18 ottobre 2014

Legge di Stabilità: il taglio al fondo patronati è un grave attacco ai diritti dei cittadini

COMUNICATO STAMPA
(Dichiarazione di Morena Piccinini, presidente Inca)
“Quello che riportano oggi alcuni quotidiani circa un taglio strutturale di risorse al fondo Patronati, di oltre il 30 per cento, va ben oltre ogni previsione negativa; è gravissima, inaccettabile e immotivata”. E' quanto afferma Morena Piccinini, presidente Inca. “Se venisse confermato il testo della legge di Stabilità, così come è stato pubblicato dai principali quotidiani – precisa - per i patronati si tratta di una stangata che pregiudicherà l'attività di assistenza e di tutela che questi istituti offrono in forma gratuita a milioni di cittadini e cittadine ogni anno, così come prevede la legge 152 del 2001”.
“Una scelta scellerata – spiega la presidente dell'Inca - che mal si concilia con le dichiarate intenzioni del governo di mettere a punto una manovra finanziaria espansiva per favorire la ripresa occupazionale e lo sviluppo economico, mostrando particolare attenzione alle famiglie più bisognose.  Il governo ignora quanto il lavoro dei Patronati incida positivamente sulla pubblica amministrazione che lui stesso intende riformare, tagliando gli sprechi”.
“Soltanto qualche giorno fa – precisa Piccinini -, in occasione della presentazione del bilancio sociale dell'Istituto previdenziale,  è stato sottolineato che, senza l'attività dei Patronati, la pubblica amministrazione dovrebbe aprire e gestire circa 6 mila uffici permanenti e per l'Inps, questo si tradurrebbe in un aumento degli organici di 5.350 unità. In termini economici, il sistema dei patronati garantisce un risparmio annuo di 564 milioni di euro per l'Inps occorrenti per garantire annualmente gli stessi servizi”.             
Secondo la presidente dell'Inca, “il taglio di 150 milioni di euro e la riduzione dell'aliquota di prelievo dei contributi previdenziali obbligatori, già a partire dall'anno in corso, significa mettere in ginocchio la rete degli sportelli dei Patronati che in questi anni di crisi ha rappresentato l'unico istituto di welfare al servizio soprattutto di coloro che non possono permettersi di pagare un consulente privato per ottenere le prestazioni previdenziali e assistenziali cui hanno diritto e che stanno soffrendo più di molte altre categorie le conseguenze di una crisi disastrosa”.
“Altro che manovra espansiva se venisse confermato la bozza data alla stampa – conclude la presidente Inca -, si tratterebbe invece di duro attacco senza precedenti ai diritti più elementari costituzionalmente garantiti, per tutti e, in particolare, per le fasce più deboli della popolazione. Questa legge di Stabilità ci consegna una ragione ancor più significativa per partecipare alla giornata di mobilitazione indetta  dalla Cgil per il 25 ottobre”.
Roma 17 ottobre 2014

E‐CARE: LICENZIATI 489 LAVORATORI DEL CALL CENTER

Con la dichiarazione della chiusura della storica sede di Cesano Boscone del call center ECare ed il conseguente licenziamento di 489 lavoratori si giunge all’ultimo atto di una vertenza aperta oltre un anno fa per far fronte, con i sacrifici sostenuti dai lavoratori, alla decisione di Fastweb di cambiare fornitori, non per problemi di qualità o di costi incompatibili, ma per scelte strategiche della società.
Ancora un caso diretta conseguenza della normativa sugli appalti che, in contrasto con le indicazioni dell’UE recepite quasi ovunque, consente libertà di licenziare ad ogni cambio appalto.
A fronte della pur legittima scelta di Fastweb di cambiare fornitori (ci auguriamo non per abbattere le tariffe e quindi impoverire i lavoratori), i lavoratori non devono perdere il lavoro perché è stato semplicemente trasferito ad altra azienda.
E’ inspiegabile che il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero del Lavoro non abbiano mai convocato le parti nonostante lo scorso 14 luglio gli fosse stato richiesto un incontro unitariamente dalle organizzazioni sindacali che avevano già paventato la situazione che purtroppo si è concretizzata ieri.
E‐Care ha spiegato ai lavoratori che tra le ragioni che hanno condotto alla decisione di chiudere e licenziare vi è l’alto costo del lavoro del sito, tralasciando che i lavoratori avevano già subito notevoli decurtazioni alle retribuzioni con gli ammortizzatori sociali e con il blocco degli istituti economici di secondo livello.
Se il nostro ordinamento giuridico riconosce la libertà d’impresa, e la garantisce con norme, mentre non ci sono norme che definiscano in concreto la responsabilità sociale dell’impresa nel cambio di appalto, ciò non obbliga certo alcuno dei soggetti a scaricare sulla collettività il costo sociale di 489 licenziamenti per scelte commerciali, ancorché legittime. Si impegnino dunque tutti, stazione appaltante, appaltatore uscente e appaltatori subentranti, a trovare le soluzioni occupazionali in tempo utile.
Roma, 16 Ottobre 2014

