10 maggio 2011

Intervista al Presidente Telecom Italia Dr. Franco Bernabè

Telecomunicazioni settore strategico? «La strategicità non si tutela difendendo l'esistente, ma creando le condizioni per nuovi investimenti sia da parte degli operatori nazionali che da parte degli operatori esteri. L'importante è avere un mercato che funzioni, la certezza del diritto, il rispetto delle regole, la riduzione della burocrazia. E lo Stato prima che preoccuparsi degli strumenti di difesa, deve preoccuparsi del progetto di politica industriale che intende perseguire». Franco Bernabè, presidente esecutivo di Telecom, affronta con la redazione del Sole 24 Ore i temi caldi del nuovo corso del gruppo.


I dati del primo trimestre confermano che Telecom corre in Brasile e Argentina, ma resta in affanno sul mercato domestico. Siete in grado di finanziare la crescita laddove si cresce o pensate prima o poi di dover ricorrere agli azionisti?

Bernabè. Anzitutto vorrei sottolineare che abbiamo fatto una scelta strategica, che inverte quella che era la tendenza del gruppo ormai da 7-8 anni. Telecom a fronte dell'elevato indebitamento – dovuto alla fusione con Olivetti e poi al buy-out delle minoranze di Tim – ha reagito cedendo attività all'estero, ridimensionandosi fortemente. Quando sono arrivato, nel 2008, ho trovato una situazione di accesa concorrenza in Italia, con l'Argentina che presentava una serie di problematicità legate al rapporto con i soci e il Brasile in una fase di caduta di quote di mercato e di criticità anche sul piano economico. Tant'è che, ancora nel 2009, c'erano pressioni affinché fossero cedute le attività brasiliane con l'argomentazione che era necessario ridurre il debito e si poteva farlo dismettendo proprio questo asset. Per contro, si diceva, si cercherà invece di valorizzare le attività domestiche con i conseguenti ragionamenti sullo scorporo della rete.


E invece?

Bernabè. Si pensava di risolvere il problema del debito con il ridimensionamento del gruppo a misura nazionale o addirittura con la sua riduzione a puro fornitore di servizi. Da subito ho ritenuto che questa fosse una soluzione perdente: i problemi di un mercato maturo sono strutturali e necessitano un cambiamento del paradigma del business. Alla presentazione del piano industriale a Londra, nel dicembre del 2008, sottolineammo che il punto fermo era la salvaguardia della generazione di cassa e che ci saremmo concentrati più sulla riduzione dei costi che sulla crescita dei ricavi, puntando sui mercati esteri per lo sviluppo. Abbiamo quindi avviato la ristrutturazione in Brasile e lavorato per recuperare la nostra presenza in Argentina. In tre anni abbiamo tagliato 5 miliardi di costi, compensando la flessione dei ricavi sul mercato domestico. Che in Europa il mercato sia maturo lo dimostrano anche i risultati di Deutsche Telekom, o quelli di Kpn, che è il campione della strategia di focalizzazione sul domestico. Anche Orange, che ha un modello di business diverso dal nostro, mostra segni di affaticamento, mentre Telefonica non ha ancora presentato i conti, ma non credo che vedremo un quadro molto diverso per quanto riguarda il mercato spagnolo.


E allora dobbiamo chiederci: sul mercato interno le tlc hanno un problema di business congiunturale o devono affrontare una situazione di cambiamento strutturale? La risposta ovviamente è la seconda. Telecom Italia è partita prima di tutti gli altri su questa strada: ridurre i costi è stata ed è una politica di attacco, non di difesa. Chi non l'ha fatto si troverà in difficoltà in futuro. La Borsa, fino a poco tempo fa, ha vissuto di illusioni – si valutavano le società su multipli di fatturato – oggi invece si comincia a pensare che quel che conta è la cassa che si è in grado di generare. Con il costo della tecnologia che continua a diminuire e la concorrenza sempre più accesa i ricavi non possono crescere, bisogna ridurre i costi. È grazie a questo che Telecom per tre anni ha mantenuto lo stesso livello di Ebitda e ha ridotto i debiti. L'indebitamento netto è passato da quasi 37 a una cifra che alla fine di quest'anno inizierà con il 2.


Ci permettiamo di insistere: e l'aumento di capitale? Prima o poi occorrerà sostenere la crescita all'estero.

Bernabè. Non abbiamo in programma di ricorrere agli azionisti: il tema non si pone neanche in termini ipotetici. In Brasile stiamo preparando la struttura del capitale per utilizzare la quota in eccesso ai fini della crescita, là dove ce n'è la possibilità e, dunque, solo in Brasile. Lo spostamento di Tim Participaçoes sul Novo Mercado del Bovespa, dove possono essere quotati solo titoli ordinari di società con elevati standard di governance, testimonia che in Brasile ci siamo e vogliamo crescere. Quanto all'Argentina, la situazione è differente: lì, dopo la crisi del Paese, Telecom Argentina era in una condizione di fortissimo indebitamento, oggi ha una posizione di cassa attiva e il suo consolidamento in Telecom Italia permette di ribilanciare la struttura finanziaria del gruppo.


A proposito di Tim Brasil, perché avete rinunciato a chiedere un conguaglio monetario per la conversione delle azioni privilegiate in ordinarie e come cambia la quota di Telecom di conseguenza?

Mangoni. La quota di Telecom resta analoga a quella di adesso, intorno al 67%, la conversione è a premio per le ordinarie e la diluizione di terzi poco rilevante. Il titolo diventerà però più liquido grazie a questa operazione. Il conguaglio monetario non era necessario: Tim Participaçoes ha un debito bassissimo che si ridurrà fino a sparire nell'arco di due anni. E abbiamo voluto seguire un approccio non aggressivo nei confronti dell'azionista privilegiato. Tant'è che il mercato ha apprezzato, visto che all'annuncio il titolo ha guadagnato il 12%.


E invece i rapporti con gli azionisti di Telecom Italia? Come può convivere un socio industriale con una compagine di azionariato finanziaria, con interessi a volte contrapposti?

Bernabè. Il nostro azionariato è fatto di grandi istituzioni. Telco era entrata in Telecom prevalentemente per difendere l'interesse nazionale. Oggi ha una prospettiva più chiara e sono sicuro che saprà accompagnare la crescita del gruppo nell'ottica della tutela di un asset che resta fondamentale per il Paese. Una riprova è l'assetto di vertice che è stato sostenuto dagli azionisti. Al rinnovo del mandato, sono stato riconfermato io e Marco Patuano è stato incaricato di focalizzarsi sul mercato domestico che richiede un'attenzione costante, consentendo a me di concentrarmi sulle strategie che poi sono quelle che indicano la tabella di marcia. Oggi c'è un rapporto molto positivo tra azionariato e management.


