17 gennaio 2014

Infocontact: il mancato rinnovo della commessa WIND comincia a mietere le sue vittime.

Slc Cgil Calabria
 Sono circa 110 le lavoratrici ed i lavoratori con contratto a tempo determinato o in somministrazione, che fino al 31 gennaio si ritroveranno senza lavoro. Il mancato rinnovo della commessa WIND ad Infocontact comincia già a mietere le sue vittime ed a pagarne le spese sono i lavoratori più deboli, coloro che hanno un contratto precario. Considerando l’esubero di 272 unità, dovuto alla perdita della più importante commessa per il sito produttivo di S.Pietro Lametino, l’azienda Infocontact già a partire dall’inizio del nuovo anno non sta rinnovando i contratti dei lavoratori a tempo determinato ed interinali in forza in azienda.
E se da un lato gli strumenti di legge a disposizione, e il confronto proficuo con Wind a livello nazionale, forniscono un minimo di speranza per i lavoratori con contratto a tempo indeterminato, quantomeno nella limitazione dei danni, le precarie condizioni contrattuali di oltre 100 dipendenti, tra lavoratrici e lavoratori, non permettono di poter intervenire alla salvaguardia della professionalità e delle competenze acquisite da questi dipendenti.
La Slc Cgil Calabria si è impegnata fin da subito, in sinergia con il patronato INCA, per garantire un fattivo sostegno a questi lavoratori, andando ad individuare, attraverso gli strumenti che la legge offre, la migliore condizione di tutela e di sostegno al reddito (aspi, mini aspi, mobilità in deroga). Inoltre per i lavoratori in somministrazione attraverso la fattiva collaborazione con NIdiL-CGIL, la categoria che ha sottoscritto il contratto nazionale di lavoro per i lavoratori in somministrazione, stiamo individuando forme di sostegno al reddito aggiuntive, grazie anche agli enti bilaterali previsti da quel CCNL.
Ma la vera battaglia da mettere in campo dovrà essere quella del lavoro, con la consapevolezza che non sarà facile visto le condizioni contrattuali precarie degli oltre 100 lavoratori impattati, e soprattutto tenendo conto che ad oggi il mancato rinnovo della commessa Wind crea un esubero strutturale in Infocontact di 272 lavoratori a tempo indeterminato.
Pertanto, pur nelle difficili condizioni contingenti, come SLC CGIL metteremo in campo tutto quanto possibile per non lasciare soli questi lavoratori, coscienti delle difficoltà presenti nel settore e del contesto socio-economico del territorio, abbiamo già avviato una vertenza per rivendicare lavoro per questi lavoratori che negli anni hanno raggiunto elevate competenze e professionalità, contribuendo a raggiungere importanti traguardi e risultati per l’azienda Infocontact.
Nel corso di questi giorni abbiamo ricercato e trovato il consenso dei lavoratori impattati sulla nostra rivendicazione e concordato l’avvio della “vertenza lavoro” per coloro che già stanno pagando sulla loro pelle la crisi di Infocontact. E’ tempo quindi di accendere un faro su questi lavoratori che la legge ha relegato in condizioni di “serie B”, ma che per quanto ci riguarda hanno pari dignità e sicuramente meritano anche maggior attenzione, viste le condizioni contrattuali precarie scarsamente tutelate.



Telecom Italia: Comunicato Sindacale unitario su premi ed assegni di merito

COMUNICATO 
Anche quest’anno Telecom ha distribuito meritocratiche ed assegni di merito ai diversi livelli gerarchici dell’Azienda che, in molti casi, non sono nemmeno inclusi nella solidarietà.
I ”premiati” sono, spesso, le stesse figure che continuano ad interpretare a loro piacimento le politiche aziendali, continuando a garantire straordinari per intere giornate, a utilizzare la banca ore a proprio piacimento e continuando la gestione dell’o.d.l. senza rispettare ciò che è stato sottoscritto negli accordi del 27 di Marzo.
Mentre da un lato si chiedono sacrifici ai lavoratori, ormai da anni, con continue diminuzioni di salario - vedi nel caso del PDR - richiedendo maggiore “produttività” per salvare l’azienda, dall’altro si assiste alla spartizione di ingenti risorse economiche quasi sempre verso le solite persone.
Con le azioni di distribuzione unilaterale di salario si continuano a dare segnali distorti ed incomprensibili ai tanti lavoratori del Gruppo, evidenziando ancora una volta una forte contraddizione sulle scelte politiche attuate dai vertici aziendali e una ingestibile discriminazione salariale verso i lavoratori maggiormente coinvolti dalla grave crisi economica.
Ormai da tempo, come Sindacato, abbiamo espresso tutta la nostra contrarietà all’erogazione di salario non contrattato, soprattutto in contesti dove i lavoratori sono chiamati a duri sacrifici per rilanciare la propria azienda e superare la situazione delicata dovuta soprattutto alla crisi.
E’ chiaro che dopo queste cospicue elargizioni sarebbe poco comprensibile un rifiuto da parte aziendale a verificare come intervenire per evitare che la decurtazione dell’integrazione per i Contratti di Solidarietà decisa dal Governo ricada sui propri dipendenti.
Ancora una volta, come Organizzazioni Sindacali oltre ad evidenziare tutta la nostra contrarietà su queste scelte, confermiamo la disponibilità a volere aprire un confronto con Telecom per verificare l’ammontare delle risorse unilateralmente distribuite anche a fronte del raggiungimento degli obiettivi per il pagamento del P.d.R. a tutti i lavoratori.


16 gennaio 2014

Cda Telecom Italia, nessuna offerta per Tim Brasil. Tutto rimandato al 6 febbraio

Si è concluso, dopo sette ore, il Cda di Telecom Italia, che ha proceduto a un approfondito esame del business brasilano, con il supporto del Chief Executive Officer di TIM Participações, Rodrigo Abreu, che ha preso parte alla prima parte della riunione.
Il Consiglio ha deciso che per ogni eventuale operazione straordinaria riguardante le partecipazioni nelle società del gruppo Tim Brasil sarà definita una procedura ad hoc (in linea con quella per le operazioni con parti correlate), che verrà esaminata il 6 febbraio.
Come dichiarato dal consigliere Tarak Ben Ammar in uscita dalla riunione, la società ha quindi confermato di non aver allo studio "progetti, negoziazioni o offerte" su Tim Brasil.
Del resto, aveva affermato il consigliere tunisino, per convincere la società a cedere questo strategico asset "serve un'offerta che ci impedisca di dire no". "Se ci fosse qualche proposta studieremo il meccanismo più opportuno e trasparente per valutarla: faremo in modo che ci sia un comitato ad hoc".
Il Cda ha inoltre deciso di non procedere a cooptazione di nuovi Consiglieri, "considerata l'ormai imminente conclusione del suo mandato, confermando nel suo ruolo di Vice Presidente con funzioni vicarie Aldo Minucci" e di affidare il compito di effettuare un benchmarking della corporate governance della società a un gruppo di lavoro interno che presenterà gli esiti delle analisi nella riunione del prossimo 6 febbraio.
Nel corso del Cda è stato infine fatto il punto sulla situazione di TI Media e sul progetto d'integrazione tra Telecom Italia Media Broadcasting e Rete A (Gruppo L'Espresso), già comunicato in ottobre.
Sempre Tarak Ben Ammar, che in mattinata ha difeso Marco Patuano definendolo "un ottimo amministratore delegato", aveva anticipato, uscendo dalla riunione, che non ci sarebbe stata una modifica dello statuto.
Attualmente, il consiglio per i suoi quattro quinti fa capo alla lista di maggioranza. Gli azionisti di minoranza, Asati e Findim, avevano chiesto una riforma in senso proporzionale, così da avere anche loro un congruo numero di rappresentanti in consiglio (5, nel caso in cui il numero dei consiglieri fosse abbassato da 15 a 11, questa la linea di Asati). 
Telecom Italia, ha detto Ben Ammar, "...sta costruendo un progetto industriale. I numeri di quest'anno sono abbastanza interessanti e soprattutto stiamo cambiando la governance".
"Abbiamo un consiglio più stretto, non credo ci saranno altre cooptazioni" prima dell'assemblea di metà aprile, ha aggiunto
Quanto al titolo della società, che ha chiuso a +1,2%, dagli analisti di Nomura è arrivata la decisione di alzare il rating sul titolo Telecom Italia da reduce a neutral con prezzo obiettivo in ascesa da 0,60 a 0,90 euro. Per gli analisti di Jefferies il titolo merita il rating 'hold' con target a 74 centesimi.
Alessandra Talarico


