21 settembre 2011

Cassazione: no al licenziamento per abbandono del posto di lavoro

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 18955 del 16 settembre 2011, ha affermato che il lavoratore, che abbandona il posto di lavoro in preda ad un attacco d'ira, non può essere licenziato poichè tale comportamento di per sè non costituisce giusta causa di recesso. Nel caso di specie la Corte d'Appello ha ritenuto che il comportamento del lavoratore non potesse essere considerato come "grave insubordinazione" o comportamento arrecante un pregiudizio tale da consistere in una violazione dei doveri fondamentali e quindi da poter costituire, si per sè, giusta causa di recesso. La Suprema Corte, nel disporre la reintegra dell'operaio licenziato, ha precisato che la previsione della sanzione espulsiva nel codice disciplinare aziendale, presupponeva la pubblica affissione dello stesso all'interno dei locali dell'impresa e doveva considerarsi indispensabile, essendo la condotta del lavoratore violatrice non di generali obblighi di legge ma di puntuali regole di comportamento negozialmente previste. La Suprema Corte ha sottolineato inoltre che dalla contrattazione collettiva l'abbandono del posto di lavoro senza giustificato motivo è valutato sanzionabile al più con l'ammonizione, una multa o la sospensione.

Telecom Italia: Gravi defezioni riguardante lo stress da lavoro correlato ed i ritmi e controlli dei call center.

Questo quanto emerso giorno 14 settembre 2011 dalla relazione fatta da Laganà Giuseppe a nome del CPSST Sud.

Tutto già evidenziato e denunciato ai responsabili di tutt' Italia nei mesi precedenti con comunicati ed incontri che non hanno risolto nulla, anzi hanno stimolato la cattiveria e la pochezza interiore di alcuni dirigenti che come se non bastassero gli enormi disagi dei lavoratori hanno pure messo in discussione le inidonietà parziali facendo un gravissimo attacco alla dignità umana ed un atto di forza su quanto scritto dai medici di fabbrica smentendoli pure nelle prescrizioni.

Una pagina molto squallida e triste scritta in questo anno da Telecom Italia che ha costretto alcuni lavoratori a rivolgersi e consigliarsi direttamente a magistrati e giuslavoristi per chiarire la posizione imbarazzante in cui è stata messa l'Azienda da parte di (I)responsabili che pur avendo chiara la filosofia generale del management vero (quello che conta) è riuscita a mettere in ridicolo la Proprietà smentendo tutti quei progetti creati sia dall'Amministratore Delegato che dalle Risorse Umane che dovevano garantire il giusto equilibrio tra lavoro, famiglia e tempo libero, ma sopratutto salvaguardare quello che è il bene primario per eccellenza:" la salute fisica, psichica e mentale dei lavoratori".

Un confronto che questa volta andrà al di la dei punti intemedi che si trovano nei territori ed a Napoli ma si rivolgerà alla testa di un acqua che forse non è neppure a conoscenza di certi comportamenti deplorevoli e che non tengono conto di nessun parametro ne giuridico ne morale.

Un ringraziamento doveroso va a tutte le RLS che come sempre si sono dimostrate corrette, puntuali nel loro lavoro ed oneste nell'evidenziare le palesi storture e nell'invitare l'Azienda, anzi, alcuni uomini di azienda a riflettere sulle criticità rilevate e messe all'ordine del giorno:

- Stress da lavoro correlato

- Documento di valutazione rischi

- Call Center (ritmi, controlli)

- Centrali e Stazioni Radio Base (pulizia e microclima)

- Parco Auto sociali

- Completamento della Formazione degli RLS


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20 settembre 2011

Nelle Piattaforme per il rinnovo dei CCNL nuove norme a salvaguardia del diritto del lavoro

- 20 settembre 2011 -

Quando una fonte, che disciplina il rapporto di lavoro, è gerarchicamente sovraordinata rispetto ad un'altra, la fonte inferiore (il contratto individuale rispetto al CCNL e il CCNL rispetto alla legge) possa derogare a quella superiore solo a condizione che sia più favorevole al lavoratore (derogabilità in melius) e mai se sfavorevole (inderogabilità in peius).

Fatta questa semplice premessa emerge l'abomio che potrebbe determinarsi per l'applicazione del vergognoso art 8 della manovra finanziaria.

Per fare d ue esempi:


1) anche se chi ha provveduto a scrivere l'art 8 c.2 lettera a) relativo agli impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie intendeva liberare le mani alle aziende che intendevano controllare a distanza i propri dipendenti, in virtù dei principi di cui sopra in grassetto , consegna nei fatti a chi si vuole opporre al controllo gli strumenti per una buona azione legale contro i controlli.


2) lettera e) ...alle conseguenze del recesso del rapporto di lavoro. Anche in questo caso viene fuori l'abominio ideologico partorito da chi ha scritto la norma.


Comunque, a mio avviso, sin da subito e per ogni singola piattaforma contrattuale in corso di discussione si potrebbe sottoporre alle parti l'inserimento di una clausola contrattuale attraverso la quale" le parti si impegnano a non fare ricorso, per i diversi livelli di contrattazione, alle misure previste dall'art. 8 della legge finanziaria 2011"


Ci si dovrebbe provare per due distinte ragioni 1) in sede di negoziato ognuna delle sigle trattanti dovrebbe assumersi le proprie responsabilità di fronte all'intera delegazione;

2) se l'inserimento va a buon fine, si pone rimedio ad un ignobile tentativo di sovvertimento delle norme di legge e dei principi che stanno alla base della nostra legislazione.

di Luca Pancaldi

RLS CPAT: Verbale di Riunione del 14-09-2011

- VERBALE DI INCONTRO -

14 settembre 2011

Si è svolto giorno 14 settembre 2011 a Napoli presso la sede Telecom del CDN Isola B/1, l’incontro annuale tra Comitato Paritetico Territoriale Sicurezza e Salute Sud di parte Sindacale ed i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza Sud, previsto dall’accordo del 5 Febbraio 2009.