Il bilancio è gravato da imponenti avviamenti, nell'ordine dei 40 miliardi, per le fusioni infragruppo. Sono ancora congrui questi valori?

Bernabè. Gli avviamenti sono sottoposti a procedure di impairment molto rigorose e finora non si è evidenziata l'esigenza di svalutarli. Ma gli analisti guardano a quanta cassa genera il business, non al rischio di svalutazioni contabili. Vodafone, per esempio, ha svalutato goodwill per parecchi miliardi, senza soffrire in Borsa.


Fino a che punto il problema del goodwill è irrilevante? Se si presentasse la necessità di una svalutazione importante potrebbe essere compromessa la capacità di distribuire dividendi.

Bernabè. Nel piano abbiamo promesso che ridurremo il debito fino ad arrivare a un rapporto net debt/Ebitda sotto quota 2 a fine triennio e che aumenteremo gradualmente il dividendo. Confermiamo che sosterremo una crescita prudente del dividendo. La questione degli avviamenti è irrilevante sotto questo profilo, perché le riserve disponibili sono più che ampie.


Il titolo però in Borsa non riesce a risalire dal livello di un euro. Gli azionisti non possono dirsi soddisfatti.

Bernabè. È un tema importante e delicato che va posto nella giusta prospettiva. Il settore è trattato in Borsa intorno a 4,5 volte l'Ebitda, a riflettere l'incertezza sul futuro e i titoli delle tlc sono valutati di fatto in base al dividend yield. In passato Telecom aveva benefici fiscali che consentivano di distribuire più utili agli azionisti. Prima, cioè, Telecom pagava più dividendi e meno tasse; oggi paga tasse normali e dividendi normali. Tutti gli indicatori puntano nella giusta direzione, farei un errore a deflettere da questa linea. Prima o poi il titolo si risolleverà.


I tassi d'interesse puntano verso l'alto. In che misura sarà impattato il debito di Telecom Italia?

Mangoni. L'impatto sarà comunque irrilevante. Per i due terzi il debito è a tasso fisso e la struttura finanziaria è improntata alla prudenza, con quasi 7 miliardi di liquidità in cassa. Un aumento dei tassi avrebbe piuttosto l'effetto di aumentare il rendimento della liquidità. Quanto al rifinanziamento del debito in scadenza, il nostro costo sta scendendo perché il debito sta diminuendo, mentre la cassa resta abbondante.


La trimestrale conferma che Telecom Italia soffre sul mercato domestico dove c'è una continua perdita di ricavi e quote di mercato. Come pensate di fermare l'emorragia?

Bernabè. In tutti paesi avanzati, la telefonia è un mercato ormai maturo dove il fatturato cala per effetto della diminuzione dei prezzi. La voce è sempre più una commodity, un bene di uso comune, e quindi le tariffe e i costi per l'utente devono necessariamente scendere. Non è una politica di rinuncia, ma anzi di attacco: perché per vendere e guadagnare un prodotto che diventa più povero occorre essere molto efficienti. Non possiamo pretendere che Telecom Italia faccia la Apple: le tlc vivono in quanto sono sistemi aperti.


Il concetto è chiaro: la torta in Italia, e altrove, non solo non cresce, ma anzi si riduce. Eppure anche in un mercato ormai "strasaturo", c'è chi acquista quote di mercato, a scapito di altri. Si pensi a Wind che aumenta ricavi e clienti. Quindi non è nemmeno vero che in Italia non si può crescere più...

Patuano. È vero che una parte di market share si è riallocata a favore di operatori come Wind. Ma bisogna fare un passo indietro. Quando fu introdotta la telefonia cellulare si giustificava un premium price sulla miglior qualità del servizio. Oggi avere un premium price sul mobile è anacronistico e non più difendibile: la telefonia mobile richiede un approccio "personale". Questo ha portato a una "commoditizzazione" del servizio. In tutta Europa, il traffico voce è calato del 18%, sono calati i prezzi. Se prendo il prezzo medio che applico oggi, lo sconto è dell'ordine del 30% rispetto a qualche anno fa. Perdere quote è un percorso, quindi, inevitabile. Tuttavia, sto aumentando il numero di clienti e l'indice di soddisfazione.


La riconoscibilità del brand Tim è al top: aveva un tasso di disaffezione tra i più alti e oggi, invece, è tra i più bassi e una capacità di acquisizione di nuovi clienti in linea con i competitor. Un percorso inevitabile. Adesso occorre tenere la barra dritta e sviluppare la banda larga mobile, dove torna il tema della qualità della rete, che è migliore di quella dei nostri concorrenti, perché abbiamo sempre investito molto: il premium price si sta spostando sulla banda larga mobile. Abbiamo dovuto fare un reset totale di business model, ma ora siamo tranquilli con questo modello in fase di esecuzione e rassicurati anche della constatazione che Telecom Italia è forte nella fascia di età dai 24 ai 35 anni, clienti che sono grandi utilizzatori di banca larga mobile.


Tornando alle considerazioni di scenario, se è vero che in Italia il mercato non ha margini di espansione, dobbiamo aspettarci un'ulteriore ondata di M&A? Si ridurrà il numero di operatori? Il pensiero va ad aziende come Tiscali o Aria, candidate a possibili aggregazioni... C'è ancora spazio per quattro operatori?

Patuano. Se guardo al resto del mondo, direi di no. Telecom Italia si guarda sempre intorno, ma al momento non ha dossier allo studio.


L'azionariato di Telecom Italia non è solo Telco: dall'assemblea sono emersi numerosi azionisti di minoranza che potrebbero addirittura essere maggioranza. C'è poi un socio, la Findim di Marco Fossati, che pur detenendo il 5% non ha consiglieri. Non sarebbe opportuno adeguare lo statuto e cambiare il voto di lista?


Bernabè. Fino all'introduzione, quest'anno, della record date molti fondi non si presentavano in assemblea. Oggi quelle stesse minoranze hanno ottenuto tre consiglieri, una presenza positiva. Cercheremo di fare altri passi in avanti, ma per cambiare il voto di lista occorre modificare lo statuto e per farlo ci vuole l'ok di tutti i soci


Negli ultimi anni il gruppo ha tagliato il personale di 50mila unità. Vuole spendere qualche parola sul «Popolo Telecom»?

Bernabè. Telecom Italia ha gestito una profonda e complessa ristrutturazione con un elevato consenso sociale e sindacale. Da fuori si vede solo il numero degli usciti, ma parallelamente c'è stata una grande opera di riqualificazione del personale. Le fasce d'età che sono state oggetto di pre-pensionamenti sono state sostituite da persone più giovani, tutte prese all'interno dell'azienda, con un grosso sforzo di mobilità aziendale.


