29 aprile 2016

Qè Call center a Paternò riduce di 90 unità il personale "per calo di volumi da riduzione di traffico"


Slc Cgil Ct: "Vergognosa la posizione delle committenti Enel Energia e Transcom di tagliare a danno della Qè"
Lo scorso 31 marzo  la società Qè Call center con sede a Paternò ha avviato la riduzione del personale per 90 unità su 275 lavoratori occupati. Qè call center, che gestisce in subappalto da Transcom la commessa Inps/inail  ed Enel energia, individua gli esuberi per calo di volumi causato da una riduzione del traffico che gestiscono le committenti.
 Circa 70 dei 90 esuberi sono sulla commessa INPS. Oggi si è svolto un incontro in sede di DTL come prevede la procedura ai sensi dell'art.4 e 24 legge 223/91 con un rinvio a giorno 5 maggio per verificare la percorribilità dei contratti di solidarietà per i lavoratori coinvolti. Per Davide Foti segretario generale  SLC CGIL Catania e Gianluca Patanè responsabile provinciale settore TLC:  "Stiamo cercando responsabilmente di garantire tutti i lavoratori del  call center Qè proponendo l'uso  dei contratti di solidarietà. Prendiamo atto della disponibilità  aziendale rispetto alle proposte sindacali ma riteniamo vergognosa la posizione delle committenti Enel Energia, e soprattutto quella di Transcom, di tagliare verso il basso i volumi di traffico a danno della Qè e dei suoi lavoratori, creando così un esubero di 70 lavoratori solo su commessa Inps. Abbiamo invitato tramite le segreterie nazionali l'amministratore delegato di Transcom nonchè Presidente di Assocontact ( ramo di Confindustria che gestisce e tutela le imprese di call center ) senza avere nessuna risposta. Ricordiamo a Transcom che il CCNL  Telecomunicazioni e  le leggi attualmente in vigore come la clausola sociale che demanda ai committenti la responsabilità sociale di imprese nella tutela del lavoro negli appalti di call center, devono essere rispettate. Ci sembra assurdo che il presidente dell'associazione datoriale dei call center crei esuberi ai suoi subappaltanti, dimenticandosi di applicare nelle sue aziende del Catanese il contratto di cui lui è garante. Chiederemo agli organi istituzionali competenti un intervento urgente e mirato che ripristini leggi e regole, non accetteremo senza lottare i licenziamenti".



28 aprile 2016

Accesso abusivo alla posta elettronica del lavoratore: è reato se protetta da password

La casella di posta elettronica è uno spazio di memoria di un sistema informatico destinato a contenere messaggi, immagini, files e altri dati. Di conseguenza l’accesso a questo spazio concreta un accesso al sistema informatico di cui la casella è porzione. Se tale porzione di memoria è protetta da una password ogni intrusione concreta l’elemento materiale del reato di accesso abusivo a sistema informatico. Lo ha sancito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 13057/2016, confermando la condanna emessa nei confronti di un responsabile del servizio “entrato” nella casella di posta elettronica, protetta da password, di un dipendente.
La casella di posta elettronica aziendale fa parte di un sistema informatico e ad essa si applicano le tutele previste per il cd. "domicilio informatico". Pertanto, gli accessi non autorizzati integrano il reato di accesso abusivo a sistema informatico di cui all’articolo art. 615-ter c.p..
Lo ha sancito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 13057/2016 confermando la condanna emessa dalla Corte di Appello nei confronti di un responsabile del servizio (nel caso un responsabile dell’ufficio di Polizia Provinciale) che era “entrato” nella casella di posta elettronica –protetta da password - di un dipendente, prendendo visione di alcuni documenti e scaricandone altri.

Il ricorrente ha difeso il proprio operato affermando l’inesistenza di un “sistema” vero e proprio coincidente con la posta elettronica, rappresentando questa una “entità” estranea alla lettera dell’articolo 615-ter del Codice Penale. Ne consegue che la casella di posta elettronica non rappresenterebbe, secondo il ricorrente il “domicilio informatico” tutelato dalla legge essedo essa solo un contenitore.

Cassazione: il rifiuto del lavoratore di trasferirsi equivale alle dimissioni

La Cassazione, in due recenti pronunce – la Cass. Civ., Sez. Lav., 15.3.2016, n. 5056 e la Cass. Civ., Sez. Lav., 31.03.2015 n. 6225 - è tornata ad affrontare la tematica vertente sulle conseguenze connesse all'inottemperanza del lavoratore all'ordine disposto dal datore di lavoro di modifica del luogo di adempimento della prestazione lavorativa ("trasferimento").
Le due sentenze si differenziano in termini di conseguenze specifiche ma partono dal medesimo presupposto principio secondo il quale la determinazione del luogo della prestazione lavorativa rientra nella potestà organizzativa datoriale e incontra un limite solo nelle previsioni dettate in materia di trasferimento del lavoratore (cfr. tra le più recenti Cass. Civ. n. 23110 del 2010) giungendo, la Cass. Civ., Sez. Lav., 15.3.2016, n. 5056, ad affermare la legittimità del licenziamento disciplinare del lavoratore sottrattosi alla direttiva di tornare a prestare l'attività lavorativa presso i locali aziendali anziché presso il proprio domicilio, nonostante la precedente decisione di disporre il cd. "lavoro a domicilio" fosse stata presa dal datore nell'ambito di proprie esigenze produttive ed organizzative, in quanto non sarebbe possibile ravvisare un'autonoma unità produttiva presso il domicilio del dipendente, ove al massimo è possibile rinvenire una cd. "dipendenza aziendale" rilevante ai fini di cui all'art. 413 c.p.c.
Ancor più interessante la Cass. Civ., Sez. Lav., 31.03.2015 n. 6225, in quanto investe la problematica particolarmente dibattuta (e mai, in verità, definitivamente risolta) delle cd. "dimissioni orali" o "dimissioni tacite" o "dimissioni per fatti concludenti" del lavoratore affermando come il diniego del lavoratore di trasferirsi presso altra struttura lavorativa equivale all'ipotesi di dimissioni volontarie dal posto di lavoro.
Anche in questo caso la S.C. parte dalla presupposta accertata legittimità del trasferimento - risultato giustificato da ragioni tecniche, organizzative e produttive, così come richiesto dall'art. 13, L. 300/1970 – in una fattispecie nella quale il lavoratore si è poi rifiutato di assumere servizio presso la nuova sede, giungendo alla conclusione che ciò sarebbe indicativo della manifestata (tacita, aggiungiamo noi) volontà del lavoratore di non voler più fornire la propria prestazione lavorativa.
Il passaggio motivo rilevante di tale statuizione, però, risiede nella circostanza che tale rifiuto escluderebbe qualsivoglia ipotesi di licenziamento orale implicando le dimissioni del dipendente stante una condotta tale da risultare equiparabile ad un atto di recesso dal contratto di lavoro.
Questo in quanto, secondo la S.C. "E' consolidato l'orientamento, per il quale, nell'ipotesi di controversia in ordine al quomodo della risoluzione del rapporto (licenziamento orale o dimissioni), si impone un'indagine accurata da parte del Giudice di merito, che tenga adeguato conto del complesso delle risultanze istruttorie (cfr., fra le altre, Cass. 20 maggio 2005, n. 10651)" che, nella fattispecie in esame, sarebbero indicative della volontà di non voler più garantire la prestazione lavorativa.
Va però sottolineato come la ricostruzione in ultimo data sarebbe interessante e conforme ai precedenti orientamenti ove si fosse limitata ad affermare l'esclusione, in determinate condotte datoriali, dei requisiti richiesti affinchè si rinvenga il "licenziamento orale", mentre si pone in aperto contrasto nei passaggi successivi con il principio secondo il quale il datore di lavoro non può presumere, dal comportamento del dipendente assente per più giorni dal posto di lavoro, la sua volontà di dimettersi.
Infatti è stato sinora pacificamente affermato (tra le tante la più recente Cass. Civ. sez. Lav. sent. 21.01.2015, n. 1025) che, in caso di prolungata assenza del lavoratore, e quindi di suo rifiuto a prestare l'attività lavorativa, il datore non può procedere alla risoluzione del contratto di lavoro ritenendo il prestatore dimissionario, ma deve provvedere sempre e comunque ad attivare il procedimento disciplinare che potrà portare, questa volta legittimamente, al licenziamento disciplinare per assenza ingiustificata (ossia per "giustificato motivo soggettivo" o "giusta causa", a seconda della gravità dei fatti).
Risultato: prima dell'espulsione è necessario procedere all'iter previsto dallo statuto dei lavoratori, con l'applicazione di tutte le garanzie in favore del lavoratore, ivi compresa la contestazione scritta e la comunicazione di licenziamento anch'essa scritta. Diversamente, il provvedimento è illegittimo.
Questo perché, sempre secondo la pronuncia in ultimo annotata, il datore non può rinvenire nell'assenza del lavoratore e nel suo rifiuto a svolgere la prestazione un caso di "dimissioni per fatti concludenti" prevedendo, la normativa, solo due forme di recesso dal contratto di lavoro: il licenziamento da parte del datore, anche di tipo disciplinare; le dimissioni dietro espressa volontà del lavoratore.
Non essendo possibile introdurre, nel nostro diritto del lavoro, un terzo genere di cessazione del rapporto, ossia per "fatti concludenti".
Considerandosi come la Cass. Civ., Sez. Lav., 31.03.2015 n. 6225 rinvii alla Corte di Appello la decisione, con applicazione dei principi di diritto in essa disposti, sarà ora interessante annotare come la Corte territoriale riuscirà ad uniformarsi a tali disposti dettami, soprattutto relativi alla distribuzione dell'onere probatorio tipico della disciplina delimitante i licenziamenti, senza incorrere in contrasto con l'orientamento precedente.

