13 marzo 2010

Telecom Italia: Riflessioni del Segretario delle Tlc Davide Foti

Cari colleghi,

dopo una lunga convalescenza, mi permetto di fare poche riflessioni su quello che sarà il nostro futuro all'interno di Telecom Italia. Senza alcun dubbio le politiche del settore TLC sono legate all'azienda più grande sia in termini di utenza ma soprattutto dal punto di vista industriale. Rete, customer, IT, rappresentano per noi una i poli più importanti e strategici in Telecom. Come avrete letto, proprio giovedì a Roma si è tenuto la prima convocazione ai termini di legge per lo scorporo dell'informatica, con esito negativo , ovviamente, ma l'aria che si respirava dentro quelle sedi istituzionale era un aria molto pesante ed i cori delle RSU Nazionali verso la nostra azienda lo attestano (Buffoni, buffoni e ladri ). Le note vicende hanno fatto si che Telecom ritardasse il Piano industriale e con i soliti colpi di mano si arrivasse ad una prima cessione di ramo, con circa 2.100 lavoratori coinvolti. Le notizie che arrivano anche per gli altri poli strategici non sono per niente buone, anzi le voci si fanno sempre più concrete e vere. Si cederà il customer??? Rimarrà solo Open Access??? queste sono le domande che ogni giorno come lavoratori e come sindacalisti ci facciamo. Le probabilità sono altissime e questa azienda non garantirà occupazione ma solo come da tempo fa, recupero di soldi e finanze perse per la mala politica industriale fatta negli anni. Come RSU Nazionale sento la necessità di mantenervi sempre al corrente di quello che si farà a livello nazionale. Una è la posizione che terrò fino alla " MORTE" ai tavoli romani, non accetterò mai 1 esubero, non possiamo più pagare per il lavoro fatto da un management poco credibile e onesto ma su questo l'unità tra lavoratori diventerà un arma fondamentale per bloccare le azioni delinquenziali contro i lavoratori Telecom. Non pensate minimamente che il prossimo piano industriale metta nero su bianco i probabili 11.000 esuberi questa azienda sicuramente andrà avanti ad ordini di servizio e mobilità professionali ed è per questo che dobbiamo iniziare, tutti, a prendere coscienza di quello che potrà accadere e di mobilitarci per salvaguardare la nostra occupazione e la nostra dignità di lavoratori. Ricordatevi sempre, l'azienda cercherà di fare apparire le tragedie più grandi come strumento unico per il futuro, cercherà, come ha fatto fino ad oggi, di mettere lavoratore contro lavoratore sia esso tecnico o operatore del call center per isolarci e distruggerci, cerchiamo di non cadere in tranelli così, ma di difenderci con le armi della solidarietà e della correttezza, ne vale del nostro futuro, dei nostri figli e dei lavoratori tutti del settore. Un saluto di cuore...

Davide Foti

RSU/RLS Sicilia

Componente coordinamento Nazionale RSU

Lavoro: Art. 18; Epifani, incostituzionale legge e anche avviso comune

Si dividono ancora di più le strade fra i sindacati, nostra mobilitazione continua”

Roma, 11 marzo - “Il collegato lavoro è incostituzionale perche viola, tra gli altri, l’articolo 24 della costituzione che riconosce il diritto di ogni cittadino a ricorrere al giudice per difendere i propri interessi”. Lo afferma il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che aggiunge: “Dunque anche l’avviso comune, chiaramente preordinato da Sacconi e dagli altri firmatari, assume un carattere incostituzionale. Nessuno si illuda: la Cgil risponderà sia sul piano legale che su quello sindacale a questo attacco ai lavoratori per tutelarli nella loro prerogativa a difendere i propri diritti come meglio credono, a cominciare dai diritti dei lavoratori più giovani e più deboli”.

Secondo Epifani “prosegue il disegno che punta ad abbassare tutele e diritti. Le imprese si assumono così un’ulteriore responsabilità verso i lavoratori proprio mentre, a causa della crisi, centinaia di migliaia di persone sono in cassa integrazione o perdono il proprio lavoro”. Inoltre, continua il numero uno della Cgil, “il segretario della Cisl aveva affermato che non avrebbe acconsentito ad alcun ricatto nei confronti dei lavoratori al momento dell’assunzione: ma il senso dell’intesa sottoscritta oggi è esattamente questo. Così si dividono ancora di più le strade fra i sindacati e tutto questo rafforza le ragioni dello sciopero di domani e la Cgil continuerà con tutte le forme di mobilitazione necessarie per vincere questa battaglia”.

“Non si pensi - conclude Epifani - di nascondersi dietro l’esclusione dall’arbitrato dell’articolo 18, cosa peraltro tutta da verificare, perché la legge riguarda l’insieme di tutti i diritti e ogni altro aspetto della vita e delle condizioni dei lavoratori”

10 marzo 2010

Concetta Raia: Disegno di legge n.535 del 04/03/2010 "Interventi a sostegno dell’editoria siciliana, dell’informazione locale e del giornalismo"

Disegno di legge n.535 del 04/03/2010

(primo firmatario On. Concetta Raia)

RELAZIONE DEL DEPUTATO PROPONENTE:

Onorevoli colleghi,

la Regione Sicilia, a differenza di altre regioni italiane, non si è mai dotata di normative specifiche sull'informazione locale.

La volontà principale di questa proposta di legge è quindi quella di intervenire in un settore fondamentale, come quello dell'informazione locale, per garantire lo sviluppo del pluralismo e della partecipazione democratica nel territorio regionale.

Questa proposta di legge, cercando di superare la logica di interventi a pioggia e discontinui nel settore dell'editoria o dello spettacolo, disegna un quadro di interesse generale e di sistema, entro cui sviluppare una politica di intervento e tutela dell'informazione, concepita come un bene pubblico a cui ogni cittadino deve poter avere accesso e dei cui benefici nessun cittadino può essere privato.