Alla riunione era presente il collega Gavino Appeddu in rappresentanza unitaria del Comitato Paritetico Sicurezza e Salute Nazionale. La relazione fatta dal collega Laganà Giuseppe a nome del CPSST Sud sulla traccia degli argomenti messi all’ordine del giorno:

- Stress da lavoro correlato

- Documento di valutazione rischi

- Call Center (ritmi, controlli)

- Centrali e Stazioni Radio Base (pulizia e microclima)

- Parco Auto sociali

- Completamento della Formazione degli RLS

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19 settembre 2011

Lavori usuranti D.Lgs. n. 67/2011 – Nota sulle prime indicazioni operative emanate da Ministero del Lavoro

Il decreto interministeriale che deve stabilire le modalità attuative in merito al riconoscimento dei benefici per i lavori usuranti, decreto che doveva essere emesso entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo 67/2011 (26 maggio 2011), non è ancora stato emanato. Il Ministero del lavoro, in attesa del predetto decreto “attualmente in corso di perfezionamento,” ha dato le prime indicazioni operative sulla questione con la circolare n. 22 del 10 agosto.

Con questa circolare la Direzione Generale per le Politiche Previdenziali e quella per l’Attività Ispettiva forniscono le prime indicazioni operative per l’accesso anticipato al pensionamento in favore degli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti individuati dal D.Lgs 67/2011. In attesa della definizione della disciplina sulle modalità attuative del provvedimento, il Ministero ritiene necessario fornire indicazioni operative rivolte in particolare a coloro che sono tenuti a trasmettere la domanda di accesso al beneficio entro il 30 settembre 2011. La circolare specifica le categorie di lavoratori interessati, le condizioni per l’esercizio del diritto, la misura del beneficio, la documentazione necessaria, l’istruttoria delle domande, gli obblighi comunicazionali e l’attività di accertamento.


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Cassazione Catania: Se la contestazione degli addebiti non è tempestiva il licenziamento è illegittimo

Il “principio della immediatezza” della contestazione di addebiti nei confronti del lavoratore trova fondamento nella legge_300_1970, art. 7, che riconosce al lavoratore incolpato il diritto di difesa, diritto da garantirsi nella sua effettività, soprattutto, in relazione a una contestazione a immediato ridosso dei fatti contestati, sì da poter consentire al lavoratore di mettere a punto il materiale difensivo per contrastare in modo efficace il contenuto delle accuse rivoltegli dal datore di lavoro.

In giurisprudenza, l’applicazione di tale principio è stata “temperata” nel senso che si è intesa l’immediatezza della contestazione dell’addebito in un’accezione “relativa” ritenendo la stessa compatibile con un intervallo di tempo necessario al datore di lavoro per il preciso accertamento delle infrazioni commesse dal prestatore di lavoro. L’immediatezza si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, proprio perché la tardività della contestazione e del provvedimento di recesso induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento, ritenendo non grave o non meritevole della massima sanzione la colpa del lavoratore. In altri termini, la tempestività della reazione del datore di lavoro all’inadempimento del lavoratore riveste un particolare rilievo in quanto, quando si tratti di licenziamento per giusta causa, il tempo trascorso tra l’accertamento del fatto attribuibile al lavoratore e la successiva contestazione e intimazione di licenziamento disciplinare può, in concreto, indicare l’assenza del requisito dell’incompatibilità del fatto contestato con la prosecuzione del rapporto di lavoro e essere, quindi, sintomatico della mancanza d’interesse all’esercizio del diritto potestativo di licenziare. Tale considerazione va, tuttavia, integrata con il rilievo secondo cui il requisito della immediatezza deve essere inteso in senso relativo, potendo in concreto essere compatibile con un intervallo di tempo, di lunghezza variabile, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso, restando riservata al giudice del merito la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustificano il ritardo. La discrezionalità del giudice nel valutare il carattere della tempestività della contestazione disciplinare deve svolgersi nell’ambito dei presupposti alla base del principio dell’immediatezza, ossia del riconoscimento del pieno e effettivo diritto di difesa garantito ex lege al lavoratore e del comportamento datoriale secondo buona fede. Questi i principi ribaditi dalla Corte di Cassazione con la Sentenza n. 18772/2011. Il caso. Un lavoratore viene demansionato e poi licenziato. Licenziamento disciplinare. Il lavoratore impugna il licenziamento e contesta la legittimità del demansionamento. Il Tribunale di Catania dichiara l’illegittimità del denunciato mutamento in peius delle mansioni del ricorrente, condannando la società datrice di lavoro al pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno subito dal lavoratore. Il Tribunale dichiara altresì l’illegittimità del licenziamento, in quanto privo di giusta causa e/o giustificato motivo, ordinando alla società di procedere alla reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro nelle mansioni dallo stesso disimpegnate prima del mutamento delle mansioni. La Corte di Appello conferma la pronuncia di primo grado. La società datrice di lavoro promuove ricorso per Cassazione. La ricorrente censura la sentenza di appello per aver il giudice fatto erronea applicazione del riparto dell’onere probatorio in tema di eccezione della intempestività del licenziamento e lamentando la carenza logica e/o motivazionale della sentenza impugnata, con riferimento all’esercizio dello ius variandi esercitato dalla stessa ricorrente. Censure infondate. La Corte di Appello, con argomentazione giuridicamente corretta, congrua e logica e, pertanto, esente dai vizi prospettati, ha ritenuto la tardività delle contestazioni affermando che, se anche il principio dell’immediatezza va inteso in senso relativo, tenuto conto della specificità dell’illecito disciplinare, nonché del tempo per espletare le indagini, non può procrastinarsi per un tempo eccessivo l’esercizio del potere disciplinare, tanto da rendere al dipendente impossibile l’esercizio del diritto di difesa. la Corte d’Appello con motivazione congrua ha fatto, altresì, corretta applicazione del principio secondo cui in ragione dell’art. 2103 c.c., che sancisce: “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte”, non vi è alcun obbligo per il datore di lavoro di tener ferme le mansioni di assunzione, ma in caso spostamento a altre mansioni, vi è obbligo di adibire il dipendente a mansioni equivalenti, da intendersi non solo nel senso di pari valore professionale delle mansioni stesse, considerate nella loro oggettività, ma anche quale attitudine delle nuove mansioni a consentire la piena utilizzazione o anche l’arricchimento del patrimonio professionale dal lavoratore acquisito nella pregressa fase del rapporto, precisandosi, inoltre, che il divieto di variazioni in pejus (demansionamento) opera anche quando al lavoratore, nella formale equivalenza delle precedenti e delle nuove mansioni, siano assegnate di fatto mansioni sostanzialmente inferiori, per cui nell’indagine in merito a tale equivalenza non è sufficiente il riferimento in astratto al livello di categoria, ma è necessario accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente in modo tale da salvaguardarne il livello professionale acquisito e da garantire lo svolgimento e l’accrescimento delle sue capacità professionali, con le conseguenti possibilità di miglioramento professionale, in una prospettiva dinamica di valorizzazione delle capacità di arricchimento del proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze.

