19 maggio 2014

Rai: lotta all'evasione del canone per reperire le risorse!

Si è svolto giovedì 15 l’incontro tra le Segreterie Nazionali Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, Usigrai, Ugl Telecomunicazioni, Snater E Libersind Conf Sal per concordare le iniziative politiche, sindacali e di sensibilizzazione verso istituzioni e opinione pubblica per contrastare il taglio dei 150 milioni di euro previsto dal Dl 66/2014 nei confronti della Rai.

La drammaticità della situazione, unita alla sovraesposizione mediatica che la vicenda ha assunto, necessitano infatti di azioni mirate e coordinate, per non rischiare di disperdere energie che oggi sono necessarie più che mai per costruire percorsi e alleanze (anche con l’opinione pubblica!) a difesa del servizio pubblico e dell’occupazione.

Proprio nella unità sindacale va evidenziata infatti la nostra prima vittoria.
Per la prima volta la difesa di interessi non sempre convergenti confluiscono infatti in un’unica mobilitazione, scardinando quell'idea di caste che
resistono al cambiamento che da più parti tentano di cucire addosso ai nostri lavoratori.

Nelle prossime ore uscirà un comunicato unitario con il quale rivendichiamo il nostro ruolo di riformatori veri, attenti alla salvaguardia del pluralismo
nell’informazione, della qualità dei prodotti editoriali offerti e dell’occupazione, ma al tempo stesso pronti alla sfida per rilanciare il Servizio Pubblico.

Per tutte queste ragioni sosteniamo che la discussione aperta in Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai sia positiva,  perche' inquadra la vicenda
Rai nei giusti binari: il rinnovo della concessione, da fare subito, senza attendere il 2016.

Proprio l'avvio del dibattito in Commissione di Vigilanza, e gli emendamenti in Commissione Bilancio del Senato, offrono gia' spunti di grande interesse, per questo motivo abbiamo chiesto di essere auditi, e attendiamo dunque una convocazione a giorni.

In quell’occasione rilanceremo il tema della lotta alla evasione del canone, perché se questa fosse la scelta politica  perseguita,
si potrebbero recuperare 500 milioni di euro circa , che consentirebbero di dare ai lavoratori non 80, ma 100 euro in busta paga!

Con altrettanta forza affermiamo quindi che il decreto, e' una manovra miope che non da' futuro alla Rai, e la mette in ginocchio.

Un taglio drastico che non colpisce gli sprechi ma i posti di lavoro, apre allo smantellamento delle sedi regionali e alla svendita di RaiWay.

Una manovra in cui si intravedono inquietanti ritorni al passato: la politica che fa invasione di campo, il servizio pubblico e' in pericolo, il conflitto di
interessi fa capolino, gli onesti pagano, gli evasori non vengono perseguiti e i lavoratori rischiano di pagare il conto.

Il dibattito sul fatto che in tempi di crisi anche la Rai "deve contribuire al risanamento del paese" risulta allora affascinante quanto fuorviante,
perché nasconde, dietro un'affermazione condivisibile, un'operazione poco trasparente, che rischia di mettere in ginocchio il servizio pubblico e la
tenuta occupazionale nella più grande azienda culturale del paese.

Dire che si devono tagliare gli sprechi e' altrettanto giusto, e a dire il vero il sindacato stesso e' sempre stato in prima linea per denunciare cattive
abitudini e abusi (ad esempio nell'utilizzo smodato di appalti), rendendosi disponibile a contribuire al risanamento e al rilancio dell'azienda anche
quando i sacrifici chiesti ai lavoratori erano particolarmente grandi, perché un bene più grande era in discussione, un bene pubblico, il Servizio Pubblico.

Il problema però è' che gli sprechi ancora una volta non vengono visti e a pagare sono sempre i lavoratori.

Respingiamo al mittente le accuse che vedono sindacati e lavoratori rispettivamente casta e privilegiati, dimenticando che tra questi privilegiati, ci sono ad esempio centinaia di donne e uomini precari, che guadagnano anche 900 euro al mese, e che per effetto di questo intervento non solo non verranno stabilizzati, ma rischiano addirittura il posto!

Tanta approssimazione, dunque, ma anche tanta precisione, quasi chirurgica nell'indicare cosa e dove tagliare.

Fermo restando il fatto che risulta incomprensibile il fatto che il capo del governo, decida senza alcun confronto cosa la Rai deve vendere o chiudere, ci chiediamo perché proprio Raiway (ovvero la rete!) e le sedi regionali (pluralismo dell'informazione)... Guarda caso proprio i due cardini portanti su cui si basa l'assegnazione della concessione del servizio pubblico e proprio alla vigilia del 2016, anno in cui lo stesso dovrà essere assegnato!
Quegli stessi elementi che fanno la differenza, in assenza dei quali si produrrebbero distorsioni nel mercato televisivo, favorendo i soliti noti.

Per cambiare verso davvero, allora, in Rai come in tutti gli altri luoghi serve più coraggio.

Sappiamo bene che perseguire gli evasori e recuperare circa 500 milioni di euro e' impopolare, ma è la cosa giusta da fare.
LE SEGRETERIE NAZIONALI
Slc Cgil      Fistel Cisl     Uilcom Uil    Ugl Telecomunicazioni  Snater    Libersind-ConFsal   UsigRai

16 maggio 2014

Ferie: Un diritto irrinunciabile


Con l'avvicinarsi del periodo estivo ricomincerà il solito problema riguardante le giornate di ferie ed assisteremo pure agli stessi discutibili atteggiamenti da parte di chi snocciolerà percentuali e numeri di dubbia interpretazione e di unilaterale provenienza.
E' doveroso ricordare che la giurisprudenza, ritiene illegittima la determinazione unilaterale del periodo di godimento delle ferie da parte del datore di lavoro allorché:
1 - non venga tenuto conto anche degli interessi dei lavoratori e non vi siano comprovate esigenze organizzative aziendali;
2 - non venga salvaguardata la funzione fondamentale dell’istituto di consentire al lavoratore la reintegrazione delle energie psicofisiche.
Inoltre se non vengono accettate le giornate di ferie, l'azienda deve mettere per iscritto sia il rifiuto che la motivazione del rigetto. Non si è mai capito perchè il dipendente deve lasciare la sua tracciabilità quando ne fa richiesta, mentre il rifiuto aziendale avviene sempre in maniera "VOCE..." In caso di illecito il personale deve limitarsi a ricorrere agli organi di rappresentanza interna o all’autorità di vigilanza e competente.
Da molti anni assistiamo ormai a strane magie degne del miglior Mandrake nel vedere pianificare il tutto sempre a discapito di chi lavora. Si ricorda che la  Slc Cgil  Catania, rimane a disposizione per ulteriori chiarimenti in merito.

