08 aprile 2010

Call Center (registrazione di massa): Slc Cgil Catania ringrazia il Segretario Nazionale Emilio Miceli

Grazie Emilio...siamo con te!

LA SLC CGIL MUOVE GUERRA CONTRO LA REGISTRAZIONE DI MASSA DELLE CHIAMATE.

Ricordiamo a tutti che la SLC CGIL di Catania ha, su questa materia, inviato esposti agli organi competenti in materia e dichiarato, a più riprese, la totale indisponibilità ad accettare tale principio per diversi ordini di ragioni.

A tal proposito vi invito a leggere la relazione introduttiva al Congresso Provinciale SLC CGIL di Catania.


Repubblica — 30 marzo 2010 pagina 12 sezione: TORINO


1. «PRONTI ad aprire un' istruttoria per verificare la situazione sulle presunte registrazioni delle chiamate nei call center». Parola del garante della privacy, uffici attenti alle questioni che riguardano compagnie telefoniche e servizi alla clientela. L' istruttoria è un atto dovuto, soprattutto se a richiederlo è il sindacato. Ed in queste ore la Slc-Cgil sta mettendo a punto l' esposto da inviare al presidente dell' Autorità, Francesco Pizzetti. Nel mirino del sindacato sono finiti i call center di ProntoSeat, dove secondo informazioni ricevute dai lavoratori si registrano chiamate senza nessun tipo di autorizzazioni, e poi la Vodafone, che per migliorare la qualità del 190 ha chiesto di registrare a campione, garantendo il massimo dell' anonimato per clienti e dipendenti. Proposta che è stata avanzata attraverso i call center fornitori di Vodafone, come ECare e Comdata. Ed in più la compagnia telefonica è forte di una risposta del ministero del Lavoro positiva sulla legittimità del nuovo sistema. Il sindacato, però, non è d' accordo e vuole maggiori garanzie: «Questa non può essere materia solo di trattativa sindacale anche se riguarda lo statuto dei lavoratori - sottolinea Renato Rabellino della Slc-Cgil - vogliamo la sicurezza da parte di un' autorità indipendente del fatto che si rispettino tutte le norme». E il numero uno nazionale di categoria, Emilio Miceli, aggiunge: «Rivolgersi al garante ci sembra un atto che possa far chiarezza anche rispetto alla clientela». Un bacino di circa 30 milioni di persone. Vodafone rimarca che «l' azienda e le società fornitrici non spiamo nessuno: è in corso una trattativa per un monitoraggio del servizio con l' unico scopo di migliorare la qualità, ascoltando le esigenze della clientela. In alcune società partner gli accordi, nel rispetto della privacy, si sono già raggiunti». E ProntoSeat sostiene che la Cgil è male informata: «Nessuna delle chiamate in entrata dell' 89.24.24 viene registrata, solo quelle in uscita e con l' obiettivo, come consente la normativa, di conservare il consenso del cliente rispetto ad un contratto di vendita di un prodotto o servizio». - DIEGO LONGHIN


Call center, registrazione delle telefonate la Cgil chiede l' intervento del garante

Repubblica — 02 aprile 2010 pagina 31 sezione: ECONOMIA


1. TORINO - La Cgil pronta a dare battaglia ai call center che intercettano le telefonate tra clienti e operatori. Il sindacato di corso d' Italia ha inviato un esposto al garante della Privacy dopo che Vodafone ha chiesto di registrare le chiamate al 190 partendo dalle aziende fornitrici, ad iniziare dalla E-Care e dalla Comdata di Torino. Potrebbero essere memorizzate le chiamate di un bacino di italiani pari a 30 milioni. Scopo della richiesta? «Migliorare la qualità», dice l' azienda. E aggiunge: «Con tutte le garanzie del caso». Vodafone si impegna al taglio dei primi secondi della telefonata, che sarà criptata, per evitare che si capisca il nome del cliente e del dipendente. E propone di registrare il 25 per cento delle telefonate trimestrali per ascoltarne il 6 per cento. Il tasto "Rec" verrebbe fatto scattare a sorpresa per il lavoratore, mentre un generico avviso, che si può ascoltare digitando il 190, metterebbe in allarme il cliente. Ma Slc-Cgil dice «no». Il segretario generale della categoria, Emilio Miceli, ha deciso di interpellare il garante Francesco Pizzetti: «Questa non è materia solo di trattativa sindacale - sottolinea - riguarda gli affari privati di milioni di persone che verrebbero registrate per ragioni di qualità aziendale. Che garanzie hanno? Una volta che si dà il via libera alla Vodafone tutte le altre compagnie faranno lo stesso. Diventeranno centrali di ascolto». Meglio interpellare il garante: «Chiediamo ad un' autorità indipendente se si può fare e i limiti», aggiunge Miceli. L' azienda considera la posizione del sindacato strumentale: «La trattativa è aperta, non vogliamo spiare nessuno, rispetteremo la privacy e i limiti di legge, garantendo l' anonimato. È una prassi diffusa in molti settori». Vodafone si rifà ad una risposta del ministero del Lavoro a Confindustria, dove si conferma che, rispettando la riservatezza, la registrazione non va contro lo statuto dei lavoratori. «Siamo al paradosso - dice Renato Rabellino della Slc-Cgil di Torino - un governo che è contro le intercettazioni ora acconsente a registrare le chiamate di milioni di persone». E aggiunge: «Se è anonimo come si interviene sui lavoratori? Chi ascolta le telefonate? Per quanto tempo sono archiviate?». Il garante è pronto ad intervenire: «Al via un' istruttoria appena ci arriverà l' esposto. È un atto dovuto». - DIEGO LONGHIN


Stralcio della relazione introduttiva al 4° Congresso Provinciale SLC CGIL di Catania su registrazione di massa.

.....Noi vogliamo assumerci direttamente le responsabilità che il ruolo e l’impostazione che ci siamo dati ci impongono, pertanto proponiamo, un po’ in tutte le aziende, di procedere ad una verifica territoriale degli accordi e su questioni di interesse generale rivendichiamo l’apertura del confronto locale anche in sede istituzionale, chiedendo che partecipino alle proposte da noi avanzate anche soggetti esterni, purché portatori di interessi specifici.

