11 gennaio 2014

Cassazione: irretroattività dell’articolo 18 dopo la riforma Fornero


La Cassazione, sezione lavoro, con sentenza n. 301 dello scorso 9 gennaio, è intervenuta in materia di licenziamenti illegittimi e sull’operatività del nuovo art. 18 dello Statuto dei Lavoratori così come modificato dalla Riforma Fornero del lavoro, L. 92/2012, affermando la non retroattività del nuovo articolo 18 in caso di licenziamento dichiarato illegittimo.
Il caso è giunto in Cassazione a seguito del ricorso presentato dalla società datrice di lavoro, avverso la sentenza della Corte d’Appello di Milano, con la quale annullava il licenziamento e condannava la società al pagamento a titolo risarcitorio dell’ammontare delle retribuzioni  maturate dal licenziamento al secondo recesso poi intimato dalla società, oltre alla regolarizzazione contributiva per lo stesso periodo per l’illegittimità del licenziamento.
La società chiedeva la cassazione della sentenza impugnata “in ragione dello ius superveniens costituito dal nuovo testo dell’art. 18 legge n. 300/70, come modificato dalla Riforma Fornero, nuovo testo entrato in vigore il 18.7.12 e che per licenziamenti come quello in discorso (annullato per violazione del cd. repechage) prevede non più la tutela reintegratoria, ma una mera tutela indennitaria.
Sostiene la società ricorrente che si tratta di normativa applicabile anche a licenziamenti intimati prima dell’entrata in vigore della novella, giacché la citata legge n. 92/2012, mentre dispone che le modifiche processuali abbiano effetto solo per i licenziamenti successivi all’entrata in vigore della legge stessa, non opera analogo rinvio quanto agli effetti sostanziali d’un licenziamento illegittimo”.
Secondo gli Ermellini, il nuovo articolo 18 è irretroattivo e, ne spiega il perchè. Secondo i giudici, infatti “la circostanza che il co. 67° dell’art. 1 cit. legge n. 92/2012 preveda l’applicabilità delle nuove norme processuali solo alle controversie instaurate dopo l’entrata in vigore della legge stessa non significa, a contrariis, che le nuove norme sostanziali in essa contenute siano applicabili ai licenziamenti anteriormente intimati, ma semplicemente che queste ultime seguono, in assenza di esplicita disposizione contraria, la regola dell’irretroattività sancita dall’art. 11 disp. prel. al c.c., regola, che può essere derogata soltanto se ciò è espressamente previsto da apposita disposizione di diritto transitorio, che nel caso de quo manca”.
In assenza di espressa disposizione derogatoria, si legge nella sentenza, “il principio dell’irretroattività della legge previsto dall’art. 11 disp. prel. al c.c. fa sì che la nuova legge non possa essere applicata, oltre ai rapporti giuridici esauritisi prima della sua entrata in vigore, a quelli sorti anteriormente e ancora in vita ove, in tal modo, si disconoscano gli effetti già verificatisi nel fatto passato o si venga a togliere efficacia, in tutto o in parte, alle conseguenze attuali o future di esso; ed è appunto questa l’ipotesi del licenziamento già giudicato illegittimo”.
Il nuovo diritto sopravvenuto o,  ius superveniens “è, invece, applicabile ai fatti, agli status e alle situazioni esistenti o sopravvenute alla data della sua entrata in vigore, ancorché conseguenti ad un fatto passato, quando essi, ai fini della disciplina disposta dalla nuova legge, debbano essere presi in considerazione in se stessi, prescindendosi totalmente dal collegamento con il fatto che li ha generati, in modo che resti escluso che, attraverso tale applicazione, sia modificata la disciplina giuridica del fatto generatore”



Comunicato Telecontact: Sciopero riuscito

Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL esprimono soddisfazione per la riuscita dello sciopero dei lavoratori di Telecontact dello scorso 7 gennaio.
Con una generale buona partecipazione su tutte le sedi aziendali, con alcuni canali ed alcune sedi (Napoli) che hanno raggiunto percentuali ben oltre 80% di adesione, è chiaro il messaggio che viene dalle lavoratrici ed i lavoratori di TCC all’azienda. Occorre che i responsabili aziendali scelgano una volta per tutte quale modello di relazione industriale voglia adottare: se il modello è quello di un azienda che ancora mercoledì scorso qualche responsabile “esibiva” esercitandosi nell’attività di redarguire colleghi che avevano osato aderire allo sciopero ancora non ci siamo. Così come non ci siamo se il modello è quello di un’azienda che disattende le intese siglate nell’accordo di 2° livello ignorando totalmente i disagi che i lavoratori stanno denunciando con forza.
E ancora non ci siamo se l’azienda veicola informazioni sui volumi e l’organizzazione del lavoro dei vari canali in ogni occasione meno che negli incontri ufficiali.
L’adesione delle colleghe e dei colleghi di Telecontact al percorso vertenziale proposto dal sindacato confederale ci rafforza e, nello stesso tempo, ci responsabilizza ulteriormente.
Un ringraziamento a tutte le lavoratrici e ai lavoratori che hanno aderito allo sciopero del 7 gennaio.
Ora la dirigenza di Telecontact riconvochi immediatamente il tavolo sindacale e dia le risposte e le rassicurazioni che i lavoratori attendono sulle questioni poste, a partire dai volumi di lavoro e dalle commesse del mercato terzi, dalle relazioni sindacali, dall’applicazione dell’accordo di 2° livello, dalla timbratura in postazione.
In caso contrario continueremo, di concerto con i lavoratori, il nostro percorso sino a quando non ristabiliremo delle corrette e proficue relazioni.

Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL

Comunicato su Contratti di Solidarietà

Con la Legge 147 del 27 dicembre 2013 art.1 comma 186 (Legge di stabilità del 2014) il Governo ha stabilito che per il 2014 l’ammontare del trattamento di integrazione per le ore non lavorate per i Contratti di Solidarietà passerà al 70% rispetto al 60% stabilito dalla legge istitutiva dei Contratti di Solidarietà.
Rispetto a quanto avvenuto nel triennio 2009-2013, quando in virtù della Legge 106 del 2009 l’integrazione è stata portata all’80%, il dato politico di rilievo è quindi la decisione dell’Esecutivo di ritenere non più utile incentivare, fra gli ammortizzatori sociali, quello che è considerato da tutti il meno oneroso per i lavoratori e il più indicato a tenere il più possibile agganciati i lavoratori e le loro professionalità ai posti di lavoro. E’ opportuno ricordare infatti che nello schema iniziale della legge di stabilità del 2014 non era previsto alcun incremento dell’integrazione e che, anche in virtù delle pressioni esercitate dalle parti sociali, solo all’ultimo momento è stato deciso di portare l’integrazione al 70%.
A nostro avviso si tratta di una scelta sbagliata, poco lungimirante e che, oltretutto, in un certo qual modo cambia in corsa, dal punto di vista dell’incidenza economica sui singoli lavoratori, l’equilibrio di accordi che, ad oggi, coinvolgono decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori in tutti i settori produttivi del Paese.

Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL

Poste, Agcom estende i tempi per la corrispondenza non ritirata

Più tempo per ritirare senza pagare la corrispondenza non recapitata presso gli uffici postali. Su richiesta dell'Agcom infatti dal primo gennaio è passato da 5 a 10 giorni il termine di giacenza gratuita degli invii di corrispondenza non recapitata presso gli Uffici di Poste Italiane. E' quanto si legge in un comunicato dell'Autorità delle telecomunicazioni.
Nel comunicato Agcom spiega che nell'ambito dell'istruttoria sulle condizioni generali di servizio per l'espletamento del servizio universale postale, che ha portato all'adozione della delibera 385/13/Cons, relatore il Commissario Antonio Preto, l'Autorità, per garantire maggiormente l'utenza, ha chiesto a Poste Italiane di estendere il periodo di tempo entro il quale è possibile ritirare gratuitamente la posta non recapitata.
Oltre all'estensione dei termini di giacenza gratuita, con lo stesso provvedimento, l'Agcom ha approvato ulteriori condizioni a tutela dell'utenza, già in vigore dallo scorso settembre: sono stati ampliati gli obblighi informativi sulle modalità di erogazione dei servizi di Poste Italiane; è stato imposto il rispetto dei principi di trasparenza e non discriminazione nell'applicazione dei prezzi ed è stata prevista una procedura per garantire il recapito di invii affidati ad altri operatori e ritrovati nella rete di Poste Italiane.




08 gennaio 2014

Banda larga in Sicilia, 50 milioni di euro da Vodafone e Invitalia

Estendere la rete a banda larga, fissa e mobile, in Sicilia con un investimento di 50 milioni di euro. Questo l'obiettivo del contratto di sviluppo siglato questa mattina da Vodafone e Invitalia al Ministero dello Sviluppo Economico, alla presenza del ministro Flavio Zanonato.  "Il contratto per lo sviluppo della banda larga in Sicilia prevede un esborso di 35 milioni di euro da parte di Vodafone e 15 da parte di Invitalia - ha detto il ministro Zanonato - L'obiettivo è sviluppare la rete per superare il divario digitale che c'è in Sicilia tramite il contratto di sviluppo, uno strumento che in pratica sostituisce il contratto di programma e prevede investimenti pubblici a disposizione per progetti in aree che sono in difficoltà, individuati dalla Comunità Europea ma anche da criteri che guardano allo sviluppo della piccola  e media impresa. Fra queste aree ci sono ad esempio la Sicilia, la Campania, la Calabria e la Puglia".
Invitalia dispone di fondi complessivi per 1,3 miliardi di euro da investire tramite contratti di sviluppo, lo strumento individuato dal Mise per procedere a questo tipo di iniziative, che hanno l'obiettivo di generare investimenti nel nostro paese soprattutto da parte di aziende estere. "Per noi è molto importante che i contratti di sviluppo siano uno strumento che serva non solo a segnare la crescita di aree del territorio italiano che ne hanno bisogno, ma anche perché sia uno strumento per attrarre investitori esteri - ha detto Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia - Questo è l'ennesimo caso in cui finanziamo investimenti di produttori stranieri, lo abbiamo già fatto con Rolls Royce e Unilever in Campania. Nel mese di gennaio è prevista la stipula di altri quattro contratti di sviluppo". In Sicilia, l'investimento serve a "recuperare l'asimmetria tecnologia del digitale che c'è in Sicilia dal punto di vista delle reti", aggiunge Arcuri, ricordando che i progetti di digitalizzazione di Invitalia sono realizzati tramite la controllata Infratel, che gestisce la realizzazione delle reti a banda larga in aree a fallimento di mercato per il superamento del digital divide.
"Da quest'anno con la realizzazione della banda ultralarga nel nostro paese Infratel, diversamente dal passato, concorre soltanto ad una percentuale dell'investimento nelle nuove reti - precisa Arcuri - prima le realizzava completamente, mentre ora la quota complementare è a carico degli operatori che con il loro coinvestimento gestiscono poi la rete realizzata, acquisendo il diritto ad utilizzare la rete a banda ultralarga".
"Dalla prospettiva di Vodafone, primo investitore estero in Italia, ritengo che questo accordo sia un fortissimo segnale sulla capacità di costruire un circolo virtuoso tra pubblico e privato con un interesse che è certamente privato, ma guarda anche all'interesse dei cittadini del nostro paese e in particolare della parte più disagiata che è il Meridione - ha detto Saverio Tridico, Direttore Affari Pubblici e Legali di Vodafone e Consigliere di Amministrazione dell'azienda - L'investimento complessivo in Sicilia, con Invitalia, raggiunge 50 milioni di euro. E' un ulteriore segnale della fiducia nel Paese da parte di Vodafone che recentemente ha deciso di raddoppiare gli investimenti in Italia nel corso dei prossimi 2 anni raggiungendo i 3,6 miliardi di euro".
L'obiettivo dell'azienda è arrivare all'intera copertura del territorio italiano con tecnologia 3G e al 90% di copertura con il 4 G. "L'investimento arriverà anche sul fronte della rete fissa, abbiamo stanziato 800 milioni per i prossimi due anni per arrivare alla copertura in fibra del 25% del nostro paese", aggiunge Tridico.  Nel dettaglio, l'investimento di Vodafone in Sicilia riguarda le reti 3G a 42 Mbps, già implementato, e nei prossimi due anni all'investimento in reti 4G e fibra.
L'investimento di 50 milioni di euro è così suddiviso: 38,5 milioni sono destinati ai macchinari, impianti e attrezzature, in particolare alla realizzazione o all'ammodernamento delle stazioni radio base, dei ponti radio e della rete. Altri 7 milioni di euro serviranno per l'infrastrutturazione delle stazioni radio. I restanti 4,5 milioni saranno investiti nelle concessioni per i nuovi software degli apparati.
C'è da dire che non più tardi dello scorso mese di novembre Invitalia ha siglato sempre in Sicilia un altro contratto di servizio da 61 milioni di euro con Telecom Italia e Italtel. Dopo l'accordo di oggi, si prospetta quindi "un derby" fra Vodafone e Telecom Italia sul terreno della banda larga in Sicilia.