Il diritto alle ferie è regolato da diverse fonti a livello costituzionale, comunitario e nazionale.
Per quanto attiene alle fonti interne, il principio più importante viene fissato dall’art. 36, comma 3 della Costituzione, che prevede il diritto del lavoratore ad un periodo di congedo annuale retribuito quale diritto irrinunciabile. La ragione si chiarisce appena si collega detta previsione con l’art. 32 Cost. (diritto fondamentale alla salute), e con l’art. 35 Cost.(“la repubblica tutela il lavoro”): il riposo annuale è, infatti, preposto al recupero psico-fisico delle energie lavorative del prestatore di lavoro, allo sviluppo delle relazioni sociali, culturali e della personalità dell’individuo, così come garantito dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, nell’interesse dello stesso datore di lavoro a che il proprio personale si ristori dallo stress lavorativo per una migliore resa produttiva successiva.
La previsione costituzionale incide direttamente sul rapporto di lavoro, limitando i poteri del datore di lavoro, senza peraltro fissare una durata temporale del congedo annuale garantito.
L’art. 2109 c.c. arricchisce e specifica il dettato costituzionale: la determinazione della durata delle ferie viene lasciata alla legge, alle norme corporative , agli usi ed equità, mentre lo stesso art. 2109 c.c. regola le modalità di fruizione e maturazione, disponendo che spetta unicamente al datore di lavoro definire modi e tempo di godimento delle ferie, tenuto conto delle esigenze della produzione e del singolo lavoratore, in un’ottica ribaltata, secondo una parte della dottrina, dei beni giuridici tutelati dalla Costituzione, periodo che si ammette anche frazionato, nel rispetto dell’inciso “possibilmente continuativo”.
L’art. 10 del D. lgs. 66/2003 – novellato dal D. lgs. 213/2004 - si colloca come modello rafforzato della precedente normativa nazionale: recependo la direttiva 93/104/CE, esso dà attuazione organica alla previsione comunitaria, in modo da assicurare una applicazione uniforme della disciplina relativa all’organizzazione dell’orario di lavoro su tutto il territorio nazionale.
Invero, la nuova disciplina delle ferie ha portata generale: le disposizioni ivi contenute si estendono a tutti i lavoratori, a prescindere da settori e qualifiche, travolgendo le varie disposizioni speciali che ancora sopravvivevano nel nostro ordinamento.
Per quanto riguarda il diritto alle ferie si precisa che ogni lavoratore ha diritto ad un periodo annuale di ferie retribuite non inferiore a quattro settimane e non sostituibile dalla relativa indennità, salvo il caso di cessazione del rapporto di lavoro.
La legge determina il periodo minimo inderogabile di ferie ma è comunque fatta salva l’autonomia negoziale dei contratti collettivi, laddove stabiliscano condizioni di miglior favore per i lavoratori.
Il periodo minimo di quattro settimane deve essere fruito per almeno due settimane nel corso dell’anno di maturazione e, per le restanti due settimane, entro diciotto mesi successivi al termine dell’anno di maturazione. Si sottolinea, inoltre, che le due settimane da fruire nell’anno di maturazione devono essere obbligatoriamente consecutive se lo richiede il lavoratore. Viene comunque mantenuta una continuità con la precedente disciplina, come dimostra il riferimento all’art. 2109 c.c., laddove si parla di periodo possibilmente consecutivo, tenuto conto dell’esigenze dell’impresa e degli interessi del lavoratore.
La nuova disciplina propone un modello rafforzato rispetto alla precedente, poiché fa corrispondere alla indisponibilità del diritto alle ferie la non indennizzabilità del periodo feriale non goduto. Le ferie, quindi, vanno effettivamente godute e non possono essere sostituite da un indennizzo economico, tranne il caso in cui il lavoratore rassegni le dimissioni o venga licenziato. Attraverso lo strumento della non monetizzabilità delle ferie, pertanto, si vuole garantire l’effettiva fruizione delle ferie stesse.

Datore di lavoro è responsabile della morte del dipendente per infarto dovuta a troppo lavoro


Con la sentenza n. 9945 del 08/05/2014, la sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha riconosciuto la responsabilità del datore di lavoro e il diritto degli eredi al risarcimento dei danni patrimoniali e morali, Nel caso in cui un dipendente sia morto per infarto da superlavoro.
Ai sensi dell'art. 2087 codice civile, ricorda la Corte, il datore di lavoro è tenuto a garantire l'integrità fisica dei propri dipendenti, senza che possa assumere particolare rilievo e denotare una colpa del lavoratore la specifica condotta del dipendente in ossequio ai canoni dell'art. 2104 codice civile (diligenza del prestatore di lavoro).
In particolare, anche in assenza di doglianze dei dipendenti, il datore di lavoro resta responsabile del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro e, pertanto, non può addurre di "ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengano in concreto svolte".
La conoscenza delle modalità attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro, ad avviso della Cassazione, deve presumersi salvo prova contraria in capo all'azienda "in quanto espressione ed attuazione concreta dell'assetto organizzativo adottato dall'imprenditore con le proprie direttive e disposizioni interne".
Inefficace si è quindi rivelata la difesa dell'azienda resistente la quale, a fronte dello "straordinario aggravio fisico" e dei "ritmi insostenibili", negava la propria responsabilità e incolpava lo zelo eccessivo del dipendente, la "attitudine a sostenere e a lavorare con grande impegno" e il "suo coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi". Nel caso di specie, infatti, è stato accertato come il dipendente stesso "per evadere il proprio lavoro, era costretto, ancorché non per sollecitazione diretta, a conformare i propri ritmi di lavoro all'esigenza di realizzare lo smaltimento nei tempi richiesti dalla natura e molteplicità degli incarichi affidatigli", cosicché l'infarto che lo ha colpito "era correlabile, in via concausale, con indice di probabilità di alto grado, alle trascorse vicende lavorative"


Via alla privatizzazione di Poste

Una quota “non superiore al 40%” di Poste Italiane sarà messa sul mercato e la cessione potrà avvenire “anche in più fasi”. Il governo, riunitosi oggi intorno a mezzogiorno a Palazzo Chigi sotto la presidenza del premier Matteo Renzi con segretario il Ministro per la Semplificazione e la PA, Maria Anna Madia, ha approvato il Dpcm (Decreto del presidente del consiglio dei ministri) che fissa i criteri di privatizzazione di Poste Italiane. Nel dettaglio, si legge nella nota emanata al termine della riunione, “viene regolamentata l’alienazione di una quota della partecipazione non superiore al 40%, disponendo che tale cessione - che potrà essere effettuata anche in più fasi – si realizzi attraverso un’offerta pubblica di vendita rivolta al pubblico dei risparmiatori in Italia, inclusi i dipendenti del Gruppo Poste Italiane, e/o a investitori istituzionali italiani e internazionali”.
Il governo spiega inoltre che “al fine di favorirne la partecipazione all’offerta, potranno essere previste per i dipendenti del Gruppo Poste Italiane forme di incentivazione, tenuto conto anche della prassi di mercato e di precedenti operazioni di privatizzazione, in termini di quote dell’offerta riservate (tranche dell’offerta riservata e lotti minimi garantiti) e/o di prezzo (ad esempio, come in precedenti operazioni di privatizzazione, bonus share maggiorata rispetto al pubblico indistinto) e/o di modalità di finanziamento”.
Contestualmente sono stati fissati i criteri di privatizzazione di Enav, con "la cessione di una quota – si legge nella nota di Palazzo Chigi - che assicuri il mantenimento in capo allo Stato di una quota di controllo assoluto (51%)".
I due decreti del Presidente del Consiglio sono stati definitivamente approvati a seguito dei pareri resi dalle Commissioni parlamentari di merito, su proposta del premier e del Ministro dell’Economia e delle finanze, Pietro Carlo Padoan.
Intanto, per quanto riguarda Poste Italiane, Fitch conferma il rating a lungo termine a 'BBB+' e quello a breve termine a 'F2'. Inoltre l'outlook passa da negativo a stabile. Il cambiamento per Poste Italiane segue la revisione dell'outlook per la Repubblica italiana. Fitch si aspetta che il forte legame tra Poste Italiane e il governo italiano, che la controlla, persista nel medio termine. Il piano di quotare in Borsa Poste, mantenendo il 60% del capitale, secondo Fitch, permetterà infatti al governo di continuare a esercitare il controllo su Poste Italiane e sulla sua gestione strategica.