Avv. Riccardo Carlone

Tlc: Comunicato unitario Almaviva Contact

Il 26 aprile 2016, è ripreso il confronto con i vertici dell’azienda a seguito del verbale d’incontro definito dal Ministero dello Sviluppo Economico che indicava alle parti una soluzione atta a revocare i licenziamenti e utilizzare un nuovo periodo di contratto di solidarietà sino alla fine del prossimo mese di novembre.
L’azienda, in apertura, ha manifestato la volontà di aderire alle proposte del Governo con il solo intento di “comprare” tempo per consentire all’esecutivo di intervenire con soluzioni che modifichino le condizioni di mercato, considerate da tutti il vero problema della crisi del settore.
In tale ambito, la decisione di prorogare il contratto di solidarietà sino a novembre non rappresenterebbe la soluzione alle problematiche che hanno portato l’azienda ad aprire le procedure di licenziamento, ma una opportunità per evitare il ricorso ai licenziamenti, rinviando, eventualmente, tale decisione a valle degli interventi proposti dal Governo per il riordino del settore.
Per raggiungere questo obiettivo, in linea con i contenuti del verbale d’incontro del Ministero, l’azienda ha proposto di sottoscrivere un nuovo accordo con i seguenti contenuti:
* Revoca della procedura di licenziamento avviata in data 21 marzo 2016;
* Definizione di un nuovo accordo di solidarietà, in continuità a quello esistente agganciato alla procedura aperta e chiusa nel mese di dicembre 2015 con percentuali massime per Rende 3%, Catania 7%, Milano 13%, Napoli 35%, Palermo e Roma 45%.
* La programmazione della solidarietà sarà effettuata ogni 15 giorni, con piano mensile e rimodulazione a metà mese;
* La programmazione sarà verticale per il personale PT a 4 ore e a tempo pieno, mista (verticale e/o orizzontale) per il personale PT a 5/6 ore;
* L’azienda, in continuità a quanto previsto dall’accordo vigente, garantirà un’integrazione economica pari all’80% della retribuzione per la quota parte di solidarietà che ecceda il 25%; analogamente l’azienda nel programmare la solidarietà garantirà che il reddito del singolo lavoratore garantisca il mantenimento degli 80 euro del “bonus Renzi”;
* L’azienda garantirà l’anticipo dell’integrazione economica (pari al 50%) a condizione che le istituzioni completino le procedure di rimborso entro i due mesi successivi al trimestre in esame (esempio: trimestre gennaio, febbraio, marzo l’azienda anticipa l’integrazione sino a maggio, se entro tale mese non riceverà il rimborso dall’Inps sospenderà l’anticipazione).
Sulla base di questi contenuti si è, inoltre, dichiarata disponibile a accettare domande di trasferimento del personale da sedi con più alta solidarietà a sedi con solidarietà minore e valutare, se la normativa lo consentisse, di accompagnare la solidarietà con una mobilità volontaria, cosi come su una più puntuale programmazione della formazione.
Le OO.SS, pur individuando alcuni ambiti di criticità, vedi la solidarietà orizzontale per il personale PT a 5/6 ore e una incertezza sul mantenimento dei contratti e dei volumi sugli attuali siti, tematiche che dovranno essere affrontate all’atto della ripresa del confronto, hanno deciso, vista la estrema complessità della vertenza, di sospendere la trattativa e procedere alla consultazione dei lavoratori.
Infatti, l’accordo non risolve i problemi strutturali del settore che sono stati sollevati dalle lavoratrici e dai lavoratori di Almaviva, però consentirebbe di guadagnare 6 mesi di tempo per consentire al tavolo di crisi nazionale, istituito preso il Ministero dello Sviluppo Economico, di incidere sulle cause che determinano le ripetute crisi aziendali, anche attraverso i tavoli di monitoraggio che verranno istituiti, compreso quello specifico per Almaviva Contact.
Tale opportunità è necessario che sia condivisa dall’insieme dei lavoratori, per diffondere la consapevolezza che non siamo alla presenza di una soluzione strutturale ma che la vertenza dovrà continuare per scongiurare definitivamente il rischio dei licenziamenti.
Per questo entro il 3 maggio p.v. andranno proclamate le assemblee dei lavoratori di ogni sito che dovranno esprimersi, con voto certificato, sui contenuti del possibile accordo riportati nel presente comunicato.

LE SEGRETERIE NAZIONALI SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

14 aprile 2016

Comunicato stampa -Vertenza Almaviva, si prende tempo dopo riunione al Mise...