di Paolo Anastasio

“Stabilizzate i precari statali”: per la Ue, Roma viola la normativa europea

“Stabilizzate i precari pubblici”: per la Ue, Roma viola la normativa europea. Forse nemmeno il Maestro della Banda municipale di Aosta che ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia europea sperava che un giudice desse ragione a lui e alle migliaia di precari impiegati nella Pubblica amministrazione per ottenere il sospirato contratto a tempo indeterminato. Una dirompente e inattesa ordinanza del 12 dicembre, infatti, stigmatizza la normativa italiana sul lavoro, la quale viola quella europea soprattutto perché non sanziona il ricorso abusivo da parte del datore di lavoro pubblico a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato.
La Cgil, forte del pronunciamento, esulta e chiede la stabilizzazione dei 250 mila precari pubblici italiani, forse esagerando perché non tutti i contratti a tempo determinato sono “precari” per definizione: lo sono, per la precisione, quelli che vengono rinnovati senza giustificazione e senza la previsione di una durata massima del contratto. Non lo sono, invece, quelli che derivano dalla ripetuta affermazione del dipendente in concorsi pubblici. Al contrario, appare non esaustiva la giustificazione del ministro della Funzione Pubblica D’Alia per cui il Governo ha già adottato strumenti legislativi per contenere il ricorso al precariato: la legge 101 non sanziona il datore di lavoro che inanella una serie ingiustificata di contratti a tempo determinato, si tratta tutt’al più di una sanatoria e non garantisce se non una minima parte dei precari pubblici.
La Corte di giustizia europea ha bocciato, in parte, la legislazione italiana sul precariato nella Pa sostenendo che essa è in contrasto con la direttiva comunitaria sulle tutele contro gli abusi nell’utilizzo dei contratti a tempo determinato. La Cgil va all’attacco sostenendo una “revisione epocale” della normativa. Ad oggi sono circa 250.000 i precari che lavorano nelle fila della Pubblica amministrazione “per i quali si potrebbero aprire le porte dell’assunzione a tempo indeterminato”, aggiunge il sindacato.
Il ministro della Pa e Semplificazione, Gianpiero D’Alia, replica evidenziando che il governo “è già intervenuto con il decreto 101, convertito in legge, che ha come obiettivo proprio il superamento definitivo del fenomeno del precariato” e sottolineando l’impossibilità di “stabilizzazioni di massa”. La sentenza della Corte Ue, dello scorso 12 dicembre (che parte dal caso di un Maestro della Banda municipale di Aosta), si sofferma in particolare sulla difficoltà (se non l’impossibilità) per il lavoratore, per ottenere il risarcimento del danno, di fornire la prova di aver dovuto rinunciare a migliori opportunità di impiego. Inoltre, il decreto legislativo italiano sul pubblico impiego 165 del 2001, indica che nella Pa, in caso di violazioni, il rapporto di lavoro a tempo determinato non si può trasformare in tempo indeterminato.
La Cgil sottolinea che la Corte di Lussemburgo ha dichiarato “l’illegittimità della legislazione italiana in materia di precariato pubblico, accertando che l’Italia e la normativa interna non riconoscono ai lavoratori pubblici precari le tutele e le garanzie previste dal legislatore europeo”. E ha così fornito, prosegue il sindacato, un’indicazione netta all’Italia: “Necessita in via urgente, assoluta e primaria una revisione epocale della normativa di riferimento in materia di lavoro a tempo determinato nel pubblico impiego”.
Altrettanto netta la risposta del ministro, che ricorda come il provvedimento di fine ottobre ha “introdotto il principio secondo cui l’unico modo per accedere nella Pa è a tempo indeterminato” insieme ai concorsi riservati ai precari. E per questo, prosegue D’Alia, “spiace che nel dare valutazioni un sindacato come la Cgil non tenga conto dei passi avanti compiuti fino a oggi, in una situazione emergenziale e con risorse ridotte che non consentono certamente stabilizzazioni di massa”.


07 gennaio 2014

Pensioni - Giusto riproporre tema flessibilità sistema

Sulle pagine del Corriere della Sera di quest'oggi si legge che si sta per riaprire il cantiere sulle pensioni. I tecnici del ministero del Lavoro stanno infatti lavorando  intorno a misure per dare la possibilità di forme di pensionamento anticipato, così da reintrodurre elementi di flessibilità in un sistema troppo rigido dopo la riforma Fornero soprattutto in relazione alle esigenze del sistema produttivo alle prese con una lunga crisi.
Ecco allora - dice il quotidiano - che rispunta l'ipotesi del ministro Giovannini sul "prestito pensionistico". In pratica il lavoratore cui mancherebbero pochi anni al raggiungimento dell'età pensionabile (2-3) potrebbe volontariamente scegliere di lasciare il lavoro prendendo un anticipo della pensione sulla base di un importo minimo (non più di 600-700 euro al mese) che poi la stessa persona restituirebbe all'Inps dal momento dell'effettiva decorrenza del trattamento pensionistico. Passati i 2-3 anni l'Inps comincerebbe a versargli l'assegno cui ha diritto con una piccola trattenuta a titolo di restituzione dell'anticipo percepito.
Sul temma della flessibilità del sistema pensionistico anche Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera ha esordito dicendo che "Era ora... perchè fin qui abbiamo insistito invano affinchè il Governo affrontasse questo argomento" e aggiunge "noi siamo convinti, a differenza di Renzi che mantiene su questo tema una posizione conservatrice, che la "riforma" delle pensioni targata Fornero sia socialmente iniqua, che sbarri la strada all'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e che sia recessiva perchè induce i lavoratori, che vedono un futuro previdenziale estremamente incerto e lontano nel tempo, a non investire e a non consumare".
E' una riforma, prosegue Damiano, "che va cambiata e va recuperato quel criterio di gradualità che è stato brutalmente cancellato dal Governo Monti. E' ora di dire basta al saccheggio del sistema pensionistico per ripianare il debito: dottrina liberista che ci è stata imposta dalla Bce. Noi siamo pronti al confronto sulla proposta del ministro del Lavoro che prevede un prestito pensionistico da percepire nei due anni che precedono il momento della pensione, ma vogliamo ricordargli che il Partito Democratico ha già presentato una proposta di legge sulla flessibilità che non può essere sbrigativamente accantonata perché giudicata troppo costosa".
"Noi pensiamo che consentire ai lavoratori di poter scegliere di andare in pensione in un'età compresa tra i 62 ed i 70 anni, pagando una penalizzazione massima dell'8%, sarebbe una soluzione ottimale che risolverebbe anche, per gli anni a venire, il problema degli esodati", insiste Damiano. Questa novità annunciata dal ministro, conclude, "apre comunque la strada ad una significativa revisione del sistema previdenziale, e questo è un fatto positivo. Chiediamo al Governo un tempestivo confronto con il Parlamento".