Quella degli interessi diversi e specifici è una idea che stiamo maturando da qualche mese a questa parte. Riteniamo infatti che, in talune occasioni, ed in particolare quando gli interessi che ci derivano dal ruolo di lavoratori dipendenti, per talune vertenzialità specifiche, coincidono con quelle che derivano dal ruolo di cittadino/utente, dobbiamo sempre più chiedere il coinvolgimento delle associazioni dei consumatori per condividere gli sviluppi delle vertenze in corso e gli eventuali benefici. Voglio fare un esempio che potrebbe valere anche come iniziativa da portare avanti. Diverse aziende che operano nel settore delle TLC stanno iniziando a chiedere l’utilizzo della registrazione di massa delle chiamate, al fine di poter “monitorare la qualità”, cosa che stiamo contrastando con gli strumenti ed i mezzi a nostra disposizione. Ma da utente che ne penso? Che effetto mi fa aver firmato un contratto di condizione d’uso all’interno del quale non è previsto né che i miei dati sensibili, il timbro della mia voce, possa essere registrato né che le condizioni generali previste dal contratto possano essere modificate? Ed inoltre, da utente, che effetto mi fa non veder risolti i miei reclami solo perché l’azienda, dopo avermi licenziato, ha delocalizzato all’estero le proprie attività e non è più nelle condizioni di rendermi il servizio che io pago? In questi casi gli interessi di lavoratore ed utente, a mio avviso, coincidono. Possiamo chiedere giustizia delle ragioni comuni? Noi pensiamo di si, si può fare. Qualche tempo fa non c’era sufficiente consapevolezza delle competenze e delle capacità che il territorio di Catania può esprimere, adesso non più....

Relazione Congresso Provinciale Catania

Di Giovanni Pistorio

17 Febbraio 2010

Call Center: Clienti spiati dalle compagnie telefoniche...?

E' ormai prassi registrare i clienti da parte di alcuni gestori di call-center. A sollevare la questione la SlcCgil di Torino che ha già scritto una lettera alla ProntoSeat per intimare lo stop alle registrazioni audio. Il tutto senza chiedere autorizzazioni e senza garantire l' anonimato a dipendenti e clienti. «Una scelta che va contro lo statuto dei lavoratori, perché si controlla a distanza l' attività degli operatori. In più abbiamo molti dubbi sul fronte della privacy», dice Tony Corona della Slc.

Diverse le perplessità del sindacato di categoria. Perché si deve conservare un nastro o un file mp3 dove una persona qualunque, telefonando all' 89.24.24 o al 12.40, chiede un numero di telefono di un altro, oppure l' indirizzo di un locale o di una via? «E perché, ad esempio, deve rimanere la traccia di un cliente che, per diverse ragioni, non è riuscito a pagare la bolletta del telefono, spiegandone magari le ragioni», aggiunge Renato Rabellino, funzionario della Slc-Cgil che ha ricevuto dalle aziende fornitrici di Vodafone, come la E-Care e la Comdata di Torino, la richiesta di registrare le telefonate al 190.

L' azienda da tutte le rassicurazioni del caso, dal taglio dei primi secondi della chiamata, che dovrebbe essere criptata, per evitare che si capisca il nome del cliente e del lavoratore, con tetti fissati: registrare il 25 per cento delle telefonate trimestrali, ascoltare il 6 per cento. Il tutto avverrebbe a sorpresa per l' operatore e con un generico avviso, che si può già ascoltare digitando il 190 di Vodafone, per chi chiama. Obiettivo dell' azienda? Migliorare la qualità. «Non siamo convinti - sottolinea Rabellino - se è tutto anonimo come si fa ad intervenire sui lavoratori? Ci sarà sicuramente qualche sistema. E poi chi ascolta le telefonate? E per quanto tempo rimangono in memoria? E come si fa a garantire veramente che non si sia rintracciati? Una persona può ripetere il proprio cognome all' inizio o alla fine. Insomma, sono molte le questioni da chiarire e non riguardano solo i dipendenti».

La E-Care, tramite Confindustria, si è rivolta anche al ministero del Lavoro, ponendo il caso e chiedendo se la registrazione e legittima o meno. E il ministero di Scajola ha dato via libera, a patto che si rispetti l' anonimato: «Siamo al paradosso - aggiunge Rabellino - un governo che ha fatto della battaglia alle intercettazioni una sua bandiera, ora acconsentea registrare le chiamate di milioni di italiani». Il segretario generale nazionale della Slc-Cgil Emilio Miceli si vuole rivolgere al garante Francesco Pizzetti: «Questa non è materia che deve essere trattata solo dai sindacati - sottolinea - riguarda milioni di persone che non devono essere registrate per ragioni di marketing o di qualità. Meglio fermare la musica e investire della questione il garante della privacy. Autorità indipendente che può dire con chiarezza quali sono i limiti».

Diego Longhin

da: www. repubblica.it

NOTA A MARGINE:

Ministero del lavoro:
REGISTRAZIONI DELLE CHIAMATE NEI CALL CENTER
Con la risposta ad un'interpello è iniziata, presso alcuni call center di Vodafone e Seat, l'intercettazione delle conversazioni. Leggi l'interpello....


01 aprile 2010

Scatole vuote... Telecom È la nuova Alitalia?

Scatole e scatoloni come in un maxi trasloco, a questo somiglia Telecom in questi giorni, anche se non è affatto chiaro dove si stia andando. I prossimi a partire saranno 2200 informatici, che Telecom si appresta a cedere alla controllata Ssc. Una società a responsabilità limitata che già conta 600 dipendenti (tra Torino, Roma e Napoli), che ha bilanci in rosso in seguito a un'operazione finanziaria con cui Telecom l'anno scorso le ha tagliato drasticamente il budget, e che, dice pomposamente l'azienda, «una volta efficientata», diventerà «la fabbrica del software del gruppo». Peccato che ad essere cedute saranno solo le persone; macchinari e apparecchiature resteranno infatti in capo a Telecom. «Informatici senza computer, come esternalizzare operai Fiat senza catena di montaggio», dicono alla Slc, il sindacato delle telecomunicazioni Cgil. Non è casuale il paragone Fiat. C'è chi teme che dal bilancio 2009 - rimandato nuovamente due giorni fa al 12 aprile, causa «approfondimenti in corso su TI Sparkle» ha spiegato Bernabè - possa uscire l'annuncio di altri 5 mila esuberi. Altri 5 mila, dopo le 5 mila mobilità del 2008 (risoltesi in quasi 4 mila uscite effettive), i 1400 lavoratori e più messi i contratto di solidarietà nel 2009, e gli altri 4 mila tagli minacciati (e per ora fortunatamente scongiurati) sempre l'anno scorso. Dal giugno 2008 - dati Slc Cgil - sono uscite dalla società oltre 6 mila lavoratori. E ora rischiano di fare la stessa fine i 2800 dipendenti che faranno parte della Ssc, «una società informatica pronta a essere venduta integralmente», è sicuro Emilio Miceli, segretario Slc Cgil.