Rai: Sindacati, i veri problemi della Rai sono appalti, organico e trasparenza

Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, Ugl Telecomunicazioni e Snater, nel corso degli ultimi anni hanno responsabilmente sottoscritto accordi per migliorare l’efficienza, ridurre gli sprechi, ripristinare selezioni e avanzamenti di carriera del personale con criteri di trasparenza  e per mettere sotto controllo l’utilizzo degli appalti.

A sette mesi dalla firma dell’accordo che doveva portare ad una regolazione del mercato del lavoro, ad un cambiamento generazionale mediante l’uscita volontaria del personale più anziano e l’assunzione di giovani. Oggi, la Rai, a fronte dell’uscita di 400 lavoratori (nella maggioranza maestranze fondamentali per il processo produttivo) non ha assunto un solo giovane attraverso  selezione pubblica di apprendisti. Questo, oltre a segnare un ritardo gravissimo nell’applicazione di un accordo tra le parti, sta mettendo in discussione la capacità produttiva interna, interi reparti dei centri di produzione e le sedi regionali sono ormai al collasso.

Se i TG e i programmi vanno ancora in onda è solo perché i lavoratori stanno lavorando con decine di ore di straordinario e saltando i riposi settimanali, questo per i sindacati, oltre a non rispondere alla normativa, sta mettendo a rischio( visti i compiti che le maestranze compiono) la sicurezza dei lavoratori.

Inoltre, l’uscita di specifiche professionalità sta portando molti attività ad essere   assegnate all’esterno, con un forte incremento  di appalti sostitutivi, nelle realtà storicamente di grande tradizione aziendale.

A preoccupare, oltretutto, il mancato confronto tra le parti proprio sul tema degli appalti. Scelta aziendale che, oltre a segnare il mancato rispetto degli accordi sottoscritti, La RAI non sia disponibile a fare chiarezza sui costi e  sulle aziende che sono impegnate in tali attività per conto del servizio pubblico radio televisivo.

Nell’ultimo rinnovo contrattuale si era sancito per la mobilità interna del personale di utilizzare il job posting, processo di pubblicazione dei posti e conseguente partecipazione trasparente dei dipendenti con tali caratteristiche professionali, il tentativo era quello di superare clientele e favoritismi, pratiche insopportabili per un servizio pubblico europeo, purtroppo ancora sotto le festività natalizie in alcuni settori si è proceduto con il vecchio metodo.

Questi avvenimenti sembrano riportare la Rai all’era Masi e Lei, periodi che sembravano conclusi con l’arrivo della nuova direzione generale ed a seguito delle iniziative di lotta dei lavoratori stufi della condizione in cui la politica ed i gruppi di potere stavano costringendo la Rai.

Se il periodo di cambiamento è terminato Slc, Fistel, Uilcom, Ugl Tlc e Snater non intendono subire il ritorno a tali pratiche. Si verificherà nei prossimi giorni se la direzione generale intende recuperare rapporti positivi con le parti sociali, in caso diverso si  riprenderà una forte iniziativa sindacale anche rivolta alle istituzioni per segnalare tutti gli elementi distorsivi presenti in azienda. Il sindacato non intende avallare processi di riduzione della capacita produttiva della Rai, e rinunciare alle professionalità che hanno fatto grande il servizio pubblico sia che questo si realizzi con esternalizzazioni evidenti o attraverso processi striscianti.


Le torri Telecom potrebbero fruttare un miliardo


Telecom Italia avvia il percorso per la valorizzazione delle 11mila torri che potrebbe fruttare circa 1 miliardo. Nelle ultime ore, secondo quanto si legge sul Messaggero, il gruppo avrebbe scelto Deutsche Bank come advisor per seguire l'operazione da realizzare entro l'anno. L'incarico alla banca tedesca rientra tra le informative che l'Ad Marco Patuano oggi fornirà al Cda.

Deutsche Bank inizierà presto il lavoro: la newco nella quale verranno conferite le antenne potrebbe avere un enterprise value di un miliardo, debiti compresi. Una volta chiuso il lavoro si potrà mandare l''informativa ai potenziali interessati: Abertis, Macquaire, Babcock e i francesi di Tdf.

Non è la prima volta che Telecom tenta la venita delle torri: ci aveva provato nel 2008 anche Franco Bernabè con un polo tra le antenne  di Tim, Wind e H3G. Il progetto si arenò poi per incompatibilità degli impianti e per le modalità di manutenzione.

Intanto Telecom Italia Book ha lanciato questa mattina una emissione di titoli obbligazionari a 7 anni da un miliardo che offrirà un rendimento di 300 punti base sul tasso del midswap. Le banche incaricate di gestire l'emissione sono Barclays, Credit Agricole, Goldman Sachs e Societé Generale. Gli altri bookrunner sono Bank of America Merrill Lynch, Hsbc, Ing e Natixis. Gli ordini per il nuovo bond, hanno già superato i 7 miliardi di euro.

Nomura alza il rating di Telecom Italia a neutral da underperform dopo una forte sottoperformance del titolo. Le azioni hanno recuperato dai minimi toccati nell'estate 2013, ma il suo enterprise value e' salito solo del 12,3% da settembre (rispetto ad una crescita del comparto dell'8,5%). Per Nomura, però, la performance avrebbe dovuto essere maggiore visto che Telecom Italia dovrebbe essere la diretta beneficiaria di un possibile processo di consolidamento nel settore. Gli esperti credono, comunque, che gli investitori siano riluttanti ad investire sull'azione visto che in passato l'azienda ha costantemente mancato le attese. I problemi strutturali rimangono in Italia ma, almeno, la situazione competitiva sta iniziando a cambiare. In particolare, Nomura nota che nel nostro paese sta emergendo un clima più costruttivo in termini di competizione sui prezzi, mentre per quanto riguarda il Brasile la valutazione passa da un multiplo Ev/Ebitda di 4,7 a 8 in un'ottica M&A.