Foti (Slc): "Solo strategie: a fronte di sacrifici, si ripaghino i lavoratori con le garanzie"
Si è tenuto ieri il "faccia a faccia " al Mise per la delicata procedura di licenziamento aperta da AlmavivA a carico di circa 3000 lavoratori del gruppo delle sedi di Palermo, Napoli e Roma. Procedura che preoccupa ovviamente anche i lavoratori di Catania.
Il Governo, in questo caso rappresentato dal sottosegretario alle attività produttive On. Teresa Bellanova, ha chiesto all'azienda di revocare i licenziamenti e di cercare un' intesa sindacale per prendere tempo in attesa di intervenire su alcune regole per il settore call center. Si tratta di norme mirate alle gare al massimo ribasso messe in campo dalle committenti pubbliche e private e soprattutto per ricercare la corretta applicazione dell'art 24bis ad oggi di fatto inapplicato che non ha bloccato l'emoraggia di lavoro verso paesi esteri.
La Cgil al tavolo ha ribadito con forza che il grido di allarme lanciato qualche anno fa ed inascoltato dal governo, oggi rischia di creare migliaia di disoccupati in un settore giovane ed ad alta intensità di lavoro femminile nonché ha chiesto con forza interventi mirati ad una regolarizzazione delle gare di appalto ed ad una normativa sulla gestione della qualità del servizio tramite interventi dell'AgCom.
Per Davide Foti, segretario generale Slc Cgil Catania, "questa ennesima perdita di tempo, ovviamente a carico dei lavoratori, ci appare come una strategia che miri a fare trascorrere il periodo elettorale legato al voto amministrativo di Milano e Roma. Tutti i lavoratori ALmavivA sono stanchi ed in profonda crisi economica causa da anni di ammortizzatori sociali. Se un ' intesa bisogna trovare deve essere fatta su indicazione concrete e di reale cambiamento delle regole per tutto il settore. Questo Governo non può permettere alle committenti statali come Poste ed Enel e a quelle private come Teecom, Vodafone, Wind, ecc, di fare margine di guadagno sulla pelle di migliaia di lavoratori dei call center. L'immobilismo politico nei confronti di queste lobby finanziarie denota una subdola posizione del Governo . Ricordiamo che tutta la committenza del settore servizi lavora su concessioni Governative, ossia su concessioni dirette dello Stato. Per questo sembra paradossale che da un lato lo Stato, una volta assegnati il servizio diretto, e dall'altro non possa intervenire sulle gare garantendo l'applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro. Come Slc Cgil di Catania non faremo sconti a nessuno, se si chiedono sacrifici ai lavoratori bisogna garantire agli stessi la propria salvaguardia non solo economica ma anche psicofisica. Ovviamente ci presenteremo a Roma il prossimo mercoledì alla ricerca di soluzioni condivise e con il giusto equilibrio sindacale soprattutto in riferimento di un eventuale applicazione di un ammortizzatore sociale".
Intanto, Almaviva ha preso in considerazione specificando che l'attesa potrà essere colmata solo attraverso ammortizzatori sociali in deroga. Almaviva ha anche convocato le parti sociali per il prossimo lunedì, fissando un incontro indirizzato ad un possibile accordo sugli ammortizzatori sociali.

L'incontro al Mise è stato spostato al prossimo mercoledì.

Call center: tavolo Almaviva, Governo non adotta regole per settore



13 aprile 2016
Si è tenuto oggi il tavolo sulla più grave crisi che attraversa il paese con i 3000 licenziamenti annunciati dal Gruppo Almaviva. In contemporanea, e per tutta la giornata, lo sciopero, con altissime adesioni dei lavoratori del Gruppo.
“Azienda, sindacati e istituzioni locali presenti hanno sottolineato come la crisi di Almaviva non sia una crisi aziendale ma sistemica, addebitabile ad un’assenza di regole con cui si è proceduto in questi anni – dichiara Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil.  Abbiamo evidenziato al governo come sia necessaria una piena applicazione delle clausole sociali da parte delle imprese pubbliche quali Poste ed Enel per le gare effettuate nei mesi scorsi, una puntuale applicazioni delle leggi sulle delocalizzazioni delle attività e un intervento che fissi gli standard minimi di qualità del servizio che un call center debba garantire ai cittadini italiani.”
“Abbiamo chiesto al governo precisi pronunciamenti su quali siano le politiche che intende adottare per il settore perché le scelte che oggi si stanno concretizzando sono figlie degli errori delle politiche degli anni scorsi. Abbiamo chiesto al governo di compiere una scelta netta: se schierarsi con i lavoratori e i cittadini/clienti dei servizi di call center  o continuare a proteggere gli errori commessi dagli uffici acquisti delle grosse imprese pubbliche e private.”
“La risposta del governo è stata duplice – prosegue il sindacalista: da un lato assoluta mancanza di volontà nell’individuare regole per il settore che fermino le crisi in corso e aprano nuove prospettive industriali. Dall’altro la richiesta di revocare la procedura di licenziamento indirizzata all’azienda utilizzando gli ammortizzatori in deroga previsti dalla legislazione. L’azienda  si è riservata di dare una risposta definitiva nelle prossime 48 ore.”
“Il timore è che gli interventi che si stanno adottando siano più indirizzati a superare il periodo elettorale che a risolvere le crisi in atto. Infatti l’annunciata sospensione delle procedure di Gepin, al tavolo di ieri, si è risolta con uno spostamento della fine della procedura dal 10 al 31 maggio, data ultima per scavallare le tornate elettorali di Napoli e Roma.”
“Slc Cgil si è dichiarata indisponibile a sottoscrivere accordi che applichino alle soli sedi di Napoli Palermo e Roma gli ammortizzatori sociali, confermando così gli esuberi dichiarati dall’azienda, e riaffermando che la volontà di allungare il tempo a disposizione si possa realizzare solo attraverso il mantenimento dell’attuale perimetro dell’azienda e la conferma sulla volontà di non procedere a delocalizzare attività all’estero.”
“Siamo preoccupati per la strada che hanno preso le vertenze di Gepin e Almaviva che rischiano di trasformarsi in una lunga agonia in cui accompagnare fuori dal mercato del lavoro le migliaia di lavoratori coinvolti.

“Il 18 aprile riprenderà il tavolo generale sui call center, mentre il 20 è riconvocato il tavolo Almaviva. In quelle due date sarà necessario avere chiarezza su quali siano le reali intenzioni del governo sul settore – conclude Azzola. Se si è deciso di sacrificare migliaia di lavoratori del settore e i cittadini clienti dei call center sull’altare della grossa committenza italiana, scegliendo per l’ennesima volta le lobbies delle imprese forti in questo paese, il governo ha il dovere di dichiararlo.”

Segreteria Nazionale SLC-CGIL

04 aprile 2016

Almaviva: Azzola (Slc Cgil), senza intervento del governo non sono possibili alternative ai licenziamenti

Si è concluso il primo incontro previsto dalla procedura di legge sui 3000 licenziamenti avviati dalla società Almaviva. Le parti hanno effettuato una lunga analisi delle condizioni di mercato, che renderebbero impossibile trovare alternative ai licenziamenti che l’azienda ritiene irreversibili.

Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil, ha invitato Almaviva  ad evitare una drammatizzazione della situazione che renderebbe ingovernabile la tensione sociale nelle tre città interessate (Roma, Napoli, Palermo), e ad accettare un confronto in sede ministeriale per individuare gli interventi necessari a modificare le attuali condizioni di mercato e rendendo possibile il ritiro dei licenziamenti.

“Interventi su articolo 24 bis per le delocalizzazioni, un contrasto a gare assegnate a prezzi non sostenibili, la piena applicazione delle clausole sociali anche da parte di imprese governate dallo stato (Poste ed Enel), nonché un intervento sulla qualità del servizio da erogare ai cittadini italiani sono la parole chiave – ha dichiarato Azzola - per contribuire al riassorbimento di tutti gli esuberi, migliorando nel contempo la qualità del customer care, oggi appesantita dalle condizioni del mercato.