4 Giugno a Roma: Resistere Lottare Crescere.

I lavoratori di Almaviva Contact tutta da Milano a Catania hanno una sfida aperta una lotta per l occupazione per i futuro per la propria dignità e la propria libertà. La vertenza nn e solo nostra ma noi siamo i più numerosi e secondo me anche i più consapevoli, i più uniti. Anche ieri l azienda ha ribadito che la situazione permane gravissima e che la perdita di commesse ed il calo dei volumi è un trend che stenta a rallentare. Chiede quindi ai rappresentanti sindacali un modo che consenta di gestire in particolari situazioni di ribasso dei volumi margini più ampi di applicazione della cds pur mantenendo questa nella media semestrale pari al 25 % abbiamo posto unitariamente dei paletti a questa richiesta che l azienda sta valutando, paletti che servano a nn consentire l utilizzo di cds di punta per più mesi consecutivi. Come Slc CGIL siamo convinti che la partita più importante, anche per queste ragioni, nn sia quella della trattativa che il 19 maggio riprenderà, ma quella ben più difficile e sfidante che culminerà il 4 giugno per le strade della capitale e che ha come obbiettivo il cambio delle regole per questo settore unica strada possibile che ci consentirà senza miracoli o altri sacrifici di poter continuare a lavorare e crescere le nostre famiglie. L azienda che già due anni fa ha ricapitalizzato la società con oltre 40 milioni di euro e che nei primi sei mesi dell anno accumula perdite per oltre tre milioni di euro nn tiene. Questo è il dato di fatto incontrovertibile e contro il quale chiunque voglia misurarsi con proposte tese al miglioramento ed alla dignità dei lavoratori deve confrontarsi, ricordandosi che l unica dignità da lavoro che si può difendere è quella legata ad un posto di lavoro. Nessuno creda che la Slc si possa affidare ai miracoli o alla demagogia resistere in questo frangente per tenere il perimetro occupazionale è l unica strada possibile. RESISTERE e fare di tutto, LOTTANDO, affinché nei prossimi mesi velocissimamente le regole cambino. Tutto il resto sono pannicelli caldi che nn servono ad altro che a guadagnare tempo ed ossigeno. Solo delle nuove regole sugli appalti dei servizi potranno garantirci un futuro di CRESCITA in cui le nostre vertenze tornino ad essere rivendicative e nn difensive. Abbiamo la forza l identità l unità la numerosità per ottenere questo ? Si. 4 giugno 2014 ROMA.
Le Rsu Slc CGIL

Rai: Comunicato unitario sindacati e giornalisti


La Rai può e deve cambiare. Tutti i dipendenti Rai sono pronti alla sfida per rilanciare il Servizio Pubblico.Per queste ragioni è positiva la discussione aperta in Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai perché inquadra la vicenda Rai nei giusti binari: il rinnovo della Concessione, da fare subito, senza attendere il 2016.E infatti l'avvio del dibattito in Vigilanza, e gli emendamenti in Commissione Bilancio del Senato, offrono gia' spunti di grande interesse.Il decreto, invece, è una manovra che non dà futuro alla Rai, e la mette in ginocchio.Un taglio drastico che non colpisce gli sprechi ma i posti di lavoro, apre allo smantellamento delle sedi regionali e alla svendita di RaiWay.E’ alla lotta all'evasione del canone che bisogna invece puntare, per recuperare quei circa 500 milioni di euro che consentirebbero di dare ai lavoratori non 80, ma 100 euro in busta paga!E' ciò che andremo a dire in Commissione di Vigilanza, alla quale abbiamo chiesto di essere ascoltati.Intanto le sette sigle sindacali hanno fissato un percorso di iniziative congiunte, fino alla proclamazione dello sciopero.

LE SEGRETERIE NAZIONALISlc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil,Ugl Telecomunicazioni, Snater-Libersind, Confsal-UsigRai

12 maggio 2014

Susanna Camusso, la Cgil non ha governi amici


«Viviamo un momento difficile, con tanti problemi, perché il sindacato sta in mezzo alle persone che oggi in Italia soffrono, combattono, sperano in un mondo migliore. Non ci fanno paura le difficoltà finché saremo capaci di cambiare, assieme ai lavoratori che organizziamo e rappresentiamo».
Susanna Camusso ha chiuso il congresso nazionale della Cgil, mantiene la guida della più grande organizzazione sindacale italiana. Dal dibattito, a volte duro e aspro come si conviene nelle grandi strutture di rappresentanza sociale, dalle conclusioni, il segretario della Cgil trae alcune linee precise per il prossimo futuro.

Camusso, che congresso è stato?
«È stato molto impegnativo perché il sindacato è in difficoltà, perché la crisi economica e le tensioni sociali si fanno sentire, perché i rapporti con i lavoratori sono contrastati. Perché la recessione ha prodotto lacerazioni nella società, sui luoghi di lavoro, ha alimentato problemi, paure, ansie. La Cgil vorrebbe fare di più, di questo abbiamo discusso e su questo ci impegniamo».

Molti osservatori, anche nel mondo politico, hanno semplificato il congresso nello scontro tra la Cgil e il governo Renzi o nel contrasto tra Camusso e Landini...
«È stata una valutazione sbagliata, nel dibattito congressuale c'è stato molto di più. Abbiamo parlato al Paese, analizzato le condizioni dell'economia e del lavoro, abbiamo dato conto lealmente delle nostre difficoltà. La discussione è stata importante, molto forte, ed è stata molto sindacale: sulla contrattazione, sulle priorità da seguire, sulle vertenze da aprire, anche sul rapporto col governo, certo. Ma chi racconta il nostro rapporto con Renzi dovrebbe uscire dalla caricatura».

Quali sono le scelte del congresso?
«Sono scelte impegnative. Vogliamo rilanciare la contrattazione per battere la precarietà, per fronteggiare la piaga del lavoro povero, per riformare gli appalti, per garantire ammortizzatori sociali efficienti e vogliamo lanciare una vera battaglia sulle pensioni. La convergenza di Cisl e Uil è un fatto molto positivo».

La confederalità esce rafforzata dal congresso oppure no?
«La confederalità è nel dna della Cgil. Ma abbiamo qualche problema: il congresso ha messo in evidenza la necessità di ripensare la nostra presenza organizzata sul territorio, di organizzare in modo più proficuo la partecipazione dei delegati e dei territori. Alcuni interventi hanno parlato di mescolarsi sul territorio, di trovare nuove strade di organizzazione per superare la solitudine o l'isolamento dei lavoratori. In questo ambito la battaglia contro il lavoro povero sarà determinante. La Cgil deve esser capace di proporre e praticare una contrattazione inclusiva, che raccolga soggetti finora esclusi, sfruttati e penalizzati».

Forse è la struttura organizzativa del sindacato che mostra dei limiti. Grandi non significa sempre efficaci.
«Dobbiamo aggiornarci, non ci sono dubbi. Dobbiamo ridurre tempi, rafforzare i rapporti con le assemblee di base e raccogliere le esperienze e sollecitazioni che ci vengono dai nostri delegati. Una commissione di studio si occuperà di fare delle proposte».

Il congresso era partito con una mozione unitaria superiore al 97%, si è chiuso con una maggioranza dell'80% e una minoranza ben chiara. Cosa è successo?
«È una conclusione che non mi preoccupa. La Cgil è un luogo plurale, dove ci sono e si confrontano, anche aspramente, idee diverse. Non conosco e non ricordo congressi della Cgil senza dialettica, senza posizioni distinte. Questa è la nostra ricchezza. I voti evidenziano la discussione che c'è stata, la diversità di posizioni su alcuni temi importanti come la rappresentanza».

Qual è stato il fatto che più l'ha preoccupata nelle giornate di Rimini?
«Mi hanno preoccupato certi toni, certe parole che sono fuori dalla nostra cultura e dalla nostra storia. Mi preoccupa l'eccessiva personalizzazione del confronto, ci vedo una particolare tensione, pericolosa anche».

E l'emozione più forte?
«Mi sono emozionata per l'appello di Mirko di Piombino, per la passione di una delegata sarda, per le parole di un delegato di una cooperativa: giovani che hanno parlato di che cosa vuole dire lavoro povero, l'altra faccia della precarietà, che hanno parlato dell'importanza di avere il sindacato».

Lei e Landini vi siete chiusi in una stanza, come chiedeva Mirko?
«No, perché le questioni non sono personali, sono 'collettive. I problemi non si risolvono tra due persone. Quello che conta è la Cgil. Vorrei che la personalizzazione, un'eccessiva dose di leaderismo, fossero ridimensionati».

