conflitto quotidiano", della litigiosità anche banale, della gestione della casa, ed è alla base del 20,8% dei femminicidi familiari censiti (331 in valori assoluti). A questi possono essere aggiunti gli omicidi scaturiti da questioni di interesse o denaro, 19 nel 2013, il 16%, e si tratta prevalentemente di matricidi.

"COLPEVOLI DI DECIDERE" - Oltre 330 donne sono state uccise, dal 2000 a oggi, per aver lasciato il proprio compagno. Quasi la metà nei primi 90 giorni dalla separazione. Il rapporto Eures, diffuso oggi, li definisce i 'femminicidi del possesso', e conseguono generalmente alla decisione della vittima di uscire da una relazione di coppia; a tale dinamica sono da attribuire con certezza almeno 213 femminicidi tra le coppie separate, e 121 casi in quelle ancora unite dove la separazione si manifesta come intenzione.
    Il 45,9% avvengono nei primi tre mesi dalla rottura (il 21,6% nel primo mese e il 24,3% tra il primo e il terzo mese). Ma il "tarlo dell'abbandono", segnala il dossier, ha una forte capacità di persistenza e di riattivazione nei casi di un nuovo partner della ex, della separazione legale, o dell'affidamento dei figli. Tanto che il 3,2% dei femminicidi nelle coppie separate avviene dopo 5 anni dalla separazione.
    Il femminicidio è spesso un'escalation di violenze e/o vessazioni di carattere fisico. I dati disponibili indicano un'elevata frequenza di maltrattamenti pregressi a danno delle vittime, censiti nel 33,3% dei femminicidi di coppia nel 2013 (27 in valori assoluti) e nel 22,5% tra il 2000-2013 (193 in valori assoluti). Eures sottolinea "l'inefficacia/inadeguatezza della risposta istituzionale alla richiesta d'aiuto delle donne vittime di violenza all'interno della coppia, visto che nel 2013 ben il 51,9% delle future vittime di omicidio (17 in valori assoluti) aveva segnalato/denunciato alle Istituzioni le violenze subite".

Redazione ANSA

22 novembre 2014

Sciopero call center: altissima l'adesione degli 80mila lavoratori dei call center


Azzola (Slc Cgil): "Adesione mai vista in tanti anni" tra gli 80mila lavoratori del settore. La protesta nazionale proclamata dai sindacati per chiedere al governo di intervenire per recepire correttamente una direttiva europea che tutela i lavoratori nei casi di cambi d'appalto
Roma, 21 novembre (Adnkronos/Labitalia) - Attese infinite e telefoni muti oggi per gli italiani che hanno provato a rivolgersi ai call center di aziende e societa'. E' stata infatti altissima l'adesione degli 80mila lavoratori dei call center italiani allo sciopero nazionale proclamato dai sindacati di categoria delle tlc.
"Stiamo registrando un'adesione mai vista in tanti anni - spiega a Labitalia Michele Azzola, segretario nazionale della Slc Cgil - quasi totale e con punte mai viste in alcune realta' fino ad ora: i lavoratori hanno risposto positivamente e chiedono al governo di intervenire nella vertenza sul settore".
Le richieste di sindacati e lavoratori sono precise: "Lo Stato italiano ha recepito male - spiega ancora Azzola - una direttiva europea che tutela i lavoratori nei casi di cambi d'appalto. Negli altri Paesi europei, se il committente cambia il fornitore di un servizio, i lavoratori del precedente fornitore devono essere tutelati".