“Tali strumenti sono agibili solo qualora il Governo decida di sviluppare una reale politica di settore, nell’interesse dei cittadini/clienti e dei lavoratori, mettendo fine allo scempio operato dagli uffici commerciali delle grandi ditte appaltatrici più interessati alle politiche retributive personali che agli impatti sociali e alla qualità del servizio.”

“Almaviva, accettando l’invito a rinunciare all’irreversibilità del processo, ha ribadito che parteciperebbe convintamente ad un incontro in sede istituzionale, in cui  tutte le parti contribuissero fattivamente a individuare soluzioni per consentire prospettive di medio-lungo periodo.”


“Per questi motivi i sindacati hanno inviato unitariamente una richiesta d’incontro al Mise, affinchè convochi immediatamente il tavolo di confronto. E’ il momento della responsabilità di tutti – conclude Azzola - bisogna evitare che la campagna elettorale cavalchi il malcontento dei lavoratori: soltanto  soluzioni certe e condivise potrebbero evitarlo. Se non si procedesse su questa strada, agli esuberi di Almaviva, si aggiungerebbero quelli di tutte le altre aziende che debbono sostenere un costo del lavoro non agevolato dagli incentivi alle nuove assunzioni, con ulteriori migliaia di licenziamenti in tutta la penisola.”

COMUNICATO ALMAVIVA 4 APRILE 2016

Venerdì primo aprile si è svolto il primo incontro con Almaviva Contact sulla procedura per circa 3000 licenziamenti aperti dall’Azienda sulle sedi di Roma, Napoli e Palermo.
L’azienda ha ribadito come questa decisione sia motivata dall’ulteriore peggioramento delle condizioni di mercato. Mancato rispetto della norma sulle delocalizzazione, continuo ricorso al massimo ribasso hanno portato, sempre secondo l’Amministratore Delegato di Almaviva, ad una condizione di non sostenibilità mettendo a rischio la tenuta di tutta l’azienda. L’ulteriore diminuzione di volumi, ed il conseguente aumento dell’esubero di forza lavoro, e la marginalità dei tre siti al di sotto della soglia del 21 % ha portato l’azienda a scegliere di addensare le eccedenze sulle tre sedi.
La gravità delle condizioni in cui versa il settore dei Call Center in Italia è un elemento che non sfugge alle Organizzazioni Sindacali. E’ ormai davanti agli occhi di tutti come l’assenza di regole, soprattutto nell’attribuzione delle commesse, sia ormai arrivata ad una condizione non più gestibile. L’assenza di ammortizzatori sociali stabili, la persistente incapacità delle istituzioni a far rispettare la norma sulle delocalizzazioni, la tendenza dei committenti, a partire da quelli pubblici, a dare commesse a costi drammaticamente al di sotto del costo del lavoro previsto dal CCNL Telecomunicazioni, sono elementi ormai non più eludibili. I sacrifici richiesti ai lavoratori in questi anni non sono più ulteriormente replicabili in assenza di azioni risolutive che mettano finalmente in sicurezza il settore. L’approvazione della clausola sociale, comunque una notizia importantissima per il comparto, deve necessariamente essere sorretta da ulteriori provvedimenti a cominciare dal rispetto del Dlgs 24 bis sulle delocalizzazioni, e da certe per l’aggiudicazione delle gare di appalto sia pubbliche che tra soggetti privati nel rispetto del costo del lavoro contrattuale.
Le questioni di mercato però non giustificano, a nostro avviso, la decisione di immettere un tale elemento di drammatizzazione. 3000 esuberi sono un atto capace di rompere il “patto sociale” che ha animato il nostro settore in questi anni. Nessun settore, e meno che meno il nostro, è nelle condizioni di reggere un evento simile. Occorre fare di tutto perché le lavoratrici ed i lavoratori di Almaviva non finiscano per divenire “ostaggi” di una condizione della quale loro, di sicuro, non hanno alcuna responsabilità ma, semmai, ne stanno pagando il conto da diverso tempo sia in termini di diminuzione di salario che di precarizzazione complessiva delle condizioni di lavoro.
E’ per questo motivo che tutte le OO.SS. hanno convenuto che questa crisi non possa e non debba essere affrontata se non dentro un percorso istituzionale. La crisi Almaviva è, anzitutto, crisi di settore e come tale deve essere affrontato. E’ di tutta evidenza che molte sarebbero le cose da affrontare con l’azienda a partire dall’organizzazione del lavoro e l’allocazione delle commesse. Ma prima di affrontare questi temi, non secondari, è semplicemente indispensabile che si apra un confronto risolutivo col Governo sui correttivi delle storture che hanno portato un comparto di circa 80000 persone allo stato attuale.
Le Segreterie Nazionali, d’accordo con le strutture territoriali e le RSU hanno deciso di procedere alla richiesta di apertura di un tavolo di crisi specifico per Almaviva presso il Ministero dello Sviluppo Economico e, parallelamente, di un tavolo presso la Presidenza del Consiglio per lo stato di crisi del settore.
Per sollecitare questo percorso e scongiurare licenziamenti massivi su Almaviva le OO.SS. hanno deciso di intensificare le iniziative vertenziali sia sulle tre sedi impattate che su tutto il perimetro aziendale. Deve essere ben chiaro a tutti che 3000 esuberi su tre sedi non sono un problema “locale”. Le storture normative e di mercato non mettono fuori gioco solo le tre sedi impattate ma l’intera azienda e licenziare 3000 persone non porterà Almaviva a competere su un mercato più giusto con regole più chiare.
Per questo motivo il giorno 13 aprile è indetto uno sciopero per l’intero turno di lavoro di tutte le sedi aziendali.
Nelle prossime ore si decideranno le iniziative da intraprendere in occasione dello sciopero per dare massima visibilità alle ragioni delle lavoratrici e dei lavoratori di Almaviva.
Roma,4 Aprile 2016
Le Segreterie Nazionali
SLC/CGIL – FISTel/CISL – UILCOM/UIL

21 marzo 2016

Call Center: Slc Cgil, con 3000 licenziamenti Almaviva, Governo avvii patto di settore

“Come annunciato da mesi, la crisi del settore dei call center sta producendo effetti drammatici: Almaviva ha aperto le procedure per licenziare 2988 persone. 918 a Roma, 400 a Napoli e 1670 a Palermo. A questi si aggiungono i 450 licenziamenti avviati dal Gruppo Gepin che gravano sempre su Napoli e Roma.” Così una nota della segreteria nazionale Slc Cgil.
“Il risultato è una situazione insostenibile per le tre città coinvolte, che già vivono una situazione occupazionale difficile e che oggi si trovano a dover affrontare la vertenza più complicata con migliaia di licenziamenti che coinvolgono molte donne in una fascia d’età ricompresa tra i 35 e i 50 anni.”
“Il Governo ha avviato nei giorni scorsi una serie di iniziative per dare le risposte che il settore chiede da anni – prosegue la nota. Rispetto delle leggi esistenti e contrasto all’illegalità crescente, che sempre più caratterizza l’attività di call center, sono le parole chiave per impedire tali situazioni.
“Se gli impegni assunti dovessero essere sostenuti dai fatti, si creerebbero le condizioni per rilanciare un settore importante e guidarlo verso la concreta trasformazione verso una dimensione industriale, attraverso l’innovazione tecnologica ed una maggior attenzione alla qualità del servizio ai clienti, ponendo fine alla barbarie con cui è stato gestito nell’ultimo periodo.”
“Per ottenere questo risultato è necessario che tutti gli attori protagonisti di questa durissima vertenza si assumano le proprie responsabilità – continua il comunicato. Dalla committenza che vede coinvolte tutte le più grandi imprese del Paese, che non possono continuare a sostenere di voler contribuire al rilancio dell’occupazione e, invece, essere la principale causa di quanto accade.”
“Le aziende committenti e del settore hanno enormi responsabilità: dalle nebbiose pratiche degli uffici acquisti alle politiche retributive dei dirigenti, alle gare al massimo ribasso, proposte da un lato ed accettate dall’altro, che non permettono di sostenere neanche il costo del lavoro. E’ stato un errore clamoroso che ha portato l’intero settore nel baratro.”
“Tutte le imprese del settore, hanno i conti in rosso per la gestione delle attività prestate sul territorio nazionale, salvo che non si siano prestate a delocalizzare all’estero le attività o a gestirle con modelli “creativi” al di fuori delle leggi e delle regole.”
“Il Governo deve proporre un patto di sistema: anche le istituzioni hanno la loro fetta di responsabilità. Un patto tra committenza, oltre il 70%% delle attività è generato dalle dieci più grandi imprese di servizi del Paese, imprese fornitrici del servizio e parti sociali che consenta di scongiurare le migliaia di licenziamenti e trasformare il settore da una logica di costo a un’opportunità di business, esattamente come avvenuto negli Stati Uniti o in Francia.”

