25 gennaio 2013

Cgil,programma con la presentazione del Piano del lavoro: Parla Susanna Camusso

ROMA – “Parlare del lavoro è parlare del pane, è la condizione necessaria per uscire dalla crisi”. Susanna Camusso, leader della Cgil, lo ha detto all’apertura della Conferenza di programma con la presentazione del Piano del lavoro la mattina del 25 gennaio. Per uscire dalla crisi, spiega Camusso, l’unica via è quella di “creare e difendere il lavoro”. Il governo, seconda la leader della Cgil, deve garantire equità fiscale ed i fondi per finanziare la crescita possono essere trovati anche dal recupero di soldi dalla lotta all’evasione fiscale. Parlando delle elezioni e delle campagne elettorali  Camusso afferma: “Servono programmi, non creare nemici per evitare di confrontarsi sui temi importanti”.
Camusso ha detto: “Il lavoro è l’unica vera condizione per creare ricchezza nel nostro Paese e nel mondo, la condizione per uscire dalla crisi. Creare e difendere lavoro è l’unica premessa credibile di una proposta per uscire dalla crisi”.
La leader della Cgil ha aggiunto: “‘Le scelte europee e la loro traduzione italiana hanno aggravato la crisi, non hanno posto le premesse per uscirne. Perché è  stata sbagliata la premessa: quella del rigore e dell’ossessione del debito pubblico”.
Poi aggiunge: “Dobbiamo essere netti: non si esce dalla crisi italiana se non c’è un governo che sappia e voglia. La prima grande necessità si chiama equità fiscale, una seria progressività della tassazione e una tassa sulle grandi ricchezze, sui patrimoni e sulle rendite finanziarie mobiliari e immobiliari”.
Camusso spiega che un’altra delle ”strade di finanziamento” viene dalla lotta all’evasione fiscale: ”Dopo anni di propaganda pro-evasione, il tema deve e può tornare sui giusti binari”. Siamo ”convinti che l’Italia può uscire dalla crisi se è tutta insieme. A pezzi si aggrava la crisi”.
Parlando delle elezioni, aggiunge: “Non è riconoscimento e rispetto quel tramestio che caratterizza la campagna elettorale, che non distingue i ruoli, che confonde responsabilità, che crea nemici per non provare a misurarsi sui contenuti, che scarica responsabilità per non ammettere che ha trascurato il Paese”.