In tutti i principali paesi europei le compagnie di telecomunicazioni pensano a integrarsi con l'informatica, perchè Telecom va in direzione opposta? Una direzione opposta per di più anche alle scelte aziendali di appena cinque anni fa: nel 2005 la società reinternalizzò 5 mila informatici di «It Telecom» - troppi passaggi intermedi per una funzione decisamente core, motivò - e ora parte di quelle stesse persone - che i giorni scorsi hanno sonoramente protestato, con lo sciopero proclamato dai sindacati - vengono rispedite indietro con un'operazione «la cui sostenibilità giuridica è tutta da dimostrare». Per i sindacati, tutto ciò avvalora il sospetto dell'assenza di un piano industriale. «Sotto la pressione del governo per la rete, stanno spolpando la società trasformandola da azienda industriale a commerciale, al pari di qualsiasi operatore virtuale», dice Miceli.

Già pronta per l'uso, anche se per il momento vuota, c'è anche un'altra scatola. La società, creata di recente, si chiama Hrs (Human resource service) e a quanto pare Telecom vorrebbe riempirla con i settori amministrativi: «Una sorta di società degli impiegati, ma cosa significa?». Completano il quadro una «vertiginosa» caduta degli investimenti negli appalti della rete infrastrutturale, e una «costante diminuzione dei volumi» delle telefonate dei call center della società (sia il 119 sia il 187). Perciò c'è attesa per la presentazione del bilancio. I sindacati temono un'ulteriore riduzione dei volumi delle telefonate 'in casa', premessa certa per una conseguente riduzione di personale. «Telecom sta esternalizzando le chiamate - dice Alessandro Genovesi (Slc Cgil) - nel 2009, al 60 per cento delle telefonate risponde un esternalizzato». Per i già esternalizzati parlano i 60 ex dipendenti della scuola di formazione aziendale, la Tils, ex Reiss Romolis, prestigiosa scuola manager ceduta nel 2003 all'imprenditore Renzo Bracciali, poi finito indagato per associazione a delinquere. La società è fallita e Telecom, a gennaio, ha reinternalizzato parte dei dipendenti. Tutti tranne 60 (sessanta!) che ogni giorno da allora presidiano la sede romana del gruppo a per i quali a luglio scade l'indennità di mobilità.

Ma tra tutti questi pacchi e pacchetti, cosa resta all'azienda? La rete, su cui convergono le mire di molti, comprese quelle del presidente del consiglio. L'ultimo atto della «madre di tutte le privatizzazioni», evidentemente, deve ancora essere scritto.

di Sara Farolfi

Art. 18: NAPOLITANO NON FIRMA – TROPPI DUBBI SULL’ARBITRATO

ROMA – Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha firmato il ddl del governo sul lavoro e ha rimandato il testo alle Camere. Ponendo forti dubbi sulla norma che prevede l’estensione dell’arbitrato nei rapporti di lavoro. Le perplessità riguardano, inoltre, il modo con cui il Parlamento ha legiferato su una materia complessa quale quella del lavoro. “Già altre volte – aggiunge il capo dello Stato – ho sottolineato gli effetti negativi di questo modo di legiferare sulla conoscibilità e sulla comprensibilità delle disposizioni e quindi sulla certezza del diritto, sullo svolgimento del procedimento legislativo per l’impossibilità di coinvolgere tutte le commissioni competenti”. Serie perplessità sono state sollevate anche “per una così ampia delegificazione”.

“Il Capo dello Stato è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni, gli articoli 31 e 20, che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinché gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale” si legge nella nota del Quirinale. Che, per la prima volta, dal momento dell’elezione di Napolitano, rinvia una legge alle Camere. Cauta la reazione del governo. “Terremo conto dei rilievi del capo dello Stato – dice il ministro del Welfare

Maurizio Sacconi – proporremmo alcune modifiche che mantengano in ogni caso l’istituto che lo stesso presidente della Repubblica ha apprezzato”. In ogni caso, il titolare del dicastero auspica “un sollecito esame parlamentare” sui tre punti indicati dal capo dello Stato.

Le critiche del Colle. I rilievi del Colle si appuntano su una delle norme del ddl Lavoro. Quella che riguarda la nuova procedura di conciliazione e arbitrato che di fatto incide su quanto previsto dall’articolo 18 in materia di licenziamento. In particolare l’articolo indicato nel comunicato del Quirinale prevede che già nel contratto di assunzione, in deroga dai contratti collettivi, si possa stabilire che in caso di contrasto le parti si affidino a un arbitrato. L’articolo 31 modifica profondamente le disposizioni sul tentativo di conciliazione. Per Napolitano “occorre verificare che le disposizioni siano pienamente coerenti con la volontarietà dell’arbitrato e la necessità di assicurare un’adeguata tutela del contraente debole”. Ovvero del lavoratore. Un altro articolo sul quale il Quirinale muove rilievi è il 20, che esclude dalla delega del 1955 sulla sicurezza del lavoro il personale a bordo dei navigli di Stato: una interpretativa che bloccherebbe l’inchiesta della procura di Torino su 142 uomini della Marina Militare morti per esposizione all’amianto e un processo a Padova per la morte, per lo stesso motivo, di altri due militari. Infine il capo dello Stato chiede una riflessione “opportuna” sugli articoli 30, 32 e 50. Napolitano invita a una rilettura anche sulle competenze della magistratura sulle clausole dei contratti di lavoro, i contratti a tempo determinato e la tipizzazione delle clausole di licenziamento, l’entità del risarcimento per le cause di lavoro relative a collaborazioni coordinate e continuate.