Leggi la relazione completa.....

08 marzo 2010

Call-Center: Lettera aperta Slc Cgil-Fistel Cisl-Uilcom Uil su crisi in Sicilia

Spett.le

Regione Siciliana

Ass.Regionale

della famiglia, delle politiche sociali

e del lavoro

On.le Lino Leanza

Segreteria Regionali CGIL,CISL,UIL

Sede


Egregio Assessore, attraverso la presente, le scriventi OO.SS. le rassegnano alcune evidenti preoccupazioni rispetto alla grave crisi occupazionale che rischia di investire il settore dei call center in outsourcing e nel contempo colgono l’occasione per avanzare alcune proposte da far valere quali misure utili al sostegno dell’occupazione, per tale settore di attività e valide per il contrasto alla conseguente esclusione sociale causata dalla mancanza delle normali coperture normalmente garantite dal welfare.

Misure a sostegno dell’occupazione nel settore dei call center in outsourcing e di contrasto al fenomeno dell’esclusione sociale.

A seguito della circolare n. 17 del ministro Damiano del 2006, in Sicilia molte aziende hanno provveduto a stabilizzare gradualmente, con contratto di lavoro subordinato ed a tempo

indeterminato, migliaia di lavoratori..

Chiaramente tali aziende, al momento dell’assunzione, hanno utilizzato tutti i benefici previsti per legge compreso quelli di cui alla L.488/92 in conto capitale e quelli di cui alla L. 407/90

Come ben noto, i benefici di cui alla L.407/90 sono utilizzabili per un periodo massimo di 36 mesi , quindi i benefici stanno per venire meno, per cui a partire dal 2010, nel momento in cui i costi per il personale, nelle singole aziende, inizieranno a lievitare, nonostante l’alta qualità del servizio reso all’utente, potrebbe essere finanziariamente più vantaggioso per tali aziende dismettere le attività in essere nel nostro territorio per trasferirle altrove. Ed è quello che sta già avvenendo.

Inoltre, sempre in tale settore è già in corso una delocalizzazione delle attività verso l’estero. Quest’ultima manovra viene pienamente sostenuta ed implicitamente sollecitata dalle grandi committenti del settore (Telecom, Wind, Fastweb, Vodafone,Enel, Tele 2, Sky) molte tra queste ultime operano anche nel nostro territorio.

Il motivo che sta dietro questa sollecitazione alla delocalizzazione, messa in atto dalle committenti, è semplice: fare profitto attraverso la compressione verso il basso del valore delle singole commesse assegnate agli outsourcer; tutto ciò anche a discapito della qualità del servizio reso all’utente.

In sintesi, per ritornare al punto,di che cosa ci preoccupiamo?

Da qui a fine anno con il lievitare dei costi del lavoro e soggiogati dalle committenti che comprimono verso il basso il valore della commessa assegnata, molti call center in outsourcing potrebbero dismettere gradualmente le proprie attività per riavviarle in altre regioni d’Italia e/o all’estero.

Migliaia di posti di lavoro sono da subito a rischio, è per tali ragioni che chiediamo che la Regione Sicilia intervenga prendendo in considerazione le seguenti proposte:

1)far sì che la Regione Sicilia sostenga l’estensione dei benefici di Legge di cui alla L.407/90 per ulteriori 24 mesi;

2)prevedere l’estensione degli ammortizzatori sociali a beneficio dei lavoratori (rischiano di essere parecchie migliaia) che da qui a fine anno rischiano di perdere il posto di lavoro in tale settore di attività. Migliaia di giovani occupati nella nostra regione rischiano concretamente di essere risucchiati dal vortice della disoccupazione e dell’esclusione sociale.

3) Black List . Prevedere che non vengano concessi i benefici di cui alla L.488/92 a tutte quelle aziende i cui assetti societari sono sostanzialmente coincidenti con le società che già hanno utilizzato detti benefici ma non hanno mantenuto i livelli occupazionali previsti;

4) Chiedere al Ministro delle Attività Produttive di intervenire su chi sostiene ed alimenta le delocalizzazioni all’estero (Telecom, Vodafone, Sky, Wind etc). Queste ultime operano gestendo servizi di pubblica utilità, utilizzando licenze nazionali e soprattutto, usufruiscono di benefici accordati dallo Stato.

5)sostenere l’esigenza che vengano disciplinati nazionalmente per legge, capitolati e contratti di appalto nel settore delle TLC in maniera tale da traguardare i seguenti obiettivi:

a) maggiore qualità del servizio reso al cittadino/utente;

b) certezza nella corresponsione, ai lavoratori dipendenti, della retribuzione prevista dal CCNL

c) prevedere l’istituzione delle clausole sociali di salvaguardia su base territoriale e volontaria. Il lavoratore che perde il lavoro per il venir meno di una commessa deve aver la possibilità di seguire il destino della commessa sul territorio.

d) trasparenza dei rapporti commerciali e nelle transazioni finanziarie nel settore delle TLC all’interno del quale gira oramai un flusso incommensurabile di dati sensibili che riguardano i cittadini e una valanga di denari e che non è ancora affatto immune da eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa e del conseguente riciclaggio di denaro di illecita provenienza.

Pertanto,le chiediamo, di non escludere i Call Center dagli ammortizzatori sociali in deroga, e di valutare la possibilità d sottoscrivere un accordo di comparto che comprenda le “cose”sopra rappresentate, che individui risorse certe e dedicate per il settore. La proposta di tale accordo quadro regionale, da portare sul tavolo nazionale del Ministero del Lavoro per le opportune coperture finanziare e normative, è finalizzato al governo di un fenomeno industriale che se non attenzionato adeguatamente vedrà incrementare negativamente le ricadute sociali ed occupazionali nel territorio siciliano che da solo conta almeno 20.000 addetti. Chiediamo altresì,di prevedere l’istituzione di una cabina di regia per regolare il rapporto delle attività inbound e quelle outbound e la salvaguardia della territorialità sulle commesse.

