
Editore: Slc Cgil Catania - Direzione: Salvo Moschetto


“Ulteriori disposizioni in materia di mercato del lavoro”. Questo comma prevede un’importante modifica dell’articolo 29 della Legge Biagi, ovviamente peggiorativo per noi. Cosa dice l’articolo 29 della vituperata Biagi, che veniva utilizzato in decine di cause da parte di precari e precarie? Semplicemente prevede la possibilità per il lavoratore di richiedere le eventuali retribuzioni e contributi non corrisposti non solo al datore di lavoro appaltatore ma anche, ecco l’elemento fondamentale, al committente.
Per capirci: prendiamo un lavoratore dipendente di una cooperativa di educatori che gestisce i servizi sociali di un Comune. Oppure una lavoratrice precaria che lavora in un call center per una società che a sua volta fornisce i suoi servizi tramite appalto a un’azienda più grande. Con il vecchio articolo 29, se questi lavoratori per esempio non avevano percepito lo stipendio, potevano richiederlo direttamente non solo alla cooperativa medesima (cioè al datore di lavoro), ma anche alla società o all’ente che aveva appaltato il servizio. Questo meccanismo, che si chiama responsabilità solidale tra committente e appaltatore, permetteva quindi al lavoratore di rivalersi nei confronti del soggetto più forte: il committente, aumentando la possibilità di riavere i propri soldi in un tempo relativamente breve.
Con la riforma Fornero questo meccanismo sembra in apparenza immutato, ma in realtà la sua efficacia è stata fortemente ridimensionata. Il lavoratore, infatti, potrà chiedere il pagamento delle retribuzioni e/o contributi non pagati al committente solo dopo aver proceduto esecutivamente nei confronti dell’appaltatore datore di lavoro, ovvero dopo aver pignorato il patrimonio della sua cooperativa o piccola impresa. Ciò significa che prima di poter agire nei confronti del soggetto economicamente più forte, il lavoratore dovrà attendere in media un anno. Questo è infatti il termine minimo per poter concludere l’iter di un’esecuzione nei confronti di un’azienda.
Questa modifica ovviamente limita le nostre possibilità di recuperare i soldi che ci sono dovuti. Ma non è tutto, dato che incide negativamente nei rapporti tra committenti e appaltatori. Prima della riforma la “responsabilità solidale” rappresentava un deterrente per il committente, che era spinto a controllare l’esatto pagamento delle retribuzioni da parte dell’appaltatore per evitare di trovarsi in futuro a dover tirar fuori i soldi. Infatti se un lavoratore o lavoratrice chiedeva il pagamento delle retribuzioni direttamente al committente, quest’ultimo appena ricevuta l’ingiunzione di pagamento alzava il telefono e chiamava l’appaltatore minacciandolo di risolvere il contratto di appalto nel caso non avesse pagato i lavoratori. Ed ecco che magicamente i soldi saltavano fuori.
Con l'approvazione dalla riforma Fornero, far saltar fuori i soldi diventerà molto più difficile e lungo, e molti lavoratori e lavoratrici dovranno aspettare mesi e anni per recuperare il maltolto, a tutto vantaggio degli imprenditori disonesti. Un piccolo comma studiato chirurgicamente per causare un grande danno.




Il piano industriale al 2015 del Monte Paschi di Siena prevede la riduzione complessiva del personale di 4600 unita e la chiusura di 400 filiali. Le cifre scioccanti sono contenute in una nota del gruppo senese. Il taglio del personale comprende 1200 unità relative alla cessione di asset e 2300 dipendenti operanti nei servizi di back office che verranno esternalizzati. Il piano prevede inoltre il taglio di 100 dirigenti, pari al 20% del totale, e del 5% della retribuzione per 12 mesi.
Per favorire la realizzazione di tutte le azioni del Piano Industriale 2012-2015 e garantire il rilancio di BMPS, si legge nella nota, “il management sarà fortemente impegnato a diffondere una cultura meritocratica del lavoro per assicurare il massimo engagement di tutti i dipendenti”, sottolinea la banca. A tal fine, è stata delineata “una politica attiva di gestione delle risorse umane” e verrà introdotto “un nuovo modello di organizzazione del lavoro, denominato LPO - Lavoro Per Obiettivi, che preveda obiettivi quali-quantitativi e comportamentali diffusi a tutto il personale accompagnato da sistema premiante trasparente e motivante".