Jefferies, invece, ha avviato la copertura su Telecom Italia con rating hold e prezzo obiettivo a 0,74 euro. "Crediamo che il 2014 sarà l'anno in cui TI affronterà definitivamente la questione dell'indebitamento", spiegano gli analisti, secondo cui "la logica schiacciante di una vendita di Tim Brasil dovrebbe alimentarsi da sola".

Ad ogni modo, nota Jefferies, su questa ipotesi il titolo ha già corso molto e a penalizzare l'azione resta "il rischio consistente sui risultati delle attività italiane". Secondo gli esperti, la pressione per la riduzione del debito resta alta e non sono esclusi ulteriori downgrade da parte delle agenzie di rating, con TI che "mancherà la sua guidance per un leverage di circa 2,1 volte entro il 2016, un target implicito per un ritorno all'investment grade".

Jefferies stima un dato a 2,3 volte. Gli analisti passano in rassegna tutte le opzioni per ridurre il debito, ma notano come lo spin-off della rete sia diventato ora una "separazione funzionale" e come una fusione con 3 sembri impossibile (e a loro giudizio sarebbe stata una "falsa pista"). Inoltre, un aumento di capitale "resta l'opzione nucleare, ma e' un tale anatema per Telco da essere considerato l'ultima spiaggia.

Quindi resta solo la cessione di Tim Brasil, che "contribuisce considerevolmente al de-leverage, cristallizza l'upside in un asset dove il mercato è in transizione verso un contesto economico e regolatorio più complesso, risponde direttamente alla direttiva del Cade per una soluzione strutturale per la quota indiretta di Telefonica in Tim Brasil. Parlare di asset core si dimostrerà vuota retorica quando emergerà un'offerta che possa risolvere il principale problema di TI". Il target price a 0,74 euro su Telecom è basato su "una valutazione break-up" della società. A 4,6 volte l'Ev/Ebitda 2014 il gruppo ex-Brasile scambierebbe a significativo sconto rispetto al settore (5,9 volte), ma dato il suo profilo di rischio (i ricavi e l'Ebitda sono visti in calo a un tasso composto medio annuo del 4% nel 2014-2016), le prospettive per il mercato italiano e il fatto che TI sarà ancora "sub-investment grade" e altamente indebitata, Jefferies non vede motivi "perché il mercato effettui un re-rating immediato sul titolo subito dopo" l'eventuale cessione dell'asset brasiliano.


Teatri e spettacoli, intervento di Giovanni Pistorio e Davide Foti

"Con l'istituzione del Fores, il Fondo per lo spettacolo regionale, è stato fatto un primo fondamentale passo per mettere ordine in un settore dove hanno avuto, anche in un recente passato, buon gioco discrezionalità e clientele.
Come abbiamo spesso denunciato, quasi sempre in Sicilia i contributi alle istituzioni culturali venivano assegnati, riducendoli o aumentandoli di anno in anno, in base al peso politico dei singoli territori od in virtù di chissà quali arcani meccanismi.

Spesso infatti è accaduto che il Fus, Fondo unico per lo spettacolo nazionale, le cui provvigioni vengono assegnate ai teatri di tutta Italia attraverso dei criteri ,ed in virtù del merito, ha finito con il premiare con una contribuzione maggiore rispetto all'anno precedente quei Teatri siciliani a cui la Regione aveva decurtato, irragionevolmente, in percentuali superiore agli altri teatri il proprio contributo.
Appunto per tali ragioni, sin dal 2012 (l'anno del grande sopruso per il nostro teatro), lanciammo da Catania tutta una serie di iniziative sindacali, spesso pubbliche, a favore dell'istituzione anche in Sicilia di un fondo per lo spettacolo regionale sull'esempio di quanto disposto in altre regioni d'Italia, quali la Lombardia e la Puglia.

Quando nel corso della primavera 2013 illustrammo questa nostra proposta all'allora neo assessore Stancheris (nel corso di un incontro all'Esa di Catania promosso dal deputato Concetta Raia), che si mostrò molto interessata all'idea, speravamo che la proposta potesse essere valutata positivamente ed oggi i fatti, grazie ad una interlocuzione attenta e puntuale, ci hanno dato ragione.
Adesso, con l'istituzione del Fores finalmente sono state gettate concretamente le basi per colmare tale vuoto e si sono creati i presupposti per sanare alcune ingiustizie di cui è stato fatto oggetto, nel corso della precedente legislatura, il teatro catanese.
Così anche la Sicilia, in tale materia, si è messa al passo con i tempi ed ha iniziato a gettare le basi per potere premiare la qualità ed il merito. Non bisogna ancora mollare la presa e occorre fare in modo che la dotazione prevista a favore del Fores, così come per l'erogazione di qualsiasi altro contributo ai Teatri , venga fissata su base triennale.

Infatti, sino a quando le risorse destinate ai teatri siciliani verranno assegnate di anno in anno, e ben che vada comunque sempre a fine anno per l'anno successivo, a dispetto die tempi fissati dalla programmazione, qualsiasi programma teatrale o musicale rischia di essere stravolto dai tagli con ripercussioni per gli addetti contrattualizzati, per l'utenza e per l'immagine della comunità di fronte a quel mondo che ancora continua a guardare alla cultura in quanto valore.
Grazie a questi ultimi segnali di attenzione del governo regionale , ed in particolare dell'assessore Stancheris, nei confronti delle nostre proposte politiche e che hanno trovato nel deputato Raia un interlocutore attento ed attivo, siamo fiduciosi che la tendenza possa essere invertita e guardiamo alle istituzioni con rinnovata fiducia".

Giovanni Pistorio, Segretario Confederale CGIL di Catania

Davide Foti, Segretario Provinciale SLC Cgil di Catania

14 gennaio 2014

Telecom: Comunicato sindacale unitario su mancato rifinanziamento all'80% CdS

La decisione del Governo di non rifinanziare all’80% l’integrazione dei Contratti di Solidarietà ha una forte incidenza sulla platea dei lavoratori di aziende come quelle del gruppo Telecom Italia, sia per numero di persone coinvolte che di incidenza sui salari degli stessi lavoratori. Abbiamo già avuto modo di esprimere la nostra totale contrarietà a questa scelta politica.
Nel prossimo incontro di Coordinamento previsto per il 22 gennaio porremo con forza all’azienda il tema di come si possa evitare che le lavoratrici ed i lavoratori del gruppo Telecom finiscano per avere una ulteriore diminuzione di salario
Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL


13 gennaio 2014

Sirti, salta il tavolo azienda-sindacati: via agli scioperi

Al via la protesta dei sindacati sulla vertenza Sirti, nel merito della quale venerdì il tavolo di confronto con l’azienda in Assolombarda si è concluso con un nulla di fatto. Da domani il primo sciopero e le prime assemblee del pacchetto di otto ore annunciato dai sindacati in tutti i siti sul territorio nazionale. 

“L'azienda – si legge in una nota congiunta dei sindacati - doveva dare una risposta circa il riconoscimento di 8 mensilità del premio di risultato 2012 e del PdR 2013, di contro le organizzazioni sindacali nell’ultimo incontro di dicembre si erano rese disponibili da una parte di chiudere il contenzioso legale aperto sul territorio con gli uffici vertenza, e dall’altro di aprire un tavolo di confronto per rivedere in tempi certi tutto l'impianto della contrattazione aziendale Sirti”.