Le reazioni. “Napolitano ha sempre mostrato una grande attenzione” alla eterogeneità delle norme e alle coperture finanziarie, è nel suo potere rimandare alle Camere, non ho nulla da obiettare” dice il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Soddisfazione è stata espressa dal Pd (“Speriamo che la maggioranza non sprechi questa occasione offertale dal presidente della Repubblica”, hanno detto i deputati della commissione lavoro di Montecitorio, Marianna Madia e Ivano Miglioli) e dalla Cgil, fortemente critica verso il provvedimento. “E’ una decisione – dice il segretario Guglielmo Epifani – che conferma le considerazioni della Cgil sugli aspetti critici del provvedimento. E’ di tutta evidenza l’intempestività di una dichiarazione comune su una legge nemmeno ancora promulgata né pubblicata sulla Gazzetta ufficiale”. “Finalmente il presidente della Repubblica batte un colpo e rimanda alle Camere la legge che voleva modificare, anzi svuotare lo Statuto dei lavoratori. Ne siamo contenti perché l’Italia dei valori è stato l’unico partito che, a suo tempo, si era permesso di pregare il presidente della Repubblica di non firmare il provvedimento ma di rinviarlo alle Camere” afferma il leader di Idv, Antonio Di Pietro. Per la Cisl, invece l’arbitrato resta uno strumento “utile”, mentre il segretario generale della Uil Luigi Angeletti si augura “che il rinvio alle Camere sia l’occasione utile per rendere coerente il provvedimento legislativo con l’avviso comune realizzato dalle parti”. Sulla stessa lunghezza d’onda Nazzareno Mollicone, segretario confederale dell’Ugl. Pienamente soddisfatti della scelta di Napolitano si dicono i vertici di Rdb (Rappresentanze di base) e Sdl (Sindacato dei lavoratori).

www.repubblica.it

27 marzo 2010

Call center sul territorio siciliano. 20.000 posti di lavoro sono a rischio.

Cari compagni,

mi scuso anticipatamente per lo sfogo. Sin dal mese di luglio c.a., forse prima ancora, abbiamo sollevato nella Regione Sicilia, insieme a Fistel e Uilcom regionali la questione che riguarda la crisi che sta investendo il settore dei call center in outsourcing sul territorio siciliano. 20.000 posti di lavoro sono a rischio.

Nonostante i ripetuti allarmi e le continue richieste d'incontro,inviate a tutti i livelli, la Regione Siciliana continua ad ignorare il problema e a sottovalurne la portata.

Adesso siamo alla "canna del gas", la crisi è venuta fuori, cosi come avevamo previsto, e nessuna delle nostre proposte è stata adeguatamente presa in considerazione.

Ritengo, pertanto, di sottoporre alla comune valutazione (in Sicilia per fortuna abbiamo avuto sempre posizioni unitarie, pur nelle differenti sfumature) la possibilità di mettere su una mobilitazione generale del settore, di portare in piazza la crisi e di manifestare il disagio.

La Regione Sicilia e chi la governa ha l'obbligo morale e civile di dare risposte alla "nostra gente". Penso che il momento dell'attesa sia da intendersi concluso.

Giovanni Pistorio

Slc Cgil Catania

NOTA DI REDAZIONE:

Ho letto bene le carte: l'Ass Reg al Lavoro ha presentato il pianino marshallino. Pensa che attraverso il finanziamento di cantieri di lavoro trimestrali può contribuire a rilanciare l'economia nell'Isola. Traduco:Il Governo Regionale non ha nessun progetto per il rilancio dell'economia e dell'occupazione. Dichiara la propria incapacità gestionale e la propria mancanza di fantasia nel governo della cosa pubblica. Dio ce ne guardi, riescono a volte solo a fare gestione.

Giovanni Pistorio

Slc Cgil Catania. Richiesta di incontro Almaviva Contatc spa

26 marzo 2010

Con lo scopo di poter procedere, a livello locale, ad una attenta analisi sulle dinamiche che stanno investendo il settore dei call center in outsourcing ed al fine di poter meglio valutare le eventuali ricadute che potrebbero determinarsi sul territorio della provincia di Catania e quindi valutare le reciproche proposte che potrebbero venir fuori dal confronto, Vi chiediamo di convocare una riunione presso la vostra sede.

Chiaramente la riunione dovrebbe tenersi unitariamente e quindi con la partecipazione delle sigle sindacali locali.In attesa di riscontro, colgo l'occasione per porgerVi distinti saluti.

Giovanni Pistorio

Slc Cgil Catania

26 marzo 2010

Emilio Miceli: dichiarazione su management Telecom Italia

DICHIARAZIONE DI EMILIO MICELI

SEGRETARIO GENERALE SLC/CGIL


“E’ davvero sconcertante che il management di Telecom da un lato esternalizzi attività core (informatica etc), si appresti a denunciare esuberi di personale e dall’altro annunci modifiche statutarie al fine di distribuire unilateralmente utili ai dipendenti sotto forma di azioni. Insomma: si danno più soldi a chi rimane in azienda, anzi si guadagna sulle sfortune e i licenziamenti dei colleghi.”

“Consiglieremmo al dott. Bernabè di occuparsi di più dei problemi industriali del gruppo piuttosto che di quelli finanziari perché l’eccessiva attenzione alla finanza è stata la vera causa del debito e delle sfortune di Telecom. Chiediamo un ripensamento e promettiamo che svolgeremo fino in fondo la nostra opposizione a misure che tendono a dividere i lavoratori. Detto questo non è che le azioni Telecom abbiano brillato negli ultimi tempi!”


24 marzo 2010

Concetta Raia:“Misure per favorire l’assistenza sanitaria psichiatrica”

INTERROGAZIONE N. 1088 (primo firmatario On. Concetta Raia)


Premesso che

in Sicilia appare evidente lo scarto tra la normativa e l’effettiva realtà delle strutture sanitarie per cui la valutazione va fatta partendo dall’effettivo sviluppo dell’assistenza sanitaria:

in Psichiatria dove, finito l’effetto propulsivo della L. 180 la rete territoriale ha subito una progressiva marginalizzazione da parte delle AUSL con l’effetto di spostare risorse verso altri ambiti assistenziali creando una situazione assistenziale più arretrata rispetto al progetto obiettivo nazionale del 1994;

per le Tossicodipendenze la normativa regionale ha istituito i servizi per le tossicodipendenze all’interno dei Servizi Territoriali di Tutela di Salute Mentale. I Ser.T. istituiti con Legge 309/90 in Sicilia sono stati meramente recepiti senza alcuna contestualizzazione alla realtà regionale e, pur avendo una buona diffusione sul territorio sono rimasti a un modello di assistenza di tipo ambulatoriale, mentre nel 2002 l’organizzazione delle tossicodipendenze ha avuto dal Piano sanitario regionale una ulteriore sistemazione che è stata disattesa dalla esistenza attuale di almeno tre tipologie di organizzazione: Settore Salute Mentale, Dipartimento Salute Mentale e Tossicodipendenze, Dipartimento per le Dipendenze;

nell’ambito della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (NPIA) si registra in Sicilia una frammentazione e una disomogeneità assistenziale in seguito alla collocazione dei servizi NPIA o nei distretti, nell’area Materno –Infantile, o nella Salute Mentale con estreme diversità organizzative, di dotazioni d’organico e strutturali. Va ricordato per altro che nell’unico piano sanitario regionale, quello del 2002, questi servizi sono assolutamente assenti e lo stesso mancano dalle linee guida per la riorganizzazione territoriale (PTA) del 2009;