La chiusura delle 400 filiali, spiegano dall'istituto senese, fa parte di un programma di riduzione di costi e di ricerca di efficienza da attuare "in un percorso socialmente sostenibile". Il programma di tagli prevede una "riduzione della base dei costi del 16%" tra il 2012 e il 2015 e "l'esternalizzazione del back-office preservando i livelli occupazionali del personale coinvolto". Mps punta anche sulla razionalizzazione dell'assetto del gruppo con la cessione di Consum.it e Leasing e la creazione di un'unica rete commerciale, attraverso la cessione di Biverbanca e l'incorporazione di Banca Antonveneta.
di rassegna.it

- di Antonio Sansonetti -
Per far capire al grande pubblico le dimensioni del fenomeno-violenza sulle donne, i numeri sono un’arma pubblicitaria più efficace di qualunque campagna-choc. E se è vero che nel mondo è una piaga che si conta perlopiù in numeri arabi, in quei Paesi dove le donne sono segregate picchiate e lapidate per religione o per tradizione, è vero anche che non c’è strada o piazza d’Occidente, da Salonicco a San Francisco, da Palermo a Stoccolma, dove una donna possa sentirsi sicura. E una volta entrata in casa, le cose vanno ancora peggio. La guerra contro le donne – che si trascina da millenni, da quando le società patriarcali s’imposero sulle matriarcali – non conosce censo, latitudine, quartiere. E la parentela o gli affetti non sono un bunker che protegge, ma molto spesso un lager che opprime.
La mano che picchia o che uccide infatti è spesso quella del partner o ex partner: in Europa in sette omicidi di donna su dieci l’assassino dormiva o aveva dormito nell’altra metà del letto. Dato campione: nel 2006 nei 27 Stati europei 2.419 donne sono morte così. E negli anni successivi non sono diminuite. Mentre solo il 4% degli uomini uccisi è stato ammazzato dalla fidanzata/moglie/ex. Sempre in Europa, 1 donna su 4 ha subito almeno una volta nella vita violenza all’interno delle “relazioni di intimità”.
Se le europee hanno paura, le italiane ancora di più. E non è solo una questione di quote rosa. Secondo il “Global Gender Gap” (pdf classifica completa)“, il rapporto sulla disparità fra uomo e donna del World economic forum, l’Italia è al 74° posto su 135 Paesi, dietro a Malawi, Romania e Bangladesh. Siamo il Paese in cui è stata vittima della violenza maschile una donna su tre tra i 16 e i 70 anni. Sei milioni 743 mila, secondo gli ultimi dati Istat. Ma il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner non vengono denunciate. Lo stesso nel caso degli stupri (91,6%). Dal rapporto Istat:
Tra le violenze fisiche è più frequente l’essere spinta, strattonata, afferrata, l’avere avuto storto un braccio o i capelli tirati (56,7%), l’essere minacciata di essere colpita (52,0%), schiaffeggiata, presa a calci, pugni o morsi (36,1%). Segue l’uso o la minaccia di usare pistola o coltelli (8,1%) o il tentativo di strangolamento o soffocamento e ustione (5,3%). Tra tutte le forme di violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, ovvero l’essere stata toccata sessualmente contro la propria volontà (79,5%), l’aver avuto rapporti sessuali non desiderati (19,0%), il tentato stupro (14,0%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti e umilianti (6,1%).
E poi c’è il “femminicidio“, neologismo che indica l’assassinio di una donna in quanto “femmina”. Centonovantadue donne uccise così nel 2009, centosettantadue nel 2010, quest’anno siamo a 70. Nell’ultimo decennio, non sono passati tre giorni senza che una “femmina” venisse ammazzata in Italia. In quanto “femmina”. Ma c’è anche di peggio, uscendo dai confini. Nella sola città di Ciudad Juarez, in Messico, mille donne sono state uccise in 10 anni, tutte dopo esser state rapite, seviziate, mutilate e strangolate. L’impunità dei loro carnefici è vicina al 100% dei casi.