Durante l’incontro la Sirti avrebbe rigettato le proposte del sindacato, sostenendo che “la condizione per poter onorare il Premio di risultato - si legge nel comunicato - è che i lavoratori rinuncino a parte delle indennità che oggi vengono loro riconosciute e di praticare tutte le forme di flessibilità necessarie per rispondere ai clienti. Per quanto riguarda i costi - sostengono i sindacati - la direzione aziendale ci ha fatto presente che nonostante l’incremento del proprio fatturato di circa 100 mln di euro, gli aumenti derivanti dal contratto nazionale e del eventuale ripristino delle quote pregresse Pdr, peserebbe per svariati milioni, e intaccherebbero il già delicato equilibrio di bilancio su cui versa la società”.

Rispetto agli addetti e all'utilizzo di subappalto, da Fim, Fiom, Uilm e Rsu sottolineano che ci sarebbero circa 400 lavoratori in rapporti di collaborazione, “che ricoprono ruoli e mansioni vacanti in azienda”, mentre sull’organico “alla scadenza dei contratti di solidarietà (maggio 2014) si ipotizza un esubero di 350 persone”.

“Abbiamo chiesto - prosegue la nota - chiarimenti rispetto alle voci che circolano relativamente alla cessione, spacchettamento di aree di business e attività, e più specificamente su rumors sulla cessione dell'area energia e trasporti”. Su questo dall’azienda non sarebbero arrivate conferme né smentite, “lasciando sul tavolo più di un dubbio e tutti i problemi del caso”.

“Nella pratica – denunciano da Fim, Fiom, Uilm ed Rsu - questa è un’azienda che lascia nell’incertezza i lavoratori, alcuni dei quali subiscono trasferimenti non concordati, procedure di mobilità che si aprono per agire in termini di ricatto, attività in subappalto, cattiva gestione degli accordi sugli ammortizzatori sociali. Qualora trovasse conferma la volontà di voler ridurre il perimetro aziendale attraverso la cessione di attività e contratti a partire da quelle che danno redditività alla Sirti, saranno adottate tutte le forme necessarie tese ad evitare lo smembramento di Sirti”.

Oltre alla convocazione del pacchetto di otto ore di sciopero, i sindacati chiedono un incontro urgenti all’Ad Stefano Lorenzi, e pensano all’apertura di una vertenza nazionale per il riconoscimento della quota del Pdr.

“La Sirti – conclude la nota dei sindacati - non può pensare di invocare ammortizzatori sociali e far ricorso al subappalto per recuperare marginalità ed eludere un confronto serio sulle possibili prospettive. Il management si decida ad indicare percorsi diversi e rilanci l'azienda con progetti e industriali chiari e determinati”.

Poste: Massimo Cestaro (Slc Cgil) su privatizzazione Poste

Nei giorni scorsi abbiamo appreso l’intenzione del Governo di cedere ai privati, entro l’anno, una quota di partecipazione in Poste Italiane di circa il 30-40%.
Occorre grande attenzione quando si avviano processi di privatizzazione anche in casi come questo dove comunque la parte pubblica rimarrebbe largamente maggioritaria: questo ha la sua importanza, assunta la peculiarità di “servizio pubblico” svolto da Poste. Tuttavia i dubbi si infittiscono se consideriamo almeno due dati. Il primo riguarda la qualità imprenditoriale di quei soggetti privati che si sono misurati con la privatizzazione di asset strategici per il sistema paese; il secondo attiene alla considerazione che il progetto di parziale privatizzazione di Poste sia ispirato – ancora una volta – alla necessità di “fare cassa” e non ad una visione strategica che, invece, questa azienda deve avere. Poiché abbiamo sotto gli occhi tutta intera la vicenda Telecom, sappiamo con quali criteri sia stata fatta la sua privatizzazione; sappiamo che il privato ha fatto infinitamente peggio di quanto non abbia fatto il pubblico; sappiamo che proprio questo Governo e questo Presidente del Consiglio siano rei di una colpevole latitanza (non sapremmo dire anche quanto disinteressata) su una vicenda che, con ogni probabilità, porterà all’impoverimento di una azienda che è stata all’avanguardia a livello mondiale. Sappiamo, cioè, che questo è un paese incapace non solo di sviluppare, ma nemmeno semplicemente di tutelare le proprie eccellenze e ciò per via di una combinazione micidiale tra una politica miope coi pensieri cortissimi e “grandi” imprenditori privati con mani lunghissime.

Poste Italiane, privatizzazione del 30-40%. Catricalà: “In Borsa entro l’anno”

Poste Italiane verrà in parte privatizzata e sarà quotata in Borsa entro il 2014: l’annuncio arriva dalvice ministro allo Sviluppo economico con delega alle telecomunicazioni, Antonio Catricalà, che precisa: “Passerà ai privati il 30-40% del gruppo e la maggioranza resterà allo Stato. Spetterà al ministero dell’Economia decidere come ripartire le quote. Ma per l’ex garante della concorrenza sarebbe “opportuno” un coinvolgimento dei dipendenti nella privatizzazione.
Catricalà avverte che “Poste Italiane è un asset di cui lo Stato non potrà assolutamente perdere il controllo. E’ stato importante decidere di non fare uno spezzatino. Si tratta di privatizzare una quota variabile dal 30 al 40%. Soprattutto è importante la scelta del Governo di non fare uno spezzatino cioè di non vendere un asset che avrebbe poi lasciato probabilmente scoperta qualche esigenza finanziaria. Con questo percorso, rimane l’azienda nella sua interezza con il controllo completo dello Stato, solo che una quota viene privatizzata e questo consentirà di iniziare quel percorso virtuoso di cui ha parlato il presidente Letta per la riduzione del debito Paese”.
La privatizzazione parziale di Poste Italiane rientra nel piano del governo Letta di “valorizzare” diverse società a partecipazione statale, come Fincantieri, Terna e Snam.

Slc Cgil su Testo Unico sulla Rappresentanza Confindustria – CGIL-CISL-UIL

L’accordo attuativo dell’intesa interconfederale del 31 Maggio 2013, sottoscritto venerdì scorso, è uno di quei passaggi determinanti che segnano la capacità del mondo del lavoro di dare risposte su temi sensibili e di assoluta rilevanza poiché riguardano i criteri di rappresentanza e di democrazia sindacale nei luoghi di lavoro, ma, soprattutto, perché sono – finalmente – norme applicative di principi Costituzionali.
La certificazione della effettiva rappresentanza sindacale e le norme contenute nell’accordo relative alla titolarità e all’efficacia degli accordi e dei contratti collettivi, segna una svolta e una fondamentale discontinuità col passato più recente nel quale singole aziende o associazioni datoriali potevano rivolgersi al supermercato sindacale e scegliersi di volta in volta il sindacato buono per ogni occasione.
E’ del tutto evidente che l’intesa produrrà una maggiore stabilità nei sistemi di relazioni industriali e, al tempo stesso, consegnerà ad ogni singolo lavoratore il valore della sua adesione al sindacato: da oggi l’iscrizione ad una organizzazione sindacale assume il valore “certificato” per sostenere concretamente la propria rappresentanza, liberamente scelta.
Inoltre, il valore dell’accordo porta con sé le condizioni ottimali perché il Parlamento possa produrre una norma legislativa che estenda a tutto il mondo del lavoro, non solo quello rappresentato da Confindustria, regole di democrazia, di trasparenza e di effettiva rappresentanza dei soggetti negoziali: principi e criteri che devono diventare universali e quindi essere sorretti dalla forza della Legge.
Infine, l’accordo arriva nel momento migliore: le migliaia di assemblee congressuali della CGIL nei luoghi di lavoro possono diventare l’occasione per coinvolgere i lavoratori su un risultato per il quale il nostro Sindacato sta lavorando da almeno un ventennio.
La Segreteria Nazionale di SLC-CGIL