Cassazione penale sez. VI, 15 aprile n. 20326: Usare facebook durante l'orario di lavoro può comportare sanzioni disciplinari

- www.ilsole24ore.com -

Usare facebook durante l'orario di lavoro può comportare sanzioni disciplinari sia nel settore pubblico sia privato. Si può arrivare fino al licenziamento se la connessione è ripetuta e implica un calo nel rendimento e nella prestazione lavorativa complessiva.

Legalmente non esiste un limite quantitativo che fa scattare la perdita del posto. Si può andare da da licenziamenti leciti irrogati per accessi ripetuti di oltre due ore al giorno, fino a collegamenti di mezz'ora al giorno, se monitorati per un lungo periodo.

L'utilizzo dei social network è più insidioso. Le sanzioni, sul piano teorico, possono scattare anche se il profilo è inattivo, ma tenuto costantemente aperto sul pc aziendale.

Il sistema di notifiche e l'avviso dei messaggi in arrivo possono distrarle ripetutamente il lavoratore, dando luogo a condotte sanzionabili. Per i dipendenti pubblici il rischio è maggiore.

A Forlì quest'anno cinque dipendenti pubblici sono stati indagati per peculato per aver usato facebook durante l'orario di lavoro. Non importa che il lavoratore abbia con la sua condotta comportato un danno patrimoniale all'ente pubblico di appartenenza perché oggetto di tutela è il buon andamento della pubblica amministrazione, che può essere compromesso anche da un uso privato degli strumenti informatici a disposizione (Tra le tante, v. Cassazione penale sez. VI, 15 aprile n. 20326).

17 settembre 2011

Call Center: A rischio non è solo il lavoro in Italia ma anche la privacy

Vite in standby nei call center di tutta Italia. Di quest’universo composto, per lo più, da donne under-40 laureate e precarie, hanno parlato film, documentari, libri e inchieste giornalistiche. Guadagnano meno di mille euro al mese. Fanno orari massacranti. Eppure rischiano di vedersi soffiare il posto da «colleghi» albanesi, romeni e tunisini che parlano un italiano più stentato ma costano molto meno. E l'ultima frontiera del precariato, la delocalizzazione dei call center.

A mettere a rischio il settore sono i repentini fallimenti e cessioni di rami d’azienda dei call center in outsourcing. «La Slc-Cgil ha chiesto di legare i contratti alle commesse – spiega la Treossi - cosicché se l’azienda fallisce o viene ceduta, i lavoratori continueranno a svolgere le stesse mansioni, ma saranno pagati da chi subentra».

IL «DUMPING» SALARIALE - Dietro alcuni fallimenti o cessioni, però, non si nasconde la crisi economica. Le società preferiscono delocalizzare il servizio in Paesi dove il salario costa meno (Albania, Romania e Tunisia appunto). Bisogna inserire una clausola sociale contro il dumping salariale nel contratto nazionale perché questa gara a ribasso non tutela né l’occupazione né la qualità del servizio.

In effetti, a rischio non è solo il lavoro in Italia (più costoso che altrove), ma anche la privacy. La nostra normativa è molto garantista sul trattamento dei dati personali ma non possiamo certo sapere se lo siano anche quelle albanesi, tunisine o romene. E non si tratta di un problema minore: molto spesso, al telefono forniamo dati sensibili come il numero della carta di credito o informazioni che riguardano la nostra salute».

Delocalizzazioni nel settore delle TLC

Il settore delle TLC continua a rappresentare nel Paese un settore ricco e non in particolare difficoltà, con margini di fatturato ampi e con una liquidità mediamente alta. Eppure come SLC-CGIL denunciamo oggi pubblicamente il comportamento delle grandi aziende (Telecom, Vodafone, Wind, H3G, Fastweb, BT Italia, SKY) in materia di esternalizzazioni e delocalizzazioni. Un comportamento sbagliato ed ingiusto, che recherà danni all’occupazione e – più in generale – alla qualità del settore.

In particolare, dopo una sommaria indagine e uno studio sui principali contratti commerciali in essere e in via di definizione, è evidente la scelta dei principali operatori (scelta inedita per quantità e qualità), di avviare nei prossimi mesi un processo massiccio di delocalizzazione di attività oggi lavorate in Italia. Una delocalizzazione verso quei paesi (Tunisia, Albania, Romania in particolare) cui costo del lavoro è pari circa ad un quarto di quello italiano.

Inutile dire che tali lavoratori, in quei paesi, sono oggi privi di tutele collettive anche lontanamente paragonabili alle nostre, di un Contratto Collettivo Nazionale con minimi salariali dignitosi. E che in molti casi non vi sono quelle libertà sindacali minime come definite dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

Nello specifico, solo analizzando le politiche di delocalizzazione avviate dalle sette aziende sovra indicate, riteniamo siano a rischio nel breve periodo (anno 2010) circa tre/quattro mila posti di lavoro, con evidente sottrazione di volumi di attività all’intera filiera delle TLC.

Ed il tutto esclusivamente per aumentare gli attuali profitti a vantaggio degli azionisti, come risposta ad un calo dei guadagni, in un settore che genera comunque profitti e liquidità.