Susanna Camusso, tutele per tutti i lavori compresi i precari

«In Italia non abbiamo mai avuto degli ammortizzatori sociali universali. Il mondo dei giovani e del lavoro precario non ha mai avuto uno strumento di sostegno e di continuità del reddito, e alla fine si è dovuto inventare una cosa come la Cig in deroga, senza contribuzione da parte dei lavoratori e delle imprese. Il tema è quello dell'universalità dei diritti».

Segretario Camusso, in concreto, che significa un sistema di ammortizzatori «universale» per la Cgil?
«Chiamatelo come vi pare. La radice del problema è dare diritti ai lavoratori qualunque sia il settore e la modalità con cui lavorano. Il primo livello è un sistema di Cassa integrazione per tutte le dimensioni di impresa, con la stessa contribuzione, che risponda alle ristrutturazioni aziendali, alle crisi e alle fermate temporanee. Poi, serve un sostegno al reddito durante la disoccupazione».

Ma non ci sono l'«Aspi» e la «Miniaspi» introdotte dalla riforma Fornero?
«Non hanno affatto risolto il problema, hanno generato nuove differenze di trattamento, e con le attuali regole nessun precario potrebbe mai accedervi. Occorre uno strumento che interviene a favore di chiunque perda il lavoro, anche se questo lavoro è precario, o finto autonomo, come tante partite Iva o gli "associati in partecipazione". Un sostegno tangibile, che duri quanto serve: certo non per soli 4, 6 o 8 mesi».

Come si finanzierebbe questa «disoccupazione universale»?
«Intanto, in tutto il mondo imprese e lavoratori contribuiscono al finanziamento del sistema di disoccupazione. Poi si può pensare che una volta creato un sistema universale di Cig, le risorse che oggi alimentano la cassa in deroga possano essere dirottate sul sostegno alla disoccupazione dei lavoratori precari. E in ogni caso bisogna evitare dispersioni: il ministro Giovannini vuole sviluppare i fondi bilaterali previsti dalla riforma Fornero, ma è un errore. Perché ancora una volta si accrescono le diseguaglianze tra i lavoratori, e finirà che bisognerà aggiungere altre risorse».

Questo sostegno alla disoccupazione dev'essere uguale per tutti?
«Noi diciamo che serve uno strumento universale, certamente correlato con il reddito precedente. Ma deve riguardare tutti i lavoratori che hanno lavorato e perso un impiego, e dev'essere accessibile a tutti, qualunque sia la forma contrattuale, l'età, o il reddito precedente. Uno strumento che permetta di accompagnare verso una nuova occupazione: dunque, sostenuto da formazione e centri per l'impiego. Tra l'altro, uno strumento universale così concepito potrebbe consentire di far emergere anche molto lavoro nero dal mondo del sommerso. E in generale, bisognerebbe superare il sistema Inps della "gestione separata" per i lavori considerati di serie B: certi diritti, come la maternità, la previdenza o appunto il sostegno in caso di disoccupazione devono riguardare tutti i lavoratori».

Camusso, servono molte risorse aggiuntive per alimentare il sistema da voi proposto. Quanto? Dove reperirle?
«Intanto, si può usare una parte consistente dei fondi per la formazione professionale. Mi chiede quanto occorre per fare una cosa decente e che non sia una presa in giro? Considerando che abbiamo speso quasi 3 miliardi ogni anno per la Cig in deroga, sono necessari 7-8 miliardi l'anno. Dopodiché puoi anche partire gradualmente, in progressione».

Il Pd e Matteo Renzi sembrano intenzionati a costruire il loro «Jobs Ad» partendo dall'estensione degli ammortizzatori sociali, anziché dall'articolo 18. È un segnale che vi piace?

«Intanto, mi sembra positivo che la segreteria del Pd dica che bisogna partire da una proposta sul lavoro come priorità del Paese. Bene, anche, che si sia colto che i due temi prioritari siano il rapporto giovani precarietà nella chiave dell'universalità dei diritti da una parte, e il legame tra ammortizzatori sociali e processi di formazione dall'altro. Poi, come sempre, indicare i titoli è semplice, mentre le tecnicalità sono complicate e possono nascondere molte insidie. Dobbiamo discutere nel merito, quando la proposta sarà varata. Ma l'approccio di Renzi è quello giusto».

Telecolor: cassa integrazione per diciotto lavoratori

http://catania.livesicilia.it
Telecolor: cassa integrazione per diciotto dipendenti. “Una soluzione temporanea” secondo i sindacati che hanno portato a termine la trattativa, che in origine riguardava ventinove lavoratori. Per capire cosa è successo bisogna fare un passo indietro. Fino a pochi giorni fa si paventavano ventinove licenziamenti in tronco, poi qualcosa è cambiato: tre dipendenti si sarebbero sganciati dalla vertenza, mettendo in piedi una trattativa privata con l’azienda. Diverso il caso degli otto amministrativi che hanno visto modificare il loro contratto, passando dal tempo pieno al part-time. La sorte degli altri diciotto si è decisa venerdì scorso all’ufficio provinciale del lavoro: cassa integrazione in deroga, un risultato da monitorare in attesa “di una ripresa del settore”. Complice la crisi, però, la ripresa sembra lontana.

“Al termine dell'incontro si è stabilito di evitare i licenziamenti e accedere alla cassa integrazione in deroga”, spiegano Davide Foti della Slc-Cgil e Antonio D'Amico della Fistel-Cisl. “Una soluzione temporanea nella speranza di un rilancio del settore delle emittenti private fortemente colpito da una crisi senza precedenti, con conseguente ripresa delle normali attività lavorative”, aggiungono i sindacalisti.

06 gennaio 2014

Bulgaria e Romania. Fine delle restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori

Dal 1 gennaio 2014 anche i cittadini bulgari e rumeni possono esercitare pienamente il loro diritto a lavorare in tutti i paesi dell'UE senza permesso di lavoro, né altre condizioni speciali. Sono così cessate le ultime restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori che hanno accompagnato il processo di allargamento dell'Unione europea, nel 2004 e nel 2007, mentre restano in vigore quelle per la Croazia, che ha aderito all'Ue soltanto il 1 luglio 2013.