Nel sottolineare, ancora una volta, le ragioni del disagio ci sembra opportuno coordinare insieme un tavolo negoziale , che abbia la funzione di monitorare le problematiche che si potrebbero evidenziare da qui ai prossimi mesi in modo che si possano attivare tutti quegli strumenti che permettano di trovare soluzioni adeguate alle criticità .

In attesa di riscontro le scriventi colgono l’occasione per porgerle Distinti saluti

Diritti e Lavoro: La scandalosa controriforma di Sacconi: analisi del disegno di legge 1167-B

Leggete bene e facciamone tutti tesoro di quanto sta succedendo sulla normativa del lavoro in Italia. Se tutto questo passa non ci sarà futuro ne per noi ne per i nostri figli. In particolar modo diamo attenzione anche a tutti quei casi in cui si parla di trasferimento e/o cessione di ramo d'azienda. Ecco perchè alcune grosse aziende delle tlc non stanno presentando dei veri e propri piani industriali e vanno avanti nei loro piani attraverso le riorganizzazioni interne disposte tramite ordini di servizio. Si preparano..... Allo stesso modo prepariamoci pure noi...alla mobilitazione generale. Iniziando da Giorno 12 marzo.. tutti in piazza.


Come SLC-CGIL dobbiamo avviare una grande campagna di informazione e mobilitazione contro una legge inaccettabile che non solo va respinta con tutti gli strumenti sindacali a disposizione (dalla contrattazione collettiva, alla vertenzialità giudiziaria, ecc.), ma che necessita di una vera e propria campagna che dal basso coinvolga tutte le lavoratrici e lavoratori di Italia, disoccupati e semplici cittadini, iscritti e non iscritti a questo o a quel sindacato, producendo grandi iniziative di massa nei luoghi di lavoro, sui territori, nei confronti delle istituzioni e di tutte le forze politiche, sociali e del mondo della cultura.

Come SLC-CGIL sosterremo tutte le iniziative che la Confederazione metterà in campo, a partire dal ricorso alla Corte Costituzionale, e soprattutto tutte le iniziative che si svilupperanno nel Paese da parte di qualsivoglia soggetto sociale, politico, culturale, dell’associazionismo.

Perché la dignità dei lavoratori non può essere messa in discussione da nessuno!

Il disegno di legge 1167-B, definitivamente approvato dal Senato, chiude e completa l’opera di destrutturazione del diritto del lavoro avviata nel 2001. In quell’anno soprattutto vede la luce il Libro Bianco di Maroni, i cui principi vengono tradotti prima nel così detto “Patto per l’Italia”, poi nella legge 30/03 e nel suo decreto attuativo (dlgs. 276/03). In quell’anno si stabilisce che il contratto a tempo indeterminato non è più la regola e le altre forme di contratto a termine l’eccezione: l’avviso comune firmato solo da Cisl e Uil e Confindustria sui contratti a termine porterà infatti al dlgs. 368/01 che riduce la funzione del CCNL fino allora principale fonte di deroga.

Il principio fondamentale che viene messo sotto attacco è quello che vede il contratto di lavoro come un contratto particolare, dove vi è una parte più debole (il lavoratore o il disoccupato in cerca di lavoro) che va tutelata rispetto a una parte più forte (l’impresa, il datore) il cui potere va limitato. Parliamo quindi di tutele salariali, tutele normative contro le discriminazioni e i licenziamenti illegittimi, per la salute e sicurezza, ecc. sono diritti che non a caso sono dichiarati “diritti indisponibili”, in quanto ne un soggetto collettivo (il Sindacato) ne il lavoratore potrebbe rinunciarci anche se volessero.

Oggi il Governo prova a rimettere in discussione proprio questo principio basilare, introducendo un concetto tanto pericoloso quanto falso: il contratto di lavoro deve diventare un contratto commerciale come tutti gli altri, dove due parti sono libere di accettare o meno.


Vediamo nel dettaglio l’articolato di legge appena approvato

e proviamo a spiegarne in concreto gli effetti devastanti sui lavoratori:


1) Azzeramento dell’autonomia dei servizi ispettivi e di prevenzione per la salute. Falso contrasto al lavoro “grigio”.

Con l’art. 2 si completa la controriforma dei servizi ispettivi iniziata con il dlgs. 124/04 (che riduceva l’autonomia dei singoli ispettori, introducendo i comitati regionali per i rapporti di lavoro e altre funzioni quali l’interpello) e che era continuata con una serie di circolari del Ministero del Lavoro nel 2008 e 2009, secondo cui la funzioni ispettiva da repressiva doveva divenire di “consulenza” ed informazione alle imprese (da qui anche il calo dei verbali sanzionatori e di diffida registrati negli ultimi anni). Con l’articolo 2 il Governo è delegato ad adottare decreti che riorganizzeranno i servizi ispettivi riducendone ulteriormente l’autonomia, sottoponendo la loro attività agli indirizzi e direttive della parte politica (Ministro), rientrando in questo “commissariamento” di fatto anche i servizi di prevenzione e sicurezza del lavoro (ISPELS). I pareri della Conferenza Unificata e delle Camere al riguardo avranno valore pleonastico in quanto, passati 30/40 giorni, il Governo potrà comunque emanare i decreti attuativi. Con l’art. 4 (misure contro il lavoro sommerso) si modifica il comma 4 dell’art. 3 della legge 73/2002 prevedendo che le attuali sanzioni, in caso di “scoperta” di lavoratori privi di contratto al momento dell’ispezione, non trovano applicazione qualora il datore avesse nel passato versato i contributi per il lavoratore anche se per un contratto di diversa “qualificazione”. Tradotto: a marzo gli ispettori mi scoprono mentre lavoro su attività in bound (facciamo un esempio “da call center” per capire meglio) con tanto di orari, ecc. (e quindi dovrei essere un lavoratore subordinato); al momento dell’ispezione risulto privo di qualsiasi contratto di lavoro; il mio datore mi aveva segnato però per il mese di gennaio come collaboratore a progetto (e quindi aveva versato il 17% all’Inps); il mio datore dovrà solo mettermi in regola e non pagherà le sanzioni aggiuntive.