SEGRETERIA NAZIONALE SLC‐CGIL

E-CARE: COMUNICATO SINDACALE. NON POSSIAMO ACCETTARE ALTRI 489 LICENZIAMENTI

La cessazione delle attività operative della storica sede di E‐Care a Cesano Boscone con l’avvio delle procedure per il licenziamento di 489 lavoratori sono un fatto di estrema gravità per le Persone coinvolte e per l’impatto sociale sul territorio, per le possibili conseguenze sugli assetti aziendali complessivi e perché, purtroppo, altre morti annunciate seguiranno nelle prossime settimane nel settore dei Call Center.
Quella che abbiamo di fronte non è una semplice crisi di mercato dovuta alla contrazione della domanda di servizi, ma una guerra che si combatte ormai in campo aperto per l’abbattimento delle tariffe al di sotto del costo del lavoro e che in ogni gara d’appalto apre un nuovo fronte. Per questo i sacrifici cui si sono sottoposti per un anno i lavoratori di Cesano Boscone, con gli ammortizzatori sociali in deroga e con il congelamento degli istituti economici di secondo livello, non sono andati a buon fine.
Ad una riduzione dell’attività si può rispondere con gli ammortizzatori sociali, sebbene in deroga, ma se i ricavi scendono ad attività costante vuol dire che il sistema è malato e la malattia del sistema si chiama assenza di regole sui cambi di appalto. C’è bisogno di una terapia d’urgenza, ma il governo finora ha fatto tanti annunci e niente fatti.
Le difficoltà dovute a tale stato di cose, oltre che alla situazione del cambio appalto della commessa Fastweb, ci avevano portato a richiedere già lo scorso 14 luglio un incontro al Ministero dello Sviluppo Economico e al Ministero del Lavoro, ma non abbiamo mai avuto risposte.
Le Segreterie Nazionali invitano pertanto il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero del Lavoro a convocare immediatamente il tavolo finalizzato a trovare tutte le soluzioni possibili che impediscano il licenziamento di 489 lavoratrici e lavoratori scaricandone sulla collettività il costo sociale.
Proprio perché non è ancora stato in grado di definire norme generali che, recependo le indicazioni UE, garantiscano la continuità lavorativa in caso di cambio appalto, il Governo deve intervenire nelle singole vertenze e costruire azioni delle parti coerenti con gli annunci fatti.
Certamente E‐Care non può chiamarsi fuori dalle sue responsabilità, né può pensare di mettere sulla strada 489 famiglie in questo momento di grande difficoltà del Paese, noi non glielo permetteremo mai. Né può pensare di spostare impunemente attività e commesse, oggi svolte su Cesano Boscone, in altre sedi.
Chiedono infine a tutte le società coinvolte nella vicenda del cambio appalto, dalla stazione appaltante, all’appaltatore uscente fino agli appaltatori subentranti, di farsi carico della responsabilità di assicurare a tutti i lavoratori coinvolti una prospettiva lavorativa.
Convocano il Coordinamento Unitario delle Rsu E‐Care il 30 ottobre 2014 per decidere le iniziative volte a trovare una soluzione per i licenziamenti di Milano e a prevenire ulteriori conseguenze occupazionali nel gruppo.
Roma, 17 ottobre 2014
Le Segreterie Nazionali
SLC‐CGIL   FISTEL‐CISL   UILCOM‐UIL   UGL

15 ottobre 2014

Telecom Divisione Caring Services: Opportunità o Costo

Durante l’incontro del Coordinamento delle RSU di Telecom tenutosi il 16 e 17 luglio, l’azienda, in ottemperanza a quanto previsto dagli accordi sottoscritti il 27 marzo 2013, ha avviato un confronto finalizzato a definire le strategie inerenti il futuro di Caring
Service con particolare riferimento alla decisione di procedere alla societarizzazione della divisione.
L’accordo del 27 marzo oltre ad aver previsto l’azzeramento degli esuberi alla scadenza del periodo di solidarietà, stabiliva una moratoria della decisione di procedere alla societarizzazione per un anno, con una serie di interventi finalizzati a recuperare
produttività, misurati i quali l’azienda avrebbe definito la sua posizione sul futuro della divisione.
In tale incontro l’azienda ha evidenziato come gli interventi realizzati abbiano consentito un ingente recupero di produttività (misurabile in oltre 60 milioni di euro) pur lamentando un costo eccessivo rispetto al mercato esterno.

08 ottobre 2014

Lettera di Massimo Cestaro ai lavoratori per Manifestazione 25 ottobre 2014

Alle Lavoratrici, Ai Lavoratori
Stiamo tutti preparando la MANIFESTAZIONE DEL 25 OTTOBRE.
Come è tradizione antica e consolidata della CGIL, tutte le nostre manifestazioni sono di protesta e di proposta. Oggi però c’è qualcosa in più per cui la risposta deve essere più larga e più forte possibile. Vi è infatti una esplicita azione, anche mediatica e su larga scala, tesa a delegittimare il nostro sindacato su uno degli aspetti per noi più sensibili: Saremmo i difensori dei “garantiti” contro i giovani e contro i precari.
Anzitutto verrebbe da chiedere a tutti quegli assidui frequentatori di talk show, se qualche volta hanno avuto anche il buon gusto di volgere lo sguardo dentro le sedi dove le parti sociali hanno dovuto affrontare gli effetti drammatici della crisi sull’occupazione e vedere lì le facce dei “garantiti” che perdevano il posto di lavoro.
Ma quella che appare davvero come una volgare mistificazione ‐ non sappiamo se per calcolo o per pura ignoranza, probabilmente per entrambi ‐ è la domanda retorica che ci viene posta: quando si allargava il precariato, voi dove eravate?
Bene, noi eravamo lì, con gli occupati, con i disoccupati e con i precari: cioè con tutti coloro i quali hanno in mente il lavoro come condizione irrinunciabile per dare dignità alla propria vita. Abbiamo dovuto combattere contro una legislazione che, scientificamente, ha puntato a sottrarre intere generazioni dalla sfera dei più elementari diritti di cittadinanza. Questi nuovi esponenti di una politica ottocentesca farebbero bene ad andare a riguardare le nostre azioni sindacali (nostre, di SLC, ma solo per parlare di cose che conosciamo bene!) sui Call Center, sull’editoria, sull’emittenza, sulla produzione culturale! Andassero a rivedersi le interviste televisive ai precari, ripresi di spalle e con la voce contraffatta per non farsi riconoscere: da chi? Da noi? O piuttosto dalle imprese, spesso cooperative, per le quali lavoravano? Eppure l’attenzione di oggi è tutta rivolta al sindacato che, colpevolmente, non avrebbe associato e quindi rappresentato quel lavoratore precario, mentre nessuno sembra porsi la domanda di quanto quel lavoratore fosse davvero LIBERO di esercitare compiutamente i suoi diritti costituzionali.
Siamo perfetti? No. Errori ne abbiamo fatti anche noi e forse non siamo stati una “sponda” sufficientemente solida per quei lavoratori. Ma nessuno dica che non abbiamo provato ad opporci, anche con la contrattazione collettiva e con qualche risultato, al dilagare del precariato, voluto fortemente e consapevolmente dalle imprese come strumento competitivo sul mercato del lavoro per abbassare le tutele di tutti e col sostegno della Legge che, com’è noto, è sempre sovraordinata rispetto ai contratti.
Diamo una risposta forte e autorevole per riaffermare il valore della rappresentanza di milioni di cittadini! Portiamo in piazza gli occupati, i precari, i disoccupati. Portiamo i fatti, la loro realtà e le loro condizioni materiali che sono sempre più dure delle chiacchiere! Il Paese non lo si cambia senza di noi e solo una politica stolta e miope può pensare di cambiarlo CONTRO di noi.
 Massimo Cestaro
Segretario Generale SLC‐CGIL Nazionale