Bulgaria e Romania sono entrate nell’Unione Europea il primo gennaio del 2007: il loro trattato di adesione prevedeva un periodo transitorio di 7 anni durante il quale sarebbero rimaste valide una serie di restrizioni alla libera circolazione delle persone finalizzata alla ricerca di un’occupazione. La misura era stata voluta da alcuni paesi europei, specie Regno Unito, Francia e Germania, che temevano grandi trasferimenti di cittadini bulgari e romeni nel loro territorio. Ma in realtà, i cittadini bulgari e rumeni erano già liberi di lavorare senza restrizioni in 19 paesi, tra cui l'Italia, che avevano deciso di rinunciare all'applicazione di misure transitorie prima della loro scadenza ultima, stabilita appunto al 31 dicembre 2013. Come risultato, già oltre 3 milioni di persone provenienti da Bulgaria e Romania vivono e lavorano in altri Stati membri ed è improbabile che la cessazione delle ultime restrizioni porti ad un aumento importante.

La libera circolazione delle persone non soltanto è stato, ed è, uno dei pilastri dell'integrazione europea. Con oltre 14 milioni di cittadini europei che studiano, lavorano o vanno in pensione in un altro Stato membro, questo è anche uno dei diritti più praticati dagli europei, e che la gente associa più facilmente al concetto stesso di cittadinanza europea.

La fine delle restrizioni per i lavoratori bulgari e rumeni arriva purtroppo in un momento di alta disoccupazione e di politiche di austerità che rendono difficile in molti paesi europei l'accettazione di una maggiore mobilità delle persone. In questa situazione, i cittadini migranti sono spesso un bersaglio facile: a volte sono descritti come un pericolo che toglie il lavoro alla gente del posto, altre volte, al contrario, come profittatori dei regimi di prestazioni sociali.

La tensione è particolarmente alta in questo periodo nel Regno Unito, dove il primo ministro Cameron sta apertamente attaccando le politiche migratorie dell'Ue (vedi articolo su Euractiv). E il Commissario europeo László risponde furioso che in questo modo il Regno rischia di fare la figura dell'ultimo della classe.

Il Guardian racconta come nel Regno Unito la discussione politica sul tema dell’abolizione delle restrizioni sia diventata subito molto accesa. Le resistenze sono arrivate da esponenti di tutti i partiti politici, specialmente dai conservatori. Martedì 31 dicembre Philippa Roe, un membro del consiglio cittadino di Westminster, suddivisione amministrativa di Londra, ha accusato i rom della capitale di essere i responsabili di atti di vandalismo e microcriminalità: con l’arrivo di altri cittadini da Romania e Bulgaria, Roe ha spiegato che potrebbe essere necessario un aumento delle tasse cittadine, a meno che il governo di Londra non assista finanziariamente le amministrazioni locali. Il quotidiano britannico Daily Telegraph ha scritto che i governi di Bulgaria e Romania starebbero concedendo da tempo passaporti bulgari e romeni a cittadini di paesi che non fanno parte dell’Ue, come Moldavia e Macedonia: in modo che con le nuove regole in vigore dal primo gennaio 2014 possano lavorare anch’essi liberamente nei paesi dell’Ue.

Nonostante il dibattito pubblico e le preoccupazioni dei diversi partiti britannici, gli esperti non prevedono per ora alcun aumento significativo dei flussi migratori da Bulgaria e Romania. Il professor John Salt, dell’unità di studio delle migrazioni dello University College di Londra, ha detto al Guardian che le prenotazioni aeree per il nuovo anno dai due paesi verso il Regno Unito sono diminuite rispetto allo scorso anno, e nessuna compagnia aerea ha finora aumentato il numero dei voli su queste tratte. Tendenze simili sono state registrate anche per gli altri paesi UE, come fa notare il quotidiano francese Le Monde.

Asati valuta i danni della cessione di Tim Brasil ...

In riferimento alle recenti notizie di stampa circa una eventuale vendita di Tim Brasil, l’Ufficio studi di Asati ha effettuato una simulazione sulle conseguenze per Telecom Italia di una potenziale vendita di cui riportiamo di seguito la sintesi.

Il potenziale del Brasile: tassi di crescita elevati, Pil pro-capite ancora basso rispetto alle economie avanzate ma in espansione, debito pubblico al di sotto al 50% e in sensibile calo, popolazione di oltre 198 milioni di persone con tasso di fecondità più alto della media, presenza di 263 milioni di linee mobili, mercato dati e servizi a valore aggiunto, quasi interamente da sviluppare.

Quanto può crescere Tim Brasil: uno studio che mette in relazione il Pil pro-capite e L'ARPU in 15 Paesi significativi mostra che l’elasticità della domanda rispetto al reddito è superiore a 1 e pari a 1.74 (per ogni aumento dell’1% del Pil, l’ARPU aumenta di 1.74%). L’Arpu medio del Brasile è leggermente sotto la media in relazione al Pil.

Considerando l’utile netto medio, la crescita in base al Pil, l’elasticità della domanda, le sinergie e l’ottimizzazione dei costi, il tasso di attualizzazione, senza considerare il premio per il controllo, e quindi non applicando il metodo dei multipli di mercato, proprio per i motivi sopra esposti, il valore minimo di valutazione per una potenziale vendita non può essere inferiore ai 15 miliardi di euro.

Anche in questo scenario, tuttavia, tenendo presente l’effetto delle tasse sulla vendita e facendo un piano di sostenibilità per TI, senza il Brasile, nel periodo 2014-2018, anche con una ipotesi conservativa su Ebitda di piano, il rapporto debito su Ebitda al 2018 salirebbe addirittura di oltre il 10% rispetto a quello attuale con Tim Brasil (ben diverso da 2.1 come annunciato a fine 2016 nell’attuale piano triennale 2014-2016), con la conseguenza di ridurre TI alla dimensione di un operatore locale regionale senza nessun appeal per nuovi investitori disposti ad aumenti di capitale per finanziare nuovi investimenti.

La vendita, tra l’altro, non porterebbe alcun beneficio agli azionisti in quanto, al di là di brevi fuochi di artificio dovuti a effetti speculativi, il titolo ritornerebbe ai valori medi degli ultimi tre mesi se non peggiori.

Infine, risulta incomprensibile il silenzio assordante del Governo sulle vicende di TI, che non prendendo posizione favorisce gli interessi di Telefonica, e quindi potenzialmente l’eventuale vendita della partecipata brasiliana, aprendo così successivamente la strada alla fusione di TI con TE, agevolando nel contempo gli interessi di alcuni soggetti anche politici, con il risultato finale di ridurre TI a una piccola divisione di Teléfonica con la perdita inevitabile di diverse migliaia di posti di lavoro diretti e altrettanti nell’indotto manifatturiero.