Un incentivo vero e proprio per segnarmi all’INPS con il contratto meno oneroso possibile (indipendentemente da quello che faccio realmente!).


2) Limitazione dell’autonomia del giudice e rafforzamento dello strumento della certificazione del contratto individuale di lavoro.

Il nuovo art. 30 prevede che in tutti i casi in cui le disposizioni di legge relative ai rapporti di lavoro contengano clausole generali (cioè praticamente tutte le principali leggi in materia di lavoro) comprese disposizioni inerenti l’assunzione e l’instaurazione del rapporto di lavoro, l’esercizio del potere datoriale (sanzioni, orari, straordinario, ecc.), trasferimento di azienda (pensiamo alle leggi sulla cessione d’azienda o di ramo e nel caso specifico alle esternalizzazioni di Telecom Italia per esempio), recesso (cioè risoluzione del rapporto di lavoro, con o senza giusta causa) il controllo del giudice è “limitato esclusivamente”, all’accertamento del presupposto di legittimità (se cioè è legittimo o meno l’atto o il fatto contestato).

Il giudice non potrà estendere cioè la propria valutazione sulle questioni tecniche, organizzative e produttive. E’ evidente il “fattaccio”: molte delle valutazioni finali di un giudice si basano proprio su valutazioni legate a come l’azienda si organizza e produce. Tutti possibili indicatori di genuinità del rapporto, dell’esistenza o meno di autonomia funzione del ramo ceduto, dell’esistenza o meno di ragioni economiche-produttive per i licenziamenti collettivi ecc. In più – nel caso specifico di qualificazione di un rapporto (se cioè è un vero o falso co.co.pro, un vero o falso contratto a termine, ecc.) o nel caso di interpretazione delle clausole del contratto individuale (per esempio per quanto riguardo l’uso delle ferie o dei riposi) - il giudice “non potrà discostarsi” dalle valutazioni delle parti (aggiungiamo noi “libere”, per quanto libero possa essere un disoccupato nel momento in cui gli offrono un lavoro) espresse in sede di certificazione del contratto individuale. Cioè, se in sede di assunzione/certificazione sono state inserite delle deroghe al Ccnl, il giudice non potrà che prenderne atto! Infine – nel caso di licenziamento – il giudice dovrà tenere conto, nel valutare le motivazioni poste alla base del licenziamento, oltre che delle tipizzazioni di giusta causa presenti eventualmente nei contratti collettivi di lavoro, anche di ulteriori tipizzazioni (cioè cause per cui è legittimo il licenziamento) presenti nel contratto individuale di lavoro certificato (fatte cioè inserire in aggiunta dal datore di lavoro). E’ utile ricordare chi, in base al dlgs. 276/03, può essere un soggetto che certifica: gli Enti Bilaterali composti da associazioni di imprese e sindacati, le Direzioni Provinciali del Lavoro, le Province, le Università e soprattutto le commissioni dell’Ordine dei Consulenti del lavoro, ormai presenti in tutte le province del paese.


3) L’arbitrato sarà di fatto obbligatorio e l’autonomia delle parti sociali nel decidere se inserirlo e come regolarlo è finta.

Con l’art. 31 si riscrivono gli articoli 410 e seguenti del Codice di procedura Civile, dove il tentativo obbligatorio di conciliazione viene meno (tranne che per i contratti certificati per cui permane l’obbligo del tentativo). Le parti potranno rivolgersi all’arbitro (la commissione di conciliazione presso la DPL o un soggetto terzo scelto o da due arbitri nominati dalle due parti o dal tribunale competente territorialmente) che deciderà secondo equità. E qui sta uno dei punti importanti: decidere “secondo equità” è diverso da decidere “secondo legge”, nel senso che, mentre secondo legge vi sono “applicazioni della norma prescrittive” (hai diritto ad essere riassunto se licenziato senza giusta causa, hai diritto a X giorni di ferie, a X ore di riposo, ad un corretto inquadramento professionale come da Ccnl, ecc.), secondo equità vuol dire che ci si rimette ad una valutazione soggettiva dell’arbitro che potrà tenere conto di più variabili e decidere secondo un generico principio di “equo indennizzo”. Per esempio potrà decidere non la reintegra (come espressamente previsto da norme “prescrittive e sanzionatorie” quali la legge 300/70 o la legge 604/66), ma solo un numero X di mensilità. Si noti poi la “finezza” nel riscrivere l’art. 412-ter che prima riconosceva la “possibilità” di ricorrere all’arbitrato solo dopo il tentativo di conciliazione e solo se lo prevedevano “accordi nazionali o contratti collettivi nazionali”: il nuovo articolo parla genericamente di “contratti collettivi” senza specificarne il livello (nazionale e/o aziendale e/o territoriale). Così come viene sostituito, con un articolo che nulla a che fare con il precedente, l’art. 412-quarter dedicato all’impugnazione ed esecutività del lodo arbitrale. Ma l’aspetto più grave di tutto risiede nel comma 9 dell’articolo 31 appena varato: quella che viene presentate come una possibilità su cui le parti (impresa e lavoratore) possono concordare o meno, riservandosi sempre di ricorrere al giudice, rischia infatti di divenire una condizione obbligatoria per il lavoratore. Le parti (cioè il singolo lavoratore e il datore) possono nel contratto individuale (pensiamo al momento dell’assunzione, ma anche a fronte di un minacciato trasferimento per esempio) pattuire clausole compromissorie che rinviano all’arbitrato le future controversie su tutte le materie inerenti il rapporto stesso (dalle ferie, alla malattia, alla corretta qualificazione di un part-time, fino al licenziamento) invece che al giudice. Cioè il lavoratore rinuncia preventivamente al diritto di rivolgersi al giudice e l’arbitrato diviene obbligatorio.