Vertenza Servizi Postali Sicilia

Nel settore dei servizi postali siano essi pubblici (Poste Italiane) che privati (Appalti Privati), da qualche anno si sta navigando a vista con gravi contraccolpi complessivi sull’occupazione e la qualità del servizio all'utente, ciò non a causa della crisi finanziaria, ma per le strane politiche industriali che Poste Italiane ha imposto negli ultimi anni.
Poste Italiane, società di fatto controllata dal Ministero del Tesoro e principale concessionaria dello stato nel settore, infatti, sta riorganizzando la propria presenza sul mercato puntando al mero recupero economico a danno della qualità del servizio verso i cittadini consumatori.
Va purtroppo in questa direzione l’ultima scelta operata da Poste sull’internalizzazione, a partire  dal 1 ottobre, del servizio raccomandate, servizio sino ad oggi svolto in appalto da ditte esterne.
Tutto ciò causerà disagio sia tra i propri addetti sia nell'utente. Sono stati, infatti, ridotti i centri di smistamento così come le zone con conseguente ampliamento delle porzioni di territorio assegnate al proprio organico. L'internalizzazione dei prodotti ad alto valore aggiunto come le raccomandate e la pesante ed incessante incentivazione all'esodo del proprio personale, oggi chiamato esodato, ha fatto si che il carico di lavoro continua a diventare sempre più insostenibile ed ha determinato il crollo dei livelli occupazionali del settore servizi privati.
Infatti, dal 2000, anno in cui lo Stato ha ritirato le concessioni a tante aziende private, Poste Italiane ha affidato in appalto a ditte esterne circa il 35-40% del mercato delle raccomandate a fronte di un prezzo quantomeno discutibile.  L'appalto viene, infatti, assegnato a circa 0,97 euro a raccomandata a fronte di un incasso che varia da 3,5 euro a 15 euro, tanto viene pagato dall'utente.
A causa di tutto ciò si è venuto a creare nel settore del recapito privato un settore povero, con un CCNL diverso da quello applicato ai dipendenti di Poste Italiane e che schiaccia verso il basso il costo del lavoro per gli addetti del recapito privato. Ciò ha voluto anche dire maggiori ricavi a costi fissi per Poste Italiane SPA e maggiore qualità del servizio per le conseguenze determinate sul perimetro, non più infinito, delle zone di recapito.
A questo punto ci chiediamo quale sia la strategia di Poste Italiane e se tale strategia miri esclusivamente all'utile immediato con pari nocumento per la qualità del servizio reso al cittadino, per la salute dei propri lavoratori e per i livelli occupazionali degli addetti al recapito privato.
Se anche Poste Italiane pensa di poter evadere dalle sue responsabilità sociali e pensa che la propria azione possa essere indirizzata verso l'esclusiva produzione di un utile economico, che poi comunque non ci sarà, siamo davvero alla canna del gas.

Palermo,08/10/2014

TLC: Swisscom valuta la cessione di Fastweb a Vodafone

Swisscom sta valutando la cessione di Fastweb a Vodafone. E' quanto si legge su organi di stampa elvetici, come l'Handelszeitung, che rilanciano indiscrezioni in circolazione ormai da alcuni mesi sul possibile interesse del gruppo britannico, guidato da Vittorio Colao, per l'operatore di banda larga fondata a Milano nel 1999.
La novità delle ultime indiscrezioni è però rappresentata dalla discesa in campo di Ubs. La compagnia svizzera sta lavorando con la banca di Zurigo, advisor di lunga data di Vodafone, per facilitare un'operazione dal valore potenziale fino a 5 miliardi di euro sulla base di un multiplo di settore di 8/10 volte l'Ebitda 2013 di 510 milioni di euro registrato da Fastweb.
Vodafone ha più volte smentito trattative in corso ma, secondo quanto finora emerso, rimane interessata all'acquisto di Fastweb e ad aprire negoziati con Swisscom. Il gruppo britannico ha avviato negli ultimi anni un nuovo percorso strategico che prevede l'acquisizione di reti a banda larga per accelerare la convergenza fisso-mobile e quindi la fornitura di servizi cosiddetti triple-play (internet, televisione, telefono).
Il gruppo britannico ha per esempio acquisito lo scorso marzo per 7,2 miliardi l'operatore via cavo iberico Ono e l'anno scorso per 7,7 miliardi Kabel Deutschland. Vodafone, che da ieri è stata inserita tra i pretendenti anche di Portugal Telecom, può contare su un enorme liquidità, frutto del maxi-accordo da 130 miliardi di dollari per la cessione del 45% di Verizon Wireless al partner statunitense Verizon Communications che portato nelle casse del gruppo britannico ben 60 miliardi in contanti.
La notizia fa volare il titolo di Swisscom a Zurigo. Sul listino elvetico il titolo del gruppo viaggia in rialzo del 2% a 544 franchi dopo aver toccato nel corso della seduta un massimo a 557 franchi, su livelli che non vedeva da 14 anni. Segno che il mercato crede che la capogruppo si stia muovendo per valutare la cessione a Vodafone, da oltre un anno indicata periodicamente come interessata all'azienda italiana. Dal quartier generale del gruppo svizzero, come d'abitudine, non arrivano peraltro commenti.
La vendita della controllata secondo gli analisti consentirebbe a Swisscom di ridurre gli investimenti in conto capitale e di distribuire un dividendo straordinario. Guardando poi alle possibili sinergie c'è chi è convinto che Fastweb possa valere più per Vodafone che per Swisscom.