Considerato che

Per tali ragioni i servizi, pur garantendo una effettiva presa in carico ambulatoriale, non sono in grado di fornire interventi più complessi e articolati

per sapere

quali misure intende adottare per superare i problemi

della gravissima carenza di posti letto per la Psichiatria, che comporta ricoveri anche a centinaia di chilometri di distanza, e per le NPI;

della differenza tra il modello adottato dal privato accreditato e quello pubblico in psichiatria per le CTA e l’assenza di residenzialità per le NPI e per le tossicodipendenze relativamente ai pazienti con doppia prognosi;

della presenza formale delle strutture di semiresidenzialità in Psichiatria, per altro senza alcun rispetto dei parametri previsti dalle normative, e dell’assenza di tali strutture negli altri ambiti, NPI e tossicodipendenze;

della ridotta presenza degli ambulatori e degli interventi domiciliari sul territorio;

del sottodimensionamento del personale per oltre il 30% su quello previsto dalle normative e dall’assenza diffusa di figure professionali dedicati agli aspetti riabilitativi;

dalla mancata attivazione dei tre dipartimenti (Psichiatria, NPI e Dipendenze), così come previsto anche dalle linee guida recepite nel 2009;

dall’assenza d’integrazione tra Comuni e ASP con gravissimi problemi che investono la residenzialità (Comunità-alloggio,gruppi appartamento, ecc), gli interventi di reinserimento lavorativo e risocializzazione, l’attività domiciliare integrata.

Concetta Raia

www.concettaraia.com

22 marzo 2010

CALL-CENTER: ODG SULLA CRISI OCCUPAZIONALE NEL SETTORE DEI CALL CENTER IN OUTSOURCING

A seguito della circolare n. 17 del ministro Damiano del 2006, in Sicilia molte aziende hanno provveduto a stabilizzare gradualmente, con contratto di lavoro subordinato ed a tempo indeterminato, migliaia di lavoratori..

Chiaramente tali aziende, al momento dell’assunzione, hanno utilizzato tutti i benefici previsti per legge compreso quelli di cui alla L.488/92 in conto capitale e quelli di cui alla L. 407/90

Come ben noto, i benefici di cui alla L.407/90 sono utilizzabili per un periodo massimo di 36 mesi , quindi i benefici stanno per venire meno, per cui a partire dal 2010, nel momento in cui i costi per il personale, nelle singole aziende, inizieranno a lievitare, nonostante l’alta qualità del servizio reso all’utente, potrebbe essere finanziariamente più vantaggioso per tali aziende dismettere le attività in essere nel nostro territorio per trasferirle altrove. Ed è quello che sta già avvenendo.

Inoltre, sempre in tale settore è già in corso una delocalizzazione delle attività verso l’estero. Quest’ultima manovra viene pienamente sostenuta ed implicitamente sollecitata dalle grandi committenti del settore (Telecom, Wind, Fastweb, Vodafone,Enel, Tele 2, Sky) molte tra queste ultime operano anche nel nostro territorio.

Il motivo che sta dietro questa sollecitazione alla delocalizzazione, messa in atto dalle committenti, è semplice: fare profitto attraverso la compressione verso il basso del valore delle singole commesse assegnate agli outsourcer; tutto ciò anche a discapito della qualità del servizio reso all’utente.

In sintesi, per ritornare al punto,di che cosa ci preoccupiamo?

Da qui a fine anno con il lievitare dei costi del lavoro e soggiogati dalle committenti che comprimono verso il basso il valore della commessa assegnata, molti call center in outsourcing potrebbero dismettere gradualmente le proprie attività per riavviarle in altre regioni d’Italia e/o all’estero.

Migliaia di posti di lavoro sono da subito a rischio, è per tali ragioni che chiediamo ci si impegni per far si che la Regione Sicilia intervenga prendendo in considerazione le seguenti proposte:

1)prevedere la copertura finanziaria per gli ammortizzatori sociali in deroga in maniera tale che possano beneficiarne i lavoratori che da qui a fine anno rischiano di perdere il posto di lavoro in tale settore di attività. Migliaia di giovani occupati nella nostra regione rischiano concretamente di essere risucchiati dal vortice della disoccupazione e dell’esclusione sociale.

2) Black List . Prevedere che non vengano concessi i benefici di cui alla L.488/92 a tutte quelle aziende i cui assetti societari sono sostanzialmente coincidenti con le società che già hanno utilizzato detti benefici ma non hanno mantenuto i livelli occupazionali previsti;

3) Chiedere al Ministro delle Attività Produttive di intervenire su chi sostiene ed alimenta le delocalizzazioni all’estero (Telecom, Vodafone, Sky, Wind etc). Queste ultime operano gestendo servizi di pubblica utilità, utilizzando licenze nazionali e soprattutto, usufruiscono di benefici accordati dallo Stato.

4)sostenere l’esigenza che vengano disciplinati nazionalmente per legge, capitolati e contratti di appalto nel settore delle TLC in maniera tale da traguardare i seguenti obiettivi:

a) maggiore qualità del servizio reso al cittadino/utente;

b) certezza nella corresponsione, ai lavoratori dipendenti, della retribuzione prevista dal CCNL

c) prevedere l’istituzione delle clausole sociali di salvaguardia su base territoriale e volontaria. Il lavoratore che perde il lavoro per il venir meno di una commessa deve aver la possibilità di seguire il destino della commessa sul territorio.

d) trasparenza dei rapporti commerciali e nelle transazioni finanziarie nel settore delle TLC all’interno del quale gira oramai un flusso incommensurabile di dati sensibili che riguardano i cittadini e una valanga di denari e che non è ancora affatto immune da eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa e del conseguente riciclaggio di denaro di illecita provenienza.