12 gennaio 2014

Mini-Imu: chi deve pagarla entro il 24, calcoli e modalità

L’Imu sulla prima casa non è stata cancellata per tutti, c’è qualcuno che deve ancora pagarla e sono di cittadini dei comuni che hanno ritoccato al rialzo le aliquote base fissate dal governo. La Mini-Imu, cioè l'imposta residuale che si deve pagare dopo la cancellazione dell'Imu sulle abitazioni principali, sarà un piccolo rompicapo per i contribuenti e richiederà, al di là del valore degli importi, una certa capacità di fare dribbling tra percentuali e sottrazioni, aliquote e detrazioni. Ecco allora una mini-guida al pagamento dell'imposta che chiama i contribuenti alla cassa il 24 di gennaio, inaugurando così l'anno fiscale per un gran numero di cittadini.
Pagano le prime case, ma non tutte - La mini-Imu va pagata sugli immobili prima-casa nei comuni che avevano richiesto nel 2013 un'aliquota più alta dello 0,4% (o 4 per mille) fissata dallo Stato. Si paga anche sulle pertinenze della prima casa mentre non la devono gli immobili di pregio perché hanno già pagato il dovuto. Per sapere se i Comuni hanno deciso un'aliquota più alta di quella statale bisogna consultare la delibera che ogni comune è obbligato a pubblicare sul suo sito: se non c'è per il 2013 vale l'aliquota (e quindi la delibera) pubblicata nel 2012.
Gli altri immobili (e terreni) chiamati a pagarla - La mini-Imu va versata anche da tutte quelle categorie che sono state esentate per legge dall'Imu 2013 (sempre se il comune ha deciso di maggiorare l'aliquota statale): quindi anche dai coniugi che hanno l'assegnazione della casa dopo una separazioni o divorzio; dai soci assegnatari di case in cooperativa; da coloro che possiedono terreni agricoli e immobili rurali e strumentali; dalle forze dell'ordine, dai militari e dai vigili del fuoco che possiedono un solo immobile (e ai quali non e' richiesto il requisito della residenza).
Chi non deve pagare - Non va pagata sugli immobili diversi dalla prima casa e nemmeno dalle prime case di lusso (A1, A8 e A9), che già hanno versato l'intera Imu dovuta a dicembre. L'imposta non è dovuta se l'esenzione 2013 era dovuta alla decisione del Comune: le amministrazioni municipali potevano infatti esentare, equiparandoli alla prima casa, anche gli immobili di anziani ricoverati in ospedale, per le abitazioni date in comodato ai figli (o comunque a parenti in linea retta), ai lavoratori emigrati all'estero.
Quando si paga - Il ministero dell'Economia ha deciso chiaramente che il versamento va effettuato entro il 24 gennaio. Ma sul tema è in corso una querelle con alcuni comuni.
Quanto si paga - Va versato il 40% della differenza dell'imposta dovuta in base ad aliquote e detrazioni nazionali, rispetto alle aliquote e alle detrazioni decise dai comuni. Va quindi considerata sia l'aliquota sia la detrazione che nel 2013 era stabilita in 200 euro per immobile, aumentato di 50 euro per ciascun figlio residente.
Il dribbling dei calcoli - Bisogna partire dalla rendita catastale riportata nell'atto di acquisto, che va aumenta del 5%: a questo va applicato il moltiplicatore del 160% per arrivare al valore catastale. Su questo si applicano prima l'aliquota (0,4%) e la detrazione decisa dallo Stato. Quindi si effettua di nuovo il calcolo con le detrazioni e l'aliquota decisa dal Comune (a Roma ad esempio lo 0,5%, a Milano lo 0,6%). La differenza dei due importi va ridotta del 60%: in pratica va versato il 40% della differenza. Se l'immobile ha più proprietari o se il possesso è stato limitato solo ad alcuni mesi, l'importo va ridotto proporzionalmente.
Come si paga - Come per l'Imu se il dovuto è inferiore a 12 euro si è esonerati: il percorso di calcolo sarà stato lungo ma il portafoglio non si alleggerisce. Sopra questo importo si può invece pagare con il modello F24 (con il codice tributo 3912) o con i bollettini postali. Bisognerà indicare che si tratta del saldo per l'anno 2013.

11 gennaio 2014

Poste Italiane, privatizzazione del 30-40%. Catricalà: “In Borsa entro l’anno”

Poste Italiane verrà in parte privatizzata e sarà quotata in Borsa entro il 2014: l’annuncio arriva dalvice ministro allo Sviluppo economico con delega alle telecomunicazioni, Antonio Catricalà, che precisa: “Passerà ai privati il 30-40% del gruppo e la maggioranza resterà allo Stato. Spetterà al ministero dell’Economia decidere come ripartire le quote. Ma per l’ex garante della concorrenza sarebbe “opportuno” un coinvolgimento dei dipendenti nella privatizzazione.
Catricalà avverte che “Poste Italiane è un asset di cui lo Stato non potrà assolutamente perdere il controllo. E’ stato importante decidere di non fare uno spezzatino. Si tratta di privatizzare una quota variabile dal 30 al 40%. Soprattutto è importante la scelta del Governo di non fare uno spezzatino cioè di non vendere un asset che avrebbe poi lasciato probabilmente scoperta qualche esigenza finanziaria. Con questo percorso, rimane l’azienda nella sua interezza con il controllo completo dello Stato, solo che una quota viene privatizzata e questo consentirà di iniziare quel percorso virtuoso di cui ha parlato il presidente Letta per la riduzione del debito Paese”.
La privatizzazione parziale di Poste Italiane rientra nel piano del governo Letta di “valorizzare” diverse società a partecipazione statale, come Fincantieri, Terna e Snam.