07 ottobre 2014

BT-ACCENTURE: AZZOLA (SLC CGIL), AZIENDE CARNEFICI, GOVERNO INETTO

“Nella serata di ieri si è rotto il tavolo di trattative sulla vertenza British Telecom e Accenture – lo annuncia Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil. “La decisione di BT di portare via il lavoro svolto dal sito di Palermo per spostarlo in un altro territorio, peraltro mai comunicato, si conclude nel modo più tragico: il licenziamento di 262 lavoratori, mediamente quarantenni e con percentuale molto elevata di donne, fra cui molte mamme.”
“Il tutto si è consumato nel totale silenzio del Governo che di fronte a un’azienda che ha ricattato le istituzioni, i lavoratori e le loro rappresentanze cercando di ottenere il massimo profitto dal bisogno di lavoro che attraversa l’Italia e in particolare aree come quella palermitana, non ha ritenuto di spendere una parola a favore della permanenza sul sito dell’attività lavorativa.”
“Il Ministro Guidi, che è stato molto attivo per tracciare la mediazione su quanti soldi Accenture dovesse riconoscere a British Telecom per assumere il 70% dei lavoratori interessati, non ha detto una parola per denunciare il ricatto messo in atto dalle due aziende: accettare, attraverso la firma di un accordo transattivo tombale, condizioni di minor salario (cancellando gli scatti di anzianità e i livelli retributivi), di minori diritti (attraverso il controllo a distanza delle performance dei lavoratori) per continuare a fare il lavoro che già fanno da anni oppure perdere il posto di lavoro.”
“L’idea espressa dalle due aziende è che il conto del loro accordo lo avrebbero dovuto pagare i lavoratori e che per continuare a lavorare avrebbero dovuto perdere anche la loro dignità – avvisa Azzola. E questi invece, seppur in lacrime per la consapevolezza di aver perso ogni speranza nel futuro, hanno ritenuto di rifiutare l’elemosina offerta dimostrando una dignità che i vertici delle due aziende presenti non conoscono e non comprendono: “potete comprare le nostre braccia, il nostro tempo e la nostra intelligenza ma mai la nostra dignità” hanno detto al termine della trattativa. Con l’unica eccezione del sindaco di Palermo Leoluca Orlando che orgogliosamente ha definito gravi le posizioni assunte da British Telecom, il rappresentante del Governo ha chiuso asetticamente dicendo che la competenza sulla vertenza passerà ad altra istituzione, denunciando l’incapacità a dirimere la controversia. In verità nemmeno una telefonata è stata fatta ai vertici di British Telecom rispetto a quanto stava accadendo.”
“In nessun Paese Europeo operazioni come quelle orchestrate da British Telecom sono possibili, perché in tutti quei Paesi il recepimento di una direttiva europea del 2001 tutela i cambi e le successioni di appalto con una norma di civiltà:se il lavoro continua a esserci, il lavoratore segue il lavoro pur cambiando l’azienda che lo svolge.  In Gran Bretagna British Telecom mai farebbe operazioni di questo tipo perché pesantemente sanzionate dalla legge (TUPE). La debolezza e l’incapacità del Governo permettono, invece, in Italia i peggiori comportamenti privi di qualsiasi elemento di responsabilità sociale e, anzi, British Telecom è il fornitore di servizi telefonici del Ministero del Lavoro.”
“In un primo momento anche il Governo Italiano aveva ritenuto tale strada necessaria per tutelare migliaia di lavoratori (giovani e donne) ma le pressioni esercitate nelle segrete stanze dalla committenza ha portato il Governo a sfilarsi dalla vertenza lasciando soli i lavoratori e le lavoratrici del settore a piangere e disperarsi – ricorda il sindacalista. In testa a tutti la committenza delle telecomunicazioni che mostra il viso buono e responsabile nella gestione del personale diretto, elogiando in ogni intervista la responsabilità dimostrata dal sindacato, per diventare il peggior carnefice nei confronti dei lavoratori che operano in appalto. E’ evidente che tale discrasia non potrà che vedere una risposta durissima del sindacato a ogni singola azienda e a un’associazione di rappresentanza che si rifiuta ostinatamente di voler provare a governare i processi.”
“E’ finito il periodo della pace sociale e della responsabilità nel settore delle TLC per aprire la stagione del conflitto sulle contraddizioni che non si vuole risolvere.”
“Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha chiesto nei giorni scorsi una mano a spingere la macchina per rimetterla in moto: peccato che lui e il suo Governo rifiutino l’aiuto della parte migliore del Paese che vorrebbe costruire l’Italia che lui stesso descrive ma si rendono conto che dietro agli slogan si nascondono incompetenze e incapacità che lasciano soli i lavoratori davanti ai poteri economici.”
“E in questo modo, mentre nel Paese reale migliaia di giovani donne e uomini perdono il posto di lavoro ogni giorno perché le imprese li vogliono sostituire con lavoratori meno costosi e magari collocati in Paesi esteri, Renzi impone una discussione sulla libertà di licenziamento degli imprenditori chiedendo l’ulteriore modifica dell’articolo 18. Il teatrino della politica, che ha molto migliorato la sua immagine pubblica, non ha perso i peggiori vizi del passato – conclude Azzola.


06 ottobre 2014

Comunicato Teatro dell'Opera di Roma


Qualcuno ha deciso non di dare l’esempio ma di indicare la linea politica da seguire su tutte le questioni relative alla Cultura in Italia.
Con il licenziamento collettivo di coro ed orchestra del Teatro dell’Opera di Roma si è infatti deciso non solo che di Cultura non si mangia ma che alla cultura usa e getta , di quella che si piega alle logiche del consumo e dell’intrattenimento , ci si vuole piegare.
Tutto ciò con l’aggravante che si è pure deciso di scaricare sugli artisti il peso delle proprie responsabilità, delle proprie negligenze e delle proprie colpe per gestioni allegre e clientelari.
Ad una grande nazione , che ha fatto del proprio patrimonio culturale materiale ed immateriale e del lavoro l’elemento portante della propria coesione sociale viene , in una unica soluzione, negato il diritto al lavoro e la memoria stessa.
La furia cieca di chi mette al fuoco le biblioteche, di chi distrugge i monumenti, di chi riorganizza i saperi piegandoli alla propria volontà va fermata.
La libertà e la difesa di saperi e conoscenze va tutelato e difeso ed è anche per questo che è necessario mobilitarsi a difesa del Teatro italiano che non deve essere svuotato ma valorizzato e rilanciato.