In particolare come SLC-CGIL denunciamo una politica non solo di esternalizzazioni di attività verso imprese di outsourcing italiane (Comdata, Almaviva, Teleperformance, E-Care, ecc.), ma - tramite subappalto delle stesse - verso aziende oggi operanti in Romania, Albania, Tunisia, Turchia, Sud America.

Una scelta questa sbagliata socialmente e industrialmente, in contraddizione con la produzione normativa dell’Autorita Garante per la Comunicazione (AGCOM) che, anche ultimamente, ha sottolineato l’esigenza di una maggiore trasparenza, una maggiore responsabilità delle imprese titolari di licenza, una maggiore attenzione alla qualità verso i consumatori (si veda per tutte la delibera n. 79/09).

Una scelta sbagliata socialmente in sé ma che si colloca oggi in un momento di difficoltà dell’economia nazionale con una delle più gravi crisi occupazionali degli ultimi decenni: il sistema delle imprese (soprattutto quelle che si basano su servizi avanzati, sulla capacità commerciale di fornire soluzioni personalizzate, ecc.) dovrebbe salvaguardare i livelli occupazionali, eventualmente ripensando le politiche di esternalizzazione di volumi di attività, non certo incoraggiandole.

Lo scandalo delle imprese che riducono la forza lavoro ed intanto esternalizzano e delocalizzano.

Vi è poi uno “scandalo nello scandalo”. Da un lato assistiamo da parte di queste aziende (Telecom, H3G, BT) ad una politica di riduzione dei livelli occupazionali interni (tramite contratti di solidarietà, cassa integrazione, mobilità incentivata, ecc.) con forti sacrifici da parte dei lavoratori più sindacalizzati; dall’altra vi è una politica di sistematica riduzione di attività fino ad oggi lavorate in casa (per esempio di Telecom) su cui potrebbero essere riconvertiti gli esuberi dichiarati.

Per di più secondo un modello che “stressa” le imprese di outsourcing con politiche sugli appalti basati al massimo ribasso, tanto da rendere difficile anche la stessa tenuta occupazionale negli outsourcing che sono - quindi - “invitati” a sub appaltare all’estero.

Insomma, siamo alle prese con una vera e propria strategia che rischia di:

a- ridurre le attività lavorate internamente dalle grandi aziende, riducendo i livelli occupazionali interni ed impedendo possibili riconversioni degli attuali occupati;

b-“stressare”con gare al massimo ribasso anche la parte finale della filiera,con outsourcing sempre più ridotti a divenire stazioni appaltanti di altre aziende (con fenomeni di sub appalto, che fanno perdere poi “le tracce” delle stesse attività di customer);

c-incentivare la delocalizzazione di attività a forte valore aggiunto,verso paesi dove le condizionidei lavoratori sono drammatiche.

Il tutto per aumentare i margini di profitto, con grande danno verso tutti: i lavoratori dipendenti delle grandi aziende, i lavoratori degli outsourcing, i clienti finali (cui dati vengono lavorati presso aziende estere, con buona pace della qualità, della trasparenza, della tutela della privacy). E questo in un momento di difficoltà del sistema paese, con centinaia di migliaia di disoccupati in più.

Istituto Bellini: per i dipendenti la liquidazione del 50% degli arretrati. “Ecco il risultato dell'azione del sindacato”

- www.cgilct.it -

Da 5 anni non ricevevano arretrati contrattuali; fondo d'istituto relativo ad attività aggiuntive; lezioni per bienni di specializzazione ed abilitante. Adesso, grazie all’azione del sindacato, si sbloccano i pagamenti salariali non corrisposti per i circa 120 dipendenti dell'Istituto Superiore di Studi Musicali Vincenzo Bellini di Catania.

Proprio in questi giorni l'Istituto ha avviato con decorrenza immediata la liquidazione del 50% di tali spettanze, mentre la rimanente somma sarà presumibilmente liquidata entro il prossimo mese di ottobre.

“Il risvolto positivo di questi giorni è il risultato, immediatamente tangibile, della costante azione rivendicativa della CGIL e della FLC che nel corso del mese di luglio è culminata nel decisivo incontro tenutosi con il sindaco di Catania che, avendo riconosciute come valide e legittime le posizioni esposte dal sindacato, si è da subito reso disponibile per la risoluzione di questa annosa questione”, spiegano i rappresentanti sindacali.

Il sindaco Stancanelli, inoltre, condividendo le posizioni espresse dal sindacato, si è dichiarato disponibile a rinunciare alle risorse economiche messe a disposizione dal Ministero a condizione, continua la Cgil e la Flc, che a fronte di tale rinuncia si possa procedere alla statalizzazione di tale importante istituzione musicale che va riconosciuta quale Conservatorio, premiando così l'altissima professionalità di quanti vi operano, a tal proposito ci sembra opportuno sottolineare che presso l'Istituto studiano ogni anno complessivamente circa 900 allievi e che sono previste attività didattiche in tutti i corsi di studio previsti per i conservatori ed in più sono attivi anche corsi per musica elettronica e jazz.

"Noi ci abbiamo sempre creduto e siamo soddisfatti per il risultato che abbiamo ottenuto" sottolineano CGIL ed FLC CGIL provinciali, "così come crediamo che il livello di attenzione debba essere sempre alto e la mobilitazione costante, ciò almeno fino a quando il Vincenzo Bellini, non verrà formalmente riconosciuto Conservatorio e fino a quando non verranno stabilizzati i lavoratori precari".

CGIL ed FLC ritengono che il Comune di Catania debba continuare la sua azione a favore dell'Istituto Vincenzo Bellini per consolidarlo ulteriormente e per raggiungere l'importante obiettivo della statalizzazione e della stabilizzazione dei lavoratori precari.