Per questo ci sarà un segretario generale aggiunto o un vice?
«Vedremo. Deciderà la Cgil. Sono a favore di una maggiore collegialità, contro l'eccesso di individualismo. Troveremo la soluzione migliore».

Renzi non è venuto, è un caso politico?
«Ognuno fa le scelte che crede. Molti hanno pensato che l'assenza di Renzi significasse una rottura col sindacato. Noi lo vedremo dalle azioni del governo. Per la Cgil non ci sono governi amici, siamo abituati ormai da anni a valutare il merito dei provvedimenti. L'intervento Irpef, ad esempio, è positivo. Bene. C'è stata una lunga stagione di trasformazione politica, nelle fabbriche non ci sono più sezioni di partito, cellule, non ci sono travasi, il sindacato difende la sua autonomia, la politica fa le sue scelte».

E la concertazione, il confronto?
«La Cgil non cerca posti a tavola, noi rappresentiamo tante persone, siamo un pezzo del Paese. Ci interessa che la rappresentanza sia riconosciuta, anche se in passato alcuni governi volevano scegliersi gli interlocutori preferiti. La Cgil non ha mai preteso un potere di veto, ha sempre rispettato le decisioni del Parlamento. Naturalmente siamo in campo e non faremo sconti a nessuno. E poi, scusi, se avessimo avuto il potere di veto le pare che sarebbero passate la riforma delle pensioni e il decreto lavoro?».


La Cgil aveva criticato il decreto lavoro già nella prima versione, ora dopo il trattamento Ichino-Sacconi al Senato, qual è il vostro giudizio?
«Molto negativo. Il provvedimento è peggiorato, è un brutto inizio. Ora vedremo come si configurerà la delega sul lavoro. Discuteremo un eventuale ricorso in Europa».

Sorpresa delle tangenti a Milano?

«Sì e no. Speravo che un evento internazionale come Expo fosse al riparo da questo pericolo. Ma la Cgil lanciò l'allarme su certi appalti già nel 2005: facemmo un esposto alla Corte dei Conti su Infrastrutture Lombarde. Nessuno ci ha dato ascolto».

DL Lavoro: importante norma su contratti di solidarietà

Il Decreto Lavoro in discussione alla Camera contiene, tra le varie norme,  anche quella relativa ai contratti di solidarietà della quale si parla poco. Si tratta invece di un intervento fortemente collegato all’attuale situazione di crisi che può consentire un più largo utilizzo di uno strumento che, ridistribuendo l’orario di lavoro,  può impedire i licenziamenti e l’utilizzo della cassa integrazione. Va sottolineato il fatto che alla Camera sui contratti di solidarietà è stata apportata una preziosa correzione che aumenta dal 25 al 35 per cento la percentuale della riduzione dell’ammontare della contribuzione previdenziale ed assistenziale. Si tratta di un miglioramento che può agevolare l’utilizzo di questo strumento da parte delle imprese. Chi ha avuto modo di entrare a contatto con le aree che hanno particolari situazioni di crisi occupazionale,  dai problemi degli stabilimenti Electrolux alla Lucchini di Piombino,  si rende perfettamente conto di quanto sia importante avere, accanto ad interventi di politica industriale settoriale, anche adeguati strumenti di tutela dell’occupazione. Inoltre il Decreto prevede, dall’anno 2014, che il tetto di spesa per i contratti di solidarietà sia pari a 15 milioni di euro.

Illegittimo il licenziamento del lavoratore invalido non preceduto dall'accertamento della Commissione medica

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 8450del 10 aprile 2014, ha ricordato che "il licenziamento dell'invalido assunto in base alla normativa sul collocamento obbligatorio segue la generale disciplina normativa e contrattuale sol quando è motivato dalla comuni ipotesi di giusta causa e giustificato motivo, mentre, quando è determinato dall'aggravamento dell'infermità che ha dato luogo al collocamento obbligatorio, è legittimo solo in presenza delle condizioni previste dalla L. n. 482 del 1968, art. 10 ossia la perdita totale della capacità lavorativa o la situazione di pericolo per la salute e l'incolumità degli altri lavoratori o per la sicurezza degli impianti, accertati dall'apposita commissione medica".
Tale principio di specialità - hanno precisato i giudici di legittimità - va ribadito anche in relazione alla nuova normativa, con riguardo alle condizioni e modalità ivi previste.
"La verifica di tali condizioni, poi, è categoricamente riservata alla competenza della apposita commissione, che valuta le condizioni stesse in funzione della maggior tutela riservata ai disabili (per i quali ai fini della risoluzione del rapporto è necessaria la definitiva impossibilità di reinserimento all'interno dell'azienda anche attuando i possibili adattamenti dell'organizzazione del lavoro)".
Nel caso preso in esame dai giudici di Piazza Cavour, la Corte di Appello, riformando la pronuncia di primo grado, aveva dichiarato l'illegittimità del licenziamento intimato da una Società nei confronti di un lavoratore invalido, condannando la società a reintegrarlo nel posto di lavoro ed a risarcirgli il danno subito.La Corte territoriale aveva riformato la sentenza del primo giudice per non aver considerato che il lavoratore era stato assunto come soggetto invalido avviato al lavoro tramite le apposite liste di collocamento dei disabili e che, per tale qualità, il recesso poteva ritenersi legittimo solo in presenza delle condizioni previste dall'art. 10 della L. n. 68 del 1999.
La Società nel ricorso in Cassazione, obietta che, su iniziativa del lavoratore, la Commissione medica non l'aveva dichiarato completamente inabile al lavoro, bensì abile con la limitazione di evitare la "prolungata stazione eretta". Poiché però nell'organizzazione aziendale non vi erano posizioni lavorative compatibili con tale limitazione era stato necessario licenziare il lavoratore.
Il motivo - si legge nella sentenza - è infondato per le ragioni correttamente richiamate dalla Corte territoriale poiché nella specie "è pacifico che il licenziamento del lavoratore non è stato preceduto da un accertamento effettuato dalla Commissione di cui alla L. n. 104 del 1992, art. 4, integrata a norma dell'atto di indirizzo e coordinamento di cui all'art. 1, co 4, della L. n. 68 del 1999, che abbia valutato, sentito anche l'organismo di cui al D.Lgs. n. 469 del 1997, art. 6, co.
3, come modificato dall'art. 6 della L. n. 68 del 1999, la definitiva impossibilità di reinserire il lavoratore all'interno dell'azienda, anche attuando i possibili adattamenti dell'organizzazione del lavoro."
La pronuncia della Corte territoriale, dunque, ha fatto corretta applicazione delle norme di diritto cui è sussumibile la fattispecie concreta.