21 novembre 2014

Una dipendente palermitana di Almaviva ha scritto a Papa Francesco

Una lavoratrice palermitana di Almaviva Contact spa, parlando a nome di tutti i lavoratori del call center che in Sicilia è pronta ad annunciare per il 2015 un piano di tremila esuberi, ha scritto a Papa Francesco. E ha ottenuto dal Pontefice una risposta scritta, oltre alla sua benedizione.
“Caro Papa Francesco. Le scrivo per portarla a conoscenza di una triste e grave situazione che sta coinvolgendo la mia famiglia e altre migliaia di famiglie, le famiglie dei miei colleghi. Le scrivo con rabbia e con le lacrime agli occhi ma non con rassegnazione, quella è una parola che la mia dignità di lavoratrice non conosce. A causa dell’inerzia e dell’indifferenza della nostra classe politica, 2.500 famiglie stanno rischiando di perdere il proprio posto di lavoro”.
Inizia così l’accorata lettera di Caterina D., di 32 anni, inviata a Papa Bergoglio nei giorni scorsi. E adesso le è arrivata la risposta, scritta a nome di Papa Francesco da monsignor Peter B. Wells, della Segreteria di Stato: “Il Santo Padre Francesco ha accolto con sentimento di spirituale vicinanza l’atto di devota confidenza che gli è stato presentato. Sua Santità, nel ringraziare per il gesto filiale, incoraggia ad abbandonarsi con rinnovata fiducia tra le braccia paterne del Signore, che sempre ascolta la supplica di chi, con pazienza e umiltà, bussa alla sua porta”.





I PERMESSI PER GRAVE INFERMITÀ

I tre giorni di permesso retribuito all'anno sono previsti nel caso di decesso o grave infermità del coniuge, anche se legalmente separato, del parente entro il secondo grado, anche non convivente. I tre giorni di permesso sono concessi anche nel caso in cui il decesso riguardi un componente della famiglia anagrafica, quindi anche nell'ipotesi della famiglia di fatto.
Nei giorni di permesso non sono considerati i giorni festivi o non lavorativi e sono cumulabili con quelli concessi ai sensi dell'articolo 33 della Legge 104/1992 (lavoratori disabili e familiari di persone con handicap grave).
I giorni di permesso devono essere utilizzati entro sette giorni dal decesso o dall'insorgenza della grave infermità o della necessità di provvedere a conseguenti interventi terapeutici.
È possibile concordare con il datore di lavoro la fruizione dei tre giorni di permesso in modo articolato o frazionato. È possibile, quindi, in alternativa alla fruizione continua dei tre giorni, concordare una riduzione dell'orario lavorativo.
Per ottenere questi permessi è necessario presentare, per la grave infermità, documentazione rilasciata da un medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale o convenzionato, dal medico di medicina generale oppure dal pediatra di libera scelta; la documentazione va presentata entro cinque giorni dalla ripresa del lavoro. Il datore di lavoro può richiedere periodicamente la verifica dell'effettiva gravità della patologia.
Per il decesso, va presentata la relativa certificazione oppure una dichiarazione sostitutiva.
I tre giorni l'anno sono relativi al lavoratore e non ai familiari cui si riferisce il permesso. Pertanto, ad esempio, se nel corso dello stesso anno un lavoratore si trova a dover affrontare due situazioni di grave infermità di due diversi parenti, avrà comunque diritto a tre sole giornate di permesso.
In tali casi, tuttavia, potrà ricorrere, in modo frazionato, al congedo - non retribuito - di cui parliamo più sotto.