Segreteria Provinciale Cgil Catania                               Segretario Generale  Slc Cgil Catania
     Giovanni Pistorio                                                                 Davide Foti


Call center, dopo Acea scoppia il caso 060606: a rischio altri 700 lavoratori

di Federica Meta
La crisi dei call center investe la Capitale. Oltre ai 400 lavoratori di E-Care addetti al customer care di Acea ora a vedere vacillare il posti di lavoro sono anche i 700 che operano al centralino dello 060606, servizio informativo del Comune di Roma.
 A lanciare l’allarme la Slc Cgil. "Nei giorni scorsi sono state aperte le buste di due importanti gare di appalto del Comune di Roma, ora in fase di aggiudicazione, una per il servizio 060606, l'altra per i servizi e il centralino di Acea, azienda controllata al 51% dal Comune – spiega Fabrizio Micarelli, segretario della Slc Cgil di Roma e del Lazio -  Per entrambe le gare si prospetta un cambio dell'azienda appaltatrice e per circa 700 lavoratori, da anni impiegati su tali commesse, si profila lo spettro del licenziamento".
I sindacati non hanno nulla da dire sul cambio dell’ente appaltatrice, ma puntano il dito sull’assenza di regole che garantiscano la continuità occupazionale come avviene in altri settori e nel resto d’Europa. “Ci troviamo invece di fronte a un cambio del fornitore da parte del Comune di Roma, solo ed esclusivamente per abbattere i costi dell'appalto senza tener conto della qualità e della professionalità che le lavoratrici e i lavoratori possono ancora offrire alla cittadinanza, considerandoli di fatto una variabile indipendente dell'appalto – evidenzia Micarelli - Questo per noi è inaccettabile".
Per la Slc sarebbe sufficiente che il sindaco Marino applicasse la clausola sociale per garantire la continuità occupazionale per salvarli dal licenziamento . “Sono mesi che come sindacato abbiamo denunciato al Comune di Roma il rischio licenziamenti qualora non si fosse intervenuti a modifica dei capitolati di appalto, da mesi continuiamo a ricevere rassicurazioni e solidarietà da singoli rappresentanti politici locali – sottolinea il sindacalista - È arrivato il momento che Marino intervenga con un atto concreto e chiuda positivamente la vicenda per le lavoratrici e i lavoratori. Se si vuol salvare il mondo dei call center in Italia, basta modificare la legge sugli appalti evitando il massimo ribasso, inserendo clausole sociali e recependo correttamente le direttive europee in materia. Altro che articolo 18 e job act".
I sindacati hanno chiesto l’applicazione della clausola sociale anche per l’altra vertenza che scuote i call center romani. Quella che investe i 420 addetti al customer care di Acea, finora gestito da E-Care, che si trovano in una situazione del tutto simile a quella dei colleghi dello 060606.
A preoccupare le sorti del comparto non solo le rappresentanze dei lavoratori, ma anche le stesse imprese. Nei giorni scorsi si è levato l’appello del presidente di Assocontact, Umberto Costamagna, che ha chiesto al governo regole certe per rilanciare il settore, puntando il sito contro la politica degli annunci.
 “Eravamo stati facili profeti quando, nel luglio scorso - ha sottolineato Costamagna - dopo gli incontri dei tavoli ministeriali sui call center, per cercare di interrompere questa spirale continua di crisi aziendali che sembrava aggravarsi sempre più, chiedevamo con forza che ‘le convergenze dichiarate a parole si concretizzino velocemente per dare al settore una politica industriale che consenta alle imprese di sopravvivere e ai lavoratori di mantenere il posto di lavoro, in un contesto di libero mercato e di competitività basata sulla qualità’”.
Costamagna ha ricordato come l’associazione, che riunisce i contact center in outsourcing, avesse chiesto alle istituzioni interventi per una riduzione della pressione fiscale in un settore in cui il costo del personale si avvicina all’80 per cento del fatturato, la regolazione delle gare al massimo ribasso, e una discussione approfondita sui passaggi di appalto.
“Oggi, a distanza di due mesi e ancora in attesa della convocazione della ripresa del Tavolo Ministeriale, non possiamo non denunciare che le cose non si sono mosse e che, al contrario, stiamo registrando comportamenti che sembrano andare in direzione ostinata e contraria a quanto dichiarato e promesso nei mesi scorsi”.
“Un’ultima indicazione relativa ai contratti a progetto dei lavoratori che svolgono le attività di outbound. Insieme alle roganizzazioni sindacali – ha concluso Costamagna - siamo stati il primo e forse unico esempio in Italia ad aver regolamentato la disposizione legislativa della legge Fornero sui lavoratori a progetto: con l’accordo del 1° agosto 2013 sono stati definiti compensi minimi retributivi e diritti dei lavoratori. Nell’imminenza di procedere secondo le scadenze previste da quell’accordo, ascoltiamo annunci legati al Jobs Act del Governo Renzi che dovrebbe prevedere la revisione o l’eliminazione di questa forma contrattuale: come facciamo, come imprese, a pianificare una politica di sviluppo con questa incertezza, che coinvolge più di 35.000 lavoratori, con il rischio di una delocalizzazione massiva dell’intero settore? Questa incertezza, questa attesa, unita a quella della politica governativa sul regime della tassazione Irap, deve finire. Le imprese e i lavoratori hanno bisogno di certezze e di concretezza per poter impostare il proprio futuro e cercare di risolvere i problemi che ci attanagliano”.


Vodafone apre le porte a 80 neolaureati


Ottanta contratti a tempo indeterminato destinati a neolaureati “dotati di spirito imprenditoriale, passione per l’innovazione e determinazione al successo”. E’ il “Vodafone discover program”, al quale è possibile candidarsi dal secondo semestre del secondo anno di università fino a un anno dopo la laurea. Si tratta di un percorso di job rotation di due anni che dopo un percorso interfunzionale per primi 12 mesi prevede l’assegnazione di una “start position” da cui iniziare il proprio percorso di crescita in azienda. Le candidature vengono accettate attraverso il siti dell'azienda, nella sezione "lavora con noi", tra i progetti per studenti e neolaureati.

Grazie alla rotazione tra le diverse funzioni all’interno dell’azienda i neo assunti potranno entrare in contatto con i principali ambiti lavorativi e imparare dei leader del settore, utilizzando tecnologie avanzate e acquisendo una visione d’insieme dell’azienda e del mercato. La prima settimana sarà dedicata alla formazione in aula, in cui il management illustrerà la struttura organizzativa, le priorità di business e il brand. Poi il primo assignment, nel settore del sales e customer experience, che prevede un impiego temporaneo da addetto alla vendita in un negozio Vodafone, prima di trascorrere due mesi nel call center della società.