25/01/2013, ore 12:15 - Camusso, il Piano del Lavoro per uscire dalla crisi
Il Piano del Lavoro è la nostra proposta per uscire dalla crisi, la traccia con la quale indichiamo che Paese potremmo essere, l'idea di un nuovo modello di sviluppo che generi benessere. Non nascondiamo che è una proposta che si confronta con una composizione di parametri del PIL ben più ricca e vasta. Un adagio di questi anni, dicevamo, è il welfare come costo, è il welfare che non deve più essere lavorista, è il cambiamento della popolazione, dai migranti all’allungamento dell’aspettativa di vita, che lo rendono un costo insostenibile nel tempo e così via. Una litania infinita. Abbiamo detto che rivendichiamo la riforma della Pubblica Amministrazione, essenziale sia per il welfare che per la programmazione. Un welfare che rimetta al centro le persone e la loro condizione con la misura dei fabbisogni, l’appropriatezza delle prestazioni sanitarie e socio-assistenziali. Un welfare pubblico che può essere integrato da quello contrattuale o dagli accreditamenti, ma non sostituito. Ma quando sentiamo non lavoristico, vorremmo ricordare che tanta parte del welfare è già determinata dal contributo delle imprese e dei lavoratori. E se la legge sugli ammortizzatori è così sbagliata è proprio perché non ha saputo misurarsi con l’origine del finanziamento del sistema, renderla omogenea e mettere risorse per renderla universale, disponibile anche al mondo del precariato e del lavoro parasubordinato, atipico, mentre si aveva in animo di cancellare quanto già finanziato dalle parti. Ma analogo ragionamento possiamo fare per la formazione e per la previdenza complementare. Tanti aspetti del welfare che non devono essere trasformati in assicurazioni individuali, cancellandone la natura universalista. Ma confutato questo adagio sul welfare, ribadito che è produttore di sviluppo, generatore di occupazione, serve un cambiamento del sistema. Cosa vuol dire nuovo welfare, welfare territoriale, con che problemi si deve misurare? Abbiamo visto tanti tagli, non riforme. La composizione della popolazione muta, si allunga la vita, ci sono esigenze che slittano nel tempo, c’è un grande tema di invecchiamento attivo, che non può essere solo allungamento infinito degli anni di lavoro, così come il ponte generazionale abbiamo capito essere tutto nuovamente a carico delle parti. Ma se è così, questo welfare non funziona con la nuova legge delle pensioni e il metodo contributivo ad attuali coefficienti. Ma la popolazione muta nelle solitudini, nei bisogni che si vedono e che vanno rilevati. Ci vogliono politiche di domiciliarità per la non autosufficienza, favorendo l’autonomia ma non trasformandola in solitudine. Serve un’idea vera di politiche attive di sostegno al reddito, formazione, diritto allo studio dalla primissima infanzia. Ovvero nuovo welfare non è un esercizio teorico, è misurarsi con le persone, in un grande rispetto delle loro scelte nell’attenzione alla coesione sociale, come abbiamo detto parlando di contrattazione sociale. Nel Piano del Lavoro di cui siamo soggetto promotore e attore non solitario, abbiamo detto che nessuno è autosufficiente e che non ci vogliamo sostituire ad alcuno. Riteniamo che tra le pagine da voltare, nel “nulla sarà come prima”, c'è anche quella compiuta con la svalorizzazione della rappresentanza sociale, e di quella del lavoro in primis. Poniamo esplicitamente il problema del riconoscimento e del rispetto. Non è riconoscimento e rispetto quel tramestio che caratterizza la campagna elettorale in corso, che non distingue i ruoli, che confonde responsabilità, che cerca nemici per non provare a misurarsi sui contenuti, che scarica responsabilità per non ammettere che ha trascurato il Paese. Abbiamo delineato la priorità, il lavoro, una proposta per l'emergenza, i giovani e la creazione di posti di lavoro, la riorganizzazione del Paese con i progetti operativi. Abbiamo cioè indicato la necessità di un nuovo compromesso sociale. Lo abbiamo qualificato non guardando a come eravamo, ma come scelta per determinare la qualità di quel “nulla sarà più come prima”. Governare quel cambiamento è progettare il futuro che dobbiamo cominciare a costruire nel presente. Una nuova stagione di partecipazione, di condivisione, di conflitto positivo, non preventivo e non fine a se stesso. Per questo, lo diciamo ai nostri ospiti, vedremmo con orrore un'interlocuzione tipo “il vostro programma è il nostro”. L'esperienza ci dice che è strada sbagliata e scivolosa. Sbagliata perché quando diciamo “ci vuole un nuovo compromesso sociale” non pensiamo ad un patto generale, magari di legislatura. Il Piano del Lavoro è una proposta compiuta che mettiamo a disposizione del Paese, intorno alla quale crediamo possa crescere un dibattito e una mobilitazione collettiva, che dovrà e potrà vedere accordi generali o più specifici, tra parti e non tra partner. Il fine, cioè, è il merito delle cose che si faranno, non il metodo. Il Piano del Lavoro è l'oggi e i prossimi anni. Sarà per noi la misura del cambiamento e dell'idea di sviluppo del Paese. Non ci distrarrà dall'idea che priorità nel Piano del Lavoro è creare lavoro per i giovani, ma serve subito, lo dico nuovamente ai nostri ospiti, dare un segno della qualità politica di una nuova stagione affrontando alcune scelte che tra l'altro non costano. La prima è senz’altro la cancellazione dell'articolo 8 e dell’articolo 9: se l’articolo 8 è quel passo indietro che la legislazione deve fare perché la contrattazione sia libero esercizio delle parti, non costruzione derogatoria e cancellazione delle certezze contrattuali, l’articolo 9 è un problema di civiltà, di necessità di inclusione dei diversamente abili, di dignità e rispetto, che mai troverà risposta nella costruzione di ghetti. La seconda è la legge sulla democrazia e rappresentanza a cui proviamo a contribuire lavorando per l'accordo tra le parti. Mentre temiamo che urgenza ed emergenza restino gli ammortizzatori in deroga e la soluzione per gli esodati. Non si ferma ovviamente qui l'elenco delle necessità, quelle che al governo che verrà dovremo proporre: dal come si ripara ai guasti dei tanti tagli e delle tante iniquità, alle leggi da correggere che dovranno accompagnare quella riorganizzazione del Paese che abbiamo tracciato. Il Piano del Lavoro nel 1949/50 indicava le scelte del Paese, indicava che cosa CGIL, lavoratori e lavoratrici, pensionati avrebbero messo al servizio del Paese. È stato nel tempo tradotto negli “scioperi alla rovescia”, definizione in realtà sbagliata. Il Piano del Lavoro fu sorretto da tante lotte e mobilitazioni, ma certo allora si mise a disposizione lavoro per ricostruire infrastrutture e per progettare consumi per un mondo del lavoro che ben pochi consumi poteva permettersi. Abbiamo riflettuto su quell'esperienza. Nel vedere la somiglianza e le differenze abbiamo colto il chiamare alla mobilitazione di tutti per indicare degli obiettivi e per porre degli interrogativi, perché non è solo proporre, è anche come si contribuisce oltre il quotidiano e strategico fare. Abbiamo riflettuto sull'imperativo categorico del creare lavoro, definendolo come buon lavoro qualificato. Abbiamo riflettuto sull'esperienza del Paese, sugli effetti dell'innalzamento dell'obbligo scolastico e, pochi anni dopo, sui processi di ri-alfabetizzazione, sull'accesso all'istruzione anche per chi ne era stato escluso. Per usare la formula di allora, pensiamo che dobbiamo accompagnare il Piano con le 150 ore "alla rovescia". Il lavoro, diciamo sempre, ha grandi saperi. Li ha sul lavoro stesso, sui prodotti, sulla contrattazione, sulla sicurezza e salute, sulla tutela individuale e collettiva, e tanti altri saperi e conoscenze. Le nostre Camere del Lavoro sono state da sempre anche luogo di istruzione. Abbiamo insegnato la lingua italiana agli stranieri, abbiamo voluto la traduzione delle segnalazioni di sicurezza nei cantieri. Il nostro mondo, dai pensionati ai lavoratori, è una miniera di esperienza, conoscenza, saperi e di desiderio di apprendimento. Allora questa sarà la nostra sfida nella sfida, essere “maestri”, trasmettitori di conoscenza, interlocutori e progettisti dei programmi operativi del nostro Piano, propagatori di una cultura positiva del lavoro. Non sostituti delle funzioni istituzionali, ma promotori, come nelle 150 ore, dell’istruzione come diritto collettivo e permanente, oltre i cicli scolastici e l'età, anche come risposta ai desideri. In quest'epoca schiacciata sul presente, condizionata da un contingente che cancella valori, abbiamo voluto alzare lo sguardo, tradurre quel “noi non ci rassegniamo” e “cambiare si può” con cui abbiamo colorato le tante piazze della nostra lunga mobilitazione di questi anni. Sappiamo di avere la responsabilità verso quei tanti che hanno guardato e guardano a noi per mantenere fiducia nel futuro; abbiamo l'orgoglio di avere tenuto aperta la prospettiva quando troppi abbassavano le bandiere; abbiamo l'idea che il lavoro sia l'unico vero soggetto di trasformazione positiva. Abbiamo tradotto tutto questo nel Piano del Lavoro, una proposta che è aperta al contributo e al confronto, tracciata nella linea fondamentale, ma che ancora può e deve crescere. Una proposta che, lo ribadiamo ancora una volta, non è il libro dei sogni, non dà i numeri, ma costruita per progetti, dà concretezza ed immediatezza, celerità di risposta alla disoccupazione dei giovani e delle giovani. Un Piano per prendersi cura del lavoro e del Paese. Prendere in carico e curare sono parole inusuali nel lessico politico, emergono solo quando si parla degli affetti e dei compiti delle donne, a proposito di modernità e cambiamento. Le donne non solo curano, ma cambiano il lavoro, il mondo, il benessere di tutti, per questo prendersi cura parla a tutti ed è responsabilità di tutti. Il Piano del Lavoro lo porteremo nelle assemblee, nelle nostre rivendicazioni, nel nostro agire quotidiano.






24 gennaio 2013

Cassazione: mobbing colleghi risarcito dall'azienda

Il dipendente che subisce mobbing dai colleghi senza che l'azienda - pur essendone al corrente - si attivi deve essere risarcito dal datore di lavoro stesso. Lo spiega la Cassazione nella sentenza 1471 della sezione Lavoro, nel convalidare la sanzione per danno biologico ai danni di un'azienda veneta che non si era attivata per porre fine "alla protrazione nel tempo del mobbing consistito in dileggio e altre vessazioni" ai danni di un lavoratore che era stato pure demansionato.

La Suprema Corte spiega che "il datore di lavoro è obbligato a risarcire al dipendente il danno biologico conseguente a una pratica di mobbing posta in essere dai colleghi dove venga accertato che, pur essendo a conoscenza dei comportamenti scorretti posti in essere da questi ultimi, non si sia attivato per farli cessare". La sua è una "responsabilità omissiva". Inutile il ricorso dell'azienda in Cassazione volto a dimostrare "di non avere saputo, prima del novembre 2003, degli espisodi di dileggio di cui il lavoratore fu vittima da parte dei colleghi".

La sezione Lavoro ha bocciato il ricorso dell'azienda e ha evidenziato che essa "deve dimostrare di avere adottato tutte le misure dirette a impedire la protrazione della condotta illecita". Se non lo fa, "il datore di lavoro è obbligato a risarcire al dipendente il danno biologico conseguente a una pratica di mobbing posta in essere dai colleghi".