Periodicamente si torna a parlare di un possibile scorporo della rete: dal vecchio piano Rovati alle ipotesi (sempre smentite) di creare un network di nuova generazione "sottraendo" l'infrastruttura a Telecom Italia e aprendola agli operatori alternativi. L'azienda, invece, ha sempre dichiarato inalienabile questo asset.

Bernabè. Quella sulla separazione della rete è una discussione nata da un'incomprensione che riguarda le dinamiche del business. Se è vero che la componente voce della telefonia è ormai una commodity, nel futuro il nostro sarà un business di infrastruttura con livelli differenziati di servizio. Oggi parlare di scorporo non ha alcun senso industriale e anche il motivo per il quale era stato inizialmente pensato, cioè ridurre il debito di Telecom Italia, era una scelta sbagliata visto che il debito l'abbiamo ridotto ugualmente senza portare fuori dall'azienda il cuore della sua struttura. Per quanto riguarda invece le implicazioni di natura regolatoria, ricordo che Open Access abbiamo raggiunto l'obiettivo di garantire ai concorrenti la parità delle condizioni d'accesso alla rete.


Il tavolo al ministero dello Sviluppo per la costituzione di una società mista per la rete di nuova generazione sembra andare a rilento. Ci sono visioni contrapposte? Intendete comunque andare avanti?

Bernabè. Il tavolo Romani è una buona idea alla quale abbiamo partecipato fin dall'inizio. Ma naturalmente abbiamo condizioni irrinunciabili. La prima è la sussidiarietà dell'intervento dove gli operatori sono già presenti con propri investimenti. La seconda è un vincolo di accountability: è giusto che ognuno paghi l'utilizzo della nuova infrastruttura in coerenza con la propria architettura di rete. Il terzo vincolo è un'adeguata remunerazione del rischio imprenditoriale. Nel rispetto di tali criteri possiamo andare avanti. Poi è chiaro che ci sono anche altri allo stesso tavolo.


L'asta per le frequenze della banda larga mobile è in stallo. Lo Stato punta a incassare entro settembre 2,4 miliardi, gli operatori chiedono garanzie sulla effettiva disponibilità delle frequenze per le quali investiranno. Qual è la via d'uscita?

Bernabè. Il discorso è complicato. Le frequenze che lo Stato intende mettere all'asta non sono ancora disponibili. Sono infatti occupate dalle tv locali che non mi sembrano intenzionate a mollarle. Pagare per un bene che non è disponibile non sarebbe un'azione giustificabile davanti agli azionisti.


Uno dei mali cronici dell'Italia è il ritardo nell'utilizzo di internet, ma anche un digital divide più infrastrutturale, con almeno 500mila aziende non collegate. Eppure qualcosa sembra muoversi, per esempio in Lombardia avete appena annunciato un investimento congiunto con la Regione per portare la banda larga in 707 comuni, la metà di quelli lombardi, dove adesso ci si collega ancora alla velocità dei vecchio doppino. Quali sono i prossimi passi che farete?

Cicchetti. L'esempio della Lombardia è solo l'ultimo di una serie, che viene dopo un accordo simile fatto nelle Marche e in Sardegna. In Italia circa 1,8 milioni di linee, il 10% del totale, non supportano l'Adsl perchè sono in zone a fallimento di mercato. I prossimi passi che faremo sono quindi altri accordi con le Regioni che consentano di chiudere il digital divide.


Dal punto di vista economico-finanzario, quali metodi ci sono, secondo lei, per dare un internet veloce ed efficiente a tutte quelle aziende che ancora non ce l'hanno.

Cicchetti. Il metodo definito "scozzese" è quello adottato per la Lombardia. Un ente pubblico anticipa le risorse e se le aree nelle quali si investe si confermano a fallimento di mercato questi soldi rimangono investiti nel progetto. Altrimenti vengono restituiti. L'altra modalità è che lo Stato intervenga direttamente posando infrastrutture e fibra, sul modello di Infratel, affittandole poi a prezzo di mercato agli operatori. E infine ci sono i finanziamenti privati.


Le società di internet sono in cima alla lista dei desideri del mercato, mentre le tlc ristagnano verso il basso.

Bernabè. Io dico che le telecomunicazioni torneranno ad essere valutate con tutti i loro asset, con la robustezza delle loro infrastrutture, tutto il resto mi ricorda un po' il periodo della new economy.


Lei sostiene da tempo che operatori come Google, Facebook o Skype e attività come il download "consumano" la rete senza investirci.

Bernabè. È proprio così. Circa il 70% delle nostre risorse di rete sono occupate dal traffico video e dal peer-to-peer. Questi soggetti dovranno iniziare a entrare nell'ottica di investire sulle reti che saturano, ma internet stessa si arricchirà di nuovi livelli di servizio. Da un lato ci sarà il web che conosciamo, sempre in miglioramento, dall'altro una piattaforma a qualità garantita per servizi critici come la telemedicina.


Si parla molto di net neutrality, che pare il contrario dell'internet a più velocità al quale si è accennato.

Bernabè. Neutralità della rete significa dare la possibilità a qualsiasi contenuto lecito di circolare in rete. Io invece direi che è ora di estendere il concetto di neutralità a tutte le parti della catena di valore di Internet: motori di ricerca, sistemi operativi e applicazioni.


Giovedì l'Agcom ha approvato il percorso di riduzione delle tariffe di terminazione mobili voluto dall'Europa. Si tratta del "pedaggio" che un operatore deve pagare quando la sua chiama termina sulla linea dell'altro. Per tutto il mercato valgono circa 3,5 miliardi di euro.

Patuano. Dal punto di vista economico non avremo impatti sulla redditività, ma sulla strutturazione dell'offerta sì. Cambierà il paradigma commerciale passando da una fatturazione "a minuto" a bundle di minuti.

Bernabè. La discesa delle tariffe di terminazione introduce una forte discontinuità nel nostro modello di business nel momento in cui gli operatori sono chiamati a fare investimenti importanti per le infrastrutture e per le frequenze. È un percorso che ci mette in una situazione difficile e non siamo certo contenti di questo. Abbiamo detto che non avremo particolari impatti sui conti dell'azienda, ma di certo non ci aiuterà a investire. Diciamo che ci troviamo ancora di fronte a una politica industriale che continua a penalizzare gli operatori e che allo stesso tempo chiede investimenti importanti.