“Le tre città interessate vedranno, nei prossimi giorni, un crescere di iniziative di mobilitazione a sostegno della difficile vertenza. Già domani, sotto la sede romana di Poste Italiane sfileranno le “mamme” del gruppo Gepin e di Uptime accompagnate dai loro figli, vere vittime di un sistema malato e distorto.”

Telecom: Azzola (Slc Cgil), il Governo ha svenduto Telecom ai Francesi?

“In queste ore si è dimesso l’Amministratore Delegato di Telecom, Marco Patuano. Le dimissioni arrivano a valle dell’acquisizione del 24,9% delle azioni da parte di Vivendi. E’ del tutto evidente che non siamo in presenza di una acquisizione “normale” trattandosi dell’azienda ex monopolista, che ancora oggi governa l’intera rete sui cui corrono tutte le informazioni del Paese.” Così commenta Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil, la conferma delle dimissioni dell’AD Patuano.

“E’ la prima volta che in un Paese Europeo viene acquisita l’azienda di Tlc che detiene il controllo della rete (negli altri Paesi europei lo Stato controlla quote significative delle aziende omologhe): è pertanto del tutto evidente che nessun investitore straniero possa aver neanche immaginato di acquisire Telecom Italia senza il consenso del Governo Italiano.”

“Le dimissioni dell’Amministratore Delegato sono la conferma che il socio francese ha acquisito il pieno controllo dell’azienda. Ci chiediamo a questo punto – prosegue il sindacalista - quale sia la contropartita che ha consentito ai francesi la scalata su Telecom.”

“Il Governo italiano ha l’obbligo di fare chiarezza – incalza Azzola. Ha l’obbligo di dire perché non ha consentito l’ingresso nel capitale sociale di Cassa Depositi e Prestiti che avrebbe consentito di superare l’anomalia italiana, l’unico Paese a non essersi dotato di strumenti idonei per indirizzare e programmare lo sviluppo delle reti digitali.”
“Deve spiegare perché l’ultimo biennio è stato trascorso a ragionare di “banda ultralarga” a tavolino, con un decreto mai approvato, la scesa in campo di soggetti sempre diversi e, nella realtà, uno sviluppo ancora non avviato.” 

“Cosa succederà ora dell’azienda? Il controllo della rete resterà di Telecom e l’azienda sarà protagonista della realizzazione della rete di nuova generazione? – chiede Azzola.

“Telecom da lavoro ad oltre 100.000 persone, di cui 50.000 alle dirette dipendenze. Accordi raggiunti in segreto sugli assetti futuri delle telecomunicazioni rischiano di generare migliaia di esuberi che sarebbero diretta conseguenza e responsabilità delle decisioni assunte dal Governo. Già in queste ore indiscrezioni giornalistiche parlano un ridimensionamento del personale di migliaia di unità.”

“E’ ora che il Governo, che pochi mesi or sono si è reso strumento di un’inutile mediazione sugli ammortizzatori sociali da applicare al personale, apra senza ulteriori ritardi un tavolo con tutti le parti coinvolte per spiegare quali politiche intende adottare.”

“Telecom è e resterà un’azienda strategica per il Paese: il Presidente del Consiglio non può gestirla senza la trasparenza necessaria e in assenza di un dibattito pubblico che coinvolga tutti i soggetti interessati. Renzi si assume una grave responsabilità, poiché, a questo punto, eventuali tagli agli organici non potranno che essere imputati a lui e alle politiche del Governo.”