16 settembre 2011

10.000 derogati dalle finestre mobili: messaggio INPS n. 13655 del 12 agosto 2011

Si è svolta il 14/09/2011, presso la Direzione generale dell'INPS, una riunione delle Commissioni Entrate e Prestazioni del Consiglio di indirizzo e vigilanza in merito alla questione dei 10000 derogati dalle finestre mobili. Come ben sapete come CGIL abbiamo denunciato subito che il numero di 10000 fosse del tutto insufficiente. Il monitoraggio fatto dall'INPS ha confermato le nostre preoccupazioni stimando che i lavoratori che si trovano in questa situazione vanno da 40000 a 45000.

Il 1 luglio si è aperta la prima finestra utile per il pensionamento di questi lavoratori ed abbiamo avuto notizia di comportamenti difformi da parte delle sedi territoriali dell'Istituto, con il rischio che molti lavoratori potessero trovarsi senza prestazioni di sostegno al reddito e senza pensione.

A seguito dei nostri continui e pressanti interventi l'INPS, che a fine luglio non era ancora in grado di definire la lista dei diecimila derogati, ha chiesto al Ministero del Lavoro di essere autorizzato a continuare a pagare per i mesi di luglio ed agosto le prestazioni di sostegno al reddito per non lasciare i lavoratori senza alcun sostegno economico. Con messaggio n. 13655 del 12 agosto 2011l, che troverete in allegato, la Direzione generale dell'INPS ha comunicato a tutte le sue strutture territoriali di essere stata autorizzata dal Ministero del Lavoro a continuare a pagare le prestazioni. Ciò in attesa della definizione della lista dei 10000 e quindi della possibilità di liquidare le domande di pensione presentate. L'INPS ha comunque continuato a pagare l'indennità a tutti i lavoratori per i quali la mobilità è cessata al 30 giugno 2011, considerando ciò o un anticipo sulla futura pensione o un anticipo sulla continuazione del trattamento di sostegno al reddito, così come previsto dall'articolo 5 bis della legge 122 del 2010.

Nella riunione di ieri l'INPS ci ha comunicato che sta finalmente ultimando la lista dei diecimila e che una volta definita la lista verranno inviate le lettere di comunicazione ai lavoratori interessati. L'INPS, inoltre, ha chiesto al Ministero del lavoro di attivare la procedura di cui all'articolo 5 bis della legge 122 del 2010, e cioè la possibilità di continuare ad erogare le prestazioni di sostegno al reddito per coloro che non rientrano nei diecimila.

Per quanto ci riguarda abbiamo fatto presente all'INPS che la lista dei diecimila deve essere definita in tempi rapidissimi; che le lettere ai lavoratori devono essere inviate immediatamente, che è necessario che l'Istituto solleciti di nuovo il Ministero del lavoro per una rapidissima applicazione delle procedure previste dall'articolo 5 bis della legge 122 del 2010 e che è necessario, (vista ancora l'incertezza dei tempi ed il fatto che il 1 ottobre si apre un'altra finestra per i derogati) che l'Istituto si faccia autorizzare dal Ministero anche per la continuazione del pagamento delle prestazioni di sostegno per i mesi di settembre ed ottobre, considerandole sempre come anticipi sui futuri trattamenti. L'Istituto ha accolto le nostre richieste e ci anche comunicato che a giorni emetterà un maxi messaggio con tutte le indicazioni tecniche, operative e procedurali relative all'argomento in questione.

Abbiamo fatto presente all'Istituto che ci risulta che sul territorio ci siano comportamenti difformi delle sedi. Ci sarebbero infatti alcune sedi che hanno continuato a pagare la mobilità, alcune sedi che hanno liquidato la pensione, altre che non hanno corrisposto alcunché lasciando i lavoratori in totale stato di abbandono. Secondo la Direzione generale INPS ciò non sarebbe possibile, visto che affermano di non aver ricevuto alcuna segnalazione al riguardo. C'è comunque un impegno dell'Istituto a verificare tutti i casi per i quali si siano verificate incongruenze rispetto a quanto previsto nel messaggio del 12 agosto. E' per questo motivo che vi invitiamo a segnalarci qualsiasi caso atipico.

Vi facciamo presente inoltre che su questa questione, così come su altre relative agli ammortizzatori sociali, abbiamo richiesto unitariamente al Ministero del lavoro un incontro per affrontare con la necessaria urgenza tutta una serie di problemi aperti.

15 settembre 2011

SIELTE: CIGS IN DEROGA PER SIELTE

Con la presenza dell’On. Nello Musumeci – Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro – è stato raggiunto l’accordo di ulteriori 6 mesi di cassa integrazione in deroga per i lavoratori dei “cantieri chiusi” dell’azienda SIELTE. La proroga, con scadenza il 31/12/2011, è stata concessa per prolungare un sostegno al reddito di lavoratori già da tempo senza occupazione, con opportunità di rioccupazione tramite progetti formativi da parte di Italia Lavoro.

Le Segreterie Nazionali

SLC CGIL - FISTEL CISL - UILCOM UIL



Sielte - partenza con il piede sbagliato!

Il 30/08/2011 è stato ratificato, c/o il Ministero del Lavoro, dalle OO.SS. Nazionali SLC-FISTEL-UILCOM e la SIELTE l’accordo definitivo sulla cassa integrazione guadagni straordinaria, sulla base del travagliato preaccordo del 26/07/2011 che definiva modalità e criteri applicativi (110 lavoratori del technology dal 1/09/2011, 240 delivery e 20 di Direzione Generale gradualmente a partire dal 1/10/2011).

Sielte senza tenere conto degli affidamenti e stravolgendo le condizioni negoziate con il sindacato, ha deciso di partire unilateralmente con l’applicazione dell’accordo a partire dal 1 settembre, mettendo in CIGS circa 70 lavoratori del technology e circa 40 lavoratori in prevalenza del delivery, ma anche di altri reparti.

Questo comportamento è inaccettabile !

Non si possono scrivere le regole e poi tentare di cambiarle in corso d’opera! La posizione assunta dall’Azienda sta generando un forte livello di tensione e di protesta sui territori e rischia di mettere in discussione la credibilità e conseguentemente il livello di Relazioni Industriali che si stava faticosamente tentando di costruire.