Nei quattro mesi successivi l’obiettivo sarà quello dell’esperienza cross functional, per conoscere i processi interfunzionali e analitici delle aree Hr, marketing analysis, finance o business tranformation. Il terzo assignment  sarà dedicato all’innovation, con  il neo assunto che sarà impegnato nei settori Marketing, online e sales. Trascorso così il primo anno, sarà il momento del primo ruolo in azienda, che durerà 12 mesi, per iniziare a costruirisi un profilo professionale e consolidare le competenze.


Nsn, Poletti: "Ritirare i 115 licenziamenti"

“Chiedo all'azienda di ritirare questo provvedimento. Si discute e vediamo cosa possiamo fare. Se una persona perde il posto di lavoro non è solo lei, ma è tutta la comunità che soffre. Il mio impegno c'è tutto. Molto del mio tempo lo passo a discutere di queste cose e abbiamo trovato modi per risolvere in maniera dignitosa molte situazioni”. Lo ha detto sabato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti dopo che si era diffussa la notizia delle 115 lettere di licenziamento per i lavoratori di Nokia Solutions and Networks. La raccomandata, inviata il 3 agosto e anticipata per posta elettronica, avvertiva 115 lavoratori di non presentarsi al lavoro questa mattina, e di riconsegnare al più presto, entro tre giorni dal ricevimento della raccomandata, il badge e i device aziendali.
Intanto dalle sette di questa mattina un presidio di lavoratori blocca le attività dello stabilimento Nsn di Cassina de’ Pecchi, in provincia di Milano. “Andremo avanti a oltranza - afferma un delegato della Rsu - finché la proprietà non ritirerà tutte le lettere di licenziamento”.
E' questa l'ultima tappa di una vertenza che ha coinvolto 154 esuberi di Nokia Solutions and Systems, la maggior parte impiegati dall’azienda finlandese in Lombardia, più quattro a Roma e due a Napoli, dopo che il 30 settembre si era chiusa senza raggiungere un accordo la contrattazione con i sindacati prima al Mise e poi al ministero del Lavoro.  
L’azienda, come aveva annunciato nei giorni scorsi, ha deciso unilateralmente di ridurre del 25% il numero degli esuberi inizialmente previsto, e ha così fatto recapitare la lettera di licenziamento a 115 persone anziché a 154. Per i 39 lavoratori che non hanno ricevuto la lettera di licenziamento l’azienda ha rinunciato di voler verificare ogni possibilità per il reinserimento in azienda, anche se non è ancora chiaro quale sarà la loro collocazione.
I sindacati si erano detti disposti a trattare finché non fosse partita la prima lettera di licenziamento, ma per una coda della negoziazione che si era conclusa senza esiti, nonostante l’appello del ministero del Lavoro all’azienda, non si sono create le possibilità.

Interrogazione Palma recapiti Poste

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE
Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico – per sapere, premesso che:
in data 2 luglio, la Società Palma srl di Catania ha comunicato, ai sensi e per gli effetti degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 91, la procedura di licenziamento collettivo per la cessazione dell'attività aziendale e conseguente risoluzione del rapporto di lavoro con tutti i 42 lavoratori occupati con contratto a tempo indeterminato;
dal 2000, l’Agenzia di recapito Palma S.r.l. ha svolto per conto delle Poste Italiane SpA il servizio di distribuzione di invii raccomandati e corrispondenza ordinaria, distribuendo mediamente circa 6.000 invii raccomandati al giorno. Il contratto con Poste Italiane ha finora rappresentato la quota ampiamente prevalente delle commesse di lavoro (pari a circa il 96 per cento dell'attività complessiva), tuttavia, tale contratto di affidamento è scaduto il 30 settembre 2014;
una crisi che non coinvolge solo l’azienda catanese, ma che coinvolge molte agenzie su tutto il territorio nazionale, e che si abbatte in un momento così delicato per l'occupazione nel nostro paese, e soprattutto per la Sicilia, conseguenza di una strategia adottata dalla più grande azienda italiana per numero di addetti, interamente di proprietà del Ministero del Tesoro;
da un’impresa pubblica ci si attenderebbe l’assunzione della piena responsabilità, anche sociale, nella gestione di certe strategie aziendali, soprattutto in considerazione dichiarata volontà di  procedere all’assunzione di 67 nuovi portalettere in Sicilia molti dei quali proprio a Catania -:
quali iniziative intendano assumere al fine di scongiurare che si determini un ulteriore aggravamento della crisi occupazionale nella città di Catania, a seguito delle disdetta del servizio di recapiti da parte di Poste S.p.A. nei confronti della società Palma srl, allo scopo eventualmente convocando le parti interessate, nel quadro di una trattativa più generale per il settore, anche nell’interesse del mantenimento degli standard qualitativi del servizio recapiti per i cittadini-utenti.

On. ALBANELLA

TFR in busta paga?



 TFR in busta paga? 
Non è un aumento salariale, né è una diminuzione delle tasse. 
Il Trattamento di Fine Rapporto (TFR), chiamato anche liquidazione, non è altro che “salario differito”, cioè una parte della retribuzione da lavoro dipendente che ogni anno viene messa da parte come risparmio per il futuro, circa una mensilità. 
I lavoratori possono scegliere – grazie al Sindacato – se lasciare il TFR in azienda o destinarlo alla previdenza complementare (fondi pensione), al termine del rapporto di lavoro. 
Mettere in busta paga il 50% del TFR maturato in un anno (mezzo stipendio) significa anticipare il salario, non aumentarlo! 
Anzi, si perderebbero i rendimenti e aumenterebbe la tassazione 
di quel reddito da lavoro!! 
NESSUNA RESTITUZIONE FISCALE 
Inoltre, non riguarda i lavoratori pubblici (con i contratti bloccati dal 2010), i pensionati, i disoccupati, le partite IVA, molti precari e molti giovani. 
E resta il dubbio sull’utilizzo del TFR destinato ai fondi pensione. 
NESSUNA EQUITÀ E NESSUNA GIUSTIZIA 
Per non colpire gli evasori, per non chiedere di più agli ultra-ricchi, per non liberare le risorse imprigionate e parassitarie, per non attaccare gli interessi finanziari, per non chiedere all’Europa di “cambiare verso”, per non cambiare il modello di sviluppo… 
…si vuole mettere mano ai redditi dei lavoratori dipendenti, ancora una volta. 
NESSUNA CRESCITA, NESSUNA RIPRESA 
Alcuni dati 
 Il flusso annuo complessivo di TFR è pari a circa 22-23 miliardi di euro. Di questi, circa la metà resta nelle disponibilità delle piccole e medie imprese (sotto i 50 dipendenti); circa 6 miliardi vengono gestiti dal Fondo Tesoreria presso l’INPS; circa 5,5 miliardi sono destinati alla previdenza complementare. 