15 marzo 2016

TELECOM: SI FACCIA CHIAREZZA SULL’ORGANIZZAZIONE DI OPEN ACCESS


Lo scorso 11 marzo si è svolto l’incontro fra la dirigenza di Tima e le Segreterie Nazionali di SLC‐CGIL, FISTEL‐CISL e UILCOM‐UIL. L’incontro, sollecitato dalle OO.SS. ha avuto come oggetto la situazione di Open Access, soprattutto alla luce dei recentissimi cambi al vertice che hanno visto l’uscita dall’Azienda del massimo responsabile di Open Access e di quello della AOU Centro.
L’incontro purtroppo non ha fornito quelle delucidazioni sulle prospettive complessive di un settore vitale per l’azienda. I responsabili hanno, di fatto, ribadito quanto già detto lo scorso dicembre in sede di incontro tecnico sui razionali del “remediation planning”, presentato da Tim alla AGCOM ed alla AGCM, per garantire la parità di trattamento fra clienti retail e clienti OLO nelle attività di delivery ed assurance.
Il piano, come già abbiamo avuto modo di specificare in queste settimane, apporta dei cambiamenti che incideranno nel quotidiano dei lavoratori ma che, a nostro parere, non si comprende se e come possano davvero incidere un reale cambiamento in una organizzazione che, non da ora, ha mostrato evidenti limiti, quando non delle vere e proprie storture operative.
Il raggiungimento di queste condizioni dovrebbe avvenire sia attraverso l’estensione dell’orario di servizio (in ambito ASA e field operation); sia attraverso il rafforzamento delle attività di back office per le attività di delivery e con un ulteriore ingresso di personale in ASA.
Come SLC‐CGIL abbiamo ribadito ciò che diciamo per la verità da mesi e che, ormai, è dinanzi agli occhi di tutti. Quello che da mesi ormai sta avvenendo in open access non può essere attribuito a casualità o ad un destino beffardo. Una organizzazione del lavoro sempre più asservita alle logiche dei canvass ha portato ad una frammentazione della filiera con la costruzione di vere e proprie “aziende nell’azienda”. Dopo la parentesi seguita al 27 marzo, quando si pensava fosse patrimonio comune la volontà di riportare ad una linea “comune” tutta l’organizzazione del lavoro, purtroppo da diversi mesi a questa parte si è assistito invece ad un ritorno a vecchie pratiche che continuiamo a ritenere sbagliate. Abuso degli straordinari; rapporto con le imprese esterne non sempre lineare con l’ottimale utilizzo della manodopera sociale; progressivo abbandono delle politiche di reinternalizzazione; perdurare di pratiche gestionali che di certo non hanno facilitato il rapporto fra l’azienda e gli altri operatori.
In questa situazione va inquadrata poi la vicenda delle multe milionarie e del complesso rapporto dell’azienda con tutto il sistema regolatorio nonchè il piano predisposto da Tim per evitare multe più onerose e interventi delle autority più traumatici. Anche qui, purtroppo, nulla di nuovo. Il progressivo svincolo degli Operatori alternativi dal rapporto con Tim per le attività di delivery ed assurance (ad oggi circa il 40% dei volumi di lavoro di open access) potrebbe avere un ritorno diretto sulla stessa tenuta occupazionale nonché sull’organizzazione del lavoro del personale sociale con l’aumento della competizione con le imprese esterne che, già oggi, operano con costi decisamente compressi (frutto delle politiche commerciali di Tim) e procedure di conseguenza decisamente diverse.
E’ quindi di tutta evidenza come un serio confronto su open access (comprese le turnistiche) non possa più prescindere dall’affrontare i veri motivi che bloccano di fatto una macchina complicata. Aumentare le ore di presidio ed aumentare gli organici in ASA e nel contempo continuare a voler imporre un ammortizzatore sociale che per definizione ingessa i processi ormai non è più sostenibile. Così come non si comprende più la condizione dei progettisti di rete, anche essi sottoposti ad ammortizzatore sociale in un momento nel quale la progettazione della NGN dovrebbe vedere il loro pieno coinvolgimento nell’attività, con inevitabili fuoriuscite di lavorazioni pregiate verso le imprese.
Per non parlare della “manutenzione” degli accordi del 27 marzo, a partire dalla verifica delle franchigie e del più generale tema delle professionalità.
Tutti questi temi ormai non sono in alcun modo eludibili perché semplicemente ne va della funzionalità dell’intera macchina organizzativa come è ormai di tutta evidenza. L’improvviso cambio ai vertici di open access difficilmente può essere derubricato ad un normale avvicendamento previsto dai contratti individuali dei singoli manager. La disponibilità pur dichiarata dall’azienda ad iniziare un confronto aperto su tutto il perimetro open access deve necessariamente passare da una fase scarsamente produttiva di “buoni propositi” ad una fase fattiva che porti ad effettivi cambiamenti. Ma è evidente che per cambiare occorre che ci siano progettualità e volontà. Due elementi che al momento non riusciamo a scorgere con nettezza nel management aziendale.
Per parte nostra non possiamo che ribadire con forza la nostra disponibilità immediata al confronto, confronto che, per l’importanza dei temi in discussione, non potrà che svolgersi a valle dell’elezione del nuovo coordinamento nazionale delle RSU. Nel frattempo non riteniamo sussistano le condizioni per sospendere le conflittualità aperte in tutti i territori che , anzi, dovranno vedere il massimo e coordinato coinvolgimento di tutti i lavoratori interessati. La perdurante assenza di un chiaro progetto di impresa sulla rete non può più essere sottaciuto o sostituito con interventi parziali sulla turnistica, di cui non sottovalutiamo l’importanza ma che lo stato di totale confusione e di profonda frustrazione che si registra tra i lavoratori subordina necessariamente ad una forte revisione di tutta l’organizzazione del lavoro per recuperare una reale condizione di efficacia organizzativa.
Roma, 15 marzo 2016

La Segreteria Nazionale di SLC‐CGIL

14 marzo 2016

CALL CENTER: MISE-eria e futuro


Giornata amara per i lavoratori dei call center quella di giorno 9 Marzo in via Molise davanti alla sede del Ministero allo Sviluppo Economico. La SLC CGIL non può sentirsi soddisfatta rispetto alle vaghe promesse e alle blande risposte che il governo attraverso il Vice Ministro Teresa Bellanova evidenziato in sede di convocazione.
Tutte le difficoltà palesate nel corso degli ultimi due anni dalla SLC CGIL al governo sono state messe in campo ma nessun passo in avanti è stato fatto. Il MISE sembra un enorme freezer in cui tutto si mantiene bene ma allo stato in cui lo
conservi, e non una serra capace di far maturare idee e sviluppare percorsi.
Il sistema call center è sul punto di implodere ed il piano inclinato su cui ci si muove sembra a breve poter mietere, con più virulenza rispetto al passato, migliaia di posti di lavoro, almeno 4000 prima della metà dell’anno.
Nella nostra Sicilia il settore rischia di essere sconvolto dagli accadimenti e migliaia di giovani famiglie siciliane rischiano di svegliarsi senza futuro, senza lavoro.
Il governo di questo paese e quello di questa regione la smettano di far finta di niente o di minimizzare.
Noi non moriremo silenti, non cederemo terreno!
Parlano di sviluppo per il SUD e lasciano chiudere le nostre aziende, parlano di rilanciano e favoriscono la delocalizzazione con il mancato rispetto del 24 bis, parlano di occupazione e ci lasciano licenziare senza far rispettare le clausole sociali, parlano di regole sugli appalti e le assegnano non tenendo conto del vero costo del lavoro italiano dandole al massimo ribasso, parlano di meridione, Sicilia, donne, giovani e famiglie e chiudono il nostro futuro. 
LA NOSTRA LOTTA NON SI FERMERA’ LA NOSTRA LOTTA NON DIMENTICHERA’.
Il Coord. Reg. Gen. SLC CGIL SICILIA
Davide Foti
Il Coord. Reg. Call Center in Outsourcing
Natale Falà

10 marzo 2016

Call center: Azzola (Slc Cgil), incontro col governo non risolutivo per la crisi call center


"Forte preoccupazione per la crisi dei call center oggetto dell'incontro presso il Mise - dichiara Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil, all'uscita dal tavolo convocato dal Ministero.

"Il governo ha proposto un percorso che traccia possibili modifiche di scenario, restando nel contempo troppo vago e indefinito nei tempi di realizzazione. Slc non ha potuto condividerne i contenuti in quanto l'aleatorietà della realizzazione degli stessi non consentirà di provare a gestire i 500 licenziamenti già avviati dal gruppo Gepin Contact nè misure atte a definire soluzioni per gli oltre 3500 licenziamenti che saranno aperti da Almaviva Contact."

"Un intervento deciso su Poste ed Enel - prosegue il sindacalista - affinchè applichino le clausole sociali nelle gare già effettuate, non è più rinviabile e il governo appare invece su questo tema troppo timido. Per quanto riguarda l'applicazione delle norme contro le delocalizzazioni, che sarebbe in grado di riportare un po' di occupazione in Italia, il governo si è limitato all'idea di rilanciare i controlli senza dare certezze sull'effettiva erogazione delle sanzioni che la violazione sistematica della normativa comporterebbe."

"Infine per gli ammortizzatori sociali, la previsione di convocare un tavolo tecnico che valuti l'estensione della Cigs ai lavoratori dei call center, rischia di allungare troppo i tempi e non farlo diventare uno strumento utile per la soluzione delle vertenze in corso."


"Il governo - conclude Azzola - ha individuato una corretta agenda dei temi da affrontare ma non è stato determinato a definire tempi e modalità che ne garantiscano una corretta applicazione. In questo modo 4000 licenziamenti aperti nel mese di marzo non potranno trovare alcuna soluzione se non concludersi con la perdita del posto di lavoro per tutte queste migliaia di persone. Il governo deve farsi carico della grave crisi ed intervenire con tutte le determinazioni del caso."

01 marzo 2016

Aumentano i costi del telefono fisso


Telecom Italia è diventata Tim con un nuovo logo, una nuova sede e una nuova campagna pubblicitaria. Tutti contenti anche molti utenti che hanno apprezzato la novità del panino rosso che rappresenta una T e il nome TIM in bianco su uno sfondo blu. Lo stesso logo Tim dunque copre non solo i cellulari ma anche il telefono fisso.