Telecom, rete tlc, banda larga: nel rapporto Caio le condizioni per Telefonica


Rete Telecom: in arrivo il rapporto di “Mister Agenda Digitale“, Francesco Caio, incaricato dal governo Letta, insieme ad altri due advisor stranieri.
Caio doveva dire quanto c’è da fare per migliorare la rete delle telecomunicazioni in Italia, qualunque sia la proprietà di Telecom, che di quella rete è il gestore in regime di monopolio. Insomma, quanto c’è da fare per la banda larga.
“Nel febbraio del 2009 quando aveva presentato al governo il primo rapporto dove già si diagnosticava la malattia della rete Telecom — «osteoporosi» — Francesco Caio si era sentito rispondere da un ministro del governo Berlusconi che di «Banda larga si parla anche al bar». Non si comprese allora che la banda larga in Italia, interpretata come nemica del potere televisivo, è un po’ come l’Araba fenice («Che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa»). Quel report rimase lettera morta in un cassetto e il ritardo si accumulò.
[...] Il lavoro del comitato affidato al coordinamento di Mr. Agenda digitale, Caio, e di cui fanno parte Gerard Pogorel, professore emerito dell’Università ParisTech di Parigi e membro indipendente del supervisory board di Telecom Italia Open Access, e Scott Marcus, ex advisor della Fcc, il regolatore americano, è ormai finito”.
Le conclusioni? Servono investimenti:
“Se si guarda agli investimenti nei prossimi anni dei principali operatori di rete fissa — in sostanza Telecom, Vodafone e Fastweb — ciò che emerge è che ci saranno grossi investimenti ma sul cosiddetto Fiber to the cabinet (Fttc, un’architettura di rete che spinge la fibra ottica fino agli armadi telefonici lasciando poi il fatidico «ultimo miglio» al rame). Questi investimenti, in ogni caso, dovrebbero portare a un miglioramento ma hanno due grossi limiti: sono concentrati nelle aree ad alta densità di popolazione. E anche ipotizzando che i piani di investimento che per ora si fermano al 2016 possano continuare con lo stesso ritmo gli obiettivi europei di copertura della popolazione dell’Agenda 2020 sono un miraggio.
[...] Appurato che l’infrastruttura di rete fissa è un monopolio naturale, la soluzione dovrebbe passare da una società delle reti, tema non certo nuovo. Ma il progetto Metroweb (società partecipata dalla Cdp attraverso F2i) che andava in questa direzione è stato sostanzialmente bloccato dalla scelta dell’Fttc (l’infrastruttura del cosiddetto Fiber to the home che porta la fibra fino all’appartamento risolvendo l’annosa questione del controllo da parte di un soggetto dell’ultimo miglio in rame).
Resta da capire quale possa essere la posizione e le condizioni che il governo porrà a Telefonica, nuovo socio di riferimento in Telecom Italia.
[...] Forse non è un caso che, secondo alcuni indizi, le tensioni tra il gruppo Telecom guidato da Marco Patuano e la Cdp sarebbero diminuite. Il dialogo potrebbe riprendere presto. Ma, certo, è difficile dimenticare che di dialoghi e di apertura della rete si parlava già prima del rapporto Caio del 2009″.


Visiant Next Comunicato Unitario

Le Segreterie Nazionali, Territoriali e le RSU hanno ricevuto via fax, il 30 dicembre 2013, una lettera di Visiant Next nella quale si comunicava la cessazione, a decorrere dal 31 dicembre 2013, degli effetti dell’ex Accordo Integrativo Fastweb 22 marzo 2011 fornendo preciso elenco degli istituti coinvolti.
Questo perché, secondo Visiant Next, ad oggi il confronto, avviato il 6 novembre e proseguito il 3 e 19 dicembre, non ha portato al raggiungimento di un accordo. La lettera conclude enunciando che, in uno spirito di collaborazione finalizzato al raggiungimento di nuove intese, l’Azienda concede per un mese “una tantum” (entro e non oltre il 31 gennaio 2014) trattamenti equivalenti (ma non gli stessi di quelli cessati al 31 dicembre 2013) a tutti i lavoratori. Tranne il Pdr che è scaduto a fine anno.
Questo il documento ricevuto. Nelle stesse ore, però, un susseguirsi di sms e telefonate da parte aziendale per fissare il prossimo incontro nazionale di trattativa.
Innanzitutto, le Segreterie nazionali ricordano che la richiesta sindacale di incontro per rinnovare l’integrativo aziendale era stata formulata il 24 maggio scorso e solo con un successivo comunicato e richiesta di sollecito del 15 ottobre u.s. si era finalmente aperto il tavolo di trattativa il 6 novembre 2013 (dopo 166 giorni dalla richiesta).
Responsabilmente il Sindacato aveva cercato di affrontare la questione dal punto di vista pratico, nei tempi e modi, secondo quanto previsto dal CCNL, anzi in anticipo.
Pertanto come Segreterie Nazionali stigmatizziamo questo atto unilaterale di Visiant Next che mina i percorsi relazionali e gli sforzi profusi dal Sindacato, in primis dalla RSU, per contribuire in maniera fattiva alla sostenibilità dell’Azienda.
Puntualizzano inoltre che la trattativa per il  rinnovo dell’integrativo aziendale il 19 dicembre u.s non è stata interrotta ma sospesa, in concomitanza con le festività natalizie, per poi riprendere nel mese di gennaio come da prassi.
Ed è solo e soltanto su questi presupposti, e non sulla base di lettere ultimative unilaterali aziendali che come tali si considerano irricevibili, che le Segreterie Nazionali intendono continuare la trattativa secondo le regole del Settore e delle sane relazionali industriali.
 Le Segreterie Nazionali

SLC CGIL -  FISTEL CISL - UILCOM - UIL  UGL TELECOMUNICAZIONI

Prestazioni sanitarie per infortuni e/o malattie professionali decorrenza rimborso

Le richieste di rimborso dei farmaci ritenuti necessari per il recupero dell’integrità psicofisica degli infortunati e tecnopatici vengono prese in esame dall’Inail se alla data del 13 novembre 2012 il lavoratore si trovi nello stato di inabilità temporanea assoluta e se la prescrizione medica del farmaco e dello scontrino comprovante l’acquisto  ricadano in tale periodo. E’ quanto stabilito dall’Istituto  nella circolare 56 del 19 novembre 2013.
Come si ricorderà  l’Inail  con circolare n. 62 del 13 novembre 2012 ha definito l’ambito delle prestazioni sanitarie che possono essere garantite a titolo gratuito agli infortunati e tecnopatici.
In particolare è stato riconosciuto il rimborso delle spese farmaceutiche o preparati di uso topico utilizzati in chirurgia, ortopedia, oculistica, dermatologia, neurologia e psichiatria limitatamente a al periodo di inabilità temporanea assoluta al lavoro (v anche ns circolare n.166/2012).
Presupposto per il diritto è che le “prestazioni sanitarie”  siano riconosciutenecessarie dai medici dell’Istituto.
La Direzione Generale Inail, con la recente circolare, acquisito il parere dell’Avvocatura , torna sull’argomento per fornire istruzioni operative circa l’individuazione del termine di decorrenza del diritto al rimborso dei farmaci sopraindicati.
L’Istituto dunque afferma che, fermo restando che la data di decorrenza del diritto  in questione è il 13 novembre 2012 – data di pubblicazione della circolare n.62/2012 – possono essere presi in esame anche le richieste di rimborso di coloro che, indipendentemente  dalla data dell’evento  si trovino nello stato di inabilità temporanea assoluta per infortunio e/o malattia professionale alla data del 13 novembre o in eventuale periodo di “ricaduta” in temporanea, relativi all’evento indennizzato. La data della prescrizione medica del farmaco e dello scontrino fiscale (documenti necessari a comprovare la spese) devono ricadere, naturalmente, in epoca successiva al 13 novembre s.a.
La necessità  di limitare  i rimborsi al periodo suindicato  nasce – afferma l’Inail – da quanto espressamente sancito dal decreto Leg.vo 106/2009 laddove, nel confermare il diritto degli infortunati e tecnopatici alle cure necessarie, individua il limite che l’Istituto può sostenere per assolvere all’obbligo in questione nelle risorse finanziarie di bilancio disponibili.
Si tratta – lo sottolineiamo – di farmaci compresi nella fascia C per i quali non era previsto alcun rimborso.
Pur consapevoli che le novità introdotte ampliano il ventaglio delle prestazioni farmaceutiche garantite per il recupero dell’integrità psicofisica dei lavoratori infortunati e tecnopatici, abbiamo attivato tutti i canali possibili affinchè, attraverso lo stanziamento delle necessarie risorse finanziarie  possa essere data, a medio termine, piena attuazione al modello globale di tutela.