I sottoscrittori del presente O.d.G in considerazione di tale grave crisi occupazionale che rischia di investire il settore dei call center in outsourcing nel territorio siciliano nel quale sono impiegati almento 20.000 addetti, chiedono che vengano sostenute tali proposte da far valere quali misure utili al sostegno dell’occupazione, per tale settore di attività e valide per il contrasto alla conseguente esclusione sociale causata dalla mancanza delle normali coperture normalmente garantite dal welfare.

15 marzo 2010

Art. 18: Il disegno di legge n. 1167-B, agli articoli 30, 31 e 32

Il disegno di legge n. 1167-B, agli articoli 30, 31 e 32, introduce delle modifiche che mirano a svuotare di significato le tutele dei lavoratori: il risultato sarà quello di lasciare il lavoratore ancora più solo nella "libera" dinamica dei rapporti di forza con il datore di lavoro, al quale viene attribuita mano libera rispetto a leggi e contratti collettivi.

La norma "manifesto" è il comma 9 dell'art. 31, dove si prevede la possibilità di privare il lavoratore della tutela giudiziaria, affidando le controversie non ai giudici, bensì ad arbitri. Questi ultimi potranno addirittura giudicare "secondo equità", che significa: secondo il loro buon senso, senza applicare le norme di legge e dei contratti collettivi. Questo vuol dire privare il lavoratore di garanzie certe e universali quali quelle date dai contratti nazionali e dalle leggi, minando anche la stessa la tutela dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Ma vi è di più: anche se un lavoratore dovesse riuscire ad andare davanti ad un giudice, quest'ultimo non potrà sindacare le scelte del datore di lavoro e dovrà tener conto dei concetti di giusta causa e di giustificato motivo di licenziamento che saranno dettati non più dalla legge e dalle norme costituzionali, bensì dalla contrattazione collettiva (anche separata) e, ancor peggio, dal contratto di lavoro

individuale stipulato all'atto dell'assunzione, qualora certificato da apposite commissioni (art. 30). E' evidente che in quest'ultimo caso, data la disparità contrattuale tra datore e lavoratore, il contratto certificato potrà benissimo sanzionare con il licenziamento anche una minima mancanza del lavoratore.

Vengono in questo modo letteralmente capovolti i fondamenti stessi del diritto del lavoro, nato per tutelare il contraente debole nel rapporto di lavoro.

Il disegno di legge contiene, inoltre, una ridefinizione dei termini per l'impugnazione dei licenziamenti, dei contratti di collaborazione, dei contratti a termine e dei trasferimenti che renderà assai difficile (se non impossibile) al lavoratore la tutela giurisdizionale dei propri diritti (art. 32).

Se a tutto ciò si aggiunge che, dopo la legge n. 69/2009, sarà possibile condannare il lavoratore alle spese di giudizio quando vorrà ricorrere al tribunale per fendere un suo diritto, appare ancor più urgente e necessaria una presa di posizione netta e precisa di fronte a questa serie di provvedimenti che minano alla radice l'ispirazione costituzionale del nostro diritto del lavoro. In questa lotta la CGIL sarà sempre in prima fila.


14 marzo 2010

TELECOM: NO ALL’ ESTERNALIZZAZIONE DI IT OPERATION.

CHIUSA CON ESITO NEGATIVO LA PROCEDURA DI LEGGE:
Il giorno 11 marzo 2010 si è svolto un incontro, nell’ambito delle procedure di legge per la cessione del ramo d’azienda IT Operation a SSC, tra Telecom Italia e le Segreterie Nazionali di SLC FISTEL e UILCOM unitamente alle RSU interessate.
Nel corso dell’incontro l’azienda ha ribadito la decisione di non procedere più alla vendita di SSC e di cedere invece alla stessa SSC, dal 1 aprile 2010, il ramo d’azienda denominato IT Operations composto da circa 2150 lavoratori oggi in Telecom Italia, nell’ambito di una complessiva riorganizzazione dell’informatica di gruppo.
La nuova SSC così composta costituirà la “fabbrica” del software del gruppo, mentre le funzioni legate alla parte di progettazione dei processi informatici e di interfaccia con la nuova SSC rimarranno all’interno di Telecom Italia.
Sempre da parte aziendale è stato anche confermato che, una volta realizzata la suddetta operazione di cessione di ramo, sarà necessario procedere nella nuova SSC ad operazioni di “efficientamento” per riportare il costo del lavoro a livelli paragonabili con quelli del mercato esterno, e che tali interventi saranno necessari, alla luce del piano industriale previsto per fine mese, anche in diversi settori di Telecom Italia (customer, aree di staff, rete, nel resto del versante informatico interno, ecc). Tali esigenze sarebbero determinate dalla situazione di mercato attuale, dalla persistenza di un debito importante, dalla riduzione dei margini.
Le RSU presenti hanno denunciato nel merito le ondivaghe politiche industriali susseguitesi nel corso degli anni nel settore informatico, i fenomeni di depauperamento professionale causati da scelte industriali sbagliate, la storica presenza di un elevatissimo ricorso alle consulenze, scelte manageriali sbagliate che hanno determinato sprechi ed inefficienze, temi da sempre denunciati dal sindacato e che hanno sempre trovato scarso riscontro da parte aziendale.
Inoltre la delegazione ha confermato a Telecom Italia l’assoluta non rispondenza tra le attività effettivamente svolte da molti lavoratori e le recenti “attribuzioni” al settore in questione ed ha denunciato con forza una situazione determinata esclusivamente da esigenze aziendali di budget, per le quali a questi lavoratori sono state date nel corso del tempo precise disposizioni di attribuzione dei tempi lavoratovi.
Le Segreterie nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL hanno ribadito che:
➢ La vertenza che ha visto protagonista SSC nel corso dello scorso anno aveva lo scopo di ottenere una maggiore integrazione di SSC dentro Telecom Italia e non l’opposto.
➢ La disponibilità dei lavoratori e del sindacato a confrontarsi seriamente sul tema del costo del lavoro in SSC (manifestata anche in occasione degli incontri al Ministero per lo sviluppo economico) era stata già evidente in occasione dei processi di armonizzazione effettuati all’inizio del 2009 e conclusi con accordi sindacali dopo un articolato confronto.
➢ La scelta di Telecom Italia di ricreare un polo informatico nell’ambito del gruppo - ma esterno a Telecom - oltre a contraddire scelte industriali che solo qualche anno fa avevano riportato IT Telecom all’interno della casa madre, riapre scenari incerti per il futuro di migliaia di lavoratori.
➢ Risulta incomprensibile il perché tale operazione veda la luce senza che il sindacato ed i lavoratori abbiano chiaro lo scenario complessivo che sarà determinato, tra pochi giorni, dal nuovo piano industriale.
➢ Le affermazioni aziendali intorno alla necessità di razionalizzazione dei costi industriali ed “efficientamento” degli organici in vaste aree di Telecom, oltre che di SSC, non fanno che confermare i timori di una nuova stagione caratterizzata da pesanti dichiarazioni di esuberi.
➢ Non è più possibile pensare che, anche a fronte di scelte manageriali palesemente sbagliate, nell’Informatica come nel resto di Telecom Italia, qualcuno pensi che a pagare debbano essere ancora solo ed esclusivamente i lavoratori
Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL hanno quindi chiesto il ritiro della procedura di cessione di ramo d’azienda in questione ed il rientro in Telecom Italia dei lavoratori SSC, allo stesso modo in cui Pirelli aveva reinternalizzato le proprie risorse dopo lo scioglimento della società consortile.
L’azienda ha invece confermato l’intenzione di procedere allo scorporo del settore IT Operazions in SSC a partire dal 1 aprile p.v..
A questo punto la delegazione sindacale ha dichiarato di considerare chiusa la procedura di legge con esito negativo, non sussistendo più le condizioni per una eventuale prosecuzione del confronto, preannunciando a Telecom Italia una durissima stagione di lotta.
Per dare un primo chiaro segnale della contrarietà dei lavoratori e del sindacato a questa grave decisione aziendale,
SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL proclamano
un primo sciopero nazionale intero turno dell’intera funzione Information Technology in ambito Technology & Operation per martedì 23 marzo 2010
Per lo stesso giorno viene proclamato anche lo sciopero nazionale intero turno dei lavoratori di SSC
Nei prossimi giorni verranno effettuate le assemblee dei lavoratori in tutto il territorio nazionale per una informativa più puntuale della situazione e per decidere ulteriori iniziative territoriali a sostegno della vertenza.

LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC-CGIL FISTel-CISL UILCOM-UIL

13 marzo 2010

Fulvio Fammoni e Claudio Treves (Cgil) su: Firma separata su “dichiarazione comune”

Oggetto: firma separata su “dichiarazione comune”

in materia di arbitrato

Care compagne e cari compagni,

nella giornata di oggi 11 marzo si è consumata una grave rottura tra le organizzazioni sociali. Approfittando di una convocazione del Ministro del lavoro per discutere di “modulazione dell’orario di lavoro in funzione della conciliazione delle necessità di conciliazione”, su iniziativa della Cisl, cui si sono accodate le altre organizzazioni sindacali e cui ha fatto riscontro la condivisione di quelle datoriali, si è proceduto alla stipula di una “Dichiarazione comune” in materia di arbitrato. Secondo questo testo, le parti si impegnano a dare corso al negoziato per definire linee guida per l’utilizzo, convenendo che l’arbitrato secondo equità non dovrà applicarsi alle “controversie in materia di risoluzione del rapporto di lavoro”. Il Ministro ha “preso atto con favore” e si è impegnato a fare propri i contenuti del futuro avviso comune come base per il decreto che spetterà a lui emanare.

La Cgil ha espresso il suo netto dissenso sul metodo, davvero inaccettabile, e si è dichiarata indisponibile sul merito, giudicando la legge pessima e le norme sull’arbitrato e sulla certificazione, non toccata dalle parole della dichiarazione comune, a forte rischio di incostituzionalità. Di seguito di riportiamo il comunicato emesso al termine dell’incontro:

“La legge sulla certificazione e l’arbitrato è sbagliata e incostituzionale, per questo non solo la via dell’avviso comune non è percorribile ma svilupperemo tutte le iniziative necessarie per cambiarla, a partire dallo sciopero generale”. E’ quanto afferma Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, dopo la dichiarazione di intenti per un avviso comune in materia di arbitrato, siglata oggi dalle parti sociali ad esclusione della Cgil.

“In una riunione convocata al ministero del Lavoro su altro argomento - aggiunge il dirigente sindacale - si è consumato un accordo separato sull’applicazione di una legge che, come è noto, la Cgil non condivide. Perché lo si è voluto fare e proprio oggi? La legge, che per altro non è stata ancora pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, prevede un anno di tempo prima di entrare in vigore. Tutto questo lascia pensare che si sia voluto operare in modo preordinato una grave rottura tra le parti, con la complicità del governo, alla vigilia dello sciopero generale”.

“A questa legge sbagliata, e a questo accordo sbagliato, - conclude Fammoni - reagiremo con tutte le iniziative necessarie, a partire dallo sciopero di domani, con una capillare informazione, con assistenza legale ai lavoratori e attivando i percorsi per fare emergere la sua incostituzionalità”.

Seguirà nei prossimi giorni un esame dettagliato dei problemi lasciati irrisolti dalla “Dichiarazione comune”.

Cordialmente

Il Segretario Confederale: Fulvio Fammoni

il Coordinatore del Dipartimento: Claudio Treves


Perché la dignità dei lavoratori non può essere messa in discussione da nessuno!

Il disegno di legge 1167-B, definitivamente approvato dal Senato, chiude e completa l’opera di destrutturazione del diritto del lavoro avviata nel 2001. In quell’anno soprattutto vede la luce il Libro Bianco di Maroni, i cui principi vengono tradotti prima nel così detto “Patto per l’Italia”, poi nella legge 30/03 e nel suo decreto attuativo (dlgs. 276/03). In quell’anno si stabilisce che il contratto a tempo indeterminato non è più la regola e le altre forme di contratto a termine l’eccezione: l’avviso comune firmato solo da Cisl e Uil e Confindustria sui contratti a termine porterà infatti al dlgs. 368/01 che riduce la funzione del CCNL fino allora principale fonte di deroga.

Il principio fondamentale che viene messo sotto attacco è quello che vede il contratto di lavoro come un contratto particolare, dove vi è una parte più debole (il lavoratore o il disoccupato in cerca di lavoro) che va tutelata rispetto a una parte più forte (l’impresa, il datore) il cui potere va limitato. Parliamo quindi di tutele salariali, tutele normative contro le discriminazioni e i licenziamenti illegittimi, per la salute e sicurezza, ecc. sono diritti che non a caso sono dichiarati “diritti indisponibili”, in quanto ne un soggetto collettivo (il Sindacato) ne il lavoratore potrebbe rinunciarci anche se volessero.