Saranno meno contenti coloro che hanno solo la vecchia linea telefonica di base e non hanno quindi aderito alle offerte a forfait. Per loro, ex clienti Telecom e neo clienti Tim, l’azienda ha riservato la sorpresa del raddoppio dei costi delle chiamate da casa.

Stando a quanto si legge in un annuncio pubblicato sui principali quotidiani nazionali, dal prossimo primo aprile (e non è un pesce d’aprile) il prezzo delle chiamate a consumo verso i telefoni fissi e i cellulari nazionali dell’offerta Voce e della linea Isdn aumenterà da 10 a 20 cent al minuto e sarà anche previsto uno scatto alla risposta pari a 20 centesimi.

Sul piede di guerra Federconsumatori che con una nota scrive senza mezzi termini: “La misura è colma! Gli utenti Tim non possono essere più presi in giro e subire continue ed unilaterali modifiche del contratto.”

Gli aumenti, secondo l’associazione, sarebbero continui e durano da maggio scorso. “La politica in materia di telefonia fissa sul contratto Voce (19 € al mese) è ormai chiara: con il nuovo aumento del costo al minuto che passerà dal 1 aprile 2016 da 0,10 cent/minuto a 0,20 cent/minuto e l’introduzione dello scatto alla risposta (ancora lui) a 0,20 cent, si vogliono obbligare i clienti a passare al contratto Tutto Voce, che ha sì chiamate illimitate ma che è ben più dispendioso per i consumatori, con un costo fisso mensile di € 29!”

“Il comportamento di Tim … va proprio a colpire tutte le fasce deboli della popolazione, quali anziani e persone sotto o sulla soglia della povertà.”

Il contratto Voce base “non solo è quello che ha sostituito il caro e vecchio canone (e che a maggio scorso aveva già subito un aumento di 0,50 cent/mese), ma è anche il contratto tipico di tutte le fasce sociali che non possono (per età, cultura o assenza di infrastrutture) usare mezzi più tecnologici per comunica. Infine i clienti di Tim, che presumibilmente non usufruiranno della domiciliazione bancaria, si vedranno aumentare anche il costo per la spedizione della fattura, oltre ad aver già subito il raddoppio del costo del bollettino postale con l’invio mensile della fattura!”






Call center: a rischio oltre 8000 posti di lavoro. 11 marzo sciopero e manifestazione a Roma


La decisione di Poste Italiane ed Enel, aziende controllate dallo stato Italiano, di assegnare le attività di call center senza rispettare la clausola sociale contenuta nel DDL “appalti” approvato dal Parlamento, la volontà del Governo di non far applicare quanto previsto dalle leggi italiane in tema di delocalizzazioni di attività di call center, la scelta politica di privare il settore degli ammortizzatori sociali ordinari, provocheranno nei prossimi mesi oltre 8000 licenziamenti nel settore dei call center, di cui almeno la metà vedrà aprire le procedure di licenziamento già nel mese di marzo.

Questo l’allarme lanciato dai segretari nazionali di categoria in merito alla mancata convocazione da parte del Governo di un tavolo di crisi richiesto dalle OO.SS nello scorso mese di gennaio alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

“E’ del tutto inaccettabile, dichiara Massimo Cestaro, che due aziende controllate dallo Stato italiano come Poste ed Enel, possano assegnare attività di call center senza rispettare le clausole sociali approvate dal Parlamento. Se passa il principio che le aziende pubbliche non rispettano le leggi perché mai dovrebbero farlo quelle private.”

“Da quattro anni, continua Vito Vitale, stiamo chiedendo il rispetto dell’articolo 24 bis della Legge 134 del 2012 in tema di delocalizzazione delle attività di call center. Nonostante i ripetuti annunci dei vari Ministeri che avevano anche comunicato l’avvio delle sanzioni previste dalla Legge, la normativa rimane totalmente disattesa. Si è consentito in questo modo, a tantissime attività di essere delocalizzate all’estero e si è impedito ai cittadini italiani un diritto di scelta a loro garantito dalla legge. Questo ha ingenerato migliaia di esuberi ingiustificati, perché il lavoro non è cessato ma è stato spostato, senza rispettare le leggi, in Paesi con basso costo del lavoro e insufficiente garanzia sul trattamento dei dati personali e sensibili.”

“Aver deciso di togliere, incalza Salvo Ugliarolo, gli ammortizzatori ordinari al settore è una scelta miope e assurda che comporterà nelle prossime settimane l’avvio di migliaia di licenziamenti nelle aree più deboli del Paese, tanto accanimento contro le lavoratrici e i lavoratori di un intero settore davvero non si comprende. E’ evidente che il sindacato non starà a guardare passivamente l’indolenza o la complicità di chi ha condannato migliaia di lavoratrici e lavoratori alla certezza di perdere il lavoro per favorire imprese spregiudicate.”

Questa strada, concludono i tre Segretari Generali, porterà l’intero settore al limite della legalità perché è evidente che non esiste un solo imprenditore serio disponibile ad assumere attività in perdita. Questo in un ambito economico che conosce, controlla e gestisce dati personali e sensibili di milioni di cittadini italiani.

Siccome il rispetto delle leggi è un elemento fondamentale per ogni democrazia e considerando che “la legge è uguale per tutti” e che nessun cittadino e nessuna azienda può essere collocata al di sopra delle leggi, venerdì  11 marzo, in occasione dello sciopero nazionale di settore, manifesteremo a Roma con un solo slogan: fate rispettare le leggi che il Parlamento Italiano ha votato.


Call Center: Azzola (Slc Cgil), arrivati i primi 450 licenziamenti nell'indifferenza delle istituzioni

Venerdì 26 febbraio, Gepin Contact e Uptime hanno aperto le procedure per il licenziamento di oltre 450 lavoratori occupati nelle sedi di Roma e Napoli.” Lo annuncia in una nota Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil.

“Licenziamenti annunciati, cui ne seguiranno già dal mese di marzo altre migliaia, diretta conseguenza delle gare di attività per attività di customer gestite da Poste ed Enel senza prevedere l’applicazione della clausola sociale votata dal Parlamento italiano.”

“Nelle stesse ore, mentre il sindacato attende la convocazione dal Governo per individuare le soluzioni necessarie a evitare gli oltre 8000 licenziamenti che si concretizzeranno nei prossimi mesi, è giusta la notizia che Poste ha deciso di assegnare i lotti 3 e 4 della gara realizzata (il 4 è proprio quello relativo a Gepin) senza minimamente affrontare il tema delle clausole sociali, scaricando su Governo e Sindacato gli esuberi causati da tale irresponsabile comportamento – prosegue il sindacalista.

“Nel caso del lotto 3, peraltro, si assegnano ad altri le attività gestite da Abramo CustomerCare, che ha rilevato pochi mesi fa il ramo d’azienda gestito da Infocontact, fallito con oltre 60 milioni di debito nei confronti dello Stato. Così, lavoratori già passati attraverso le procedure concorsuali dell’azienda precedente, si vedranno recapitare le lettere di licenziamento a soli 8 mesi dal salvataggio precedente.”

“E’ inaccettabile che aziende quali Poste ed Enel – prosegue Azzola - il cui controllo è tuttora riferibile allo Stato, decidano di scaricare sulle Istituzioni migliaia di licenziamenti che produrranno veri e propri drammi sociali in aree del Paese già difficili e particolarmente esposte sul piano dell’occupazione.”