ABBRACCIAMOLACULTURA LANCIA L’APPELLO “PIU’ CULTURA PER LO SVILUPPO”

Abbracciamolacultura lancia l’appello “Più cultura per lo sviluppo”

Vengono presentati oggi a Roma il documento programmatico e l’appello a sostenerlo, che la Coalizione Abbracciamolacultura * indirizza alle forze politiche per rilanciare la Cultura come elemento di sviluppo. La Coalizione, nata per rispondere alle difficoltà dei settori che riguardano la formazione, la ricerca, la tutela, la promozione, la valorizzazione dei beni e delle attività culturali, la difesa e la valorizzazione dell'ambiente e del territorio, presenta proposte concrete per le politiche culturali in Italia, affinchè siano inserite nell’agenda politica del prossimo Governo. L'appello “Più cultura per lo sviluppo” intende proporre la cultura come scelta strategica per il futuro, per una comunità più consapevole della propria storia, della propria identità, che promuova creatività e innovazione.
I primi firmatari sono: Susanna Camusso, Paolo Beni, Vittorio Cogliati Dezza, Federico Oliva, Tsao Cevoli, Alessandro Pintucci, Francesca Duimich, Carla Accardi, Bruno Cagli, Andrea Camilleri, Filippo Coarelli, Francesco Ernani, Ugo Gregoretti, Paolo Leon, Piergiorgio Odifreddi, Antonio Pappano, Giorgio Parisi, Giulio Scarpati, Ettore Scola, Paolo Virzì. 

LA CULTURA COME FATTORE DI SVILUPPO
La valorizzazione dell' immensa ricchezza culturale del nostro Paese può costituire una strategia di sviluppo equo e sostenibile, per l’oggi e per il futuro. Questa ricchezza ci connota nel mondo e può permettere di attrarre nuove energie e nuovi investimenti. L’accesso, la fruizione e la conoscenza aperti a tutti,  la promozione della partecipazione dei cittadini  sono le condizioni per un humus culturale fertile, diffuso, intimamente connesso al territorio.

RICONOSCIMENTO DEL LAVORO
Il lavoro è essenziale per valorizzare il passato e il presente della nostra cultura e assicurarle il futuro. Abbiamo professionalità e saperi che non devono essere dispersi, che devono crescere e sempre più qualificarsi, che vanno riconosciuti e tutelati.
La Repubblica, nell’insieme delle sue istituzioni, deve dare orientamento e direzione alla governance della tutela e della valorizzazione, e garantire la libertà della produzione culturale.

RICHIESTA ALLE FORZE POLITICHE
Chi si candida a governare il Paese deve assumersi l'impegno a considerare la valorizzazione del patrimonio storico, culturale e paesistico-ambientale italiano e la promozione della produzione culturale  priorità nazionali.
In particolare la Coalizione chiede alle forze politiche un impegno straordinario su quattro temi.

1.         Cultura materia prima italiana: occorre un sistema partecipato di  programmazione pluriennale integrata, che possa contare su un ciclo di investimenti produttivi, capaci di esprimere una reale domanda di lavoro qualificato. Serve una cultura della programmazione che faccia dialogare i diversi livelli istituzionali;
2.         Cultura = lavoro: è necessario che il lavoro per conservare, valorizzare, promuovere, gestire i beni e le attività culturali disponga di un convinto sostegno, di riconoscimento, in termini sia professionali sia di stabilità e diritti, anche nel mondo degli appalti.
3.         Apprendimento permanente e partecipazione attiva: occorre promuovere la partecipazione attiva dei cittadini alla fruizione delle opportunità culturali, alla definizione delle scelte e degli obiettivi e all’elaborazione dei piani strategici che coinvolgono gli specifici  territori. La scuola pubblica e l’università devono avere un ruolo fondamentale per far maturare linguaggi e strumenti utili all’accrescimento culturale.
4.        Risorse: investire risorse pubbliche, portandole almeno alla media europea, è una buona scelta per lo sviluppo.

“Abbracciamo la cultura”  invita le cittadine e i cittadini a sottoscrivere e sostenere l'appello “PIU’ CULTURA PER LO SVILUPPO” per rivolgerlo alle forze politiche che si candidano a governare il Paese.


*”Abbracciamo la cultura” è una coalizione di soggetti collettivi attiva dal 2010, espressione della società civile, del lavoro dipendente, delle professioni in campo culturale, e del mondo per il quale beni ed attività culturali rappresentano un impegno professionale e un diritto sociale irrinunciabile. Nella fase di avvio della Coalizione hanno aderito oltre 100 sigle tra cui: AGENQUADRI – AIB (Associazione Italiana Biblioteche) - ANA (Associazione Nazionale Archeologi) - ARCI - Assotecnici (Associazione Nazionale dei Tecnici per la tutela dei beni culturali, ambientali, paesaggistici) - AUSER - CGIL – CIA (Confederazione Italiana Archeologi) - FEDERAGIT (Guide Turistiche Confesercenti)- FIteL (Federazione Italiana Tempo Libero) - IA.CS (Italian Association of Conservation Scientists) - IAML Italia (Associazione Italiana delle Biblioteche, Archivi, Centri di documentazione musicali)- INU (Istituto Nazionale d’Urbanistica) – LEGAMBIENTE


Per scaricare l'appello clicca qui: uploads/file/appello abbracciamolacultura(1).doc

Susanna Camusso, 34 anni fa le Br uccidevano Guido Rossa, un eroe civile

“Il 24 gennaio del 1979, esattamente trentaquattro anni fa, le Brigate Rosse assassinavano Guido Rossa, operaio Italsider e sindacalista della CGIL. Un uomo che non ha esitato a denunciare pubblicamente il terrorismo, e le sue infiltrazioni nelle fabbriche, in un momento straordinariamente difficile per la storia del Paese, quando il fenomeno terrorista era invasivo e pervasivo. Un uomo, un padre, un eroe civile che con il suo sacrificio ha segnato una svolta decisiva nella battaglia contro il terrorismo”. A ricordare la ricorrenza in una nota è il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso.

“Trucidato per aver denunciato un brigatista infiltrato in fabbrica - prosegue il leader della CGIL -, la morte di Rossa è stata uno spartiacque nella lotta contro il terrorismo. Il suo atto consapevole bruciò ogni possibile zona grigia, collusiva o compiacente, rendendo esplicita e trasparente la scelta di assumere il terrorismo come il nemico dei lavoratori, della classe operaia e della democrazia. Un atto lucido, chiaro e coerente, che portò ad una conseguenza cruciale e fondamentale nel Paese: individuare nel terrorismo il nemico e che questo andava combattuto senza alcuna ambiguità”.

Ma il suo, aggiunge Camusso, “fu soprattutto un gesto altamente politico. La vicenda di Guido Rossa ci insegna ancora oggi quanto è importante l'esercizio della responsabilità individuale nello svolgimento del proprio ruolo e delle proprie funzioni, in un Paese, allora come ora, in cui spesso ciò non accade. La scelta di Guido Rossa va compresa da questo punto di vista: era mosso e animato dal rapporto tra il senso della propria vita e l'interazione con un mondo che riteneva ingiusto e che andava cambiato. Combatteva le diseguaglianze, difendeva gli ultimi e più deboli, individuando nell'altro il centro della sua vita: un esempio - conclude - valido soprattutto oggi nei confronti di chi ha, o mira ad avere, responsabilità pubbliche e che spesso non si comporta con lo stesso metro di misura”.