09 maggio 2014

Nota di Massimo Cestaro su nomina AD Poste Italiane

La nomina dell’ Amministratore Delegato di Poste Italiane S.p.A, Ing. Caio, avviene in un momento molto delicato per il futuro dell’intero Gruppo, che prende l’avvio dal già deliberato processo di collocamento azionario sul mercato.
La SLC CGIL è da sempre consapevole non solo della profonda e positiva trasformazione che l’Azienda ha agito dal momento della sua trasformazione in S.p.A., ma anche delle straordinarie potenzialità ancora inespresse da un’Azienda che, ad oggi, incarna la più estesa rete infrastrutturale di servizi a disposizione del Paese.
Per questo SLC valuta positivamente la nomina del nuovo A.D., che ha un background professionale coerente con le implementazioni di prodotto e le innovazioni di processo che, se attuate, permetteranno a Poste Italiane di rafforzare il proprio ruolo sul mercato e, contestualmente, consentiranno al Paese la fruizione di una capillare rete di servizi a disposizione dei cittadini, delle imprese e della Pubblica amministrazione
In questo senso ci preme però sottolineare che lo sviluppo della potenzialità di Poste Italiane rispetto alla proposizione di nuovi servizi e la sua naturale vocazione ad essere soggetto principale nello sviluppo del progetto Agenda digitale, non possono penalizzarne il core business tradizionale ed il ruolo di fornitore di un servizio pubblico universale, la cui efficienza ed efficacia rispondano ai criteri di buon governo e rispetto dei diritti di cittadinanza attraverso la valorizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori di Poste Italiane.
Massimo Cestaro
Segretario Generale SLC-CGIL

Poste Italiane, Caio ad e direttore generale


Francesco Caio è il nuovo amministratore delegato e direttore generale di Poste Italiane. A conferirgli la nomina è stato il consiglio d’amministrazione del gruppo, che si è riunito oggi sotto la presidenza di Luisa Todini, dopo l’assemblea ordinaria che si era tenuta il 2 maggio.
“Il Consiglio – si legge in una nota di Poste Italiane - ha altresì provveduto a ricostituire al proprio interno il Comitato Compensi, composto dai consiglieri Antonio Campo Dall’Orto, con funzione di presidente, ed Elisabetta Fabri”.
Le cronache e i retroscena delle ultime settimane sui nuovi vertici di poste avevano riportato voci di attriti tra Caio e Todini, con quest’ultima che avrebbe voluto assicurarsi un ruolo il più possibile operativo nel gruppo, e che avrebbero portato all’attribuzione alla presidente della delega all’internal auditing e la condivisione con l’ad dei rapporti istituzionali. Mentre Caio mantiene la delega alla comunicazione, particolarmente importante nel momento in cui Poste italiane sta predisponendo l’attività preparatoria alla quotazione a piazza Affari.
Nell’agenda di Francesco Caio si presentano da subito scelte importanti per il futuro dell’azienda: dalle nomine in arrivo per una decina di controllate alla presentazione del piano industriale e la predisposizione degli adempimenti per l’approdo in Borsa, rispetto al quale il gruppo si starebbe muovendo per la scelta degli advisor, con la privatizzazione che dovrebbe arrivare entro il 2014. Su una capitalizzazione complessiva che si aggirerebbe attorno ai 10 miliardi, il gruppo e il ministero del Tesoro mirerebbero a raccogliere sul mercato una cifra approssimativa di 4 miliardi di euro.

08 maggio 2014

Sospensione delle ferie in caso di malattia

Gli effetti del principio stabilito dalla Corte costituzionale e elaborato dalla giurisprudenza. Se la malattia è intervenuta prima dell'inizio della fruizione delle ferie, prosegue regolarmente la degenza fino a guarigione (quindi si verifica la mancata fruizione delle ferie, da godere in altro periodo). Se interviene durante le ferie, la malattia ne sospende il decorso della fruizione poiché è compromessa la possibilità del recupero delle energie psicofisiche (Corte costituzionale sentenza n. 616/1987). Durante la malattia si maturano le ferie. Le assenze di malattia, ai fini della maturazione delle ferie, sono parificate ai periodi di servizio (Cassazione, sezioni unite, sentenza n. 14020/2001). Ecco la casistica nel dettaglio.

Ferie sospese se ci si ammala. La malattia insorta durante le ferie, infatti, ne sospende il decorso, salvo che il datore di lavoro riesca a provare che l'infermità è compatibile con la finalità delle ferie. In tal caso in altre parole la malattia non pregiudica la fruizione del riposo come recupero di energie psicofisiche del lavoratore e, dunque, l'una (ferie) e l'altra (malattia) diventano compatibili. II principio stabilito dalla Corte costituzionale ed elaborato dalla giurisprudenza ha messo fine alla sventura degli sfortunati vacanzieri che, costretti a letto durante la villeggiatura, vedevano perdere i giorni di ferie per ritornare al lavoro più stanchi di prima.

Le ferie. La normativa sulle ferie è contenuta in primo luogo nella Costituzione che, all'articolo 36, discinlina questo periodo annuale come diritto fondamentale e irrinunciabile dei lavoratori al fine del recupero delle energie psicofisiche. II codice civile ( articolo 2109) aggiunge che la durata delle ferie è fissata dalla legge, dai contratti collettivi, dagli usi e secondo equità; che l'epoca del godimento è stabilita dal datore di lavoro tenendo conto delle esigenze dell'impresa e degli interessi del lavoratore; che il periodo di ferie deve essere possibilmente continuativo e con pieno diritto alla retribuzione.

Ferie e malattia. La malattia insorta durante le ferie ne sospende il decorso, salvo che il datore di lavoro provi che la stessa risulta in concreto compatibile con le finalità delle ferie. E questo il risultato del principio enunciato dalla Corte costituzionale (sentenza n. 616/1987) in aderenza al quale l'Inps (circolare n. 11/1991) aveva stabilito idonee a interrompere le ferie le infermità di durata superiore a tre giorni, a patto di aver comportato necessità di ricovero oppure tempestivamente e adeguatamente notificate all'istituto e al datore di lavoro, nei modi e nei termini previsti ordinariamente per la malattia. La questione è stata poi affrontata in giurisprudenza sviluppando un contrasto risolto, infine, da una pronuncia delle sezioni unite (sentenza n. 1947/1998) che ha definitivamente individuato le linee da seguire. In primo luogo. è da ritenersi non assoluto, ma tollerante di alcune eccezioni, il principio dell'effetto sospensivo delle ferie in caso di malattia insorta durante il decorso. In particolare, per l'individuazione delle eccezioni va avuto riguardo alla specificità degli stati morbosi e delle cure di volta in volta considerate, al fine di accertare l'incompatibilità della malattia con la salvaguardia dell'essenziale funzione di riposo, cioè del recupero delle energie psico-fisiche e di ricreazione propria delle ferie. Dal punto di vista pratico (operativo), il lavoratore, il quale nel presupposto della incompatibilità della sopravvenuta malattia con le finalità delle ferie, intenda modificare il titolo della sua assenza da ferie a malattia, ha solo l'onere di comunicare lo stato di malattia al proprio datore di lavoro. E tale comunicazione è idonea di per sé a determinare, dalla data di conoscenza da parte del datore di lavoro, la conversione dell'assenza per ferie in assenza per malattia, salvo che il datore di lavoro provi, per mezzo dei previsti controlli sanitari, l'infondatezza del presupposto e, quindi, l'inidoneità della malattia a impedire la prosecuzione del periodo feriale.

La visita fiscale. Il datore di lavoro che intenda verificare l'effettiva incompatibilità della malattia con le ferie pub ricorrere alla visita fiscale. In tal caso, deve precisare espressamente, all'atto della richiesta del controllo, che si tratta di lavoratore ammalatosi durante un periodo di ferie per il quale si chiede di accertare le condizioni per l'interruzione delle ferie, a partire da una data da indicare e che coincide con quella di ricezione della comunicazione dello stato di malattia (Inps, circolare n. 109/1999). Se la verifica non è possibile per fatto imputabile al lavoratore cade ogni possibilità di considerare la malattia come interruttiva delle ferie. Nel caso di controlli di ufficio, qualora il datore di lavoro riconosca (autonomamente o a seguito di specifica, diversa visita di controllo) l'effetto sospensivo in questione, le assenze rilevate sono sanzionabili soltanto per il periodo qualificabile ai fini previdenziali come malattia, e cioè per il periodo che si colloca dal momento in cui esplica efficacia l'effetto sospensivo delle ferie (giorno di ricezione, da parte del datore di lavoro, della comunicazione dello stato di malattia).