Almeno questi aspetti dovrebbero interessare un Governo che assicura di essere attento allo sviluppo industriale, ma trascura il destino di una delle più grandi aziende del Paese, pensando che il problema possa essere risolto con i pareri “mirati” di commissioni di esperti (vedi commissione Caio e company). Ciò fa supporre che siano all’opera interessi personali, nemmeno tanto oscuri, legati al giro di incarichi prestigiosi che, in sede europea, seguiranno alle elezioni del 25 maggio e ai quali sono interessate personalità del Governo stesso alla ricerca di appoggi da parte della Spagna, nonché di altri importanti soggetti politici che vogliono replicare in Italia il modello delle sinergie tra TLC e Televisione oggi in attuazione in Spagna.

Fiduciosi nell’attività perseverante e continua della Consob, che ha chiesto sia a TI sia alla stessa TE di rispondere su possibili offerte di Tim Brasil, aspettiamo inoltre la conclusione delle indagini sulla svendita dell’Argentina, sul convertendo e su eventuali segnalazioni di potenziale conflitto di interessi svoltesi anche nelle votazioni nell’assemblea del 20 dicembre scorso, soprattutto su azionisti privilegiati favoriti dalla sottoscrizione notturna dello scorso 7 novembre del convertendo.
di Mauro Introzzi

Quando è legittimo licenziare il lavoratore appartenente alle categorie protette

di Licia Albertazzi
  Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 28426 del 19 Dicembre 2013. E' legittimo licenziare un lavoratore appartenente alle categorie protette, motivando l'atto in una sopravvenuta inutilità aziendale del soggetto rispetto alle mansioni in precedenza svolte? Nel caso in oggetto un'orfana di guerra, rientrante tra le categorie protette dall'ordinamento, veniva assunta da un'azienda che, a suo dire, la adibiva a mansioni non compatibili con il suo stato di salute; e che, a seguito di emissione di certificato di inidoneità medica, le erano state assegnate nel tempo mansioni sempre minori, sino a giungere al licenziamento impugnato, ritenuto dalla stessa illegittimo poiché adottato in violazione della riserva ex legge 68/1999 e comunque intimato in un periodo di malattia.
Sia in primo che in secondo grado di giudizio il giudice del merito confermava l'efficacia del licenziamento a partire dal termine del periodo di malattia. Avverso tale sentenza l'interessata propone ricorso in Cassazione.
La Suprema Corte interpreta la portata normativa dell'art. 10 della legge sopra citata, la quale prevede che è possibile procedere al licenziamento dei lavoratori appartenenti alle categorie protette per riduzione del personale o per giustificato motivo oggettivo, sempre che il numero dei dipendenti abili rimasti sia inferiore alla quota di riserva prevista dalla medesima normativa. Tuttavia, nel caso di specie, i motivi che hanno spinto l'azienda a licenziare la ricorrente esulano da queste circostanze, essendo invece strettamente collegate alla sua inabilità fisica alle mansioni richieste. Dalle risultanze di causa è emerso che "la prestazione parziale e frammentata che (la ricorrente) era in grado di offrire non poteva essere utilmente impiegata in azienda". Né era possibile procedere ad una ricollocazione della risorsa. Il licenziamento intimato per tale causa, considerata un giusto motivo oggettivo, è dunque esente da vizi; né può la Corte di legittimità sindacare le scelte operate dal giudice del merito ove, come in questo caso, le sue motivazioni siano valide e ragionevoli.

Mtv costa tanto e produce poco. 37 i dipendenti licenziati

Sono 37 i dipendenti licenziati da Mtv nel 2013, un numero esorbitante se si considera che il rapporto con quelli mantenuti in servizio è maggiore di 1 a 3, e senza neanche prendere in considerazione gli innumerevoli contratti a termine lasciati scadere e non più rinnovati. Aggiungendo poi lo spegnimento dei canali compresi tra il 108 e il 121 sulla piattaforma Sky risulta chiara la difficoltà in cui versa il leggendario canale di musica statunitense, che da più di 30 anni domina il panorama internazionale.
I motivi sono molteplici: in primo luogo, la perdita di importanza dei cosiddetti "videoclip" in televisione ha influito non poco sulla scelta di sostanziale modifica dei palinsesti degli ultimi anni, dirottati sempre più verso la messa in onda di programmi e serie tv che poco o niente hanno a che fare con la musica. Inoltre, è aumentato a dismisura il numero di reti alternative che puntano al medesimo target ma con offerte più mirate rispetto alla Music Television, molto più generalista e per questo sempre meno capace di fare affidamento su rendite di posizione.

L'ultimo problema è anche il più difficile da affrontare e segna probabilmente la fine dell'era di primato della nota azienda americana: i dati Auditel parlano chiaro, Mtv costa quanto una rete generalista ma fa risultati di nicchia. In poche parole, Mtv costa tanto e produce poco.

7 GENNAIO 2014 : SCIOPERO TELECONTACT

Giorno 7.01.2014 Sciopero Nazionale TELECONTACT indetto da Slc-CGIL, Fistel e Uilcom. Risposte sconcertanti o meglio mancate risposte sull'applicazione della timbratura in postazione, mancata applicazione degli accordi di II Livello (Job rotation cioe rotazione di tutti gli opertori sulle varie attività, comunicazione con un mese di anticipo sulle modalita di recupero dei minuti prestati in eccesso con l'avvio della timbratura in postazione, pausa dei 10 sec tra una chiamata e l"altra,). Questi e tanti altri problemi gia affrontati in precedenza come quello delle Ferie, o da affrontare quello dei turni, della matrice unica con gli altri site, dei controlli a distanza e dei "colloqui gestionali" ed ultimo quello della fuga di notizie circa il mancato rinnovo della commessa CONSIP che interessa centinaia di lavoratori TCC ci spingono a chiedere con forza sacrifici a tutti i lavoratori sperando di ottenere risposte e ripristinare delle corrette relazioni sindacali che rispettino il lavoro di ognuno di Noi.
 RSU SLC CGIL

 Mariano Astorino e Francesco Biamonte.