“Ovviamente” tale clausola dovrà essere certificata presso le competenti commissioni (vedi articolo 30 e il cerchio si chiude!). Tutto ciò sarà fattibile solo se previsto da accordi Accordi interconfederali o Contratti collettivi (a quale livello?).

Ed ecco il trucco: la nuova norma recita “in assenza dei predetti accordi interconfederali o contratti collettivi, trascorsi dodici mesi, il Ministro del lavoro definisce con proprio decreto, sentite (sic!) le parti sociali, le modalità di attuazione e di piena operatività delle disposizioni”. Cioè se il sindacato ci sta, bene; altrimenti comunque fa il Ministro (alla faccia dell’importanza della contrattazione). Ovviamente camere arbitrali (comma 10) potranno essere istituite presso le stesse commissioni di certificazione (così l’azienda si potrà fare tutto in casa con il suo consulente o con l’ente bilaterale di “fiducia”: certificazione iniziale, con o senza deroghe, con causali aggiuntive per il legittimo licenziamento e rinvio all’arbitrato obbligatorio e – sempre gli stessi – faranno gli arbitri “super partes”). Il tutto potrà svolgersi anche presso un Ente Bilaterale composto dai sindacati che potranno così certificare deroghe ai loro stessi contratti collettivi e poi svolgere funzione di assistenza tanto all’azienda quanto al lavoratore, sia nel momento in cui si istaura il rapporto di lavoro, sia durante, sia in sede di controversie/licenziamento. Da qui l’evidente tentativo di “snaturare” la funzione del sindacato, sempre meno difensore del lavoratore e sempre più – per usare le parole del Ministro del Lavoro On. Sacconi – “complice dell’azienda”.


4) Si riducono i tempi per l’azione giudiziaria, confidando nella scarsa conoscenza dei lavoratori più deboli. Il lavoratore poi perde, anche quando vince.

Il nuovo articolo 32 riduce i tempi entro cui un lavoratore potrà in futuro fare causa per vedersi riconosciuti i propri diritti. Ora bisognerà (per esempio in caso di contratto a termine, a progetto, in somministrazione, ecc. di cui si contesta la genuinità) impugnare il rapporto precario al massimo entro 60 giorni dalla sua conclusione e l’azione giudiziaria dovrà essere effettivamente iniziata entro i successivi 180 giorni (e non entro 5 anni, come è stato finora). I nuovi limiti temporali per l’impugnazione (oltre i quali non si potrà più fare causa) varranno anche nei casi di:

- diversa qualificazione del rapporto (esempio falso part-time);

- recesso di un contratto a progetto;

- trasferimento del lavoratore (articolo 2103 del Codice Civile);

- cessione del contratto in seguito a trasferimento di azienda (o cessione di ramo).

Infine il nuovo articolo 32 (comma 5) prevede – in violazione di decine di sentenze della Corte Costituzionale – che, anche quando il giudice riconosca la nullità del contratto a termine, trasformandolo in contratto a tempo indeterminato dal momento dell’illegittima risoluzione del rapporto (proprio perché era un falso contratto a termine) – il datore non dvrà più corrispondere al lavoratore tante mensilità quante quelle maturate dal momento dell’illegittima risoluzione al momento della sentenza (che magari arriva dopo anni perché il tribunale è stato intasato di cause o perché l’azienda ha fatto sempre ricorso al grado superiore), ma al massimo 12 mensilità. E la nuova norma si applica anche ai giudizi pendenti ad oggi. E’ evidente che il legislatore scommette sulla scarsa conoscenza dei propri diritti (e dei tempi così brevi) da parte dei lavoratori, soprattutto dei più deboli (immigrati, giovani alle prime esperienze, donne rientrate da poco sul mercato, ecc.).

5) Altre questioni aperte:

- Lavoratori usuranti: l’art. 1 invece di aumentare le risorse per permettere ai lavoratori con caratteristiche “usuranti” (notturnisti, lavoratori a ciclo continuo in catena, ecc.) di andare prima in pensione, introduce dei criteri di priorità per scegliere a chi riconoscere tale diritto qualora (fatto molto probabile) le domande di pensionamento superino le risorse stanziate.

- Congedi, aspettative, permessi: l’art. 23 delega il Governo ad emanare (nei prossimi 6 mesi) specifici decreti per il riordino completo della normativa relativa a congedi, aspettative e permessi. I criteri e i principi da seguire sono molto vaghi (e per questo pericolosi, si veda il principio di “ridefinirne i presupposti per beneficiarne”). Inoltre, anche in questo caso, sentiti i sindacati e la Conferenza Unificata Stato-Regioni e passati 30 giorni se non vi è un parere, il Governo può adottare i propri decreti.

- Legge 104/92: con l’art. 24 si introducono modifiche alle attuali norme, volte a rendere più complicato l’accesso alle agevolazioni riconosciute finora.

Certificato di malattia: con l’art. 25 si introduce l’obbligo anche per i lavoratori privati della consegna telematica del certificato di malattia da parte del medico, che dovrà inviarne copia per e-mail all’Inps (pesanti le sanzioni per i medici che non lo faranno).