09 maggio 2011

Cassazione: la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time rientra nella discrezionalità del datore di lavoro

"Solo ed esclusivamente il datore di lavoro può - nell'esercizio della discrezionalità che gli compete in tutto ciò che attiene agli aspetti organizzativi dell'impresa - stabilire se effettivamente ci sia bisogno di prestazioni a tempo parziale e se le richieste avanzate in tal senso dai dipendenti rispondano alle esigenze aziendali medesime, sì da poter trovare accoglimento. Si tratta, quindi, di un potere discrezionale il cui esercizio non è sindacabile dal dipendente". E' quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 9769 del 4 maggio 2011, sottolineando che la posizione del lavoratore aspirante alla trasformazione del proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale non può essere qualificata in termini di diritto soggettivo, nel senso che, ricorrendo una delle fattispecie indicate nell'accordo aziendale integrativo, il lavoratore abbia senz'altro diritto alla concessione del part-time. Se da una parte è vero che va escluso il diritto del dipendente a sindacare le decisioni datoriali in ordine alla sussistenza o meno delle esigenze organizzative e produttive compatibili con prestazioni rese in regime di tempo parziale, dall'altra - si legge nella sentenza della Suprema Corte - "si può ravvisare in capo al dipendente una posizione di diritto soggettivo suscettibile di tutela risarcitoria relativamente alle modalità di esercizio di quel potere, e, quindi, relativamente al potere del datore di scegliere a chi accordare il part-time tra quei dipendenti che ne abbiano fatto richiesta".


Pierpaolo,vittima innocente di un "incidente" sul lavoro

Il luogo d'incontro della fiaccolata che si terrà Mercoledì 11 Maggio 2011 è PIAZZA STESICORO per poi scendere da Via Etnea verso I Quattro Canti.Continueremo il percorso salendo per Via di San Giuliano,entreremo poi in Via Crociferi per poi immetterci in Via Vittorio Emanuele terminando il nostro tragitto in Piazza Università.


“Era al suo primo giorno di lavoro Pierpaolo Pulvirenti, 23 anni, catanese quando è morto lontano da casa in Sardegna, investito da un getto di idrogeno solforato, mentre stava effettuando lavori di manutenzione nell’impianto della raffineria Saras di Sarroch, nel cagliaritano. Faceva lo studente universitario a Catania. Pierpaolo, voleva laurearsi in farmacia e la voglia di farcela da solo lo aveva convinto ad accettare il suggerimento di un amico. Pierpaolo il lavoro lo aveva iniziato proprio lunedì 11 aprile. Non era un operaio specializzato, come qualcuno lo ha definito sui giornali all’indomani della tragedia. Dopo l’incidente il ragazzo ha avuto un arresto cardiaco, dal quale i medici lo avevano salvato. Poi martedì mattina, 12 aprile 2011 alle ore 4.15 il decesso.La famiglia, a Catania, è stata avvertita inspiegabilmente solo dopo la morte del ragazzo, quando già i giornali avevano diffuso nome e cognome. Nella stessa raffineria dove lunedì pomeriggio è avvenuto l’incidente mortale, il 26 maggio del 2009 avevano perso la vita, sempre per l’esalazione di gas, tre operai di un’altra ditta di appalto esterna. Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta”.

05 maggio 2011

6 maggio lo Sciopero Generale della CGIL: “Fatti sentire per cambiare” - Dal sito www.cgilct.it -

A Catania corteo da Piazza Dante a Piazza Teatro Massimo con comizio conclusivo. In serata "Concerto per il lavoro". Sarà presente alla manifestazione di Catania anche Dario Fo Premio Nobel per la Letteratura

Lavoro stabile, prima che l'emergenza sociale si tramuti in dramma, fisco a misura di lavoratori e pensionati, questioni locali da risolvere in tempi brevi e con l'aiuto delle istituzioni, troppe volte distratte. Il 6 maggio la Cgil di Catania darà vita ad uno sciopero generale carico di significati organizzato in tutta Italia. Lo slogan è sin troppo chiaro: “Fatti sentire per cambiare”; l'appuntamento è alle 9,30 in piazza Dante, per il concentramento. Seguirà il comizio alle 12 in piazza Bellini (teatro Massimo) con il segretario generale Angelo Villari, e il segretario generale della Cgil di Caltagirone Pasquale Timpanaro.

Concluderà i lavori Mariella Maggio, segretario generale Cgil Sicilia. In serata, alle 20,30, i giovani saranno protagonisti in piazza Bellini con un concerto per il lavoro. Sul palco saliranno Paolo Antonio, Carmelo La Manna, Mimì Sterrantino e Yperlux. In quell'occasione Alpa, Auser e Federconsumatori lavoreranno per informare i cittadini sul referendum per l'acqua pubblica che si terrà a giugno.

Ad illustrare programma e motivazioni dell'iniziativa stamattina c'erano il segretario Angelo Villari Luisa Albanella, Margherita Patti, Pina Palella, Giacomo Rota per la segreteria provinciale, Clelia Papale, presidente Federconsumatori e Tuccio Cutugno, responsabile dell'Ires Cgil.

“Con questo sciopero chiediamo più occupazione e meno tasse per chi lavora e per i gli anziani, un futuro di speranza per i nostri figli, un diritto allo studio credibile con conseguente blocco di tagli e investimenti per cultura, università e ricerca. Protestiamo contro i tagli agli enti locali che finiranno per tradursi in abbassamento dei servizi e innalzamento delle tasse – ha detto Angelo Villari- ma anche sostegno per le pensioni, immigrati, agricoltura, commercio e settori produttivi. Oggi la realtà è troppo dura: la disoccupazione è in aumento e questo corrisponde ad un inevitabile accrescimento dell'allarme sociale. Ma si riduce persino il numero dei precari, perché diminuisce pure il lavoro con poche garanzie. Ci aspettiamo la ripresa della contrattazione e uno stop definitivo ai contratti separati e la contrattazione sociale per garantire i diritti di cittadinanza e una maggiore equità fiscale. Troppo comodo far pagare ai lavoratori dipendenti e pensionati. Meglio pensare ad una tassa sulle “grandi ricchezze” e dunque sui grandi patrimoni. Basterebbe l'1% per ottenere 10 o15 miliardi di euro a disposizione di welfare e servizi”.

E sul fatto che la Cgil in quest'evento corra da sola Villari aggiunge: “Lo sciopero generale è promosso dal nostro sindacato, ma lavoriamo ogni giorno, e anche in quest'occasione, per l'unità sindacale”.

L'incontro è stata l'occasione per divulgare alcuni dati Ires relativi al territorio: nel 2010, dall’esame dei dati della direzione provinciale dell’Ufficio del Lavoro (dati consuntivi relativi al numero delle assunzioni e dei licenziamenti avvenuti nell’arco dello scorso anno) si conferma per la nostra provincia la tendenza alla contrazione dei livelli occupazionali e alla precarizzazione dei rapporti di lavoro già rilevata nel corso del 2009. A fronte di un numero considerevole di comunicazioni di assunzioni 213 mila 681, quelle indicate come assunzioni a tempo indeterminato sono solamente il 17%. Le assunzioni non a termine infatti sono state 36.369, comprendendo tra queste anche le stabilizzazioni, cioè le trasformazioni del rapporto di lavoro in essere da tempo determinato, da inserimento e da apprendistato in rapporto a tempo indeterminato.