L'accertamento sanitario. La particolare finalità del controllo è l'accertamento della compatibilità o meno della malattia con il riposo annuale. Pertanto, l'idoneità della malattia ad interrompere le ferie è valutata rapportandola al cosiddetto danno biologico, del quale la capacità lavorativa specifica è solo una estrinsecazione e che, da sola, non è sufficiente a definire la reale incidenza sulla facoltà di svolgere attività ricreativa. Lo stato d'incapacità temporanea assoluta al lavoro specifico non sempre quindi è idoneo all'interruzione del periodo feriale, ma solo quando, incidendo sulla sfera biologica dell'individuo, contestualmente, diventi causa di un parziale, ma sostanziale e apprezzabile pregiudizio alle finalità delle ferie, cioè al ristoro e reintegro delle energie psicofisiche. A titolo semplificativo, l'Inps ha affermato che laddove è presente un'inabilità temporanea assoluta generica, come si pub verificare in seguito ad elevati stati febbrili, ricoveri ospedalieri, ingessature di grandi articolazioni, malattie gravi di apparati e organi ecc., viene di regola inibita la possibilità di godimento delle ferie; mentre nel caso di inabilità temporanea assoluta al lavoro specifico si possono riscontrare due possibilità: la prima quando la menomazione funzionale, ancorché importante per lo svolgimento del lavoro specifico, ha riflessi marginali sul ristoro proprio delle ferie e pertanto non risulta idonea a interromperle (come nei casi di cefalea, stress psicofisico, sindromi ansioso depressive reattive all'ambiente di lavoro e in genere quelle patologie che spesso trovano nelle attività ludico ricreative un valido sostegno alla risoluzione della sintomatologia); la seconda quando la stessa menomazione funzionale, producendo un sostanziale e apprezzabile pregiudizio alle funzioni biologiche preposte al ristoro e al reintegro delle energie psicofisiche, influenza negativamente il godimento delle ferie e risulta pertanto idonea ad interromperle.

Camusso: dal congresso proposte vere, lavoro e solidarietà


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RIMINI - Il Congresso “ha dato l’idea che da domani possiamo avviare la mobilitazione per gli ammortizzatori in deroga, aprire la vertenza sugli appalti, proporre una vera legge sull’evasione fiscale, costruire un'autentica solidarietà fra i lavoratori. L’idea, insomma, che sappiamo bene che vicende come quelle della Fiat e dell’articolo 8 pesano come macigni su di noi, ma abbiamo anche costruito tanto altro”. A dirlo è il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, nel suo discorso conclusivo al XVII congresso della confederazione.

Un discorso cominciato con il richiamo a un senso di appartenenza (“continuiamo a chiamarci compagne e compagni”) nel quale il leader della confederazione ha toccato tutti i temi affrontati nella tre giorni congressuale. “Se il sindacato non sta bene, quando c'è tanta disoccupazione, c'è bisogno di solidarietà interna. Abbiamo bisogno di essere casa comune e non un appartamento. Quel luogo in cui ci si sente parte prima della Cgil e poi della categoria. Se il lavoratore è in difficoltà, lo è indipendentemente dal lavoro che fa”.

La Cgil “il codice etico lo ha: è lo Statuto dell'organizzazione”, ha aggiunto. “Non possiamo essere un'organizzazione dove se i risultati sono quelli che ci aspettiamo è tutto bello e trasparente, altrimenti se i risultati divergono dalle nostre aspettative insorgono dei dubbi. C'è un punto politico indiscutibile: la confederalità non può esistere se non si riconoscono i luoghi collettivi e non si trova tra di noi un punto d'incontro. C'è bisogno di grande unità nella nostra organizzazione, dove a decidere non siano solo due o tre dirigenti per tutti gli altri. Quel modello non mi appartiene, perché per decidere ci vogliono luoghi collettivi e il luogo collettivo principale è il direttivo della Cgil”.

Non manca un riferimento al Piano del lavoro, “è la proposta che abbiamo costruito, quello dovrebbe essere il contenuto delle lettere del Presidente del Consiglio. Non stiamo proponendo una via facile - prosegue in un passaggio applaudito - perché di vie facili non ce ne sono. Dobbiamo inventare cose nuove e il congresso ha cominciato a farlo”.

Sulla riforma delle pensioni, invece, “possiamo mantenere le nostre opinioni rispetto al passato, poi gli storici diranno. Ma sul futuro dobbiamo essere d'accordo: le ferite aperte con Cisl e Uil bruciano ancora, ma pensate che possiamo fare una battaglia da soli, senza subire nuovamente una bruciante sconfitta? Dobbiamo porci il tema del confronto, la necessità di ricostruire obiettivi comuni, ricordando a noi stessi che quelle organizzazioni non sono solo i loro segretari generali”.

La confederalità è dibattito collettivo, non è questione di segretari generali: “Altro che primarie, sarei anzi per ridimensionare il ruolo del segretario generale”, frase che ha ricevuto molti applausi. “Capisco chi ci chiede di chiuderci in una stanza e metterci d'accordo, capisco anche la logica di affetto verso l'organizzazione alla base di questa richiesta, ma l'idea che alcuni segretari decidano tutto non mi appartiene, bisogna individuare i luoghi della discussione collettiva e questo luogo è il direttivo della Cgil”. (rassegna.it)


Telecom Italia, multa da 103 milioni"

La prima sezione del Tar del Lazio ha respinto oggi il ricorso di Telecom Italia contro la multa inflitta dall'Antitrust presieduta da Giovanni Pitruzzella, multa complessivamente di 103,794 milioni per abuso di posizione dominante nelle infrastrutture di rete.
La multa era stata inflitta il 10 maggio dello scorso anno per aver ostacolato "l'espansione dei concorrenti nei mercati dei servizi di telefonia vocale e dell'accesso ad internet a banda larga".
Secondo l'Antitrust Telecom ha prima opposto ai concorrenti un numero ingiustificatamente elevato di rifiuti di attivazione dei servizi all’ingrosso, i cosiddetti ko. Poi ha attuato una politica di sconti alla grande clientela business per il servizio di accesso al dettaglio alla rete telefonica fissa, impedendo a un concorrente, altrettanto efficiente, di operare in modo redditizio e su base duratura nello stesso mercato.
L'Antitrust aveva sanzionato la prima condotta con 88,182 milioni e la seconda con 15,612 milioni. Secondo il Tar la multa è motivata e congrua.

Rai: Sindacati - Il servizio pubblico è un bene comune irrinunciabile. Nessun Governo può pregiudicarne il futuro.


Il Coordinamento Nazionale dei sindacati Slc Cgil, Fistel CISL, Uilcom Uil, Ugl Telecomunicazioni, Snater e Libersind-ConfSal si è riunito oggi per discutere degli impatti devastanti che il decreto legge 66 del 24 aprile del 2014 avrà sul servizio pubblico.
Pluralismo dell’informazione, produzione culturale e tenuta occupazionale sono messi in serio pericolo per effetto del taglio dei 150 milioni di euro previsti per il 2014, ai quali non è ancora chiaro quali si dovranno aggiungere per gli anni a venire.
Schizofrenico oltre che insostenibile risulta infatti un disegno che, da una parte, con i contenuti del contratto di servizio Stato-Rai indica vincoli precisi a garanzia della diffusione di informazione e contenuti che rispondano ai requisiti richiesti a chi è concessionaria del servizio pubblico, mentre dall’altra,
attraverso l'azione del Governo, sottrae risorse essenziali per il mantenimento degli impegni sottoscritti, arrivando persino a “suggerire” di ridurre la
capacità produttiva attraverso la cessione di asset strategici come Raiway.
I delegati sindacali di tutta Italia hanno dunque giudicato inaccettabile che il Governo entri nelle scelte industriali ed editoriali dell'azienda di servizio
pubblico, intervenendo pesantemente con un taglio che mette in discussione la sua stessa sopravvivenza.
Curiosa risulta la scelta di farlo alla vigilia del 2016, anno in cui dovrebbe essere rinnovata la concessione del servizio pubblico ad una Rai che, se privata di parte di Raiway (che garantisce la trasmissione del segnale), delle sedi regionali (garanzia di pluralismo nell’informazione) e ridimensionata in tutte le sue aree, arriverebbe monca all’appuntamento, perché priva di tutti quegli elementi che la distinguono da qualsiasi altro soggetto privato.
Per tutti questi motivi il coordinamento nazionale, unitamente alle Segreterie Nazionali ha deciso di mobilitarsi e di aprire le procedure per giungere ad uno sciopero generale di tutti i lavoratori della Rai contro il dl 66/2014.
Una mobilitazione a difesa di un bene pubblico, intorno alla quale si intende richiamare l’attenzione delle istituzioni tutte, oltre che delle associazioni,
della società civile e del mondo della cultura e dell’informazione.
Nelle prossime ore, verrà inviata una richiesta d'incontro urgente alla Commissione di Vigilanza Rai e ai Gruppi Parlamentari.