- Deleghe per riforma ammortizzatori sociali, servizi all’impiego, incentivi all’occupazione e apprendistato e all’occupazione femminile: con l’art. 46 il Governo porta a 24 mesi il termine delle deleghe contenute nella legge 247/07 (anche se molte sono le perplessità sulla validità tecnica della norma, in quanto delega già scaduta).

- Modifiche varie al dlgs. 276/03 e possibilità di svolgere a 15 anni gli ultimi anni di formazione obbligatoria in azienda, con contratto di apprendistato: con l’art. 48 il Governo interviene ampliando le funzioni delle aziende private di somministrazione e di intermediazione di manodopera. Il comma 8 dell’articolo inoltre prevede che l’ultima parte dell’obbligo scolastico (dal 15° al 16° anno di età) possa essere assolta in azienda (e non più a scuola) con contratto di apprendistato. E’ il ritorno al vecchio “avviamento professionale”.

SLC CGIL


07 marzo 2010

Epifani: «Articolo 18 e fisco, il governo usa la crisi contro i lavoratori»

Deroghe al posto di regole. «La deroga non è più un fatto eccezionale, ma la norma. Vale per il diritto del lavoro, per le liste elettorali, per non parlare dello straordinario problema di legalità che c’è sul fisco». Reduce dal tour de force dei congressi di base che gli hanno assegnato un forte consenso interno alla Cgil, Guglielmo Epifani parla dello sciopero generale di venerdì prossimo. Fisco, redditi, migranti, diritti del lavoro: «La nostra è una vertenza sindacale, non una petizione. Non abbiamo avuto risposte dal governo, per questo scioperiamo». «La battaglia sul fisco - spiega - è di quella parte del Paese che rispetta le regole contro l’altra parte che fa la furba. Per questo penso a un’alleanza sociale, anche con quegli imprenditori che le tasse le pagano. E non rinuncio a costruire un fronte unitario con Cisl e Uil».


Uno sciopero generale di 4 ore che è già al centro delle polemiche. Perché la Cgil sciopera?

«Per buoni motivi. Il primo è legato alla crisi e alle risposte che non sono state date ai lavoratori. Aumenta il ricorso alla cassa integrazione e alla disoccupazione eppure non si vuole allungare il periodo della cig, né aumentare il valore dell’assegno, né si prendono misure per i precari: non si è messo mano a nessuna riforma degli ammortizzatori. E non c’è una politica industriale in grado di dare risposte serie e non occasionali alla crisi dei grandi gruppi. Stiamo parlando di diritti dei lavoratori, e già a dicembre quando lo sciopero venne proclamato esprimemmo un giudizio molto critico sul provvedimento che si andava profilando in Parlamento: cioè il processo del lavoro la controriforma del lavoro. Erano nella piattaforma dello sciopero fin dall’inizio».


Quindi anche l’articolo 18?

«Evidentemente. E chiaro che oggi c’è una ragione in più, perché quel provvedimento è legge».


L’articolo 18 ha un suo valore anche simbolico, ma quelle norme vanno oltre. Dove colpiscono?

«Riducono i diritti dei lavoratori per equiparare il diritto del lavoro al diritto commerciale dove le parti sono considerate uguali. La Costituzione, invece, afferma con forza che il lavoratore è la parte più debole nel rapporto di lavoro e per questo va tutelato. A 40 anni dalla sua nascita, possiamo dire che questa è una vera controriforma del fondamento che è alla base dello Statuto dei lavoratori e della successiva giurisprudenza sul lavoro».


Questa operazione avviene mentre migliaia di persone perdono il lavoro a causa della crisi: da un lato si perde il lavoro, dall’altro si rende più facile licenziare. È un’arrogante provocazione o solo casualità?

«Io penso che sia un fatto voluto. Si fanno queste operazioni quando c’è la crisi perché il sindacato è più debole. Era già accaduto con i contratti quando si è voluto imporre un nuovo modello senza la Cgil. Ora nella crisi, sì è voluto forzare con norme che indeboliscono il lavoratore nella difesa dei suoi diritti».


Sergio Cofferati si è detto sorpreso per il silenzio che ha accompagnato l’iter di questa legge. È un rimprovero al centrosinistra ma anche a voi per non aver costruito il clima, la sensibilità che si creò nel 2002. Ha torto?

«Per quello che riguarda la Cgil non è così, ci siamo opposti da subito. La differenza tra allora e oggi è la pesantezza della crisi che è diventato il cuore della nostra iniziativa. Stiamo parlando di 500mila lavoratori che hanno perso il posto e di altrettanti tra cassintegrati e precari tagliati fuori. E c’è, di differente, che il governo non ha scelto questa volta lo scontro frontale, ma ha agito per vie parlamentari attraverso una serie di norme apparentemente più deboli. Ma noi la prima denuncia l’abbiamo fatta nel settembre 2008 e c’è da chiedersi perché nessuno la sostenne con noi. E dove fossero anche i giornali più a sinistra quando in un convegno con l’Associazione dei magistrati, circa due mesi fa, denunciammo la pericolosità di quel disegno e la sua incostituzionalità. Non sono uscite neanche due righe».


Lo sciopero è anche per chiedere interventi fiscali. Quali?

«Innanzitutto è ora di dire basta a promesse che restano lì mentre il fisco continua a erodere salari e pensioni. Sono aumentate le tasse sui redditi da lavoro dipendente e pensioni nel 2009 e aumenteranno nel 2010 e nel 2011 e 2012 a parità di potere d’acquisto, questo per il drenaggio fiscale. Non possiamo aspettare oltre. Il terzo argomento riguarda le politiche di accoglienza dei migranti,, la cittadinanza per chi nasce qui, l’allungamento dei permessi per chi perde il lavoro. Non è stato fatto nulla».