 La retribuzione media annua lorda di un lavoratore dipendente (mediamente in 13 mensilità) viene tassata con aliquote progressive secondo gli scaglioni IRPEF, a cui si aggiungono le detrazioni per lavoro dipendente (fino a 55mila euro). Per il TFR, attualmente, è prevista una tassazione separata applicando l’aliquota media effettiva degli ultimi 5 anni di lavoro e vengono applicate detrazioni ulteriori a quelle già previste per i redditi fino a 30mila euro. Al TFR non si applicano le addizionali locali IRPEF. Portando il 50% del TFR annuo in tassazione ordinaria si perderebbe il beneficio fiscale da tassazione agevolata e aumenterebbe l’imposizione IRPEF per effetto del possibile aumento dell’aliquota marginale, della diminuzione della detrazione da lavoro dipendente e delle addizionali locali. 

 Il TFR lasciato in azienda o al Fondo Tesoreria INPS matura rendimenti fissi (1,5% + 75% dell’inflazione; tassati dal 2001 all’11%). Se il 50% del TFR annuo viene spostato in busta paga, non matura rendimenti e, in fasi recessive, di bassa inflazione o deflazione, quindi, perde ancora di più. 

Esempio 1: un lavoratore con retribuzione media annua di 20mila euro, con un anticipo del 50% TFR maturato in un anno, avrebbe a disposizione 38 euro netti mensili in più, non un euro in più di aumento del reddito da lavoro, ma circa 30 euro annui in meno tra minori rendimenti e maggiori tasse. 
Esempio 2: un lavoratore con retribuzione media annua di 30mila euro, con un anticipo del 50% TFR maturato in un anno, avrebbe a disposizione 50 euro netti mensili in più, non un euro in più di aumento del reddito da lavoro, ma circa 28 euro annui in meno tra minori rendimenti e maggiori tasse. 
N.B.: nell’Esempio 2 si conterebbe una perdita inferiore a causa dell’azzeramento delle ulteriori detrazioni previste per il TFR fino a 30mila euro. 

Va poi 

Telecom Sicilia: Comunicato spendibilità Buoni Pasto "QUI! TICKET"

Ci siamo e ci risiamo…. ad ogni cambio del gestore dei buoni pasto accade lo stesso fenomeno, i ticket non vengono accettati dagli esercenti che risultano convenzionati e per qualche mese bisogna penare per poter spendere i buoni.
Ci eravamo illusi che l'attenzione verso il dipendete, la cosiddetta  "People Strategy" tanto sbandierata in telecom dalla linea "PeopleValue"  potesse evitare il ripetersi di tali situazioni incresciose, ma purtroppo non è così, nessuna particolare attenzione verso il dipendente è dimostrata NEI FATTI tutto va esattamente come sempre.
Con l'entrata vigore e la consegna dei nuovi buoni pasto "QUI! TICKET" ci sono giunte molte segnalazioni da parte dei colleghi riguardo la spendibilità degli stessi.
Infatti, da quanto riferitoci, molti degli esercizi convenzionati riportati nell'elenco da voi inviatoci  dichiara di non avere attiva alcuna convenzione in particolare riguardo ai buoni " Telecom Italia".
Tenuto conto che non sta a noi entrare nel merito degli accordi commerciali tra gestore dei Buoni Pasto ed esercenti, ci preme ricordare la natura del detto istituto previsto dagli Accordi Aziendali (contratto di 2° livello) per cui l'azienda si impegna a rendere spendibili gli stessi.
Le scriventi OO.SS. unitamente alle RSU chiedono all'Azienda di affrontare immediatamente tale problema che sta generando confusione e disorientamento tra i lavoratori costringendoli a pagare di tasca propria il pranzo giornaliero, in un momento economico così difficile per tutte le famiglie.
Le Segreterie Regionali e le  RSU Telecom Italia
SLC CGIL    FISTEL-CISL    UILCOM-UIL

04 ottobre 2014

Spiati, come nel Grande Fratello, e licenziati, i lavoratori adesso passano all’attacco

www.tarantobuonasera.it
Lavorare in un call center come in una scatola del Grande Fratello, non chiedere mai spiegazioni, accettare di essere spiati e controllati in ogni momento della giornata, esseri sospesi e poi allontanati dall’azienda perché in stato di gravidanza, non chiedere mai informazioni sui propri diritti o il proprio contratto pena il licenziamento.
Sono le storie di un gruppo di lavoratori di un call center tarantino che di fronte alla rivendicazione di dignità e diritti da parte dei suoi dipendenti ha risposto con una chiara lettera di licenziamento.
Saranno loro, a volto coperto, i protagonisti della conferenza stampa che si terrà mercoledì 8 ottobre alle ore 10 nella sede della Cgil di Taranto in via Dionisio.
Parleranno a volto coperto perché per alcuni di loro c’è ancora una possibilità di tornare a lavorare. Possibilità che rischia di svanire del tutto se si renderanno riconoscibili in questa denuncia che suona giustizia – spiega Andrea Lumino, segretario generale della Slc, il sindacato che si occupa appunto dei lavoratori del mondo delle telecomunicazioni.
Questi lavoratori, figli-fantasma della deregulation che negli anni ha interessato il mercato del lavoro in Italia – spiega Giuseppe Massafra, segretario generale della Cgil di Taranto – non sarebbero comunque finiti sotto l’influenza della riforma che questo Governo vuole mettere in atto sull’art. 18, ma sono l’emblema di un rischio perenne e ricorrente che ogni lavoratore vive sul suo posto di lavoro.

L’esempio lampante di un modello che si potrebbe replicare ovunque senza quel baluardo di diritto che qualcuno oggi vuol  derubricare al rango di mero totem ideologico.

02 ottobre 2014

Call center, il Garante Privacy stoppa le telefonate mute


I call center dovranno rispettare le regole fissate dal Garante della privacy per combattere il fenomeno delle cosiddette "telefonate mute", una forma di grave disturbo degli utenti. E' scaduto infatti il termine di 6 mesi concesso alle società di telemarketing per adottare tutti gli accorgimenti tecnici e organizzativi prescritti con un provvedimento generale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 aprile scorso.