I CONGEDI PER GRAVI MOTIVI FAMILIARI
La Legge 53/2000 prevede la concessione di congedi per gravi motivi familiari. Il congedo è pari a due anni nell'arco della vita lavorativa e può essere utilizzato anche in modo frazionato. La condizione più rilevante è che il congedo in questione non è retribuito.
I gravi motivi devono riguardare i soggetti di cui all'articolo 433 del Codice Civile (coniuge, figli legittimi, legittimati, adottivi, genitori, generi e nuore, suoceri, fratelli e sorelle) anche non conviventi, nonché i portatori di handicap parenti o affini entro il terzo grado. Anche in questo caso il congedo può essere richiesto anche per i componenti della famiglia anagrafica indipendentemente dal grado di parentela, ammettendo quindi anche la famiglia di fatto.
Fra i gravi motivi il Decreto Ministeriale 278/2000 elenca le necessità familiari derivanti da una serie di cause.E cioè:
a) necessità derivanti dal decesso di un familiare;
b) situazioni che comportano un impegno particolare del dipendente o della propria famiglia nella cura o nell'assistenza di familiari;
c) situazioni di grave disagio personale, ad esclusione della malattia, nelle quali incorra il dipendente medesimo.
Sono inoltre considerate "gravi motivi" le situazioni, escluse quelle che riguardano direttamente il lavoratore richiedente, derivanti dalle seguenti patologie: 1. patologie acute o croniche che determinano temporanea o permanente riduzione o perdita dell'autonomia personale, ivi incluse le affezioni croniche di natura congenita, reumatica, neoplastica, infettiva, dismetabolica, post-traumatica, neurologica, neuromuscolare, psichiatrica, derivanti da dipendenze, a carattere evolutivo o soggette a riacutizzazioni periodiche; 2. patologie acute o croniche che richiedono assistenza continuativa o frequenti monitoraggi clinici, ematochimici e strumentali; 3. patologie acute o croniche che richiedono la partecipazione attiva del familiare nel trattamento sanitario; 4. patologie dell'infanzia e dell'età evolutiva per le quali il programma terapeutico e riabilitativo richieda il coinvolgimento dei genitori o del soggetto che esercita la potestà.
Questo congedo (anche frazionato) può essere richiesto anche per il decesso di un familiare nel caso in cui il lavoratore non abbia la possibilità di usufruire dei permessi di tre giorni in quell'anno (per esempio perché ne ha già usufruito).
La documentazione relativa alle patologie viene rilasciata da un medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale o convenzionato, dal medico di medicina generale (medico di famiglia) oppure dal pediatra di libera scelta. La documentazione va presentata contestualmente alla richiesta di congedo.
Entro 10 giorni dalla richiesta del congedo, il datore di lavoro è tenuto ad esprimersi sulla stessa e a comunicarne l'esito al dipendente.
L'eventuale diniego, o la proposta di rinvio a un periodo successivo e determinato, o la concessione parziale del congedo, devono essere motivati in relazione alle condizioni previste dal Decreto Ministeriale 278/2000 e da ragioni organizzative e produttive che non consentono la sostituzione del dipendente. Su richiesta del dipendente, la domanda deve essere riesaminata nei successivi 20 giorni.
Il Decreto prevede che i singoli Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro che si andranno a definire disciplinino i procedimenti di richiesta e di concessione dei permessi.
Alla conclusione del congedo il lavoratore ha diritto a riprendere il suo posto e la sua mansione. Il lavoratore inoltre può rientrare anche anticipatamente al lavoro dandone preventiva comunicazione all'aziendga.