Il leader della Cisl, Bonanni, parla del vostro sciopero come di un fuoco di paglia mentre lui sul fisco sta costruendo un percorso. Colpisce che le tre centrali sindacali pongano al centro il fisco e lo facciano separatamente. Quanto alla Cgil, Epifani, se la cava con un fuoco di paglia?

«Per noi è una vertenza: implica una piattaforma, la richiesta di un incontro, la verifica di eventuali risposte, fino alla mobilitazione e alla lotta. Per gli altri è una richiesta, una pura petizione a cui non corrisponde nulla. Con Cisl e Uil decidemmo uno sciopero generale sul fisco in quelli che poi sarebbero stati gli ultimi mesi del governo Prodi: perché due anni fa si poteva scioperare assieme per chiedere le stesse cose che oggi la Cgil continua a chiedere con lo sciopero e gli altri chiedono solo voce?. Perché ieri sì e oggi no? Perché è cambiato il colore del governo?».


Bonanni e Angeletti dicono che c’è la crisi, ecco cos’è cambiato...

«Se durante la crisi i lavoratori continuano a pagare sempre più tasse vuol dire che la crisi viene usata contro i lavoratori. La verità è che Cisl e Uil a livello locale scioperano e manifestano e a livello nazionale, no».


Comunque questa separatezza si capisce meno di altre.

«Infatti io credo che una battaglia sul fisco come questa abbia bisogno di alleanze sociali. Quindi insisto per la costruzione di un fronte comune con Cisl e Uil. Ma ci sono imprenditori, artigiani, che le tasse le pagano e possono aver interesse a muoversi: questa è una battaglia della parte del Paese che rispetta le regole contro la parte del Paese che fa la furba. Inoltre, nel momento in cui il lavoro diventa più scarso c’è il dovere di abbassare le tasse sul lavoro e spostare di più il peso del fisco sulle grandi rendite, i patrimoni, l’evasione fiscale. È una battaglia che si può e si deve fare allargando il fronte sociale, la Cgil si adopererà per questo».


Quindi dallo sciopero di venerdì anche un invito a lavorare insieme con la parte di Paese che ci sta?

«Si. Angeletti ha detto che se il governo non dovesse dare risposte entro l’estate, la Uil si mobiliterà: mi aspetto che si possa ripartire unitariamente sul fisco. Oggi la tiriamo avanti noi perché c’è una eccessiva timidezza degli altri, mentre si deve stare in campo se si crede in quello che si chiede».


Quelle della Cgil non saranno le sole proteste di piazza questa settimana, c’è mobilitazione per come sta andando la vicenda delle liste elettorali. Queste manifestazioni hanno qualcosa in comune?

«Io vedo crescere l’insofferenza, per un governo che contro la crisi sta galleggiando e per come piega le regole secondo le circostanze. Condivido Bersani quando dice che non siamo più il Paese delle regole, ma delle deroghe, delle interpretazioni. La deroga non è più un fatto eccezionale, ma è la norma, vale per il diritto del lavoro e, come si è visto anche per le liste elettorali. Per non parlare dello straordinario problema di legalità che c’è sul fisco».


ALMAVIVA: SLC CGIL, PER EVITARE CRISI NEI CALL CENTER DA SUBITO AL LAVORO

Catania,5 marzo - Per Davide Foti, della segreteria provinciale Slc Cgil, e le RSU Slc Cgil Natale Falà, Rosamaria Costanzo e Isabella Cassibba “da tempo avvertiamo la necessità che su tali questioni si inizi a discutere concretamente, l'allarme occupazione nei call center non può essere sottovalutato. Migliaia di posti di lavoro sono realmente a rischio e soprattutto a farne le spese potrebbero essere i dipendenti dei grandi outsourcer che hanno provveduto a stabilizzare i propri dipendenti a partire dal 2007. La richiesta di incentivi avanzata al Governo regionale dall’amministratore delegato di Almaviva ( 1500 addetti solo a Catania) rappresenta una sfida alle istituzioni regionali da tenere in considerazione L’ad di Almaviva, Marco Tripi, si e’ detto pronto ad investire in Sicilia, ha pero’ parlato della necessita’ di sgravi”. Sottolineamo che“il sindacato ha lanciato da tempo un allarme call center in provincia di Catania e per scongiurare un altro disastro occupazionale e’ pronto a fare la sua parte”. Ed inoltre "una importante misura per la riduzione dei costi in azienda è la stabilizzazione dei rapporti di lavoro dei lavoratori in somministrazione che da anni operano a nostro fianco e con eccellenti risultati operativi""Chiediamo inoltre che Almaviva si radichi in Sicilia impiantando sul nostro territorio anche le altre attività del gruppo" "Catania è pronta a fare la sua parte e ad accettare la sfida, politica ed impresa dicano la loro"

Segreteria Provinciale SLC CGIL Catania


ALMAVIVA: CGIL, PRONTI A FARE LA NOSTRA PARTE PER EVITARE CRISI

Palermo: Per Pippo Di Natale, della segreteria regionale Cgil, e Giovanni Pistorio, coordinatore della Slc, “la richiesta di incentivi avanzata al Governo regionale dall’amministratore delegato di Almaviva ( 6 mila addetti tra Palermo e Catania) rappresenta una sfida alle istituzioni regionali da tenere in considerazione relativamente a un settore come quello dei call center, nel quale potrebbe aprirsi presto una crisi profonda che coinvolgerebbe almeno 20 mila persone”. L’ad di Almaviva, Marco Tripi, si e’ detto pronto ad investire in Sicilia, ha pero’ parlato della necessita’ di sgravi”. I due esponenti della Cgil sottolineano che “il sindacato ha lanciato da tempo un allarme call center e per scongiurare un altro disastro occupazionale e’ pronto a fare la sua parte”.