Non è etico e corretto, in un momento così difficile, fare arrivare un messaggio distorto ai lavoratori Sielte che, in funzione delle scelte fatte, hanno dimostrato di possedere un altissimo senso di responsabilità. Le Segreterie Nazionali di SLC-FISTEL-UILCOM invitano l’azienda a rivedere, nel più breve tempo possibile, le proprie scelte; diversamente, non escludendo forme di protesta, si attiveranno per riconvocare una riunione di verifica al Ministero del Lavoro al fine di valutare nuovamente la questione in oggetto.


SEGRETERIE NAZIONALI

SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

Disoccupazione giovanile: Il calo è un’illusione in 15 milioni non cercano più lavoro

Nell’area dell’euro la moneta è unica e l’inflazione, pur sottoposta a forti pressioni esterne, tende ad assumere più o meno gli stessi valori. Diversamente, oltre ai differenziali di rendimento tra i titoli pubblici, ciò che non converge tra i principali partner comunitari sono le dinamiche del mercato del lavoro. Una conferma viene dai dati nazionali relativi alla prima metà del 2011 diffusi in agosto dalle autorità statistiche come pure da riscontri regionali sul 2010 che Eurostat ha reso disponibili di recente.

A metà 2011 il numero dei disoccupati è sceso in Italia intorno ai 2 milioni di unità. Alla stessa data il conteggio dei senza lavoro è salito in Spagna a 4,2 milioni, più del doppio del dato italiano. Italia e Spagna si collocano ai due opposti estremi del ventaglio dei valori assunti dal tasso di disoccupazione, dai noi pari all’8% contro il 21% di Madrid. Meglio dell’Italia, nell’Eurozona, ci sono la Germania con il 6% e i Paesi Bassi e l’Austria, dove l’incidenza dei disoccupati sulla forza lavoro scende addirittura al 4%.

Le differenze tra i tassi di disoccupazione raccontano, però, solo una parte della storia. Oltre ai disoccupati ci sono, infatti, gli inattivi, ovvero coloro che rimangono fuori dal mercato del lavoro perché scoraggiati, inabili o comunque non interessati alla ricerca di una occupazione. L’innalzamento del numero di persone inattive rappresenta un problema non meno grave dell’aumento dei disoccupati in un’economia dove la crescita langue e le riserve di ricchezza accumulate dalle generazioni passate tendono a ridursi.

Il tasso di inattività varia in Europa non meno di quello di disoccupazione. Tra i paesi dove la quota di chi rimane fuori dal mercato del lavoro è più alta c’è l’Italia, con 38 inattivi ogni 100 persone in età compresa tra i 15 e i 64 anni. Al contrario, tra i paesi dove l’inattività è più bassa c’è la Spagna, con 27 casi ogni 100. Per avere un termine di confronto, in Germania il tasso di inattività è di poco inferiore a quello spagnolo e pari al 23%. Ragionando sulle teste invece che sulle percentuali, in Italia gli inattivi sono 15 milioni su una popolazione tra i 15 e i 64 anni di circa 40 milioni di persone. Tra la primavera del 2008, quando iniziò la recessione, e la metà del 2011 la popolazione italiana che è in età da lavoro ma che si colloca fuori dal mercato del lavoro è cresciuta di 620mila unità. Tra il primo trimestre del 2008 e il primo trimestre del 2011 il numero degli inattivi è invece diminuito di 300mila unità in Germania e di 400mila in Spagna.

Difficile è stabilire se per un’economia sia meno grave avere molta disoccupazione, come accade in Spagna, o molta inattività, come succede in Italia. Cosa succederebbe nel nostro paese se gli 11 inattivi ogni cento persone in età da lavoro che abbiamo più della Spagna entrassero da un giorno all’altro nel mercato del lavoro? Aumenterebbe la disoccupazione o potrebbero invece coprirsi le "vacancies", le opportunità di lavoro su tanti mestieri, dimenticati e non, che pure esistono? In ogni caso, l’ambigua miscela tra disoccupazione e inattività è il retroterra del grave deficit di occupazione che l’Italia segna soprattutto nel segmento giovanile. I dati al riguardo più interessanti si colgono a livello regionale, confrontando la situazione in "cluster" di territori comparabili.

Tra il 2007 e il 2010 il tasso di occupazione giovanile è sceso dal 33 al 26% in Lombardia. Nello stesso periodo e nel medesimo insieme che raggruppa le regioni industrialmente più progredite d’Europa, il tasso giovanile di occupazione è rimasto stabile intorno al 50% in Baviera e al 33% nella regione francese del RodanoAlpi. E’ diminuito drasticamente, invece, dal 45 al 29% in Catalogna, Spagna. In un altro cluster, quello che raggruppa le regioni "capitali", il tasso di occupazione dei giovani del Lazio tra il 2007 e il 2010 è rimasto stabile intorno al 20%. E’ rimasto ugualmente stabile, ma su valori intorno al 38%, nella regione di Berlino, mentre è diminuito dal 29 al 25% nell’area di Parigi e dal 41 al 27% in quella di Madrid. Secondo i dati più recenti, oggi solo un giovane su quattro è occupato in Lombardia contro uno su due in Baviera. Solo un giovane su cinque è occupato nel Lazio contro uno su quattro a Madrid.

Caratteristica della globalizzazione 2.0 è riportare al centro della scena il valore del lavoro, oltre al suo costo. Per essere competitivi non basta più spostare le produzioni. Sono la capacità d’innovazione, il plus di qualità, l’investimento nel capitale umano dei giovani a fare la differenza nel determinare la competitività dei territori e il loro potenziale di sviluppo. Nel mondo della globalizzazione 2.0 rimanere alla finestra del mercato del lavoro diverrà sempre più costoso. Per un paese come l’Italia ridurre l’area dell’inattività, specie dei giovani, è condizione necessaria per un rilancio della crescita.

GIOVANNI AJASSA

Responsabile Servizio Studi BNL Gruppo BNP Paribas


ALCUNE NOTE UTILI

Il margine operativo lordo (MOL) è un indicatore di redditività che evidenzia il reddito di un'azienda basato solo sulla sua gestione caratteristica, al lordo, quindi, di interessi (gestione finanziaria), tasse (gestione fiscale), deprezzamento di beni e ammortamenti.