Susanna Camusso: con le proposte di Renzi non si crea lavoro

"Quantifichiamo in un miliardo e mezzo la cifra necessaria per cominciare a creare qualche centinaio di migliaia di posti di lavoro che abbiano però una finalità e un progetto preciso", dice la leader della Cgil, Susanna Camusso, a ‘In Mezz'ora’ su Raitre. "La nostra idea è che il Paese deve cominciare a investire su se stesso". Tra le opportunità "concrete", un "piano di emergenza" per la Terra dei fuochi e progetti legati all'opportunità  Expo 2015.
Per Susanna Camusso "bisogna uscire da questa paura che se si crea direttamente lavoro ci sarebbe un pubblico che invade l'economia". Il segretario generale della Cgil lo sottolinea più volte: "L'obiezione che viene sempre fatta è che si crea lavoro è un costo e non ce lo possiamo permettere. Bisogna invece  cominciare a ragionare sul fatto che è un investimento che determinerà delle risorse, perché un grande costo per il paese è la disoccupazione e non creare lavoro quindi reddito, consumi e la possibilità di pagamento delle tasse".
Circa la Terra dei fuochi, dice Camusso, serve un "piano di emergenza", che vuol dire anche "lavoro concreto, tempi, tecnologia per farlo": per la leader della Cgil "investire sul territorio e un fattore ambientale è una ricchezza per il Paese".
Più in generale, nel dibattito su nuovi possibili interventi di riforma del mercato del lavoro, Susanna Camusso avverte che "si moltiplicano le forme contrattuali ma non si diminuisce la precarietà": oggi invece "serve una scelta che inverta la tendenza, dopo aver prodotto troppa precarietà  dobbiamo muoverci facendo in modo che i rapporti di lavoro divengano progressivamente stabili".
Bisogna superare un sistema contrattuale improntato a una "pluralità delle forme, e con tante forme precarie che vengono preferite perché costano molto meno".
Bene le proposte che vanno nella direzione di una riforma del sistema degli ammortizzatori sociali per introdurre uno strumento universale che permetta di superare il dualismo tra garantiti e precari: "Finalmente. L'universalità degli ammortizzatori è un nostro slogan da tempo infinito. Credo che sia la ragion d'essere dello stesso termine ammortizzatori sociali: devono avere la caratteristica di essere universali". Servirebbero 30 miliardi, come ha indicato l'ex ministro Elsa Fornero? "E' una cifra che non ha particolare ragione, se pensiamo all'investimento sulla Cig in deroga che abbiamo fatto in questi ultimi anni siamo intorno ai 3 miliardi".
Fiat ha avuto più coraggio del sindacato? Nel cogliere le opportunità dell'operazione Chrysler "non c'è dubbio che abbia avuto uno straordinario coraggio", risponde la leader della Cgil. "Dopodiché - aggiunge - su quello che succederà nel mercato europeo e per la produzione italiana ci sono ancora molti punti di domanda"; se ci sarà un rilancio della produzione italiana e del marchio Alfa Romeo, ed un miglior posizionamento sul mercato europeo, dice Camusso, Fiat "avrebbe vinto una straordinaria scommessa, ma è una parte ancora tutta da vedere anche sul piano della solidità finanziaria del gruppo". Intanto Fiat "in Italia ha fatto una scelta di ridimensionamento, come grande parte dell'industria italiana".
"Credo che ieri il segretario del Pd abbia proprio sbagliato. Del Rio ha usato il termine supponenza". Camusso parla così della battuta di Matteo Renzi e delle dimissioni di Stefano Fassina. Il segretario di un partito, dice, dovrebbe "rappresentare l'insieme e non le divisioni", "lavorare per unire non per dividere".







Telefonica “No cordata costituita su Tim Brasil”

La spagnola Telefonica, principale azionista di Telco, controllante di Telecom Italia, “non commenta” le ipotesi secondo le quali starebbe studiando una cordata per acquisire Tim Brasil, concorrente in Sud America. Lo si legge in una nota emessa poco prima dell’avvio di Borsa in seguito alla richiesta dei giorni scorsi della Consob.
Nella nota emessa dopo le ipotesi che stesse studiando una cordata su Tim Brasil, Telefonica smentisce di far parte di un gruppo già costituito per l’acquisto e “non ha alcun dettaglio” su un simile veicolo da fornire al pubblico. Il gruppo spagnolo ribadisce in più punti la sua politica di non commentare le ipotesi di stampa.


Bonus Bebè 2014

Via libera al nuovo fondo per il bonus bebè: a prevederlo un emendamento del governo alla legge di stabilità che istituisce per il 2014 un fondo per i nuovi nati presso la Presidenza del Consiglio in cui confluiranno i circa 22 milioni di euro residui del precedente 'Fondo di credito per i nuovi nati'. In particolare, il bonus bebè prevede che in cambio della rinuncia totale o parziale del congedo parentale, la mamma (unica beneficiaria) può ottenere un voucher per l’abbattimento della retta del nido o la possibilità di acquistare servizi di babysitting.
Il Fondo per i nuovi nati permette alle famiglie di chiedere un prestito fino a 5mila euro, da restituire in 5 anni. L'accordo tra ABI (Associazione Bancaria Italiana) e Governo è stato infatti prolungato fino al 2014 e prevede un accesso agevolato al credito per le famiglie con nuovi nati o adottati nel 2012, 2013 e 2014.
L'intesa stipulata, prevede che Banche e finanziatori concedano prestiti con tassi d'interesse ridotti, ad un TAEG (tasso annuo, effettivo e globale) inferiore di almeno il 50% al TEGM (tasso effettivo, globale, medio). La domanda può essere presentata fino al 30 giugno dell'anno successivo alla nascita e all'adozione e bisogna compilare l'apposito modulo direttamente presso le banche aderenti.
E' possibile richiedere un solo finanziamento per ogni bambino nato o adottato, mentre in caso di potestà su più di un minore si possono effettuare più richieste.






Tasi, Tari, Imu 2014. Aliquote. Chi deve pagare

La tassazione sulla casa è caratterizzata dalla nuova imposta unica comunale, la Iuc che a sua volta è divisa in tre parti. Abbiamo l'Imu sulla parte patrimoniale, la Tasi sui servizi indivisibili e la Tari sulla raccolta dei rifiuti.
Per pagare questa tassa riceveremo direttamente a casa un bollettino predisposto dai comuni e suddiviso in quattro rate: entro il giorno 16 dei mesi di gennaio, aprile, agosto e dicembre.
All'interno del bollettino troveremo tre importi, uno per ogni componente del prelievo.

IMU
Saranno esenti le abitazioni principali con eccezione delle categorie A/1, A//, A/9. Esenti anche terreni agricoli e (probabilmente) i fabbricati rurali.