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05 marzo 2010

Epifani sulla modifica dell'art. 18: “Lavoratori più deboli, ricorreremo alla Corte Costituzionale”

Il governo vuole rendere i lavoratori «più deboli e ricattabili», ma la Cgil annuncia un ricorso in Corte Costituzionale. Parola del segretario generale del sindacato Guglielmo Epifani, che in un’intervista al quotidiano “La Repubblica”, attacca la legge sul processo del lavoro, in ballo in Parlamento da quasi due anni (il 28 ottobre del 2008 era stata approvata alla Camera).

«L’impressione è che ci sia più di una norma in contrasto con la Costituzione», ha detto Epifani. Il disegno di legge è stato approvato mercoledì in Senato e contiene norme sull’arbitrato per risolvere le controversie di lavoro. Secondo sindacati e opposizione, la nuova normativa potrebbe vanificare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (l’impossibilità del licenziamento senza giusta causa in aziende con piu’ di quindici dipendenti).

Rispondendo alle parole del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che ha parlato di una polemica da parte dei ’soliti noti’, Epifani ha dichiarato: «Non capisco perché Sacconi parli di malafede. Questa non è una questione di malafede e buonafede. Sacconi dovrebbe dire se ciò che sostiene la Cgil è vero o meno».

Per Epifani in sede di contrattazione non si potrà «certo modificare quello che stabilisce la legge». Il sindacalista ha osservato come il ricorso all’arbitrato fosse un’opportunità in più per difendersi «prima di questa legge», ma come «in questo nuovo schema una volta imboccata la strada dell’arbitro non si può più andare dal giudice. Sacconi non dice la verità».

Ma la legge è in Parlamento da quasi due anni e, sentendosi attaccato il leader Cgil si difende: «Non è vero che non ce ne siamo accorti. Abbiamo sollevato il problema molto tempo fa. Intorno alle nostre posizioni si sono ritrovati giuristi moderati come Romagnoli e Treu. La stessa Associazione nazionale dei magistrati ha condiviso le nostre preoccupazioni. È il ministro Sacconi che non vuole rendersi conto che la sua scelta renderà più deboli i lavoratori. Tanto più – e in questo ha ragione Bersani – in una fase di crisi come l’attuale. La legge non solo è sbagliata ma è anche fuori tempo».


04 marzo 2010

ALMAVIVA: CGIL, PRONTI A FARE LA NOSTRA PARTE PER EVITARE CRISI

Palermo: Per Pippo Di Natale, della segreteria regionale Cgil, e Giovanni Pistorio, coordinatore della Slc, “la richiesta di incentivi avanzata al Governo regionale dall’amministratore delegato di Almaviva ( 6 mila addetti tra Palermo e Catania) rappresenta una sfida alle istituzioni regionali da tenere in considerazione relativamente a un settore come quello dei call center, nel quale potrebbe aprirsi presto una crisi profonda che coinvolgerebbe almeno 20 mila persone”. L’ad di Almaviva, Marco Tripi, si e’ detto pronto ad investire in Sicilia, ha pero’ parlato della necessita’ di sgravi”. I due esponenti della Cgil sottolineano che “il sindacato ha lanciato da tempo un allarme call center e per scongiurare un altro disastro occupazionale e’ pronto a fare la sua parte”.


Leggi pure articolo:

03 marzo 2010

Art. 18: Approvata modifica.... 03-03-2010

ROMA - L'Aula del Senato ha approvato il ddl sul lavoro, che contiene norme sull'arbitrato per risolvere le controversie di lavoro e, secondo l'opposizione e i sindacati, potrebbe indebolire o vanificare l'art.18 dello Statuto dei Lavoratori. La legge è stata approvata con 151 voti favorevoli, 83 contrari e 5 astenuti. Il provvedimento contiene fra l'altro norme sui lavori usuranti, gli ammortizzatori sociali, l'apprendistato e le controversie sul lavoro.

Secondo il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani "questo ddl opera una vera e propria controriforma delle basi del diritto del lavoro italiano". Il ddl, ha spiegato a margine del congresso della Camera del Lavoro di Bologna, "porta sostanzialmente a una forma di arbitrato obbligatorio che farebbe saltare le forme tradizionali delle tutele contrattuali e delle libertà dei lavoratori di poter adire a queste scelte".

"In questo modo - ha detto ancora Epifani - naturalmente si rende il lavoratore più debole. Se lo si fa addirittura nel momento del suo ingresso nel lavoro lo si segna per tutta la vita. In ogni caso - ha concluso il leader della Cgil - faremo ricorso se ci sono le condizioni di legittimità costituzionale".

Licenziamenti, si vuole aggirare l'articolo 18

Aggirare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si può. La nuova legge sul processo del lavoro presentata dal governo recita: che le controversie tra azienda e lavoratore potranno essere risolte anche tramite arbitrato in alternativa al Giudice.

Praticamente di fronte ad un licenziamento l'arbitro deciderà "secondo equità". "Secondo la sua concezione di equità, non secondo la legge".

Si tratta a tutti gli effetti di modificare l'art. 412 del codice di procedura civile dove si prevederanno le due alternative (Giudice o arbitrato).

Si potrà arrivare al punto che un azienda in fase di assunzione potrà aggiungere una clausola compromissoria che in caso di vertenza tra impiegato e datore di lavoro la controversia potrà essere gestita unicamente da un "arbitro"

Un percorso,sicuramente, meno garantista per il lavoratore che all'atto dell'assunzione finirebbe per essere costretto a firmare tutto questo pur di essere assunto.

Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil si è così espresso: "Questa volta è peggio rispetto al 2002: allora l'attacco all'articolo 18 fu diretto ed era semplice spiegarlo ai lavoratori. Ora l'aggiramento va ben oltre l'articolo 18 impedendo addirittura di arrivare al giudice del lavoro".

Salvo Moschetto