Italtel, ok dei lavoratori ad accordo azienda-sindacati

Si è concluso il referendum tra le lavoratrici e i lavoratori di Italtel sull’ipotesi di accordo che prevede, a fronte della difficile situazione dell’azienda, una gestione dei problemi occupazionali che esclude i licenziamenti, prevedendo il ricorso a strumenti conservativi quali i contratti di solidarietà e la cassa integrazione straordinaria a rotazione.

Si conclude dunque l'iter dopo che lo scorso 17 gennaio azienda e sindacati avevano raggiunto l'accordo sulla gestione degli esuberi.

In dettaglio, hanno votato 881 lavoratrici e lavoratori su 1.141 presenti pari al 77%. I sì sono stati 762, pari all’86,5%. I no 102 pari all’11,6%. Le bianche e le nulle sono state 17, pari all’1,9%. “In questa difficile fase di Italtel - sottolinea Laura Spezia, della Fiom-Cgil nazionale - le lavoratrici e i lavoratori hanno condiviso a stragrande maggioranza l’ipotesi di accordo che, ovviamente, non annulla i problemi e i sacrifici che si chiedono a chi lavora in azienda ma, evitando i licenziamenti, consente una gestione non traumatica delle problematiche occupazionali. Adesso ci si aspetta che Italtel operi per imboccare una strada che restituisca al Gruppo futuro e prospettive industriali e occupazionali.”

23 gennaio 2013

SLC CGIL, NUOVA SEGRETERIA A MAGGIORANZA FEMMINILE


Si è svolto oggi il Direttivo di Slc Cgil nel corso del quale sono state elette due nuove segretarie nazionali per il completamento della segreteria. Cinzia Maiolini e Emanuela Bizi si aggiungono all’attuale segreteria nazionale che risulta ora composta da quattro donne e due uomini.
 Il segretario generale Massimo Cestaro esprime grande soddisfazione “per i risultati delle votazioni che hanno riportato un significativo 90 % di consensi su una proposta che vede la maggioranza di donne nella segreteria nazionale.
 Naturalmente i consensi così elevati sono anche un riconoscimento della qualità e della comprovata esperienza delle due neo segretarie.”


Call Center, a Palermo circa 300 lap in Almaviva perdono il lavoro

- www.palermo.blogsicilia.it -
Lunedì 21 gennaio a circa trecento lavoratori a progetto outbound impiegati presso la sede Almaviva Contact (ex Alicos) di via Cordova a Palermo è stata presentata una lettera di “risoluzione del contratto di lavoro a far data dalla presente” a causa del mancato invio, da parte dell’azienda committente, degli “elenchi nominativi dei potenziali clienti da contattare”. Con l’augurio, infine, di potergli “quanto prima sottoporre altre proposte lavorative”.

La risoluzione anticipata dei contratti – il termine previsto era il 31 gennaio –, da parte della prima società palermitana nell’offerta di servizi di assistenza al cliente e telemarketing, lascia a casa un folto numero di lavoratori outbound che all’inizio dell’anno avevano firmato la nuova tipologia di contratto targata Fornero, con la relativa previsione di una retribuzione minima garantita.

“Ci sono stati richiesti 1320 contatti mensili per ottenere il fisso pattuito – afferma uno degli operatori di call center di Almaviva Palermo impiegati sulla commessa Tim –. In caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo, come accadrà fin da questo mese a causa della fine anticipata del rapporto lavorativo, lo stipendio sarà ricondizionato sulla base del numero di contatti effettivi e addio fisso”.

Ieri, intanto, le sigle sindacali CGIL CdLM, Nidil ed SLC hanno avuto un incontro con la direzione di Almaviva Contact, che “ha dichiarato – fa sapere la CGIL – la propria piena volontà di mantenere, compatibilmente con i volumi disponibili, tutti i lavoratori a progetto”. Dalla riunione del 22 gennaio è emersa inoltre la volontà da parte di Almaviva di riassumere i lavoratori già dal mese di febbraio se il cliente dell’azienda riassegnerà le lavorazioni.

“Abbiamo appreso dall’azienda – dichiarano infine le sigle sindacali – che in vista dell’accorpamento dei dipendenti dei due centri (le sedi palermitane di via Cordova e via Marcellini), sta già cercando un’altra sede per tutti i lap, perché vi è l’intenzione di mantenere il contratto di lavoro per tutti i lavoratori, adeguandolo a quello che il contratto nazionale prevederà”.
di Giovanni Corrao

Interferenze Lte-Tv: falsa partenza per lo sportello Help

Falsa partenza sul nodo interferenze. Giocando vistosamente d'anticipo il ministero dello Sviluppo economico e la Fondazione Bordoni attivano lo sportello online Help Interferenze (www.helpinterferenze.it): ma al netto di qualunque regola o decisione concreta in vista del caos che rischia di abbattersi sulle Tv degli italiani. Con la prossima accensione delle reti mobili superveloci 4G sulle frequenze degli 800Mhz (appena rilasciate dalle Tv locali) si prevede infatti una "sovrapposizione" di segnali fra gli smartphone e il digitale terrestre con consueguente accecamento delle trasmissioni tv: rischio ampiamente pianificato e risolto in altre parti d'Europa, ma in Italia lontano dalla soluzione. Ancora nessun sostanziale accordo fra gli operatori di Tlc è infatti stato raggiunto. E nessun regolamento è stato scritto. Secondo il decreto Crescita 2.0, che contiene la norma che riguarda la costituzione di un fondo delle telco, approvato il 13 dicembre, il regolamento dovrà essere emenato entro metà febbraio.

Peccato però che il sito Help Interferferenze, che il Mise ha affidato alla Fub, abbia messo già online le regole dettagliate che i cittadini dovranno seguire per segnalare i disturbi al segnale tv. “In caso di disturbi, nella ricezione di uno o più canali o di oscuramento totale della tv - si legge nella home page - l'utente privato o l’amministratore del condominio può registrarsi al sito attraverso l’apposito web form e inviare una segnalazione con la richiesta d’intervento. In presenza dei requisiti tecnici e amministrativi richiesti per l’accesso al servizio, sarà inviato senza alcun costo per il cittadino un antennista che effettuerà l’intervento di ripristino della corretta ricezione dei segnali televisivi presso l’indirizzo segnalato dal richiedente”. E ancora inattivo, del resto, è il call center che sarà gestito dalla Fub.

Secondo quanto previsto dal Decreto Crescita 2.0, l’installazione dei filtri anti interferenza sarà finanziato dagli operatori tramite un apposito fondo. Il contributo di ciascun operatore sarà proporzionale al disturbo arrecato. Il rischio di interferenze è concreto, come confermano le stime della Fondazione Ugo Bordoni (Fub), braccio operativo del Mise in tema di spettro radio, che stima in 700mila le abitazioni a rischio interferenza sul territorio. L’accensione dei ripetitori  Lte a 800 Mhz da parte degli operatori è prevista in maniera graduale entro giugno.