Intanto, lunedì 12, si terranno assemblee unitarie delle lavoratrici e dei lavoratori Rai di tutta Italia per preparare le iniziative dei prossimi giorni.

07 maggio 2014

BONUS FISCALE

Con il mese di competenza di maggio dovranno comparire nelle  busta paga di chi ne ha diritto le detrazioni del DL 66 del 24 aprile recante “Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale”: il così detto Bonus fiscale.

Oltre i giudizi politici che la Cgil ha puntualmente già espresso sarà utile qualche chiarimento tecnico.

•    A chi spetta?

Beneficiari del Bonus sono i lavoratori dipendenti e “assimilati” con reddito complessivo presunto per l’anno fiscale 2014 non inferiore a € 8.000 (indicizzati 8.145) e non superiore a 26.000.

Per “assimilati” ai lavoratori dipendenti si intendono: soci di cooperative che percepiscono compensi e indennità non superiori al 20% del salario, titolari di borse o sussidi di studio o formazione professionale, collaboratori coordinati e continuativi e a progetto, sacerdoti, titolari di prestazioni pensionistiche complementari, percettori di compensi per lavori socialmente utili (vedi art. 50 comma 1 del TUIR).

Ha diritto anche chi non lavora, ma ha lavorato come dipendente nel 2014 prima di maggio e chi interromperà il rapporto di lavoro dopo maggio.

Sono, dunque, esclusi  i contribuenti: a) il cui reddito complessivo non è formato da reddito da lavoro dipendente o assimilato, b) che non hanno un’imposta lorda su reddito da lavoro dipendente o assimilato superiore alla detrazione (Bonus), c) che superano i 26.000 €.

•    Quanto spetta?

La detrazione massima annuale, o Bonus, spettante per l’intero anno fiscale in corso, in attesa della Legge di Stabilità per il 2015, è di € 640 che, ripartiti in 8 ratei sulle mensilità comprese tra maggio e dicembre danno 80 € al mese.

L’importo intero spetta fino all’imponibile di 24.000 Euro, superati i quali decresce proporzionalmente fino ad estinguersi superati i 26.000 Euro di imponibile.

I 640 € sono la da suddividere tra i mesi lavorati nel periodo d’imposta 2014. Perciò, per esempio, chi è stato assunto a marzo avrà diritto al credito d’imposta di € 533,33 per 10 mesi di lavoro invece che 640, con detrazioni mensili di € 66,66. Lo stesso dicasi per chi dovesse interrompere il rapporto di lavoro a ottobre, ma con la differenza che, se il recesso non fosse prevedibile, la rateizzazione non può essere parametrata e, in tal caso, il lavoratore dovrà restituire 133,32 Euro con la dichiarazione del 2015.

Soprattutto per i contribuenti con rapporti di lavoro brevi la detrazione può essere giornaliera invece che mensile. In questi casi i 640 Euro si dividono per 365 invece che per 12 e si moltiplicano per i giorni effettivamente lavorati. Con questo tipo di calcolo la detrazione su un mese di lavoro da 80 Euro scende a 53,60 Euro medi perché si computano solo i giorni lavorativi, ma in tal caso si matura un credito fiscale di 26,40 Euro medi da recuperare con la dichiarazione del 2015.
La detrazione del Bonus si effettua fino al raggiungimento del limite di capienza dell’imposta lorda gravante sul reddito, al netto delle sole detrazioni da lavoro dipendente e, perciò, sommandosi ad eventuali altre detrazioni (p.es. per carichi di famiglia), superato detto limite di capienza viene decurtata.

I lavoratori con redditi inferiori a 8.000 Euro sono considerati incapienti e non hanno diritto al bonus in quanto, per effetto della detrazione da lavoro dipendente, l’imposta netta è zero.

•    Casi particolari.

Molti possono essere i casi di lavoratori che, per impossibilità di prevedere il reddito imponibile del 2014, disinformazione, errori materiali, o mancati agganci fiscali di diversi rapporti di lavoro instaurati nel periodo d’imposta 2014 possono avere debiti o crediti fiscali da conguagliare con la dichiarazione dei redditi del 2015.

•    Indicazioni pratiche utili.

Con la Circolare 8/E del 28/4/14 l’Agenzia delle Entrate, al fine di consentire la rapida attuazione delle nuove disposizioni, non ha previsto obblighi di informazione in capo ai sostituti d’imposta (i datori di lavoro) nei confronti del beneficiario (il lavoratore), e, pertanto, la sussistenza del diritto nonché la misura della detrazione d’imposta saranno determinate sulla base dei dati fiscali di cui sono in possesso o di cui “entrano in possesso” perciò il lavoratore, per non correre il rischio di restare ingiustamente escluso, oppure di dover restituire all’erario in tutto o in parte le detrazioni con pesanti conguagli a debito, dovrà informare di propria iniziativa il datore di lavoro, per esempio, circa eventuali altre fonti di reddito che possono far superare i limiti imponibili o del variare del reddito dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale che, invece, può essere dedotta dall’imponibile, o di qualsiasi altro fattore rilevante ai fini del calcolo e non noto.

Si raccomanda comunque di verificare il corretto adempimento da parte dei sostituti d’imposta mediante la lettura della busta paga.

Le strutture aziendali e territoriali della nostra organizzazione e i Caaf convenzionati sono a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori per qualsiasi esigenza di ulteriore informazione e orientamento.

Slc-Cgil 






Rai: sindacati, inaccettabile Dl che mina esistenza servizio pubblico

(ASCA) - Roma, 7 maggio 2014 - Si e' tenuto in data odierna l'incontro tra Slc Cgil, Fistel CISL, Uilcom Uil, Ugl Telecomunicazioni, Snater e Libersind-ConfSal e il Direttore Generale della Rai Luigi Gubitosi per discutere dei contenuti e degli impatti che il Dl n. 66/2014 rischia di avere sul servizio pubblico oltre che sui lavoratori. ''I 150 milioni di euro ai quali la Rai dovra' rinunciare nel 2014, ai quali non e' chiaro se andranno ad aggiungersi ulteriori riduzioni dei costi operativi del 2,5% (per ulteriori 50 ml di Euro) nel 2014 e del 4% nel 2015, avranno - si legge in un comunicato - un effetto devastante sulla tenuta del perimetro aziendale oltre che sulla tenuta occupazionale. Da quanto e' emerso nella riunione e' chiaro infatti che l'impatto del decreto sulla Rai sara' pesantissimo: alla gia' paventata vendita della quota del 40% di Rai Way si aggiungerebbero tagli sul perimetro produttivo dell'azienda, con le inevitabili conseguenze sui livelli occupazionali e sull'attuazione degli accordi sottoscritti che di fronte a questo vero e proprio tsunami difficilmente troveranno applicazione, penalizzando tutti i lavoratori, a partire dalla fascia piu' debole dell'azienda, quella dei precari, area News, offerta Canali, produzione, sedi regionali e area corporate sarebbero tutti oggetto di radicali tagli per reperire le risorse richieste''. ''La preoccupazione che aveva spinto le oo.ss. a richiedere un incontro per comprendere come troverebbe applicazione il decreto dentro la Rai, ha mostrato tutto il suo fondamento. Alla vigilia del 2016, anno in cui dovrebbe essere rinnovata la concessione per il servizio pubblico il governo - prosegue il comunicato - sceglie di intervenire con un provvedimento che scippa alla Rai risorse essenziali per il suo stesso sostentamento, dopo aver gia' bloccato il recupero dell'inflazione sul canone per l'anno in corso. Per queste ragioni, il sindacato, dopo aver sollecitato l'azienda a non accettare passivamente la volonta' della politica, valutando le possibili eccezioni nei confronti del Governo e i possibili ricorsi a difesa del servizio pubblico, chiedera' un incontro urgente alla Commissione di Vigilanza Rai per sollecitare un intervento teso alla rivisitazione di un decreto che, se convertito in legge, determinera' la distruzione della piu' grande azienda culturale del paese. Il prossimo appuntamento e' intanto fissato per domani 8 maggio, data in cui si terra' un coordinamento unitario di tutte le oo.ss. per individuare le forme di lotta necessarie per respingere l'attacco al Servizio pubblico''.