“Tutto questo avviene non per scelte strategiche o industriali, ma soltanto per garantire ai responsabili degli uffici acquisti delle aziende committenti ingenti premi di risultato per i risparmi conseguiti, sulle spalle delle persone occupate e del futuro stesso del Paese.”

“E’ evidente che il procedere di queste scelte determinerà una condizione di difficile tenuta sociale, caricando la manifestazione del prossimo 11 marzo di tensioni e attese prive di ogni risposta – incalza il sindacalista. Stupisce che il Governo latiti consentendo il licenziamento di migliaia di persone e la proliferazione di nuove aziende che offrono tariffe sotto il costo del lavoro, giocando sulla violazione delle regole e il mancato rispetto dei diritti e delle leggi di questo Paese.”

“Le lavoratrici e i lavoratori del settore, insieme alle loro rappresentanze sindacali e alle organizzazioni sindacali non subiranno passivamente le scelte scellerate di chi non ha a cuore gli interessi sociali del Paese perseguendo solo l’interesse del profitto personale nè consentiranno all’ignavia delle Istituzioni di permettere l’uscita di scena di migliaia di persone nel silenzio.”

“Il sindacato sarà alla guida della vertenza che ha come unico obiettivo quello di chiedere che le Leggi dello Stato siano rispettate da tutti, a partire dalle grosse aziende il cui controllo resta nelle mani dello Stato – conclude Azzola. Il Governo fermi lo scempio che si sta compiendo e apra immediatamente un tavolo di confronto per evitare le migliaia di licenziamenti del settore.”   


19 febbraio 2016

Elezioni vodafone catania


Grandissima affermazione Della Slc Cgil alle elezioni vodafone catania: votanti 394 voti validi 393 bianche 1. Slc 263 fistel 80 uilcom 50. Cgil 4 rsu, cisl 1 rsu, uil 1 rsu. Eletti Mario LicciaGianluca PatanèAlessandro DainottiPiero Giordanella. Grazie a tutte le lavoratrici e i lavoratori e allo splendido gruppo dirigente della Cgil in Vodafone.

18 febbraio 2016

Cassazione: no al licenziamento per sopravvenuta incapacità totale di svolgere le precedenti mansioni


Con la sentenza n. 12489 del 17/06/2015, la Suprema Corte afferma come la sopravvenuta inabilità totale del prestatore di lavoro alle mansioni precedentemente svolte non sia causa sufficiente, autonomamente considerata, per ricorrere al licenziamento.
Il fatto che ha dato luogo alla pronuncia è stato il caso di un'ausiliaria socio-sanitaria licenziata dalla Casa di Cura datrice di lavoro per sopravvenuta totale inabilità alle mansioni alle quali era adibita. Nel 2005 il Tribunale di Roma ha dichiarato l'illegittimità del licenziamento intimato dalla Casa di Cura ordinando la reintegrazione nel posto di lavoro, così come stabilito dall'articolo 18 Stat. Lav., nonché la condanna al risarcimento dei danni.
Per contro, la società ha impugnato la sentenza dinanzi alla Corte d'Appello di Roma, la quale ha rigettato il gravame interposto contro la pronuncia emessa in prima istanza.
La Casa di Cura è ricorsa alla S.C. per la cassazione della sentenza di secondo grado.
La società ricorrente ritiene che il licenziamento è stato correttamente intimato sulla base di un giudizio reso da un organismo pubblico, ovvero dalla Commissione medica ospedaliera, che al tempo aveva giudicato la donna totalmente e permanentemente inabile alle prestazioni lavorative alle quali era adibita precedentemente. La Casa di Cura sostiene quindi come la sopravvenuta incapacità totale della dipendente fosse causa ostativa alla positiva prosecuzione del rapporto lavorativo giustificando il recesso senza la necessità di provvedere ad accertamenti circa la possibilità di assegnare alla dipendente altre mansioni equivalenti, o in via residuale, inferiori.
La S.C. considera infondato il motivo addotto dalla parte ricorrente.
In primis, la Corte afferma come il giudizio d'inidoneità della Commissione ospedaliera, formulato sulla base di quanto disposto all'art. 5 Stat. Lav. , non sia vincolante né per il datore né per il giudice, il quale può provvedere discrezionalmente ad un ulteriore controllo avvalendosi, se ritenuto necessario, dell'ausilio di un consulente tecnico.
Di conseguenza, in caso di contrasto tra l'accertamento sanitario e la consulenza prevista durante il processo, il giudice del merito è tenuto a confrontare le diverse risultanze allo scopo di stabilire quale sia maggiormente attendibile e convincente.
In subordine, il giudizio di totale inabilità alle mansioni precedentemente svolte non integra né un caso di impossibilità sopravvenuta tale da risolvere il contratto, né tanto meno risulta essere condizione sufficiente per il licenziamento in quanto in capo al datore di lavoro grava l'onere di dimostrare l'inesistenza di altre mansioni (equivalenti o, in extremis, deteriori) compatibili con la situazione di salute del lavoratore a condizione che quest'ultimo non abbia già manifestato, ab origine, il rifiuto di qualsiasi diversa assegnazione (nel caso esaminato, questa ipotesi non sussiste) e che l'attribuzione non comporti un'alterazione dell'organizzazione produttiva.
Si profila dunque l'onere di ricollocazione del lavoratore, individuando nel licenziamento un'extrema ratio.

Alla luce di quanto detto, la Corte ha respinto il ricorso presentato dalla Casa di cura S.p.A.

Solidarietà ad Andrea Lumino

COMUNICATO STAMPA
SOLIDARIETÀ ANDREA LUMINO
Apprendiamo di gravi intimidazioni e minacce rivolte al Compagno Segretario Generale di Taranto,  Andrea Lumino, per aver scoperto e denunciato lo sfruttamento di decine di lavoratori irregolari e privi di qualsiasi tutela e diritti, impiegati in un call center che gestisce addirittura una commessa pubblica.
La SLC CGIL Sicilia esprime la massima solidarietà e vicinanza ad Andrea, in questa battaglia per la legalità. I compagni della Sicilia, altra terra lasciata al malaffare, spesso concubina di politici e corrotti, ti esprimono pieno sostegno e forza affinché si faccia chiarezza e soprattutto venga ripristinato un percorso in cui sia la legge a trionfare. Non abbiamo timore di dire che “a noi la MAFIA fa schifo” e riteniamo che lo Stato debba intervenire prontamente a partire dal caso di Taranto e di Brindisi. L'esempio di Andrea deve essere di riferimento per tutti i sindacalisti, i giovani e i lavoratori che vogliono ribellarsi dalle catene delle mafie sia pur imprenditoriali.
Il Coord. Reg. Gen. SLC CGIL SICILIA: Davide Foti

Attivo unitario regionale ccnl TLC


Cari compagni,
come anticipatoVi dal Coordinatore generale, Davide Foti, il prossimo 23 febbraio alle ore 10:30 è convocato l'Attivo unitario regionale RSU/RSA di SLC CGIL, FISTEL CISL e UILCOM UIL sulla piattaforma di rinnovo del CCNL TLC.
La riunione si terrà presso il salone della CGIL SICILIA, in via Bernabei, 22 - Palermo.
Si raccomanda la massima partecipazione e puntualità di tutte le compagne e i i compagni coinvolti.
Rosalba Vella
SLC CGIL SICILIA
Area Organizzazione