Spesso si utilizza l'acronimo inglese EBITDA (Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization). Tuttavia, i due indicatori esprimono grandezze diverse: il MOL è calcolato utilizzando l'utile prima di ammortamenti, accantonamenti, oneri e proventi finanziari, straordinari e imposte mentre l'EBITDA rappresenta semplicemente l'utile prima degli interessi passivi, imposte e ammortamenti su beni materiali e immateriali.

Questo indicatore, l'EBITDA, risulta utile per comparare i risultati di diverse aziende che operano in uno stesso settore attraverso i multipli comparati (utili in fase di decisione del prezzo in un'offerta pubblica iniziale). È spesso utilizzato poiché l'EBITDA è molto simile al valore dei flussi di cassa prodotti da una azienda, e quindi fornisce l'indicazione più significativa al fine di valutarne il valore.

Può essere inoltre utilizzato per calcolare il risultato operativo di un'azienda, partendo dall'utile lordo, togliendo le imposte, gli ammortamenti, i deprezzamenti e gli interessi dell'azienda. Se i costi saranno maggiori dei ricavi, si avrà una perdita, rispettivamente se figureranno dei ricavi maggiori dei costi, si avrà un utile.

Il MOL è un dato più importante dell'utile per gli analisti finanziari perché permette di vedere chiaramente se l'azienda è in grado di generare ricchezza tramite la gestione operativa, escludendo quindi le manovre fatte dagli amministratori dell'azienda (ammortamenti e accantonamenti, ma anche la gestione finanziaria) che non sempre danno una visione corretta dell'andamento aziendale.


14 settembre 2011

SLC-CGIL, FISTel-CISL, UILCOM-UIL: SU LAVORATORI TELECOM ITALIA IN MOBILITA'

- LETTERA -

Oggetto: Lavoratori in mobilità, 10.000 derogati da nuove decorrenze ai sensi dell'art. 12 comma 5 D.L. 78 del 31/5/2010 convertito in legge 30 luglio 2010 ed integrato dall'art. 1 comma 37 della legge 13/12/2010 n. 220 (vedi circolare Inps n. 90/2011), Accordo dei sindacati confederali Cgil,Cisl e Uil con Telecom Italia in sede di Ministero del lavoro


Con la presente, le scriventi Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTELCISL, UILCOM-UIL intendono rappresentare il disagio che, a livello nazionale, si sta determinando tra i lavoratori Telecom attualmente in mobilità e vicini al pensionamento. In seguito all'Accordo sindacale siglato il 4 agosto 2010 presso il Ministero del Lavoro, congiuntamente al Ministero per lo Sviluppo Economico, si é convenuto che Telecom Italia avrebbe erogato un contributo integrativo a copertura di eventuali periodi intercorrenti tra la fine della mobilità e l'accesso al pensionamento a quei lavoratori che non fossero rientrati nei 10 mila derogati dalle nuove decorrenze, ai sensi dell'art. 12 comma 5 D.L. 78 del 31/5/2010 convertito in legge 30 luglio 2010 ed integrato dall'art. 1 comma 37 della legge 13/12/2010 n. 220 (vedi circolare Inps n. 90/2011).

L'erogazione del contributo da parte dell'azienda, secondo quanto stabilito nell'accordo citato, é subordinata alla presentazione da parte del lavoratore di un'attestazione rilasciata dall'INPS contenente l'effettiva data di decorrenza del suo

trattamento pensionistico.

Si sta constatando, purtroppo, l’impossibilità di venire in possesso della suddetta attestazione; l'Inps sta comunicando ai lavoratori Telecom in mobilità, che hanno presentato in queste ultime settimane domanda di pensione, che ”la trattazione

della domanda é sospesa” invitandoli a presentare ricorso amministrativo e/o legale, secondo i termini di legge.

Sebbene l'art. 12 comma 5 bis della legge 30/7/2010 n. 122 contempli la possibilità che il Ministro del lavoro , con apposito decreto, decida il prolungamento del trattamento di mobilità per consentire al lavoratore il raggiungimento della data di

decorrenza del suo trattamento pensionistico, allo stato attuale, tuttavia, non esiste alcuna garanzia al riguardo; si tratta di una possibilità concessa al Ministro, non di un obbligo.

Nell'attuale situazione, quindi, le scriventi Segreterie chiedono all'Inps di voler rilasciare ai lavoratori Telecom non derogati una certificazione con l'indicazione della data di decorrenza effettiva del trattamento pensionistico, in modo che l'azienda

possa onorare il suo impegno di corrispondere il trattamento integrativo previsto dall'Accordo; si tenga conto che per una parte dei lavoratori il trattamento di mobilità é in scadenza e che essi potrebbero trovarsi senza indennità di mobilità, senza

pensione e senza il trattamento integrativo.

Restando a disposizione per fornire eventuali ulteriori delucidazioni in merito, si inviano distinti saluti.


Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL

10 settembre 2011

Certificati Malattia on-line si parte il 13 Settembre 2011

- In particolare si evidenzia che:

1) il periodo transitorio per cui varranno ancora le attuali disposizione di legge e CCNL (consegna fisica del certificato, anticipo via fax, ecc.) terminerà senza eccezione alcuna il 13 Settembre 2011;

2) è fondamentale dare ampia diffusione ai lavoratori delle nuove modalità che alleggeriranno in termini teorici gli adempimenti dei dipendenti;

3) poiché è prevista la possibilità del datore di richiedere al dipendente anche il “codice” del certificato elettronico è fondamentale che il lavoratore si ricordi sempre di chiedere al medico che emette il certificato “il numero del protocollo identificativo del certificato inviato per via telematica”, al fine di evitare eventuali e spiacevoli disguidi.


Leggi o scarica la circolare sulla certificazione di malattia

La Cgil chiede il rispetto dell' accordo del 28 giugno

«L’articolo 8 della manovra è stato fortemente voluto dal ministro del Lavoro e dal governo come reazione e negazione dell’accordo del 28 giugno. È dunque evidente che l’ipotesi d’intesa raggiunta con Cisl, Uil e Confindustria rappresenta, ancor di più rispetto a prima, uno strumento di tutela per i lavoratori».