Cassazione: “Mai spiare il dipendente lavativo” La vigilanza non deve violare la privacy

C’è una soglia che non deve essere mai valicata. Pure se il lavoratore è uno di quelli che di lavorare non ne vuole proprio sentire parlare. A dirlo è una sentenza della Cassazione che ha stabilito che "la vigilanza sul lavoro, ancorché necessaria nell'organizzazione produttiva" va "mantenuta in una dimensione 'umana' e cioé non esasperata dall'uso di tecnologie" che violano la privacy del dipendente stesso”. Insomma il Grande Fratello nelle imprese non può andare in onda.
La sentenza 15892 della Cassazione ha annullato su queste basi il licenziamento che era stato inflitto  ad un dipendente dell'Eni che a dire del datore di lavoro, aveva mostrato un "comportamento malizioso e ripetutamente inadempiente, o comunque idoneo ad ingenerare sfiducia".
Per la Cassazione quindi, pure in presenza di un comportamento grave “svoltosi in maniera sistematica tale da avere spezzato il vincolo fiduciario", il dipendente va immediatamente "reintegrato nel suo posto di lavoro". Allo stesso tempo l’impresa dovrà un risarcimento al lavoratore per i danni pari alla retribuzione di circa 1.500 euro per quattrodici mensilità, ovvero dal giorno del licenziamento a quello della reintegrazione.
La Suprema Corte ricorda che sussiste il "divieto di utilizzazione di mezzi di controllo  stabilito dallo Statuto dei lavoratori. La richiesta da parte del datore di lavoro può essere solo condizionata a “esigenze di sicurezza del lavoro". In ogni caso il tutto deve essere condizionato con accordi tramite rappresentanze sindacali aziendali o con la commissione interna, o in difetto, all'autorizzazione dell'ispettorato del lavoro".
D'altronde il diritto alla privacy del dipendente si estende anche durante le attività di lavoro in ufficio. Il Garante nella sua ultima relazione annuale ha ribadito, in occasione di un caso relativo a un lavoratore licenziato per avere consultato siti a contenuto religioso, politico e pornografico, che il datore non può copiare direttamente dalla directory intestata al lavoratore le pagine web senza informare preventivamente il lavoratore. Tale trattamento può essere effettuato senza il consenso solo “se necessario per difendere in giudizio un diritto di pari rango pari a quello dell’interessato della personalità o un altro diritto fondamentale.”








Intesa sindacati e Confindustria accordo sulla rappresentanza

Intesa tra sindacati e Confindustria per l'operatività dell'accordo sulla rappresentanza sottoscritto il 31 maggio dello scorso anno. Cgil, Cisl e Uil e Viale dell'Astronomia, dunque, hanno trovato regole condivise per l'attuazione dell'accordo, definito storico, che ha fissato, per la prima volta nella relazioni sindacali, criteri unitari con cui misurare la rappresentanza sindacale, la validità e l'esigibilità dei contratti nazionali. Anche l'Ugl, si legge in una nota della segreteria generale del sindacato, ha risposto positivamente a Confindustria sul regolamento attuativo.
''Confindustria e Cgil Cisl e Uil hanno raggiunto l'accordo sul regolamento di attuazione del protocollo d'intesa del 31 maggio 2013 sulla rappresentanza - si legge nella nota congiunta - L'accordo costituisce un vero e proprio testo unico in tema di rappresentanza sindacale composto da quattro parti che regolano: la misurazione della rappresentanza sindacale a livello nazionale e aziendale; la titolarità ed efficacia della contrattazione collettiva nazionale ed aziendale; le modalità volte a garantire l'effettiva applicazione degli accordi sottoscritti nel rispetto delle regole concordate''.
''Misurare la rappresentatività degli attori e garantire la piena attuazione degli accordi raggiunti determinano maggiore chiarezza e trasparenza nelle relazioni industriali contribuendo a migliorare il quadro di riferimento per tutti coloro che vogliono investire nel nostro Paese'', conclude la nota.
Per il segretario della Cgil, Susanna Camusso, con il varo del regolamento attuativo, ''si determina la reale misurazione della rappresentanza di ogni organizzazione sindacale e si rende evidente e trasparente quanto e chi rappresentano''.

''Cgil, Cisl, Uil e Confindustria - aggiunge Camusso - dimostrano in questo modo di sapersi rinnovare e di dare trasparenza e regole democratiche alla propria azione negoziale, di favorire la partecipazione dei lavoratori con il voto per i delegati e sugli accordi. Ora gli addetti delle imprese aderenti a Confindustria avranno un potente strumento democratico per decidere della propria vita lavorativa''. ''Mi auguro che presto anche con le altre associazioni datoriali si possa raggiungere questo importante traguardo che costituisce il modello per dare finalmente piena attuazione al dettato costituzionale", conclude Camusso.

Congedo biennale retribuito, estensione del diritto ai parenti o affini entro il 3° grado