TASI
La tassa si paga sia sulla prima che sulla seconda casa da parte del proprietario dell’immobile ma anche dall’inquilino (che usa i servizi comunali) che dovrà versare una quota fra il 10 e il 30% della Tasi.
L'aliquota è pari all'1 per mille con tetto massimo, solo per il 2014 del 2,5 sulla prima casa. La somma dell'imposta municipale e il tributo sui servizi non potrà superare il tetto massimo previsto per l'Imu, il 10,6 per mille sugli immobili diversi dall'abitazione principale.
I vari comuni potranno prevedere riduzioni ed esenzioni nel caso di: abitazioni con un unico occupante; abitazioni tenute a disposizione per uso stagionale o ad altro uso limitato e discontinuo; locali diversi dalle abitazioni ed aree scoperte adibite ad uso stagionale o ad uso non continuativo o ricorrente; abitazioni occupate da soggetti che risiedono o abbiano la dimora per più di sei mesi l'anno all'estero; fabbricati rurali ad uso abitativo; superfici eccedenti il normale rapporto tra produzione di rifiuti e superficie stessa.

TARI
Il tributo commisurato ai metri quadrati è dovuto da chiunque produca rifiuti urbani nella misura dei quantitativi e delle tipologie dei prodotti misurabile anche in relazione al possesso e alla detenzione a qualsiasi titolo di locali o aree scoperte suscettibili di produrre rifiuti urbani.
A non pagare la Tari sono le aree scoperte pertinenziali o accessorie non operative (giardini condominiali, cortili, ecc) e le parti comuni dell’edificio non detenute o occupate in via esclusiva (ad esempio, tetti e lastrici solari, scale, aree destinate al parcheggio). Inoltre la Tari non è dovuta sui terreni agricoli, ma solo sui fabbricati strumentali.
Anche per la Tari spetta ai singoli Comuni decidere su eventuali ipotesi di riduzioni tariffarie ad esempio, abitazioni con unico occupante, abitazioni tenute a disposizione per uso limitato, fabbricati rurali a uso abitativo.
Attenzione: la componente sui rifiuti per il 2014 non potrà superare quella del 2013 e sarà ridotta di un 10% nel 2015 e di un ulteriore 10% nel 2016.


03 gennaio 2014

Pensioni, esodati: solo un assegno su tre liquidato.

Pensioni, esodati: solo un assegno su tre liquidato. Tutti i numeri. Secondo l’Inps, ad oggi di assegni previdenziali erogati in favore dei cosiddetti esodati ne sono stati erogati 27 mila su 80 mila richieste con i requisiti in ordine: il monitoraggio riguardava i primi tre interventi di salvaguardia per un platea complessiva di 130 mila da salvaguardare. Si evince che solo un terzo degli aventi diritto (cioè poter andare in pensione con le regole del 2011 in deroga alla legge Fornero) ha incassato l’assegno; si capisce che stime e e previsioni siano state fatte precipitosamente visto che mancano all’appello buone 50 mila richieste. Per esempio, dei 40 mila stimati nella seconda tranche di salvaguardia dei lavoratori in mobilità, ammessi alla fine sono stati poco più di 5 mila.
Ma perché sono stati liquidati così pochi assegni? Risponde il direttore generale dell’Inps Mauro Nori: “La differenza maggiore tra diritto certificato ed erogazione della pensione l’abbiamo sui lavoratori in mobilità. In molti casi queste persone resteranno ancora per anni con il sussidio previsto e la pensione scatterà solo dopo. Quindi anche se hanno il diritto certificato, l’assegno non poteva essere già messo in liquidazione”. Significa che la questione esodati durerà ancora a lungo, conclude Enrico Marro del Corriere della Sera.
Del resto, ai 130 mila potenziali beneficiari delle prime tre salvaguardie ne vanno aggiunti 9 mila della quarta decisa lo scorso agosto, che potranno presentare domanda fino al 26 febbraio 2014, e altri 17 mila previsti dalla legge di Stabilità, per un totale che supera le 156 mila unità. Con un costo davvero pesante: circa 11 miliardi e mezzo in nove anni, dal 2012 al 2020, che dovranno essere spesi per pagare pensioni che altrimenti (applicando i requisiti dalla riforma Fornero) non si sarebbero pagate. E che la storia degli esodati si esaurisca con la quinta salvaguardia è davvero improbabile.


Telecom: comunicato stampa di Michele Azzola(Segretario Nazionale Slc Cgil) su Tim Brasil

“Se le notizie riportate dalla stampa risultassero fondate si starebbe realizzando quanto la CGIL denuncia da mesi – dichiara Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil. La vendita di Tim Brasil rappresenterebbe un ulteriore passaggio per “impoverire” Telecom Italia e creare le condizioni per permettere agli spagnoli di incorporarla in Telefonica, facendo sparire la quarta impresa nazionale. Ci sarebbe anche l’ulteriore “sgarbo” alle istituzioni italiane cui a più riprese è stato raccontato che il Brasile era strategico per gli interessi dell’azienda italiana.”

“Mentre Renzi e Letta continuano a interrogarsi su quale sia il momento migliore per cambiare le regole sull’Opa, che hanno consentito agli spagnoli di appropriarsi di Telecom Italia con un investimento risibile e peraltro non ancora realizzato, Telefonica procede sulla sua strada come ampiamente previsto dalle denunce avanzate dal sindacato nei mesi scorsi.”

“Se la nuova politica continua a ripetere gli errori della vecchia – prosegue il sindacalista – le speranze di un cambiamento per il Paese sono veramente scarse. Renzi non può continuare a fingere di non vedere cosa sta accadendo al settore delle Tlc: lo scenario che si prospetta è che l’Italia sia il primo Paese europeo a perdere l’operatore telefonico di riferimento, con pesantissime ripercussioni sull’intera possibilità di sviluppare la banda larga.”

“Nessuno può immaginare che gli investimenti e le innovazioni si realizzeranno a carico di Telefonica, operatore gravato da ingentissimi debiti e con un interesse ad investire nel nostro Paese pari allo zero.”

“Se Renzi pensa di attivare la “moral suasion” deve dichiarare in che direzione vuole sviluppare il settore nel nostro Paese e come si realizzeranno gli ingenti investimenti necessari, con quella trasparenza e partecipazione che a parole invoca ma che nei fatti non trova ad oggi riscontri.”

“Non vorremmo – conclude Azzola – che, dopo la infelice privatizzazione e le cordate per il controllo dell’azienda che l’hanno depredata e impoverita, fosse un altro governo di centro sinistra ad assumersi la responsabilità di accondiscendere alla fine di Telecom Italia.”