Cresce il numero dei lavoratori interinali, crescono quelli a progetto, crescono i tirocini formativi. Registrano invece un incremento più moderato e una percentuale più bassa di utilizzo, i contratti di apprendistato; di questi solo il 28% accede alla stabilizzazione e alla trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Questo significa che a Catania il 72% dei giovani assunti con contratto di inserimento o di apprendistato, alla fine del periodo formativo, non vengono confermati nel lavoro in azienda.

Aumentano, pertanto, i lavoratori in somministrazione e i lavoratori a progetto, quindi lavoro a tempo determinato e part-time (i somministrati). Si tratta di lavoratori che oltre ad essere precari, sono anche economicamente svantaggiati poiché guadagnano meno. I lavoratori a progetto contano sempre su salari non legati alle effettive ore di lavoro, mentre i somministrati sono per il 67% a part-time. E' la nuova classe di lavoratori poveri.

Per quanto riguarda i licenziamenti nel 2010 si sono registrate 43.122 cessazioni del rapporto di lavoro; l’88% delle quali ( 38.136 ) hanno riguardato lavoratori con rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Se si mette perciò a confronto il numero dei lavoratori assunti nel 2010 a tempo indeterminato e quelli - medesima situazione contrattuale - licenziati, si riscontra che ancora nel 2010, come già accaduto nel 2009, si erode ulteriormente nel settore privato la base occupazionale di quasi l’ 1%, con un saldo negativo tra assunti e licenziati di 1.767 unità.

Spiccano poi i numeri relativi alla cassa integrazione straordinaria, sinonimo di aziende in crisi e spesso anticamera del licenziamento. La famigerata CIGS a Catania è aumentata del 36%. Gli occupati nel 2010 diminuiscono di oltre 6 mila unità rispetto al 2009 e di circa 12 mila unità rispetto al 2008, di questi oltre 4 mila sono i dipendenti della pubblica amministrazione non più iscritti all’INPDAP nel 2010. Non sono numeri qualunque. Spiegano i segretari Albanella, Patti, Palella e Rota: “Assume ad esempio una portata significativa la Cassa integrazione in deroga che si attua nei settori che sono sprovvisti di ogni altro ammortizzatore sociale. E' un quadro fortemente allarmante che sembra reiterarsi nei primi mesi del 2011”.

Il tasso di disoccupazione giovanile femminile a Catania raggiunge il 50% delle forze lavoro: una giovane donna su due non trova lavoro anche se lo cerca. “Come e più del resto d’Italia a pagare il prezzo della inoccupazione e della disaffezione sono i giovani e soprattutto le giovani donne- conclude Cutugno- la tendenza crescente a scoraggiarsi e a desistere dal cercare lavoro, almeno nelle forme ufficiali”.

E alla manifestazione di catania parteciperà anche il Premio Nobel per la Letteratura 1997 Dario Fo intervenendo personalmente al comizio conclusivo di fine mattinata in piazza Teatro Massimo (vai all'articolo).

Il Segretario Generale della CGIL Susanna Camusso scrive ai dirigenti della Camera del Lavoro alla vigilia della manifestazione (vai alla lettera).

Dario Fo partecipa allo sciopero generale del 6 maggio a Catania

Il Premio Nobel per la Letteratura 1997 Dario Fo parteciperà allo sciopero generale del 6 maggio organizzato dalla Cgil di Catania intervenendo personalmente al comizio conclusivo di fine mattinata in piazza Teatro Massimo.

Dario Fo si trova in questi giorni a Catania per firmare la regia de ‘Il barbiere di Siviglia’, di Gioacchino Rossini, in programma nei prossimi giorni al Teatro Massimo Bellini.

“Siamo onorati e particolarmente felici di avere Dario Fo con la Cgil nella giornata più importante di quest'anno sindacale- dice Angelo Villari, segretario generale della Camera del Lavoro-. Quando un uomo così grande sceglie di stare dalla parte dei lavoratori, con semplicità, uno fra tanti, ci ricordiamo che la vita è fatta anche di belle conferme. Fo ha fatto, e continua a fare della cultura, un elemento centrale della sua carriera e della sua esistenza, ed è un bellissimo esempio di impegno civile. La Cgil da sempre sostiene che senza conoscenza e senza diritto alla conoscenza, i cittadini perdono ulteriori diritti. Rinnoviamo l’appello: partecipate allo sciopero, mettete al primo posto il rinnovamento di questo Paese”.

Lettera da Susanna Camusso a tutti i dirigenti Cgil

Care compagne, cari compagni,

siamo alle ultime ore di preparazione dello sciopero generale.

Non abbiamo bisogno di dire a tutti voi, quanto sia importante per la Cgil, per i lavoratori, le lavoratrici, i pensionati e le pensionate questa scadenza.

Pur faticosamente, gli ultimi giorni hanno visto il moltiplicarsi delle assemblee e della condivisione della nostra piattaforma, ogni sforzo in queste ore va ancora dedicato perché quella condivisione si trasformi in partecipazione allo sciopero ed alle manifestazioni.

Abbiamo in più occasioni detto che lo sciopero è anche l’occasione per allargare il consenso alle nostre proposte.

L’interlocuzione con tante associazioni, con gli studenti sono state proficue occasioni di confronto.

Le mobilitazioni del 13 febbraio e del 9 aprile hanno determinato nuova partecipazione e riportato all’attenzione e alla proposta il tema delle donne, dei giovani e della precarietà.

Tutto questo, immaginiamo troverà positiva visibilità nella partecipazione del giorno sei.

Diciamo fin d’ora che le nostre iniziative, le manifestazioni sono aperte a coloro che condividono le nostre proposte e le modalità decise dalla Cgil dello sciopero e delle manifestazioni.

Da sempre per la nostra organizzazione ci sono confini precisi nelle interlocuzioni e grande nettezza sulla titolarità della Cgil dell’iniziativa e delle modalità con cui si deve svolgere e concludere.

E’ inutile sottolineare a tutti e tutte voi come il nostro sciopero e le nostre mobilitazioni saranno criticamente osservate, come sia nella nostra responsabilità che nulla possa turbarle. Per questo è utile ribadire che sono estranee alla nostra mobilitazione tutte quelle “forme organizzate” che non escludono la violenza fisica o verbale contro cose, persone, luoghi.

Con i migliori auguri di buon lavoro per una serena giornata di sciopero generale


Il Segretario Generale Nazionale della CGIL

Susanna Camusso


Perchè il no al contratto del commercio. Dal blog "Lavoro e oltre...."