Sono numerosi - ricorda l'Autorità - gli abbonati che hanno protestato per la ricezione di telefonate nelle quali, una volta risposto, non si viene messi in contatto con alcun interlocutore. Per eliminare tempi morti tra una telefonata e l'altra, infatti, i sistemi automatizzati di chiamata possono generare un numero di telefonate superiore agli operatori disponibili: una pratica commerciale che, in alcuni casi, ha comportato il disturbo degli utenti anche per 10-15 volte di seguito e che e' stata spesso vissuta addirittura come una forma di stalking. Da oggi i parametri delle impostazioni di tali sistemi non saranno piu' decisi arbitrariamente dai call center, ma dovranno attenersi alle prescrizioni del Garante.

Queste, in sintesi, le principali prescrizioni: i call center devono tenere precisa traccia delle chiamate "mute", che devono comunque essere interrotte trascorsi 3 secondi dalla risposta dell'utente; non possono verificarsi più di 3 telefonate "mute" ogni 100 andate "a buon fine". Tale rapporto deve essere rispettato nell'ambito di ogni singola campagna di telemarketing; l'utente non può più essere messo in attesa silenziosa, ma il sistema deve generare una sorta di rumore ambientale, il cosiddetto "comfort noise" (voci di sottofondo, squilli di telefono, brusio), per dare la sensazione che la chiamata provenga da un call center e non da un eventuale molestatore; l'utente disturbato da una chiamata muta non può essere ricontattato per 5 giorni e, al contatto successivo, deve essere garantita la presenza di un operatore; i call center sono tenuti a conservare per almeno due anni i report statistici delle telefonate "mute" effettuate per ciascuna campagna, così da consentire eventuali controlli. Gli operatori che non rispetteranno queste prescrizioni dell'Autorita' "incorreranno nelle sanzioni previste".






Comunicato ai Lavoratori Gruppo Telecom Italia S.p.A. Solidarietà espansiva e assunzioni.

L’accordo del 27 marzo 2013 ha definito le premesse per un definitivo riassorbimento di tutti gli esuberi denunciati dall’azienda nel 2013. Tale obbiettivo, fortemente voluto dal sindacato e basato sulla politica delle internalizzazioni di attività prima gestite all’esterno per saturare le prestazioni dei dipendenti del gruppo Telecom, è stato raggiunto.
L’azienda, infatti, ha più volte illustrato i risultati conseguiti che sono, già in questa fase, in linea con le previsioni dell’accordo.
Si apre ora una nuova stagione per l’azienda.
Le riforme volute dal ministro Fornero sugli ammortizzatori sociali e, soprattutto, sulle pensioni hanno determinato l’azzeramento di fatto delle uscite per pensionamento dall’azienda con conseguente impossibilità di procedere all’assunzione di nuovo personale.
Le assunzioni sono indispensabili per un’azienda tecnologica in cui la trasmissione delle conoscenze tra “anziani e giovani” e l’immissione di nuove figure professionali con le competenze sviluppatesi negli ultimi anni, sono condizione fondamentale per lo sviluppo e la continuità dell’azienda.
Inoltre, crisi economica e la forte concorrenza del settore hanno determinato un ingente calo dei fatturati, il settore ha perso 1/3 del fatturato negli ultimi 5 anni, con conseguente impossibilità di aumentare la struttura dei costi.
Con queste premesse le parti si sono incontrate per individuare eventuali soluzioni che contemperassero l’esigenza di assumere nuovi lavoratori, senza aumentare il costo complessivo, permettendo in questo modo di traguardare gli anni, dal 2017 in poi, in cui il ricambio tra uscite per pensionamento e assunzione di nuovo personale tornerà a diventare una condizione normale e fisiologica.
In questo quadro si è riscontrato che l’attuale struttura degli ammortizzatori sociali presenti è tutta strutturata per difendere l’occupazione esistente mentre nulla è finalizzato a sviluppare un ricambio generazionale non traumatico.
In quest’ambito le parti hanno condiviso l’opportunità di proporre al Governo una modifica legislativa alla cd “solidarietà espansiva” strumento previsto dalla legislazione italiana, ma del tutto inadeguato perché i costi ricadono totalmente o sulle spalle dei lavoratori o sui conti aziendali.
La proposta di modifica punta a garantire ai lavoratori lo stesso trattamento previsto dalla “solidarietà difensiva” (quella oggi applicata in Telecom) per quanto riguarda l’integrazione economica e i versamenti contributivi con il vincolo per l’azienda di utilizzare tutte le somme risparmiate per fare nuove assunzioni stabili e a tempo indeterminato.
Il Governo, che ha mostrato interesse per uno strumento che consentirebbe alle grandi imprese di riprendere ad assumere personale (proprio in quelle fasce di giovani che oggi pagano pesantemente la crisi con una disoccupazione che supera il 40%) ha introdotto un emendamento nella legge delega di riforma del mercato del lavoro.
Questo non è, però, sufficiente perché il provvedimento vero e proprio è rinviato a un decreto attuativo che dovrà essere definito dopo l’approvazione della legge delega. E’ evidente che in assenza della modifica legislativa sopra descritta non sarà possibile applicare la norma perché i costi a carico dei lavoratori (mancata integrazione e contribuzione) sarebbero elevatissimi andando anche a incidere sul futuro della pensione.
Ovvio, infine, che un eventuale accordo (la norma non prevede automatismi o atti unilaterali dell’azienda) sarà illustrato e discusso con i lavoratori e pertanto le ipotesi fantasiose che circolano in questi giorni sono destituite di ogni fondamento perché nessun approfondimento riguardante tale strumento sarà ipotizzabile prima della modifica legislativa. Interessante e totalmente condiviso resta il cambio di passo accettato da Telecom.
Si è chiusa dopo decenni la fase di riorganizzazione che ha ridotto gli organici complessivi e si riprende a parlare di assunzioni e sviluppo. Questo, associato anche all’attivismo sui mercati internazionali svolto da Telecom, non può che permetterci di guardare al futuro con un barlume di ottimismo in più rispetto a quanto fatto nel recente passato.
La Segreteria Nazionale SLC CGIL