Sulle interferenze oggi si registra il caso canone Rai. Il sito Help Interferenze prevede che l'installazione gratuita dei filtri anti-interferenze sia riservata ai cittadini in regola con il canone Rai. Ma l’Adiconsum ha chiesto al ministero dello Sviluppo economico di cambiare questa posizione, giudicata "illegittima e iniqua": l'associazione chiede una pronta modifica dei termini di intervento anti-interferenze.

"Se le indicazioni fornite dalla Fondazione Bordoni saranno accolte - dice Pietro Giordano, segretario generale Adiconsum – si commetterebbe un grave errore ed un'iniquità. Il canone Rai, infatti, ha natura tributaria e non ha nulla a che vedere con la fornitura del servizio pubblico essenziale come è la televisione".

"Non è possibile mischiare il diritto dei consumatori di accedere ad un servizio pubblico essenziale (vedi art.1 L. 103/75) – continua Giordano - con il dovere di pagare la tassa di possesso della tv (c.d. canone Rai).  Il diritto va garantito e, ove si rilevi che il canone non è stato pagato, lo Stato ha gli strumenti per richiedere il pagamento dello stesso". "La problematica delle interferenze, in fin dei conti – prosegue Giordano -  riguarda un danno subito da un privato, per l’attività posta in essere da un altro privato (cioè colui che utilizza la tecnologia Lte). Nulla esclude dunque che il privato consumatore possa azionare delle cause civili volte ad ottenere un risarcimento del danno subito".
"Adiconsum – conclude Giordano – chiede al Ministero dello Sviluppo Economico, che coordina il tavolo tecnico sulla Lte, di intervenire immediatamente garantendo l'applicazione gratuita dei filtri a tutti i cittadini che segnaleranno le interferenze, indipendentemente dal canone televisivo".
 di Paolo Anastasio

Privacy, il Garante: "No ai dati sanitari sul Web"

Non si possono mettere online informazioni sullo stato di salute, patologie o handicap di una persona. Lo ha decisio il Garante Privacy che è intervenuto su due gravi casi di violazione della riservatezza vietando al Comune di Siderno e alla Asl Napoli 2 Nord la diffusione in Internet, in qualsiasi area del loro sito istituzionale, dei dati sulla salute  di cittadini disabili e di persone che hanno beneficiato di rimborsi per spese sanitarie.

Alle due amministrazioni - spiega il bollettino dell'Authority - è stato inoltre prescritto di conformare la pubblicazione on line di atti e documenti alle disposizioni contenute nel Codice privacy e nelle Linee guida del 2 marzo 2011, rispettando, in particolare, il divieto di diffusione di dati sulla salute. Il Garante ha dichiarato illecito il trattamento di dati effettuato dal Comune e dalla Asl  perché in contrasto con la norma che vieta ai soggetti pubblici di diffondere i dati da cui si possano desumere malattie, patologie e qualsiasi riferimento a invalidità, disabilità o handicap fisici o psichici.

Dagli accertamenti effettuati dal Garante a seguito di segnalazioni telefoniche è risultato  che sul sito del Comune era liberamente consultabile un allegato al Piano comunale di protezione civile contenente l’elenco delle persone non autosufficienti che abitano da sole o con altri inabili. Nell’allegato erano riportati in chiaro il nome e cognome, la sigla della disabilità oppure la sua indicazione per esteso (per esempio non vedente) e in alcuni casi anche la data di nascita e/o l’indirizzo della persona non autosufficiente. Mentre sul sito della Asl, nella sezione dedicata all’albo pretorio, era presenti le determinazioni con le liquidazioni degli indennizzi per patologie contratte per cause di servizio, rimborsi per spese sanitarie (anche a favore di trapiantati o di persone affette da determinate patologie), che riportavano  in chiaro  il nominativo  e/o il codice fiscale degli interessati o dei familiari che avevano beneficiato dei rimborsi. Con un separato procedimento l’Autorità sta infine valutando gli estremi per contestare al Comune e alla Asl una eventuale sanzione amministrativa.

Contratti di solidarietà rifinanziati anche per il 2013

L’INPS, nel messaggio 18 gennaio 2013, n. 1114, ha spiegato che la L. 228/2012 (legge di stabilità per il 2013) ha prorogato anche per l’anno 2013 l’aumento del 20% dell’indennità prevista in caso di contratti di solidarietà difensivi per le aziende rientranti nel campo di applicazione del trattamento straordinario di integrazione salariale (art. 1, D.L. n. 726/1984, conv. in L. n. 863/1984). In particolare, all’art. 1, comma 256 si dispone che «l'intervento di cui al comma 6 dell'articolo 1 del D.L. 1° luglio 2009, n. 78, è prorogato per l'anno 2013 nel limite di 60 milioni di euro». L'onere derivante dal presente comma è posto a carico del Fondo sociale per l'occupazione e la formazione, di cui all'articolo 18, D.L.185/2008.
Pertanto, anche per l’anno 2013, la misura del trattamento di integrazione salariale per i predetti contratti è pari all’80% della retribuzione persa a seguito della riduzione di orario di lavoro.


 Contratti di solidarietà

I contratti di solidarietà sono dei contratti collettivi stipulati tra datore di lavoro e i sindaca il cui scopo è  quello di favorire l’occupazione.

Tali contratti sono disciplinati dalla L. 863/1984 di conversione del D.L. 726/1984 che prevede due diverse tipologie: contratti di solidarietà difensivi diretti a evitare la riduzione del personale; contratti di solidarietà espansivi finalizzati ad incrementare l’occupazione.


Entrambe le tipologie contrattuali utilizzano la riduzione dell’orario di lavoro a fini occupazionali, con la differenza che i contratti difensivi sono stipulati da imprese in crisi, mentre quelli espansivi non sono legati a una crisi aziendale di nessun genere, ma, seguono il principio di solidarietà tra lavoratori occupati e quelli disoccupati.

La durata del contratto di solidarietà non può essere inferiore a dodici mesi e superiore a ventiquattro mesi. Superato il termine, le imprese possono chiedere una proroga di altre 24 mesi; decorso anche tale termine, può essere stipulato un nuovo contratto di solidarietà soltanto dopo che siano trascorsi 12 mesi.
La concessione del trattamento d’integrazione salariale è prevista in favore di operai, impiegati e quadri d’imprese industriali. In generale, tutti i dipendenti delle imprese che hanno diritto alla CIGS e che hanno stipulato contratti collettivi aziendali, con i sindacati maggiormente rappresentativi.

Non può essere applicato invece ai lavoratori dei cantieri edili per fine lavoro, ai lavoratori a domicilio, agli apprendisti, ai dirigenti, ai lavoratori con contratto a tempo determinato (assunti per far fronte a esigenze di natura produttiva di carattere stagionale).

Contratti di solidarietà difensivi

I contratti di solidarietà difensivi prevedono una riduzione dell’orario di lavoro ripartendolo fra più lavoratori, allo scopo di evitare il licenziamento dei lavoratori in eccesso.

La misura del trattamento d’integrazione salariale è pari al 60% del trattamento perso in seguito alla riduzione di orario lavorativo.