Le cronache sindacali negli ultimi mesi sono state piene di articoli, di editoriali, di opinioni che "spiegavano" come la Cgil fosse un sindacato ideologico che alle buone ragioni contrattuali privilegiava le motivazioni politiche.

Tutti a parlare della Fiom e del suo confronto con la Fiat, tutti a tessere le lodi delle altre sigle sindacali annoverate sul fronte riformista e delle moderne relazioni industriali.

Non voglio in questa sede parlare della Fiom ma della Filcams, la categoria della Cgil che organizzza i lavoratori del commercio, dei servizi e delle mense.

E' passsato quasi sotto silenzio il fatto che nel febbraio di quest'anno anche nel settore del commercio e della distribuzione si è avuto il rinnovo contrattuale senza la firma della Cgil, l'organizzazione sindacale più rappresentativa del settore.

Conoscendo la storia contrattuale della Filcams pochi hanno potuto denunciaare il "vetero-sindacalismo ideologico" dei dirigenti.

Detto questo, nessuno, tranne lodevoli eccezioni, ha tentato di spiegare le ragioni che hanno spinto la Filcams a non sottoscrivere l'accordo.

Nessuno ha cercato di capire. Tutti a pensare che ancora una volta la Cgil si tirava indietro, presa da quello che qualcuno ritiene "sindrome da firma".

Pur non essendo direttamente impegnato in quella categoria, utilizzando questo strumento unito a quello di Facebook, vedrò di dare alcuni elementi di riflessione sul contratto del commercio, chiedendomi e chiedendo a chi avrà la pazienza di leggere questa nota, cosa penserebbero se il contratto li riguardasse direttamente?

Ipotesi non remota in considereazione che nei prossimi mesi dovranno essere rinnovati una decina di contratti che coinvolgono migliaia di lavoratori.


1) Il contratto richiama per intero la legge 183/11 (collegato al lavoro) nella parte che modifica il processo del lavoro introducendo la clausola compromissoria con la quale si devolve a un collegio arbitrale la definizione delle controversie che potrebbe insorgere durante il rapporto di lavoro.

(viene meno il diritto dei lavoratori di chiedere al proprio giudice il riconoscimento di fondamentali istituti contrattuali)


2) le aziende che si impegnano a riconoscere ai propri dipendenti l'indennità di malattia, attualmente riconosciuta dall'Inps, saranno esonerate dal pagamento del contributo previsto dalla legge.

(è la fine della solidarietà tra i lavoratori. In un sistema dove vige la ripartizione delle risorse e a tutti viene garantito quanto previsto dalla legge a prescindere da quanto si è versato, il rischio è il collasso dell'istituto della malattia così come lo abbiamo conosciuto)


3) l'introduzione di un sistema che riduce percentualmente l'integrazione dell'indennità di malattia a carico delle aziende al verificarsi di più eventi morbosi.

(un'arma in più delle aziende per ricattare i propri dipendenti)


4) l'incremento di un anno del periodo di apprendistato per i lavoratori immigrati nel caso in cui il datore di lavoro si impegni a svolgere attività formative che prevedano l'insegnamento della lingua italiana.

(è bene ricordare che i 12 mesi si aggiungono ai 36 o 48 mesi già previsti. Durante il periodo di apprendistato il datore di lavoro è esonerato dal pagare i contributi che sono a carico della collettività. Un regalo per le aziende)


5) ultima chicca la possibilità di derogare alle norme contrattuali al verificarsi di determinate situazioni a partire da crisi o di nuovi investimenti ma anche che le deroghe potranno interessare le aree meridionali.

(a quanto le nuove gabbie salariali?)


Fermiamoci, le divisioni non servono, rendono le persone più deboli e diventerà sempre più difficile recuperare ciò che si è perso.

Pippo Di Natale

04 maggio 2011

Lettera di Emilio Miceli a Massimo Sarmi, AD di Poste Italiane, sulla convenzione di Postemobile

CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA: INCONTRO-STUDIO SUL TEMA: IL LAVORO FLESSIBILE

… L'articolo 2103 cod. civ., nel testo sostituito dall'art. 13 della legge 20 maggio 1970, n. 300, stabilisce nella prima parte del primo comma che il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successiva-mente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte. Nell'elaborazione dei giudici ordinari è incontroverso che dalla violazione da parte del datore dell'obbligo di adibire il lavora-tore alle mansioni cui ha diritto possono derivare a quest'ultimo danni di vario genere: danni a quel complesso di capacità e di attitudini che viene definito con il termine professionalità, con conseguente compromissione delle aspettative di miglioramenti all'interno o all'esterno dell'azienda; danni alla persona ed alla sua dignita, particolarmente gravi nell'ipotesi, non di scuola, in cui la mancata adibizione del lavoratore alle mansioni cui ha diritto si concretizza nella mancanza di qualsiasi prestazione, sicché egli riceve la retribuzione senza fornire alcun corrispettivo; danni alla salute psichica e fisica. …


Leggi il documento...

FONDO TELEMACO: COMUNICATO FINALE - PROCLAMAZIONE DEI RISULTATI

Si informa che il giorno 28 aprile 2011 si sono concluse le operazioni elettorali relative alle elezioni dei rappresentanti dei soci lavoratori e delle Aziende nell'Assemblea dei Delegati del Fondo Pensione TELEMACO svoltesi il 31 marzo 2011.

In relazione al totale di voti validamente espressi pari a n. 22.770, si riporta la ripartizione voti per ciascuna lista...

Scarica o leggi i risultati...

Assemblee a sostegno dello sciopero generale

Le assemblee sullo sciopero generale, tenute da SLC CGIL Catania nelle aziende, hanno avuto la partecipazione di Segreatari Nazionali di categoria e della Segreteria della CGIL Catania. Ringraziamo, quindi soprattutto, per il valido contributo scusandoci per le fatiche del viaggio e per la permanenza a Catania, i compagni della segreteria nazionale Alessandro Genovesi, Nicola Di Ceglie e Riccardo Saccone.

Arduino Denti

Responsabile d'Organizzazione SLC CGIL Catania

03 maggio 2011

SKY: E' ROTTURA CON I SINDACATI. SCIOPERO DI 12 ORE

Dopo l’incontro con l’Amministratore Delegato di Sky, Tom Mockridge, e il coordinamento unitario dei lavoratori, è rottura tra Sky e i sindacati confederali. Per questo motivo si è deciso di indire un pacchetto di 12 ore di sciopero, le cui modalità saranno decise nei prossimi giorni. Lo annuncia una nota unitaria di Slc/Cgil, Fistel/Cisl, Uilcom/Uil.