Uccise perché femmine anche quando non sono ancora nate: è l’aborto selettivo, pratica con la quale negli ultimi trent’anni in India è stata tolta la vita a dodici milioni di bambini. La spia sono il rapporto tra i neonati maschi e le femmine. Lo standard è 105 uomini ogni 100 donne. In Albania è arrivato a 112 fiocchi azzurri ogni 100 fiocchi rosa. In Toscana, complice la forte immigrazione dall’est e da Cina e India, fra il 2008 e il 2010 mancavano all’appello cinquecento neonate. Dall’altra parte del mondo, in Canada, nella regione dell’Ontario ogni 120 secondi figli maschi ne nascono 100 femmine, se la madre è coreana. Se la madre è indiana, il rapporto sale a 136 contro 100.
La consolazione? Secondo i dati Unicef la mutilazione genitale femminile, l’asportazione intera o parziale del clitoride per negare alla donna il piacere dell’orgasmo, è in diminuzione. Il 99% delle guineane fra i 15 e i 49 anni l’ha subita, ma fra le loro figlie la percentuale scende a 54%. Anche in Egitto, a fronte di una generazione con 97% di infibulate, la successiva conta “solo” il 47%. Una tortura, un cilicio alla sessualità femminile che però continua a riguardare 130 milioni di donne nel mondo.
E se da Islamabad a Lagos le donne nel mondo islamico devono districarsi in una selva di tabù, molti ce ne sono ancora nel magnifico e progressivo mondo occidentale. Per esempio, mentre il Bangladesh, l’Indonesia, il Pakistan e la Turchia hanno eletto un premier o un presidente donna, così non è ancora successo negli Stati Uniti, in Francia (e in Spagna, in Italia…). Per non parlare della ricchissima Svizzera, dove le donne fino al 1971 non potevano neanche votare.






Il ddl lavoro è un “guazzabuglio iniquo e inadeguato che non migliora la qualità del lavoro nel nostro Paese e non aumenterà l'occupazione”, e che la CGIL contrasterà promuovendo per il 26 e il 27 giugno scioperi e manifestazioni in tutta Italia, compreso un presidio in programma mercoledì 27 giugno nei pressi di Montecitorio nel giorno del probabile via libera definitivo.
Secondo il sindacato di Corso d'Italia, infatti, “anche alla Camera dei deputati il governo ha imposto il voto di fiducia sulla legge di 'riforma' del mercato del lavoro e il Parlamento la voterà nonostante il sindacato, la CGIL in primo luogo e molte altre parti sociali, abbiano definito questa legge sbagliata e controproducente”. Per l'organizzazione guidata da Susanna Camusso, infatti, il provvedimento “non combatte la precarietà, specie dei giovani, perché mantiene tutte le tipologie precarie nate dalla politica liberista dei Governi Berlusconi, e non universalizza le tutele in caso di perdita del lavoro, anzi riduce drammaticamente la durata dei sussidi e non li estende a chi oggi ne è escluso”.
Con questa legge, secondo la CGIL, si rischia “una recrudescenza della crisi” e per questo mette in guardia il governo, aggiungendo che “continuerà la sua lotta con questo governo e con quelli che verranno”. Tra le rivendicazioni del sindacato: “Un serio contrasto alla precarietà del lavoro, un regime universale di ammortizzatori sociali, politiche attive del lavoro efficaci e finalizzate ad un'occupazione stabile e tutelata, un diritto del lavoro che renda più certa ed esigibile la tutela contro i licenziamenti illegittimi, un vero piano di crescita del paese che promuova la buona occupazione”. Per queste ragioni martedì 26 e mercoledì 27 giugno ci saranno iniziative di sciopero e manifestazioni nei territori durante i voti di fiducia e, sempre il 27, un presidio a Montecitorio per chiedere di cambiare il ddl sul mercato del lavoro.