I sistemi di outobound non saranno più decisi arbitrariamente dai call center


Dal 2 ottobre 2014 i call center devono rispettare le regole fissate dal Garante della Privacy e comunicate con sei mesi di anticipo per agevolare l’aggiornamento delle configurazioni. I parametri delle impostazioni dei sistemi di outobound non saranno più decisi arbitrariamente dai call center, ma dovranno attenersi alle prescrizioni del Garante:
◦    I call center devono tenere precisa traccia delle “chiamate mute”, che devono comunque essere interrotte trascorsi 3 secondi dalla risposta dell’utente;
◦    Non possono verificarsi più di 3 telefonate “mute” ogni 100 andate “a buon fine”. Tale rapporto deve essere rispettato nell’ambito di ogni singola campagna di telemarketing; di rumore ambientale, il cosiddetto “comfort noise” (ad es. con voci di sottofondo, squilli di telefono, brusio), per dare la sensazione che la chiamata provenga da un call center e non da un eventuale molestatore;
◦    L’utente disturbato da una chiamata muta non può essere ricontattato per 5 giorni e, al contatto successivo, deve essere garantita la presenza di un operatore;
◦    I call center sono tenuti a conservare per almeno due anni i report statistici delle telefonate “mute” effettuate per ciascuna campagna, così da consentire eventuali controlli.
Quali sono le implicazioni per i contact center italiani? In primo luogo, per quelli che non l’avessero ancora fatto, la necessità di dotarsi di tecnologie che siano in grado di implementare e rispettare facilmente le regole imposte dal garante.
Un sistema di outbound professionale di fascia alta, dovrebbe permettere di configurare facilmente le restrizioni imposte, sia in termini di velocità di riconoscimento della voce umana (<3 sec.), sia in termini di richiamata posticipata e di adeguata reportistica. La maggior parte dei sistemi italiani, purtroppo, non è in grado di garantire il rispetto di tali regole: si pensi a qualsiasi sistema software only di predictive dialing, con un grado di riconoscimento massimo delle segreterie telefoniche del 70-75%, o a sistemi che non sono in grado di garantire che la richiamata del singolo utente avvenga puntualmente non prima dei 5 giorni dettati dal Garante.
Ciò significa che oggi i contact center, per fare lo stesso lavoro di prima, e di fatto con performance inferiori dovute alle restrizioni imposte, sono messi di fronte alla necessità di dotarsi di tecnologie più evolute:
◦    Un dialer di fascia alta con riconoscimento delle segreterie hardware, porta la qualità del riconoscimento a oltre il 90%, riducendo quindi sensibilmente la possibilità di errori nel distinguere una voce umana. Inoltre la possibilità di modificare alcuni elementi dell’algoritmo di predictive dialing rende più facile calibrare le campagne per minimizzare gli errori tipici di un algoritmo troppo aggressivo (ad esempio troppe chiamate pronte senza agenti che possano rispondere, oppure al contrario troppo poche chiamate con voce umana e agenti in attesa).
◦    Un sistema avanzato di List Management, che permetta di gestire le liste di record da chiamare in maniera intelligente e dinamica, tenendo traccia di recall e appuntamenti, cercando il momento migliore in cui chiamare il cliente, anche rispetto alle sue indicazioni preferenziali, qualora indicate nel suo profilo, e permettendo soprattutto di configurare la “do not call” list prima di ogni altra valutazione da parte del dialer.
◦    Una volta implementate le regole grazie alla tecnologia, si rende tuttavia necessario ottimizzare il processo di creazione e messa in atto delle campagne outbound per riuscire a compensare, e possibilmente migliorare, il gap di performance introdotto dalle nuove restrizioni. A questo scopo sono in genere utili, e in ordine di importanza, strumenti di:
◦    Workforce management, in grado di ottimizzare i turni degli agenti sulla base di parametri qualitativi della campagna, come penetration rate e RPC rate delle campagne in corso, e in ambienti blended, e di tenere conto dei picchi di volume delle chiamate inbound e degli altri canali di interazione.
◦    Quality management, in grado di registrare le conversazioni e di fornire strumenti di valutazione ad agenti e supervisori, così da evidenziare eventuali necessità di formazione.
◦    Speech analytics, tecnologia innovativa che permette di conoscere, attraverso le registrazioni audio delle chiamate, il contenuto delle conversazioni, e in ambito outbound, ad esempio, individuare quale impostazione o script di chiamata ottiene i risultati migliori, per poterla poi implementare su tutte le chiamate.
◦    Real-time speech analytics, che permette di riconoscere se un operatore ha seguito correttamente lo script e di correggerlo in tempo reale, ottimizzando così il tempo speso durante la conversazione.
◦    Performance management, strumento indispensabile di controllo delle intere operazioni del contact center, permette di capire l’andamento generale delle metriche di business correlate a quelle del contact center, di capire gli impatti degli scostamenti e di eventuali modifiche, e di correlare problemi ad azioni risolutive a breve, medio e lungo termine, fornendo al contempo uno strumento di analisi per supervisori, analisti e manager.
L’outbound quindi, in Italia come all’estero, non adrebbe fatto solo con un buon script e un predictive dialer, bensì utilizzando al meglio ciò che la tecnologia è in grado di offrire oggi, senza dimenticare da un lato di prendere spunto da paesi che hanno implementato restrizioni analoghe a quelle imposte dal Garante già da diversi anni (ad es. OFCOM in Inglhilterra, oppure le Telephone Consumer Protection Act in USA) e con successo, e dall’altro di adeguare alle nuove regole anche il resto dei processi aziendali, offrendo quindi ai consumatori un dialogo coerente attraverso tutti i canali aziendali di comunicazione, e rispettandone la privacy secondo quanto stabilito dalla normativa.
A cura di Paola Annis, Senior Solutions Consultant