“Lo sciopero è ormai necessario a causa delle decisioni dell’azienda in tema di politiche retributive, outsourcing, delocalizzazioni e sedi - proseguono i sindacati: Sky ha confermato la volontà di ampliare la quota di lavoro dato in esterno, minando considerevolmente l’attuale assetto societario e produttivo, non dando certezza alcuna circa il mantenimento delle attuali sedi e relative posizioni di lavoro ed alimentando il dumping tra lavoratori.”

“Inoltre il Coordinamento Nazionale respinge totalmente l’impostazione aziendale di assorbire per l’ennesima volta i super minimi ai lavoratori, vanificando così quanto ottenuto dal recente rinnovo del CCNL. Non è possibile condivisibile l’idea di confondere la difesa del potere d’acquisto dei salari con una politica premiante, basata su un sistema meritocratico stabilito unitariamente dall’azienda.”

“Le parole d’ordine dello sciopero – conclude la nota- saranno pertanto rispetto del CCNL nazionale, il ripensamento dell’attuale politica su appalti e outsourcing e la dovuta trasparenza circa la conferma delle sedi e sulle prospettive di sviluppo.

Roma 3 maggio 2011

TLC: SLC/CGIL, AL VIA SCIOPERO VODAFONE SU PRESTAZIONI ORDINARIE.20 MAGGIO SCIOPERO NAZIONALE INTERO GRUPPO

"E' iniziato ieri e durerà fino al 25 maggio, esclusi i giorni a ridosso delle elezioni amministrative, lo sciopero delle prestazioni straordinarie, del lavoro programmato e della reperibilità, per tutti i lavoratori della rete Vodafone, cui sta aderendo, già ad oggi, il 90% dei lavoratori. Il 20 maggio inoltre tutti i lavoratori di Vodafone, rete, customer, negozi, ecc. sciopereranno per l'intera giornata. Per protestare contro la cessione degli oltre 300 lavoratori della rete ceduti a Ericsson, per avere garanzie sullo sviluppo industriale e sul perimetro occupazionale di un'azienda che, temiamo, non avendo più nè customer nè rete come core business, rischia di ridursi a mero brand". Così dichiara in una nota Alessandro Genovesi, Segretario Nazionale di SLC-CGIL, annunciando l'inizio della mobilitazione promossa insieme a Fistel-Cisl e Uilcom-Uil.

"Insieme agli amici di Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, chiediamo ai lavoratori il massimo di mobilitazione per ottenere garanzie e tutele non solo per i lavoratori ceduti, ma per l'intera popolazione aziendale, sapendo che la vertenza sarà lunga e complicata e che Vodafone deve dimostrare, a fronte degli utili conseguiti, che non si sta riorganizzando per diventare qualcosa di diverso da un'impresa di TLC".

"Come può - continua Genovesi - Vodafone candidarsi infatti ad essere uno dei soggetti protagonisti anche delle reti di nuova generazione, senza garanzie reali sull'occupazione e su chi materialmente deve mantenerle, svilupparle e progettarle, è una domanda a cui nessuno può sottrarsi".

"Come sindacato faremo il nostro mestiere fino in fondo, lasciando l'ultima parola agli interessati, ma l'azienda deve assumersi le proprie responsabilità e non trattare i suoi lavoratori come limoni che, una volta spremuti, vengono buttati".

Tlc: In&Out comunicato unitario incontro 29-4-11

Il 29 aprile si è svolto a Roma, presso la sede di Unindustria, l’incontro tra i rappresentanti di Teleperformance, le Segreterie Nazionali e Territoriali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL e le RSU aziendali.


L’incontro ha avuto come oggetto la procedura di mobilità aperta dall’azienda per 1464 persone sulle tre sedi di Taranto, Roma e Fiumicino.

L’azienda ha ripetuto quanto già affermato nella procedura di mobilità, ovvero che le storture del mercato, il ritorno ad una competizione basata essenzialmente sul massimo ribasso, la diffusione di aziende scorrette hanno creato le condizioni per l’aggravamento della crisi aziendale.


Le OO.SS. e la delegazione tutta hanno, dal canto loro, ribadito come questa crisi non sia altro che il frutto di una incapacità aziendale a darsi un’organizzazione del lavoro coerente con l’uscita dalla fase di difficoltà iniziata ormai un anno fa, dell’assenza di una politica commerciale che sappia portare nuove commesse di fascia medio alta (commesse che pure esistono, dal momento che non risulta che Teleperformance sia l’unico call center in Italia ad aver stabilizzato i propri dipendenti e che, quindi, ha una dinamica del costo del lavoro in crescita).


Le OO.SS. hanno poi ribadito la propria preoccupazione circa le reali volontà di Teleperformance a rimanere sul mercato Italiano. 1464 licenziamenti, ovvero la metà dell’intera forza lavoro, rappresentano nient’altro che un disegno di ridimensionamento dell’azienda tale da mettere in forte dubbio la reale volontà a rimanere in Italia. Del resto la forte quantità di lavoro portato dall’azienda nelle proprie sedi albanesi non può non destare fortissime preoccupazioni.


A questo punto, valutata l’attuale assoluta inconciliabilità delle posizioni in campo le Segreterie Nazionali, di concerto con le RSU, hanno dichiarato due giornate di sciopero. Una da decidersi sede per sede, l’altra per il 23 maggio, allorquando verrà organizzata a Roma una manifestazione nazionale dei dipendenti del gruppo. Chiamiamo tutti i dipendenti alla massima mobilitazione. In questo momento è di assoluta importanza attirare l’attenzione di tutte le istituzioni per verificare l’effettiva volontà di Teleperformance a rimanere in Italia ed a salvaguardare i perimetri aziendali ed occupazionali.

Le Segreterie Nazionali

SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

Sky: Contro le delocalizzazioni. Per il buon lavoro e la tutela della privacy del cittadino-utente...

- Contro le delocalizzazioni -

Che a nessuno sia consentito di poter mercificare e monetizzare i nostri dati sensibili e di fare scempio della nostra privacy.

Giovanni Pistorio


Diffida Sky: In triplice copia perchè una andrà al prefetto,una a sky e l' altra per interpellanza parlamentare.


Oggetto: Diffida al trattamento dei dati personali fuori dai confini dell' Italia


Il sottoscritto Giovanni Pistorio, nato il ___________, residente a.............. In via ____________, utente SKY Italia con numero tessera _____________ , poiché ha appreso da note di stampa che la vostra società si accinge ad affidare il trattamento dei dati personali della clientela a società di call center ubicate al di fuori del territorio nazionale ed in assenza di qualunque vincolo legislativo del personale dipendente delle predette società di call center alla disciplina di cui alla legge 196/2003


nega autorizzazione al trattamento dei dati da parte di soggetti non vincolati alla suddetta disciplina e vi diffida dal trasmettere i suoi dati ad imprese il cui personale non sia vincolato alla disciplina di cui alla legge 196/2003.