Poste Italiane, Caio ad e direttore generale

Francesco Caio è il nuovo amministratore delegato e direttore generale di Poste Italiane. A conferirgli la nomina è stato il consiglio d’amministrazione del gruppo, che si è riunito oggi sotto la presidenza di Luisa Todini, dopo l’assemblea ordinaria che si era tenuta il 2 maggio.
“Il Consiglio – si legge in una nota di Poste Italiane - ha altresì provveduto a ricostituire al proprio interno il Comitato Compensi, composto dai consiglieri Antonio Campo Dall’Orto, con funzione di presidente, ed Elisabetta Fabri”.
Le cronache e i retroscena delle ultime settimane sui nuovi vertici di poste avevano riportato voci di attriti tra Caio e Todini, con quest’ultima che avrebbe voluto assicurarsi un ruolo il più possibile operativo nel gruppo, e che avrebbero portato all’attribuzione alla presidente della delega all’internal auditing e la condivisione con l’ad dei rapporti istituzionali. Mentre Caio mantiene la delega alla comunicazione, particolarmente importante nel momento in cui Poste italiane sta predisponendo l’attività preparatoria alla quotazione a piazza Affari.
Nell’agenda di Francesco Caio si presentano da subito scelte importanti per il futuro dell’azienda: dalle nomine in arrivo per una decina di controllate alla presentazione del piano industriale e la predisposizione degli adempimenti per l’approdo in Borsa, rispetto al quale il gruppo si starebbe muovendo per la scelta degli advisor, con la privatizzazione che dovrebbe arrivare entro il 2014. Su una capitalizzazione complessiva che si aggirerebbe attorno ai 10 miliardi, il gruppo e il ministero del Tesoro mirerebbero a raccogliere sul mercato una cifra approssimativa di 4 miliardi di euro.


06 maggio 2014

VISITA SANITARIA: COSA S’INTENDE PER TURNO ANTIMERIDIANO…

Alcuni lavoratori, in sede di visita di sorveglianza sanitaria, si son visti riconosciuto il giudizio di idoneità alla mansione, sebbene, in considerazione delle proprie condizioni di salute e dei rischi lavorativi presenti nella loro mansione, adibiti a turistica antimeridiana.
Qui si ferma la prescrizione/limitazione del medico competente. È quindi la Linea che la traduce in comando ad uno o più turni della matrice – laddove il settore ne preveda.
Ebbene: al Caring i lavoratori in tema hanno sinora svolto orari fino alle ore 20, disposizione che lascia quantomeno perplessi – e che è già stata stigmatizzata da Slc-CGIL in comunicati e ad incontri sindacali territoriali. Continuando l’Azienda a fare orecchie da mercante, su suggerimento della scrivente O.S., un lavoratore si è allora rivolto al Dipartimento di Prevenzione, Servizio Prevenzione e Sicurezza Ambiente di Lavoro della Azienda USL Roma C, che ha così precisato:
la turistica antimeridiana deve includere turni di lavoro che si svolgono in maniera consistente in orario mattutino/antimeridiano; per analogia a quanto riportato nel D.Lgs. 66/2003, secondo il quale per periodo notturno si deve intendere il periodo di almeno 7 ore consecutive comprendenti l’intervallo tra le ore 24 e le ore 5 del mattino, e secondo il quale il lavoro è definito notturno quando è svolto per almeno 3 ore in periodo notturno (tra le ore 22 e le ore 7), si potrebbe intendere come periodo pomeridiano il periodo di 7 ore consecutive comprendenti l’intervallo tra le ore 16 e le ore 21, e come lavoro pomeridiano il lavoro svolto per almeno 3 ore in periodo pomeridiano (tra le ore 14 e le ore 23); la turnazione antimeridiana non deve comprendere lavoro pomeridiano.
Ebbene: ancora una volta Slc-CGIL era nel giusto! L’istituzione pubblica competente, che ha fatto un lavoro meritorio, ha confermato quanto andiamo ripetendo da tempo. Corre l’obbligo di ringraziare il lavoratore che ha dato fiducia alla scrivente O.S., ottenendo così miglior tutela della propria salute che non affidandosi alla sola Azienda, che sembra sempre più presa dal solo raggiungimento dei propri obiettivi al punto da distorcere le prescrizioni del medico competente. A dimostrazione che non serve
borbottare al bar davanti al caffè contro il destino cinico e baro – bensì agire, ben consigliati.
Così come non ci si può esimere dal manifestare disappunto nei confronti di un’Azienda che rifugge il confronto con la scrivente O.S., per vedersi poi soccombere in sede terza di contenzioso. Piuttosto, raccolga i fondati suggerimenti che non abbiamo mai mancato di avanzare – magari nell’immediato estendendo a tutti i lavoratori in casistica la considerazione dello Spresal.

Segreteria Slc-CGIL Roma e Lazio

Rsu Telecom Italia u.p. Roma lista Slc-CGIL

Susanna Camusso, Noi non ci sentiamo il sindacato della conservazione

“Non ci sentiamo il sindacato della conservazione, basta dire che questi anni sono stati attraversati da migliaia di accordi che hanno visto concordare la riorganizzazione nelle imprese, che hanno visto discutere di come si utilizzavano i contratti di solidarietà, che hanno visto discutere di riconversione di aziende al fine di salvaguardare il lavoro”. Così Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, nell'intervista che andrà in onda stasera (6 maggio) a Ballarò su Raitre. Lo riferiscono le agenzie di stampa.

“Tutto un mondo - ha aggiunto Camusso - di cui non si parla mai ma che è quello di affrontare questi sei anni di crisi. Poi ci sono cose che noi continueremo a dire che non vanno bene. Se si sostiene che cambiare vuol dire rendere più debole il lavoratore, noi continueremo a dire che non va bene. Siamo convinti che non è la ricetta giusta".

"Se ci dice che bisogna riformare la Pubblica amministrazione - dice ancora Camusso - non possiamo che brindare, sono anni che chiediamo che ci sia una grande rivoluzione nella pubblica amministrazione. Che parte dal fatto che un rapporto lavoro pubblico sia un rapporto di lavoro contrattuale, non sia deciso dalla politica, non sia fatto per nomine. Che però - chiede il leader Cgil - intervenga non a penalizzare i lavoratori, ma che rompa i nessi di potere corruttivo, di concessione degli appalti, di organizzazione dell'amministrazione per interessi invece che al servizio dei cittadini".


"Bisogna avere un grande coraggio per riformare la pubblica amministrazione - ribadisce Camusso - ma proprio per questo bisogna scegliere l'obiettivo giusto. Il rischio è che alla fine si traduca tutto con sei anni di blocchi contrattuali. Il problema semplicemente è mandare via i lavoratori, ma in questo modo si indeboliranno i servizi per i cittadini e non si fermerà quel blocco di potere che oggi paralizza il paese”.