Assenza per malattia, ecco le regole per dipendenti pubblici e privati


L'Istituto nazionale della previdenza sociale ha emanato le nuove regole per l'invio a domicilio del medico fiscale, valide per l'anno 2015. Spetta all'Inps, come noto, la verifica della condizione di salute di dipendenti pubblici e privati che si assentano dal lavoro per malattia. Il controllo avviene tramite l’invio a domicilio del medico fiscale. "Ispettori" e lavoratori sono tenuti a rispettare delle regole e degli orari prefissati dall’ente, condizioni che variano a seconda della categoria dei dipendenti. Ecco le regole valide per il settore pubblico e privato.

DIPENDENTI STATALI

Devono essere reperibili 7 giorni su 7, ivi compresi i giorni non lavorativi, festivi, prefestivi e weekend. Le fasce orarie di riferimento sono le seguenti:
- dalle ore 9.00 alle ore 13.00
- dalle ore 15:00 alle ore 18:00.

Negli orari e nei giorni sopra indicati, i lavoratori statali devono rimanere presso la residenza indicata nella documentazione medica di malattia e attendere la visita del medico fiscale inviata dal datore di lavoro o dall’Inps.

Sono esclusi dal vincolo di reperibilità unicamente i dipendenti che si assentano per questi motivi:
1) malattie di una certa entità di cui necessitano cure salvavita
2) Infortuni di lavoro
3) Patologie documentate e identificate le cause di servizio
4) Quadri morbosi inerenti alla circostanza di menomazione attestata
5) Gestazione a rischio.

Sono esenti anche i dipendenti nei confronti dei quali è stata già effettuata la visita fiscale per il periodo di prognosi indicato nel certificato.


DIPENDENTI PRIVATI

Identico obbligo di reperibilità 7 giorni su 7. Cambiano, invece, le fasce orarie:
- dalle ore 10:00 alle ore 12:00.
- dalle ore 17:00 alle ore 19:00.

Permangono l’obbligo di permanenza nella residenza indicata sulla documentazione e le esenzioni previste per i lavoratori pubblici.

VISITE FISCALI: LE REGOLE
Il medico fiscale ha l’obbligo di verificare le condizioni fisiche del soggetto e di analizzare la patologia riportata all’interno del documento di malattia. In caso di necessità, potrà protrarre la diagnosi di 48 ore. Dopo aver accertato la diagnosi potrà, se necessario, variarla e sollecitare il dipende a sottoporsi ad un controllo specialistico.

Nel caso in cui, al momento della visita fiscale, il lavoratore non si trovasse all’interno della residenza segnalata sprovvisto di motivazione, perde il diritto al 100% retribuzione per i primi 10 giorni di malattia. Per i giorni seguenti invece la retribuzione scenderà al 50%. Il dipendente avrà inoltre 15 giorni di tempo per comprovare la propria assenza ed evitare la detrazione dallo stipendio.


18 novembre 2014

Sciopero nazionale e notte bianca dei call center il 21 novembre


Le Segreterie Nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno deciso di dichiarare la seconda giornata di sciopero nazionale del settore con manifestazione da tenersi a Roma il prossimo 21 novembre, nell’ambito di un evento più ampio, una vera e propria NOTTE BIANCA DEI CALL CENTER In cui le organizzazioni sindacali inviteranno mondo della cultura, dello spettacolo, della società civile e della politica ad incontrare e confrontarsi con i lavoratori del settore e a solidarizzare con loro nella dura vertenza che li contrappone al Governo.

Mentre la vertenza che vede contrapposte British Telecom e Accenture con 262 licenziamenti non ha ancora trovato una soluzione, oggi E-Care ha annunciato la volontà di procedere alla chiusura della sede Milanese con il licenziamento di oltre 500 persone. Nelle prossime settimane la chiusura delle gare di Enel, Comune di Roma e il continuo ribasso delle tariffe praticato dai clienti porterà all’avvio di ulteriori centinaia di dipendenti.