La Corte Costituzionale con la sentenza 203/2013 ha dichiarato: “l’illegittimità costituzionale dell’art. 42, comma 5, del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità, a norma dell’art. 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), nella parte in cui non include nel novero dei soggetti legittimati a fruire del congedo ivi previsto, e alle condizioni ivi stabilite, il parente o l’affine entro il terzo grado convivente, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti degli altri soggetti individuati dalla disposizione impugnata, idonei a prendersi cura della persona in situazione di disabilità grave.”.
A questa decisione la Consulta è giunta dopo che Il Tar della Calabria, sezione staccata di Reggio Calabria, con ordinanza del 7/11/2012, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 42, comma 5, del d.lgs. n. 151/2001, per violazione degli articoli 2, 3, 4, 29, 32, 35 e 118, comma 4, della Costituzione.
La norma, infatti, contrasterebbe con i principi sanciti dalla Costituzione Italiana “nella parte in cui, in assenza di altri soggetti idonei, non consente ad altro parente o affine convivente di persona con handicap in situazione di gravità, debitamente accertata, di poter fruire del congedo straordinario” e, in particolare, nella parte in cui “non include nel novero dei soggetti legittimati a fruire del congedo ivi previsto l’affine di terzo grado convivente”.
L’art. 42 comma 5 del D.lgs. 151/2001 dispone: “il coniuge convivente di soggetto con handicap in situazione di gravità accertata ai sensi dell’art. 4, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ha diritto a fruire del congedo di cui al comma 2 dell’art. 4 della legge 8 marzo 2000, n. 53, entro sessanta giorni dalla richiesta. In caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente, ha diritto a fruire del congedo il padre o la madre anche adottivi; in caso di decesso, mancanza o in presenza di patologie invalidanti del padre e della madre, anche adottivi, ha diritto a fruire del congedo uno dei figli conviventi; in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti dei figli conviventi, ha diritto a fruire del congedo uno dei fratelli o sorelle conviventi”.
Fin qui, la normativa prevedeva, quindi, un ordine tassativo degli aventi diritto il congedo straordinario, non contemplando deroghe ad altro parente o affine convivente di persona con handicap in situazione di gravità.
La Corte Costituzionale osserva che il congedo straordinario, nato come sostegno della maternità in caso di figli portatori di handicap grave, ha assunto nel tempo una portata più ampia. L’estensione dei soggetti legittimati a fruire del congedo, anche per gli interventi operati dalla Consulta, ha ampliato i benefici di legge “oltre i rapporti genitoriali, per ricomprendere anche le relazioni tra figli e genitori disabili, e ancora, in altra direzione, i rapporti tra coniugi o tra fratelli.”
Quest’agevolazione lavorativa costituisce “uno strumento di politica socio-assistenziale, basato sia sul riconoscimento della cura prestata dai congiunti sia sulla valorizzazione delle relazioni di solidarietà interpersonale e intergenerazionale, di cui la famiglia costituisce esperienza primaria, in attuazione degli artt. 2, 3, 29, 32 e 118, quarto comma, Cost.”.
Così come, “la limitazione della sfera soggettiva vigente”, che attualmente non annovera tra gli aventi diritto il congedo parenti o affini entro il terzo grado, “può pregiudicare l’assistenza del disabile grave in ambito familiare, allorché nessuno di tali soggetti sia disponibile o in condizione di prendersi cura dello stesso”.
Viene, altresì, evidenziata la dissonanza del precedente testo dell’art.42 comma 5 rispetto alle disposizioni dell’art.33, comma 3, legge n.104/92, che invece riconosce, alla presenza dei requisiti di legge, al parente o l’affine entro il terzo grado convivente, il diritto a tre giorni di permessi retribuiti su base mensile per l’assistenza dei familiari portatori di handicap in condizioni di gravità.
La Corte nella sua pronuncia accoglie, in larga misura, le questioni sollevate dal TAR e dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 42, comma 5, del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, nella parte in cui non include nel novero dei soggetti legittimati a fruire del congedo ivi previsto, e alle condizioni ivi stabilite, il parente o l’affine entro il terzo grado convivente, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti degli altri soggetti individuati dalla disposizione impugnata, idonei a prendersi cura della persona in situazione di disabilità grave.
Dichiara inammissibile, invece, la questione di illegittimità costituzionale dell’art. 42, comma 5, del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, sollevata dal TAR nella parte in cui “in assenza di altri soggetti idonei, non consente ad altro parente o affine convivente di persona con handicap in situazione di gravità, debitamente accertata, di poter fruire del congedo straordinario”, non limitando, quindi, la sfera degli aventi diritto al parente o l’affine entro il terzo grado convivente.
La dichiarazione di illegittimità costituzionale, viene evidenziato in sentenza, “è volta precisamente a consentire che, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti degli altri soggetti menzionati nella disposizione censurata, e rispettando il rigoroso ordine di priorità da essa prestabilito, un parente o affine entro il terzo grado, convivente con il disabile, possa sopperire alle esigenze di cura dell’assistito, sospendendo l’attività lavorativa per un tempo determinato, beneficiando di un’adeguata tranquillità sul piano economico”.
Alla luce della sentenza della Corte Costituzionale gli aventi diritto al congedo biennale retribuito di cui all’art.42, commi 5 del D.lgs.151/01:
1. coniuge convivente di soggetto con handicap in situazione di gravità (Corte Costituzionale 158/2007);
2. padre o madre, anche adottivi del soggetto handicappato in mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente;
3. uno dei figli conviventi del soggetto handicappato, in mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del padre e madre (Corte Costituzionale 17/2009);
4. uno dei fratelli o sorelle conviventi del soggetto handicappato, in mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti di uno dei figli conviventi (Corte Costituzionale 233/2005);
5. parenti o affini entro il terzo grado conviventi, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti degli altri soggetti sopra individuati (Corte Costituzionale 203/2013).
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 203 del 16 luglio 2013, ha esteso il diritto a fruirne anche da parte di parenti e affini fino al terzo grado. Tutto questo solo nel caso in cui chi precede in ordine di parentela e affinità non ci sia, oppure sia impossibilitato a prendersi cura del parente o affine con handicap in situazione di gravità.
SOGGETTI LEGGITTIMATI A FRUIRE DEL CONGEDO
1°grado genitori/coniuge figli
1°Grado (affini) suoceri nuora, genero
2° grado nonni/fratelli/ sorelle nipoti (figli dei figli)
2° grado (affini) cognati
3° grado zii/bisnonni nipoti (figli di fratelli), pronipoti
3° grado (affini) zii acquisiti nipoti acquisiti

  1. Scarica la sentenza della Corte Costituzionale: Corte Cost 203-2013
  2. Scarica la circolare Inps: Circolare INPS del 15 novembre 2013

Cognome della madre con l’ok di entrambi i genitori. Ma servirà approfondimento

 Il cognome della mamma sarà un diritto riconosciuto anche in Italia. Palazzo Chigi precisa però che la materia verrà approfondita da un gruppo con gli Interni, Affari esteri, Giustizia e Pari Opportunità. A pochi giorni dalla sentenza di Strasburgo che ha condannato l’Italia per la consuetudine a trasmettere unicamente il nome di famiglia paterno, il Cdm ha deciso di varare un ddl sulle disposizioni in materia di attribuzione del cognome ai figli. I bimbi nati sia dentro il matrimonio che fuori avranno il cognome del padre oppure, in caso di accordo tra i genitori che deve risultare nella dichiarazione di nascita, quello della madre o di entrambi. Per i bambini adottati invece, automaticamente gli viene attribuito il cognome del padre adottivo ma si può attribuire anche quello della madre o di entrambi, dietro accordo e dichiarazione scritta prima dell’adozione.
Il ddl, che modifica tre articoli del Codice civile, recepisce la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 7 gennaio 2014 e le sue disposizioni, è disposto, varranno solo per i nati o adottati dopo la sua entrata in vigore.
Il primo articolo del ddl modifica il primo comma dell’articolo 143-bis del Codice civile stabilendo che “il figlio nato da genitori coniugati assume il cognome del padre ovvero, in caso di accordo tra i genitori risultante dalla dichiarazione di nascita, quello della madre o quello di entrambi i genitori”.
L’articolo 2 si occupa dei figli nati fuori dal matrimonio, a cui si applicano gli stessi parametri, modificando il secondo periodo del primo comma dell’articolo 262 del Codice civile.
L’articolo tre si occupa dei figli adottati. Si modifica il terzo comma dell’articolo 299 del Codice civile prevedendo che “se l’adozione è compiuta da coniugi l’adottato assume il cognome del padre, ovvero, in caso di accordo fra i coniugi risultante da dichiarazione scritta allegata al ricorso per adozione o ad altro atto, anche successivo, fino alla pronuncia del decreto di adozione, quello della madre o quello di entrambi i genitori”.
Il quarto articolo del ddl del governo, infine, stabilisce che “le disposizioni che precedono si applicano alle dichiarazioni di nascita rese dopo la data dell’entrata in vigore della presente legge e alle adozioni pronunciate con decreto emesso in data successiva alla entrata in vigore della presente legge”.