Questo è quanto affermato dal Segretario Generale, Susanna Camusso, al Direttivo Nazionale ribadendo che la mobilitazione andrà avanti partendo dalla manifestazione dei lavoratori pubblici e della conoscenza a Roma proseguendo con quella promossa dallo Spi contro gli effetti delle due manovre che prendono di mira pensioni, servizi socio assistenziali e sanità per finire entro la fine dell'anno con una grande manifestazione nazionale sul tema del lavoro.

In merito allo sciopero generale il leader della Cgil ha pure dichiarato in maniera netta e decisa che: « è stato un successo straordinario», «una difficile sfida vinta», «una mobilitazione non solo della Cgil», «rappresentando un sentire generale del paese», «con una diversa partecipazione politica» «che ci porta a chiedere alle forze politiche un impegno coerente nella cancellazione dell’articolo 8 della manovra».

Si chiede quindi a tutti i firmatari di applicare interamente l’accordo del 28 giugno ed un pronunciamento formale da parte di Cisl, Uil e Confindustria sul rispetto delle firme. Da Chianciano Bonanni ha commentato positivamente la relazione di Susanna Camusso e sembra concedere disponibilità ad accordi.

08 settembre 2011

Bernabè non vuole pagare la tassa aggiuntiva e si prepara a tagliare i call center e il loro personale.

- www.zeusnews.com -

In Italia chi possiede una rete televisiva paga un canone di concessione allo stato ridicolo, molto più basso che in altri Paesi. Questo si spiega facilmente: chi dovrebbe aumentare la tassa per l'utilizzo di frequenze pubbliche, cioè il Governo e il Parlamento, sono controllati a maggioranza dallo stesso signore che controlla il maggior numero di reti Tv: Silvio Berlusconi.

Il popolo ha deciso così, si dice: è la democrazia. Peccato che chi possiede un gestore telefonico debba pagare un miliardo di euro per ottenere nuove frequenze, come per esempio Franco Bernabè, che controlla oltre a Tim anche due reti Tv: Mtv Italia e La7.

Bernabè ha detto a gran voce che non è d'accordo, e adesso dice che non vuole pagare un'eventuale nuova tassa sulle reti che godono di tariffe regolamentate, come elettricità, autostrade, gas e telefoni: la cosiddetta Robin Hood Tax.

Sarebbe invece molto giusto che pagasse questa tassa, che però lo stato dovrebbe reinvestire in un piano per lo sviluppo della banda larga in Italia: visto che Telecom Italia tarda ad affrontare di petto e in tempi rapidi il problema, lo Stato dovrebbe obbligarla a farlo anche con la leva fiscale. I privati non possono sempre fare quello che vogliono, solo per rimpinguare i loro profitti.

Intanto Bernabè si prepara al malaugurato caso che la Robin Hood Tax (che anche gli altri gestori come Fastweb e Vodafone non vogliono) diventi davvero legge dello Stato. A Torino, a latere di un incontro in cui Bernabè ha ufficializzato la vendita agli americani di Loquendo, Onofrio Capogrosso, responsabile delle relazioni industriali di Telecom Italia, ha preannunciato al sindacato, sia pure informalmente, che nel settore dei call center ci sono dei grossi problemi. Tagli in vista? Probabilmente sì, insieme a ulteriori chiusure di sedi e trasferimenti.

Per la cronaca, si stima in almeno 300 il numero dei manager Telecom Italia che godranno della cancellazione del contributo di solidarietà inizialmente previsto dalla manovra economica.

Pier Luigi Tolardo

Manovra: I parlamentari si fanno lo sconto

Uno sconto, né più né meno, infilato nel maxiemendamento blindato dalla fiducia con cui il governo si appresta, finalmente, a tradurre in legge la manovra finanziaria. A godere dello sconto saranno gli stessi attori che la manovra hanno scritto e devono votare, ovvero i parlamentari. Tutto nero su bianco nell’articolo 13 del testo, quello che regola proprio i tagli alla politica, articolo in cui si riducono i tagli alle indennità e si ammorbidiscono sensibilmente le norme sull’incompatibilità tra mandati.

Il capitolo tagli è il più evidente. Fino al maxiemendamento, infatti, si parlava di un taglio di retribuzioni o indennità del 10% per la parte eccedente i 90 mila euro, il 20% su quella che supera i 150 mila. Con lo sconto le cifre restano le stesse, ma cambia la tempistica, e quindi la sostanza. Il nuovo taglio non sarà infatti definitivo come era stato pensato in un primo momento ma varrà solo per il biennio 2011-2013. Significa, detto in parole povere, che passata (si spera) la tempesta finanziaria, per i parlamentari tutto tornerà come prima.

C’è di più: dalla sforbiciata restano fuori la presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale. “Privilegio” che ha fatto imbufalire un viceministro dello stesso governo che la legge ha scritto, ovvero Roberto Castelli. Dal Quirinale gli è arrivata una risposta chiara che suona più o meno così: “La legge non l’abbiamo scritta noi, chiedi al tuo governo. I dipendenti del Quirinale pagano comunque già il contributo di solidarietà a suo tempo introdotto per la pubblica amministrazione”. Vero. Peccato che tale contributo sia esattamente la metà di quanto previsto dai nuovi tagli.

Sostanzialmente svuotata anche la norma sulle incompatibilità. Prima del maxi emendamento, infatti, era proibito ai parlamentari ricoprire qualsiasi altra carica pubblica elettiva. Ora, spiega Mario Sensini sul Corriere della Sera, ”l’incompatibilità è circoscritta alle altre cariche elettive «di natura monocratica» e relative a «organi di governo di enti pubblici territoriali aventi popolazione superiore ai 5 mila abitanti». Traduzione: i parlamentari potranno continuare a fare i sindaci nei Comuni piccoli e medi. Ma potranno anche avere l’incarico di assessore in tutti i municipi, compresi quelli delle grandi città”.