Quanto sta accadendo era stato previsto e preannunciato tanto che il Governo aveva avviato, nel mese di giugno, un tavolo di crisi per il settore. In tale occasione le Organizzazioni Sindacali avevano evidenziato come, l’errata trasposizione della Direttiva Europea 2001/23 sulla tutela dei lavoratori, con la mancata estensione delle tutele previste dall’articolo 2112 del c.c. in occasione della successione o cambio di appalti ha creato in Italia un vuoto normativo che consente di creare crisi occupazionali esclusivamente per ridurre il salario dei lavoratori e ridurne i livelli di diritti.

A ciò si aggiungono gli incentivi per le nuove assunzioni già oggi previsti dalla legislazione, legge 407/90, per le regioni del sud che prevedono il mancato versamento contributivo per i primi tre anni.

Il combinato disposto delle due norme crea le crisi occupazionali odierne, che non sono determinate da un calo dell’attività lavorativa, ma unicamente dall’opportunità concessa al committente di cambiare liberamente il fornitore del servizio senza essere tenuto a garantire la continuità occupazionale a quei lavoratori che già prestavano la propria attività.

In questo modo il committente mantiene basso il costo con gli sgravi contributivi permanenti e le retribuzioni dei lavoratori ai minimi contrattuali e senza anzianità mentre lo Stato paga due volte, gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e gli incentivi per le nuove assunzioni, senza creare nemmeno un posto di lavoro nuovo.

In nessun Paese Europeo ciò è possibile in quanto il recepimento della direttiva su citata ha portato al varo di leggi che direttamente, come nel caso della TUPE inglese, o con rimandi ai contratti di lavoro, come nel caso spagnolo, impone di garantire continuità occupazionale in caso di successione di appalti per le stesse attività. In questo modo quei mercati hanno deciso di premiare le aziende che investono in tecnologia e che riescono ad essere efficaci sviluppando ed investendo in IT e ricerca.

In Italia no! L’Italia premia l’imprenditore più spregiudicato che viola regole e leggi e in questo modo comprime il costo del lavoro, chi invece prova a competere nel rispetto delle regole viene messo fuori mercato con la conseguenza che i lavoratori saranno licenziati.

Il Governo, in una prima fase, aveva  ritenuto giuste le rivendicazioni sindacali nonchè doveroso provare a dare una risposta ai lavoratori. Dopodiché, le pressioni esercitate dalla committenza che immaginiamo non esser mai state effettuate alla luce del sole, hanno portato il Governo a ritirarsi e non convocare più il tavolo sui Call Center che invece viene sbandierato nelle risposte alle interrogazioni parlamentari dal ministro di turno.


16 novembre 2014

L’assassino dei call center Corto contro il precariato


Un noir, realizzato in vista dello sciopero nazionale dei lavoratori dei call center del 21 novembre, dedicato al fenomeno delle delocalizzazioni, cioè al trasferimento del lavoro all'estero, che sta piegando il settore dei call center. Un modo originale, quello dei thriller sindacali, di raccontare i problemi del mondo del lavoro e dei lavoratori. Il protagonista de L’assassino del call center è proprio un imprenditore che sceglie di portare all'estero la sua attività. Un'antieroe che trasferisce cuffie e telefoni in Transnitria, regione moldava autoproclamatasi autonoma, resa nota da una recente puntata della trasmissione d'inchiesta Report. Uno dei pochi riferimenti diretti presenti nel cortometraggio, tutto giocato su riferimenti non espliciti. Come le citazioni del presidente del consiglio Matteo Renzi, mai nominato ma più volte chiamato in causa. Regia di Riccardo Napoli, lo stesso dei riuscitissimi videospot "Roma Calling" (sulla manifestazione Cgil del 25 ottobre) e "Buongiorno sono Lucia" (sullo sciopero dei call center del 4 giugno). Interpreti Lucia Fossi e Francesco Russo, Desy Arena, Natale Falà e Massimo Allegra. Da un'idea di Massimo Malerba