02 maggio 2011

Sciopero generale 6 maggio - Lettera Emilio Miceli

Care Compagne e Cari Compagni,

la sottoscrizione degli accordi separati nel Commercio e nel Pubblico impiego ci proiettano in una dimensione relativamente nuova. E’ evidente, infatti, come l’attacco sia oggi alla Cgil ed al sistema di rappresentanza dei lavoratori, ed il tentativo è quello di emarginare la nostra organizzazione, limitare l’esercizio autonomo della contrattazione, peggiorare il quadro normativo dell’insieme del sistema contrattuale italiano, tenere artificialmente in piedi un sistema, quello disegnato dall’accordo separato del Gennaio 2009, che ha dimostrato di non reggere alla prova dei fatti.

Preoccupa l’atteggiamento di Confindustria e ad essa spetta, dal momento in cui non disconosce l’esigenza di un nuovo accordo sul sistema contrattuale, esprimersi per evitare che si vada verso un più alto livello di conflittualità sociale invece che contribuire ad un rasserenamento del clima.

I dati sull’inflazione, tra l’altro, sono preoccupanti e, a differenza dell’ultimo biennio, cominceranno a colpire sensibilmente le retribuzioni dei lavoratori. L’attuale 2.4%, per il 2011, rischia di essere ottimistico, se si guarda alla pesante congiuntura innescata anche dalla crisi libica; la forbice tra inflazione e retribuzioni, con questo modello contrattuale, dunque crescerà e rischia di impoverire ulteriormente le famiglie italiane.

Il rinnovo dei contratti, inoltre, segue un andamento lentissimo e, soprattutto nella nostra categoria, registriamo ritardi di almeno un anno dalla scadenza naturale. E’ superfluo aggiungere come tutti questi elementi disegnino un quadro devastante del sistema contrattuale italiano, al netto del peggioramento determinato dal quadro legislativo che colpirà sia il diritto al lavoro che la sua difesa. Non solo sempre più precari, dunque, ma anche con la impossibilità di ricorrere al giudice e di fare rispettare le leggi.

Ci attendono, dunque, settimane impegnative di duro confronto per i contratti scaduti, come per i Grafici e le Poste; per quelli scaduti ed ancora senza tavoli di trattativa, come per la Rai; per la costruzione delle piattaforme, come per le Telecomunicazioni. Per il mondo delle Fondazioni Liriche, com’è noto, non abbiamo controparte ed il Governo impedisce l’avvio delle trattative.

Con lo sciopero generale del 6 Maggio intendiamo porre anche questi temi al centro, insieme a quelli più generali che riguardano la crisi, l’occupazione, il precariato cui il Governo intende assestare un colpo mortale, l’equità fiscale.

Sono queste le ragioni di un impegno straordinario della Categoria e di tutte le Strutture affinché lo sciopero possa diventare un grande fatto politico e, con la sua riuscita, produrre quella svolta di cui c’è bisogno nel Paese.

Emilio Miceli

Segretario generale SLC/CGIL

Il Segretario Generale della CGIL scrive all'Espresso

Sparare sul sindacato - e in particolare sulla Cgil - pare sia diventato ormai uno sport nazionale che sembra affascinare troppi giornalisti. Ognuno è libero di scegliersi lo sport che vuole, ma riteniamo che almeno un po' di professionalità andrebbe difesa: in questo caso (Espresso, n.18 del 5 maggio. p.130) ci imbattiamo in un articolo che si apre con un virgolettato relativo ad una mia frase che non ho mai pronunciato. Una doppia falsificazione perché prima di tutto non corrisponde al vero, secondo perché un rispettoso ascolto in numerose occasioni avrebbe permesso di scoprire che quel tipo di affermazione è spesso utilizzata dal segretario generale della Cisl.

Vorrei inoltre precisare che nessuna inquietante voce sugli iscritti a Milano è mai circolata, quanto – caso mai – notizie su una “autorevisione” della Cisl nel contesto dell'autocertificazione dei dati alla direzione provinciale del lavoro. Evidentemente una scarsa verifica delle fonti risulta in questo caso utile a sostenere tesi, piuttosto che a raccontare fatti.

Ma è chiaro il motivo per cui si parte dal falso: perché altrimenti non sarebbe possibile sostenere quanto espresso nell'articolo e la tesi conseguente che si vuole affermare.

L'argomento trattato nell'articolo in questione sarebbe anche in teoria molto interessante, ma forse sfugge all'autore che la difesa dei diritti individuali è una risposta necessaria per tutelare lavoratori e pensionati e farlo con qualità e professionalità non è un business, quanto piuttosto l'esercizio della funzione sindacale stessa, che se si limitasse ai grandi luoghi di lavoro organizzati sarebbe solo l’espressione di una minoranza, purtroppo, del mondo del lavoro.

Vorrei inoltre segnalare all'autore, che mi pare molto desideroso di parlare della Cgil e al tempo stesso poco informato, che i singoli dirigenti della Cgil che rappresentano l'organizzazione negli enti di vigilanza come all'Inps, e per fortuna, visto che di risorse pensionistiche si tratta, non percepiscono compensi personali. Se si vuol far polemica, si guardi perciò da altre parti.

L'autore, piuttosto, dovrebbe fare un giro tra i patronati e guardare le pratiche svolte e le tante risposte che cerchiamo di dare ai lavoratori, poi, a ragion veduta, rifletta se tutto questo viene fatto alla ricerca di soldi o come una funzione del dare risposte e organizzazione ai lavoratori. Basti dire che l’Inca (il Patronato della Cgil) annualmente cura 300.000 pratiche che producono un punteggio riconosciuto dal Ministero e oltre 1.500.000 pratiche che non hanno alcun riconoscimento se non il nostro sapere che abbiamo contribuito a tutelare diritti.

Infine l’autore dell’articolo si dovrebbe informare anche sul caso Unipol, visto che attribuisce alla Cgil scelte opposte a quelle che abbiamo fatto. Infatti, la Cgil non è più nel Consiglio di Amministrazione dal 1998, Oppure ci dica come si dovrebbe esercitare – secondo lui - una funzione di controllo della previdenza integrativa se non con assemblee, per altro elette dai lavoratori iscritti ai Fondi.

E' indubbio che le organizzazioni confederali danno fastidio; ci fu un collega dell'autore che arrivò a scrivere che i delegati sindacali sono diventati troppi, più dei carabinieri, un costo che il Paese non può sopportare.

Per tutte queste considerazioni ci riserviamo, pertanto, di valutare anche se esistono le condizioni per la richiesta di un risarcimento per il danno di immagine subito dalla nostra organizzazione.


Susanna Camusso

Segretario Generale Cgil