Oggi il Governo prova a rimettere in discussione proprio questo principio basilare, introducendo un concetto tanto pericoloso quanto falso: il contratto di lavoro deve diventare un contratto commerciale come tutti gli altri, dove due parti sono libere di accettare o meno.

Alcuni esempi concreti:

Vediamo ora il combinato disposto di più norme, facendo alcuni semplici esempi di cosa potrà capitare da domani ad un lavoratore.

Primo caso: lavoratore assunto con contratto individuale certificato

1) sono un disoccupato e quindi per lavorare accetto di tutto;

2) il mio datore, con l’assistenza del suo consulente, mi porta presso una delle sedi autorizzate a certificare il contratto individuale di lavoro (presso l’Ordine dei Consulenti della propria città, presso una DPL, presso un Ente Bilaterale

“compiacente”) e mi chiede, in cambio del lavoro, di rinunciare ad alcune tutele previste dal Ccnl o dalla legge (magari in materia di orario di lavoro, ecc.). In più nel contratto che sottoscrivo c’è scritto che rinuncio al giudice in caso di controversie e che mi rimetto all’arbitrato (la qualcosa viene scritta così che sia chiaro che “liberamente” ho scelto di rinunciare al giudice). Per chiudere in bellezza, nel contratto individuale vengono aggiunte ulteriori possibili cause di legittimo

licenziamento (oltre quelle già previste dalla legge e dal Ccnl) ed il tutto viene certificato;

3) dopo un po’ tra me e il datore di lavoro sorgono dei problemi: chiedo il rispetto delle norme su ferie, riposi, ecc. E per risposta vengo licenziato, senza una giusta causa;

4) non posso rivolgermi al giudice, ma devo per forza accettare il giudizio che darà l’arbitro. Arbitro che viene nominato in sede stessa di commissione di certificazione (cioè dagli stessi che hanno assistito il mio datore). L’arbitro non dovrà per forza giudicare tenendo conto dell’art. 18 della legge 300/70 o delle leggi su orario di lavoro e riposi (dlgs. 66/03) o di quanto previsto dal Ccnl, ma solo secondo la sua interpretazione di cosa è giusto (e tenendo conto di eventuali clausole presenti nel contratto individuale “certificato”): con poche mensilità (3-4) se sono fortunato, il caso è chiuso (se per di più viene data ragione al lavoratore, che non è scontato). E il lavoratore torna disoccupato per un altro “giro di giostra”.

Secondo caso: lavoratore già assunto ma cui Ccnl (o in caso di non accordo sindacale, dopo un decreto del Ministero del Lavoro) prevede ora l’arbitrato.

1) a fronte di una minaccia qualsiasi (trasferimento, peggioramento dei turni, ecc.) mi viene chiesto di inserire la clausola compromissoria nel mio contratto individuale, dove rinuncio al giudice per rivolgermi all’arbitro;

2) il mio datore mi porta presso una commissione di certificazione e registra la nuova clausola prevista ora dal mio CCNL (o dal decreto del Ministro);

3) si vedano i punti 3 e 4 dell’esempio precedente.

Terzo caso: un lavoratore già assunto, dove ne contratto ne il decreto del Ministero del Lavoro hanno introdotto la possibilità di inserire le clausole compromissorie.

1) L’azienda annuncia una riduzione di personale per motivi economici-produttivi o annuncia un trasferimento di azienda;

2) come lavoratore ritengo ingiusto il comportamento aziendale e decido di promuovere una causa presso il giudice;

3) il giudice ora potrà intervenire sulla legittimità formale o meno della scelta aziendale e delle sue conseguenze, ma non potrà entrare nel merito del trasferimento o delle motivazioni economiche alla base della scelta di impresa: quindi non potrà valutare se vi sono le condizioni tecniche e produttive oggi previste dal Codice Civile e dalle legge sui licenziamenti per motivi economici. L’autonomia del giudice viene azzerata, così come la possibilità (si vedano le tante sentenze nel passato) di

chiedere il “ripristino” delle condizioni organizzative e produttive precedenti, in quanto le nuove non motivate in base al diritto.

Quarto caso: sono assunto come contratto a progetto

1) in realtà sono sottoposto al potere disciplinare del datore, ad un’organizzazione produttiva rigida con turni ed orari (tutti possibili indicatori di un’organizzazione di impresa che impiegherebbe tipicamente dei lavoratori subordinati);

2) al termine del contratto a progetto, questo non mi viene rinnovato ed io mi rivolgo al giudice per ottenere che mi sia riconosciuto il contratto subordinato a tempo indeterminato;

3) quando mi rivolgo al giudice diviene più difficile per quest’ultimo definire una corretta qualificazione del mio contratto di lavoro alla luce di un’analisi delle scelte organizzative dell’azienda e come lavoratore dovrà fornire prove testimoniali e documentali maggiori rispetto a prima. Lo stesso esempio si potrebbe fare qualora fossi stato assunto con un contratto a termine in un’azienda che però è a ciclo continuo, con produzione non stagionale ed impiega invece solo lavoratori a termine. Sarebbe stato facile per il giudice, entrando nel merito dell’organizzazione produttiva, desumere l’abuso.

NOTA BENE: tutti i lavoratori oggetto degli esempi sopradescritti in base alle nuove norme avrebbero dovuto rivolgersi al giudice (se possibile) entro 60 giorni dal licenziamento e comunque entro i successivi 180 giorni con deposito formale presso la cancelleria dal Tribunale.

In conclusione

Come SLC-CGIL dobbiamo avviare una grande campagna di informazione e mobilitazione contro una legge inaccettabile che non solo va respinta con tutti gli strumenti sindacali a disposizione (dalla contrattazione collettiva, alla vertenzialità giudiziaria, ecc.), ma che necessita di una vera e propria campagna che dal basso coinvolga tutte le lavoratrici e lavoratori di Italia, disoccupati e semplici cittadini, iscritti e non iscritti a questo o a quel sindacato, producendo grandi iniziative di massa nei luoghi di lavoro, sui territori, nei confronti delle istituzioni e di tutte le forze politiche, sociali e del mondo della cultura.


Leggi pure:

Diritti e Lavoro: La scandalosa controriforma di Sacconi: analisi del disegno di legge 1167-B