Tali contratti rappresentano un sostegno nei confronti delle imprese e soprattutto dei lavoratori, per i quali la riduzione dell’orario di lavoro comporta una riduzione anche della retribuzione.

Lo Stato interviene concedendo ai lavoratori un trattamento d’integrazione salariale e ai datori di lavoro una riduzione dei contributi previdenziali e assistenziali.

La riduzione dell’orario lavorativo può essere ripartita nelle forme di riduzione dell’orario giornaliero, settimanale o mensile.

Contratti di solidarietà espansivi

I contratti di solidarietà espansivi prevedono la riduzione dell’orario di lavoro allo scopo di consentire l’assunzione di nuovo personale e  incrementare l’occupazione aziendale.

L’art 2 della Legge 726/1984 prevede nel caso di ricorso a contratti di solidarietà espansivi, degli incentivi in favore dei datori di lavoro, consistenti in un contributo per ogni lavoratore assunto e per ogni mensilità di retribuzione ad esso corrisposto, pari per i primi dodici mesi  al 15% della retribuzione lorda prevista nei Contratti collettivi. Per quanto riguarda invece i successivi due anni, il predetto contributo è ridotto, rispettivamente, al 5-10%.

Per assumere nuovi dipendenti, utilizzando la forma del contratto di  solidarietà espansivo è indispensabile:
- stipulare un contratto collettivo aziendale con i sindacati maggiormente rappresentativi sul piano nazionale che preveda una riduzione stabile dell’orario di lavoro, con riduzione della retribuzione, e un contestuale piano di assunzione di nuovo personale;
- le nuove assunzioni devono essere eseguite con contratto di lavoro a tempo indeterminato;
- l’azienda non deve aver proceduto, nei dodici mesi precedenti a una riduzione di personale;
- le assunzioni non devono determinare una riduzione del numero della manodopera femminile rispetto a quella maschile nell’unità produttiva interessata dalla riduzione di orario o, nel caso in cui i lavoratori maschi siano inferiori numericamente a una riduzione della percentuale maschile.
Per ottenere i benefici contributivi, il datore di lavoro deve presentare il contratto collettivo stipulato con i sindacati alla DPL (Direzione Provinciale del Lavoro) di competenza per territorio.

In un secondo momento la DPL controllerà la corrispondenza tra la riduzione dell’orario di lavoro e le nuove assunzioni la quale dopo essersi espressa favorevolmente  darà la comunicazione all’INPS competente. Il contributo invece risulterà sospeso nel caso a seguito di controlli della DPL si riscontrino delle violazioni dei contratti collettivi stipulati.

Cassazione: Anticipo di Tfr: «licenziamento giusto» se si utilizza denaro per altri scopi

Può essere licenziato in tronco il dipendente che si fa anticipare il Tfr per sostenere spese mediche e che invece utilizza poi il denaro ricevuto per altri scopi.
Lo ha stabilito la Sezione lavoro della Cassazione (sentenza 1460/13), confermando in via definitiva il licenziamento di una bancaria marchigiana che si era fatta liquidare 6mila euro per cure odontoioatriche, salvo poi pagare solo un anticipo al dentista (230 euro), finire in causa con lo stesso per inadempimento e falsificare infine le fatture esibite al datore di lavoro.

La Cassazione, nel respingere la tesi difensiva secondo cui la donna era confusa per uno stato ansioso/depressivo, ha sottolineato che non vale neppure l'"alibi" di aver delegato al marito la pratica (coniuge che tra l'altro aveva falsificato le fatture) perché nel diritto civile «il debitore è responsabile dell'esatto adempimento dell'obbligazione, anche quando si avvale della collaborazione di terzi».
La definitiva sconfitta processuale costerà caro alla ex bancaria, che oltre a pagare il dentista dovrà sostenere anche le spese legali della banca (2.500 euro).

IL CAMBIO DI OPERATORE TELEFONICO COSTA, MA È CONTRO LA LEGGE

Per facilitare la concorrenza nel settore della telefonia, dal 2007 le penali per la disattivazione delle linee sono state abolite. Aggirando quanto previsto dalla legge, tuttavia, gli operatori continuano a imporre i cosiddetti"contributi di disattivazione", ostacolando il recesso da parte dei consumatori. Recedere da un contratto telefonico o passare a un altro operatore, quindi, può costare da un minimo di 30 e può superare anche i 100 euro. 

Ecco la denuncia di Altroconsumo

Abbiamo inviato 6 ricorsi per pratiche commerciali scorrette all'Agcom contro le principali compagnie di telefonia fissa: Fastweb, Infostrada, Telecom, Teletù, Tiscali e Vodafone. All'Autorità abbiamo contestato la pratica messa in atto da questi operatori, del non informare correttamente gli utenti sull'entità di questi costi, che non sono in ogni caso congrui o giustificati. Un primo effetto della nostra denuncia si è visto nella decisione di Telecom di abbassare questo costo da 60,50 (per disdire telefono più Adsl) a 34,90 euro Iva inclusa.

In compenso, questo addebito è ora previsto per tutti i clienti che disdicono, prima il costo era previsto solo per quelli che lasciavano dopo il primo anno. Resta comunque, come per gli altri operatori, una spesa che dovrebbe essere limitata ai soli costi effettivamente sostenuti e quindi molto più bassi. Se hai dovuto pagare anche tu queste "penali mascherate", compila il nostro form. Per partecipare attivamente e rafforzare la nostra azione, segnala il tuo caso all'Agcom utilizzando l'apposito modulo che trovi tra le risorse a destra. Compilalo e invialo via fax al numero 06/69644926.
Come riconoscere queste spese? 

Ogni operatore telefonico ha utilizzato un nome diverso per indicare questi contributi richiesti ai consumatori. Per individuarli in fattura ti indichiamo il dettaglio per singolo operatore: 

Fastweb: importo per dismissione
Infostrada: costo per attività di migrazione
Telecom: costo disattivazione linea
Teletù: contributo disattivazione
Tiscali: contributo di disattivazione
Vodafone: corrispettivo recesso anticipato/ disattivazioni anticipate.



SEGNALA IL TUO CASO 

Poste: Mobilità Volontaria; Verbale Accordo, Comunicato incontro 21 gennaio

Come ricorderete nell’ordine del giorno del 21 Gennaio  c’era anche  il progetto sul nuovo modello Organizzativo RU Filiale , vi comunichiamo che è stato ritirato dall’azienda e al momento accantonato per dubbi e approfondimenti e per il segnale di netta contrarietà del Sindacato nazionale e del Territorio.

Si è invece sottoscritto un verbale di Accordo sulla mobilità Volontaria dove si è convenuto di aprire un confronto entro il 30 di Aprile c.a.,  ma soprattutto si proroga l’effetto della graduatoria relativa all’anno 2102 fino al 30 di aprile .

Le graduatorie cesseranno il proprio effetto al 1 maggio , l’accordo prevede degli specifici incontri territoriali a livello regionale da realizzare entro il 1 febbraio finalizzati ad armonizzare la suddetta intesa .

Di fatto non lasciamo la categoria senza un meccanismo verificabile della mobilità in una fase di elezioni politiche, dove sappiamo tutti che le richieste dei politici di turno aumentano a dismisura, inoltre l’azienda aveva la possibilità di attuare tutta la mobilità in modo unilaterale con le metodologie “storiche “ di cui come SLC CGIL conosciamo bene gli effetti negativi in termini di trasparenza dei criteri adottati.

E’ nostra intenzione cambiare in modo importante l’intesa nei criteri portanti ,la garanzia che questo  accordo abbia un risultato migliore in termini di movimenti effettuati ( al 31 -12-2102 i movimenti effettuati sono : MP 64 Trasferiti , 60 rinunce 59 in lavorazione -SP 163 Trasferiti ,48 rinunce, 81 in lavorazione – Corporate 5 trasferiti, potete vedere il dettaglio nelle slides allegate ) è per noi fondamentale , come più volte abbiamo detto l’accordo  non deve essere una “fabbrica di sogni” ma uno strumento  reale aperto a tutti per una reale speranza di avvicinamento al proprio nucleo familiare e  alla propria residenza.

Per scaricare il documento sulla mobilità nazionale clicca qui: uploads/file/Mobilità volontaria nazionale.pdf
Per scaricare il prospetto mobilità clicca qui: uploads/file/prospetto mobilità anno 2010-2011-2012 al 31 dic 2012.pdf
Per scaricare gli aggiornamenti della mobilità a gennaio 2013 clicca qui: uploads/file/mobilità_aggiornamenti31DICEMBRE2012_21gennaio 2013.pdf

22 gennaio 2013

Lavoro: quando si può parlare di vero contratto a progetto

Nel dare una mano al personale ispettivo, il ministero del Lavoro, ha ribadito, con una circolare, le caratteristiche del contratto a progetto, i requisiti che deve avere questo legame tra committente e lavoratore. L’obiettivo dell’azione ministeriale è quello di combatterne l’uso improprio.
Gli aspetti del contratto a progetto modificati dal Legislatore - con l'ultima riforma del lavoro - sono relativi al requisito di progetto, al salario del lavoratore, all’esercizio del diritto di recesso e alle sanzioni previste per chi non rispetta le regole.

Requisiti del progetto

Per parlare di contratto a progetto è necessario che la collaborazione coordinata e continuativa sia riconducibile ad uno o a più progetti specifici. Questi progetti devono essere definiti dal committente e poi gestiti autonomamente dal collaboratore. Il progetto deve portare alla realizzazione di un risultato finale verificabile e questo risultato deve essere esplicitato anche nel contratto. Il progetto, inoltre, non deve riproporre l’oggetto sociale del committente ma individuare un’attività specifica, che si affianchi a quella principale.
Non si può parlare di contratti a progetto se il compito che il lavoratore deve svolgere è soltanto esecutivo o ripetitivo e non lascia un margine di autonomia operativa al collaboratore.
L’esempio fatto è quello di una società che si occupa della creazione di software che, per stipulare contratti a progetto, dovrà indicare l’attività specifica proposta al lavoratore, ad esempio la realizzazione del software di gestione dei contratti e non far riferimento ad un quotidiano inserimento dati.

Il salario del contratto a progetto

Il compenso da corrispondere al lavoratore a progetto, in base alla nuova normativa, deve essere proporzionato dall’azienda in base sia alla quantità, sia alla qualità dell’attività svolta e non deve essere inferiore ai minimi stabiliti per ciascun settore d’attività. Il riferimento sono i contratti collettivi relativi ai lavori equiparabili a quello svolto dal collaboratore a progetto.

Le sanzioni per chi non rispetta le regole

Nel momento in cui un’azienda stipula un contratto a progetto con un lavoratore, se manca l’individuazione del progetto, o se la descrizione del progetto non è completa, il rapporto di lavoro deve essere trasformato da collaborazione in attività subordinata a tempo indeterminato.
Il collaboratore a progetto può svolgere attività simili a quelle del lavoratore dipendente ma con modalità organizzative differenti, per esempio rispetto all’orario di lavoro, o all’assoggettamento alla direzione. Non si può parlare di collaborazioni a progetto per le prestazioni di elevata professionalità.



I redditi degli italiani del 2013 tornano ai livelli di 27 anni fa.

 L’italiano medio guadagnerà nel 2013, 16.955 euro, come nel 1986. Nel 2012 il livello medio si attestava a 17.337 euro. Il reddito di ogni italiano nel 2012 è calato del 4,8%, perdendo in valori assoluti 879 euro.
L’analisi di Rete Imprese ha fotografato l’entità (enorme) di questo arretramento mettendolo a confronto con il conseguente calo dei consumi: nel 2012 la spesa pro capite è calata del 4,4% a 15.920 euro e Rete imprese italia prevede per l’anno in corso un ulteriore calo, del’1,4% a 15.695 euro. Cioè come nel 1998. Altra drammatica conseguenza è il livello altissimo di mortalità delle imprese.
Il saldo tra mortalità e natalità delle aziende artigiane e di servizi di mercato più manifatturiere e costruzioni porta la somma a 100 mila aziende “scomparse”. Imprese e individui devono convivere, poi, con una pressione fiscale sempre meno sostenibile. Rete Imprese distingue tra pressione fiscale effettiva e pressione fiscale apparente (nel 2013 56,1%, rispetto al 46,3%): per i cittadini in regola con il fisco è stata – secondo lo studio – pari a 55,2%.
Tasse sempre più pesanti. Sempre secondo le previsioni dello studio, la pressione fiscale effettiva salirà nel 2013 a quota 56,1%, rispetto al 46,3% della pressione fiscale apparente. Nel 2012 la pressione fiscale per i cittadini in regola con il fisco è stata – secondo lo studio – pari a 55,2%. “Bene ha fatto il governo Monti ad aver messo in sicurezza i conti pubblici, a rafforzare la fiducia nei confronti della capacità dell’Italia di onorare il proprio debito pubblico – ha detto il presidente di turno di Rete imprese Italia, Carlo Sangalli.-. Così come è stato un bene per il nostro Paese la riduzione del costo del finanziamento del debito pubblico per via della riduzione dello spread. Tutto questo ha consentito all’Italia di recuperare fiducia e credibilità a livello internazionale. E ci ha consentito di superare i primi tornanti della crisi. Ma lo si è fatto – ha aggiunto – al prezzo salatissimo di un’impennata della pressione fiscale complessiva e di pesanti effetti recessivi che ne sono derivati”.

Modifiche al Testo Unico sulla tutela della maternità e paternità

Il Decreto salva-infrazioni e la Legge di stabilità modificano il Testo Unico n. 151/2001, introducendo il congedo  parentale ad ore e l'indennità di maternità per le pescatrici  autonome della  piccola  pesca marittima  e delle acque interne.

La “legge di stabilità 2013”, recepisce interamente  le modifiche introdotte dal precedente decreto salva-infrazioni al Testo Unico per la tutela della maternità e paternità e introduce  una norma inedita nel contesto italiano , cioè la possibilità di utilizzare il congedo parentale ad ore. Il comma 339 della legge stabilisce che la contrattazione collettiva di settore dovrà determinare le modalità di fruizione del congedo parentale ad ore ,  i criteri di calcolo della base oraria e l'equiparazione di un determinato monte ore alla singola giornata lavorativa.
La contrattazione collettiva assume quindi un ruolo determinante, nel coniugare i diritti dei genitori con le esigenze della produttività. La norma sembra prestarsi ad un utilizzo davvero flessibile ma l'enunciazione testuale è troppo generica: bisognerà vederne l'applicazione concreta e come il sindacato riuscirà ad interagire in materia. Quello che invece appare contraddittorio rispetto alle esigenze di elasticità che richiede l'accudimento genitoriale è il punto b) dello stesso comma che aggiunge regole inedite.
Secondo il T.U.,  infatti, il congedo parentale deve essere richiesto con un preavviso di quindici giorni…. Occorre che le circolari applicative chiariscano le modalità di applicazione di questa norma, che non può rendere più rigidi i vincoli già oggi esistenti.
Il comma 339, lettera c)  aggiunge  il comma 4 bis all'art.32 del T.U. e prevede  che  “Durante il periodo di congedo, il lavoratore ed il datore di lavoro concordano, ove necessario, adeguate misure di ripresa dell'attività lavorativa, tenendo conto di quanto eventualmente previsto dalla contrattazione collettiva”.
Purtroppo, nella realtà di Patronato verifichiamo quotidianamente quanto queste disposizioni legislative restino spesso disattese. Già la L.53/2000 stabiliva programmi di formazione per il reinserimento dopo i vari tipi di congedo   e misure a sostegno della flessibilità di orario  per non danneggiare ai fini della carriera, rispetto ai colleghi rimasti al lavoro, chi si occupa dei figli. Di nuovo, il ruolo del sindacato si conferma fondamentale ma, nello stesso tempo, si sottolinea  la rilevanza di un accordo individuale tra  lavoratore e  datore di lavoro, che apre uno scenario nuovo. E’ necessario attendere le circolari applicative di queste norme per valutarne la portata e le modalità di utilizzo.

La legge di stabilità, ai commi 336 e 337, amplia la platea delle beneficiarie  per la tutela della maternità. Vengono infatti inserite tra le lavoratrici autonome, le pescatrici autonome della piccola pesca marittima e delle acque interne, alle quali viene riconosciuta un'indennità di maternità, per cinque mesi, calcolata sull'80 % della misura  giornaliera del salario convenzionale  previsto per i pescatori  della piccola pesca marittima e delle acque interne. Le lavoratrici in questione hanno pertanto diritto, dal 1 gennaio 2013, data di entrata in vigore della legge di stabilità, all'indennità  come prevista per le altre categorie di lavoratrici autonome elencate. Il congedo parentale di tre mesi nel primo anno di vita del bambino anche in caso di adozioni ed affidamenti, art 69 del T.U , come per le altre lavoratrici autonome, viene previsto anche per le lavoratrici della piccola pesca.

Per il personale del comparto sicurezza e difesa  (polizia di Stato, polizia penitenziaria, guardia forestale, guardia di finanza, carabinieri......)  e quello dei vigili del fuoco, sono previste “ specifiche e diverse modalità di fruizione e differimento del congedo”. Un’enunciazione sibillina, perché, se è  logico ed è già previsto dal T.U. che vi siano situazioni specifiche nei settori citati,  non si comprende a quali istituti la norma in questione si riferisca….
Le sedi dell'Inca, dislocate su tutto il territorio nazionale, sono a disposizione dei cittadini per fornire la necessaria e competente consulenza tecnica.

21 gennaio 2013

Cgil: 25-26 gennaio conferenza di programma

Venerdì 25 e sabato 26 gennaio si terrà a Roma la Conferenza di Programma della Cgil. Un appuntamento - in programma al PalaLottomatica in Piazzale dello Sport 1 (zona Eur) a partire, sia venerdì che sabato, dalle ore 9.30 - dove il sindacato di corso d'Italia presenterà al Paese la sua proposta: “Il Piano del Lavoro - Creare lavoro per dare futuro e sviluppo al Paese”.

Nel corso della due giorni, che verranno aperti dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, sono previsti, tra gli altri, gli interventi del segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, del presidente di Sinistra Ecologia Libertà, Nichi Vendola, del leader del Centro Democratico, Bruno Tabacci, dell'ex presidente del Consiglio dei Ministri, Giuliano Amato, e del ministro per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca.




Cassazione: Nullo il licenziamento per inidoneità senza la verifica sulla possibile ricollocazione

Con sentenza n. 23330 del 18 dicembre 2012, la Cassazione ha affermato che, deve essere reintegrato il lavoratore licenziato perché affetto da un disturbo d'ansia se non si dimostra la sua "totale inidoneità allo svolgimento delle mansioni". Non solo, l’azienda deve anche provare l'impossibilità di una ricollocazione del medico.
La Suprema Corte, riprendendo la Corte territoriale ha affermato che "non solo non risultava dalle certificazioni mediche che la sopravvenuta, parziale inidoneità fisica del ricorrente avesse carattere permanente e quindi fosse definitivamente escluso un recupero della sua piena idoneità fisica, ma l'amministrazione aveva omesso di provare ... che, pur con la ridotta capacità lavorativa, il dipendente non potesse svolgere mansioni compatibili con l'organizzazione aziendale". Inoltre, la Cassazione ha confermato che, "l'illegittimità del recesso comporta anche per i dirigenti pubblici gli effetti reintegratori stabiliti dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori" "a prescindere dal numero dei dipendenti".

Licenziamento per giustificato motivo e cause di illegittimità

Con sentenza n. 6 del 2 gennaio 2013, la Cassazione ha affermato che è illegittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, alla base del quale c'è il rifiuto del lavoratore di trasferirsi in un'altra società del gruppo, con meno di 15 dipendenti, senza specificare che la mancata accettazione avrebbe comportato il suo allontanamento e senza che l'azienda provvedesse a verificare la possibilità di adibire il dipendente ad altre mansioni.


Certificazione di malattia inviata in ritardo

Con sentenza n. 106/2013 la Cassazione ha ritenuto illegittimo il licenziamento di un lavoratore, realmente malato, che aveva inviato con cinque giorni di ritardo una certificazione per una malattia di tre mesi: al contempo, il datore di lavoro aveva intimato, nel caso non fosse andato a buon fine il primo licenziamento, un altro provvedimento di recesso all’interno di una procedura di mobilità per la quale era stato esperito l’iter. La Suprema Corte ha annullato anche il, secondo licenziamento. Le motivazioni della decisione fanno riferimento al fatto (primo licenziamento) che la sanzione espulsiva risulta eccessiva rispetto alla previsione del CCNL di settore ed, inoltre, l'imprenditore era a conoscenza dello “status” avendo ricevuto in precedenza altri certificati non oggetto di alcuna contestazione. Per quel che riguarda il secondo licenziamento la Suprema Corte lo ha ritenuto illegittimo “perché dopo un primo licenziamento individuale il secondo non può essere collettivo, né consistere nel collocamento in mobilità”, in quanto la situazione di sospensiva riferita al licenziamento individuale non consente la necessaria comparazione tra i lavoratori secondo la previsione sui criteri di scelta ex art. 5 della legge n. 223/1991.